L’invasione delle cavallette

Chi osa dire a Mauro Felicori che il suo più ambizioso progetto, la rinascita della Reggia di Caserta, è a tutti gli effetti un vistosissimo flop? La cosa era nata sotto gli auspici più nefasti, almeno a sentire i sindacalisti tutti, detrattori, che avevano trovato da ridire sulla nomina di questo bolognese d’assalto che Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, aveva definito:

Davvero uno sfrontato, quel Mauro Felicori. Restare in ufficio ben oltre l’orario di chiusura. A lavorare, poi, e non a girarsi i pollici o bighellonare su internet. Decisamente troppo, per i corretti rapporti sindacali, un direttore che si impegna così: una lettera di protesta era il minimo che gli potesse capitare. Una lettera ufficiale spedita direttamente al capo supremo, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Lui, Felicori, un bolognese che da cinque mesi è stato messo alla guida di uno dei nostri tesori più inestimabili, la Reggia di Caserta, l’ha ricevuta «per conoscenza» giusto prima che la pubblicasse il Mattino di Napoli.

«Il direttore permane nella struttura fino a tarda ora senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura», hanno scritto i rappresentanti di sindacati quali Cgil, Uil e Ugl. «A rischio l’intera struttura!» Ma come non comprenderli? Arriva uno da Bologna, che nessuno ha mai visto né sentito, e vuole mettere tutti in riga. Decide che i custodi non possono più girare per la Reggia in borghese, senza divisa e senza nemmeno un cartellino di riconoscimento, com’è sempre stato. Si sveglia al mattino, e la prima cosa a cui pensa, confessa lui stesso, è la Reggia. E per far vedere che non è a Caserta per passare la villeggiatura non leva le tende neppure per il weekend. Stabilisce che i 150 (centocinquanta) addetti alla vigilanza non possono più circolare all’interno del parco con l’auto propria (!), ma dovranno servirsi di appositi veicoli con lo stemma della Reggia. Si permette addirittura di spostare qualcuno dei 230 dipendenti. Gli salta in mente perfino di abolire il tradizionale e sacro giorno di riposo del martedì, tenendo aperta la Reggia ben sette giorni su sette. Non bastasse, cova il progetto di riorganizzare il servizio (il servizio!) al solo vile scopo di attirare più visitatori e magari incassare qualche euro di più, meschino…

Insomma, un vero rompiscatole. Uno che prende sul serio il proprio incarico. Uno che appena mette piede a Caserta rimane imbambolato davanti alla maestosa bellezza della Reggia (quella di cui certi sindacalisti che sarebbero pagati proprio per difendere quella bellezza non si sono evidentemente mai accorti), e decide che la passione può fare la differenza.

Questo era successo e la differenza s’era vista immediatamente. All’inizio di giugno dello scorso anno, in gita scolastica, nonostante i lavori di restauro in atto in alcune parti della Reggia, avevamo notato sostanziali cambiamenti organizzativi. Alla Reggia entravi con ordine, con il divieto di portare zaini all’interno degli appartamenti visitabili- come succede in tutti i musei del mondo – con custodi attenti e senza che nei giardini ci fossero ambulanti ad approcciarti per la vendita delle solite chincaglierie. Ritornati sui nostri passi anche questa primavera, con la solita orda personale a carico, ecco che ci è sembrato riconoscere il vero volto del museo in meridione – un meridione circoscritto alla Terra di lavoro, così veniva chiamata Caserta dagli autocni. Eh sì, davvero lavorano in tanti alla Reggia, tra autorizzati e non, più i non che quelli regolari. All’interno dei giardini un’invasione di cavallette, che neanche alla corte del Faraone in Egitto ai tempi di Mosè! Venditori di collanine, calamite da frigo, spinner-cosi per rimbambire, anellini di vero finto nulla, venditori all’assalto dei ragazzi, in continuazione, appena si distoglievano gli occhi e ti allontanavi di poco ecco che ritornavano quelli che avevi mandato via poco prima gentilmente e poi via via sempre più arrabbiate, fino ad avere timore per noi stesse e per i ragazzi. E la solita lagna a condire l’approccio maleducato –  A casa ho un figlio che devono operare agli occhi, tengo famiglia, devo lavora’  – che a sentirli ti viene certamente voglia di dire Ti compro tutto, l’importante è che tu ti tolga dalle scatole, ma poi nessuno ti garantisce che quello non ritorni con ulteriore mercanzia. E l’arroganza di isolare con gli sguardi un unico ragazzo di colore che non riusciva neppure per caso ad avvicinarsi ai possibili compratori perché le cavallette razziavano e asfissiavano e correvano dietro agli sciami di inermi e ingenui compratori. E la cosa in sé forse non è neppure grave (?) se non per un’unica ragione – e questa è sì, gravissima cosa – le cavallette erano all’interno dei giardini, all’interno, sì, in beffa al fatto che per entrare nei giardini, per visitarli, si paga un biglietto, e le cavallette non avevano tesserini di riconoscimento, non avevano sicuramente pagato un biglietto, non erano autorizzati dunque, ma erano senz’altro incredibilmente lì, grazie all’accesso aperto e alla complicità di qualcuno che dovrebbe vigilare e non lo fa. Ma come si può pretendere l’ordine e la regolarità, se poi si entra alla Reggia con gli zaini – evidentemente il fatto di lasciarli in deposito è qualcosa di troppo complicato da realizzare nel tempo, con tutta la problematicità legata alla sicurezza che va a farsi bellamente a benedire! – e che nelle sale trovi personale vigilante che dire vigilante è offenderli nella propria intima essenza, sbracati, senza divisa, a malapena riconoscibili. Sarà veramente un problema raccontare tutto questo all’ingenuo bolognese che pensava di sconfiggere lo spirito becero e straccione dei discendenti borbonici, con lavoro e abnegazione.

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Firenze, oh cara, noi rivedremo! prima puntata

Premessa  La faccenda nasce un po’ in sordina a dicembre con la collega che ti dice: Che ne pensi, accompagniamo i ragazzi in gita? Continua con i genitori che ti sollecitano a gennaio: Professoresse, portate i ragazzi in gita? I ragazzi in questione è da tempi immemori che ti dicono: Prof, andiamo in gita? Insomma la gita scolastica o per meglio dire il viaggio di (d)istruzione è il momento catartico di un intero anno scolastico, la summa teologica, l’evento degli eventi. La scelta della mèta, poi, non è da meno. Si parte dalle Alpi si va per le Piramidi, si passa dal Manzanarre per arrivare al Reno – e non me ne voglia il poeta!  Alla fine si opta per Firenze, oh cara. Firenze sta alle gite scolastiche di terza media come i pachino sulla bruschetta, al di là del pretesto istruttivo, ai ragazzi piace l’idea di stare con i compagnucci di merende scolastiche, tutti insieme vicini vicini, e grasso che cola se a Firenze ci vanno per vedere i monumenti. Ma i ragazzi, questi ragazzi della mia terza classe, sono motivati e hanno sentito così tante volte la loro prof parlare della città e dei posti e delle persone da muoversi a pietà verso colei che a Firenze ha studiato in un’epoca lontanissima e a Firenze torna volentieri. E poiché può più la curiosità che la passione per l’arte accettano volentieri, i ragazzi, di accompagnare le prof in gita e non viceversa! E così, dopo un complicato periodo di preparazione pre gita si arriva al dunque.

Il buongiorno si vede dal mattino L’assembramento davanti alla stazione è degno della calca davanti ad uno stadio prima della partita, manca solo il venditore abusivo di biglietti ed è fatta! La mamma, il papà, la zia, la nonna e i fratelli tutti ad accompagnare il partoriente, ops!, il partente, il partitorente, insomma l’alunno/a che parte con le prof! La docente capa di stazza piccina, ma tosta e volitiva, minaccia l’assembramento: I parenti, dopo i saluti, devono rimanere   dall’altra parte! L’altra parte è la banchina opposta e a separarci due binari. La folla genitoriale si muove come fosse mare in tempesta, le mamme coi lucciconi agli occhi salutano come se non ci fosse un domani, in fondo i figli so’ piezz’e core! Sul treno un controllore dei titoli di viaggio – chissà perché fa volgare dire bigliettaio – ingaggia il seguente dialogo con l’unico maschio adulto del branco, dopo aver letto il titolo di viaggio, appunto: Allora siete… cinquantasei ragazzi e otto adulti! Sì è così, i ragazzi sono tanti e speriamo di riportarli tutti a casa, al ritorno. Certo, altrimenti per voi docenti sono uccelli per diabetici! Mi tocca fare una traduzione simultanea a beneficio delle altre due colleghe che assistono al dialogo, che, anime candide, non hanno capito una cippa! Ma per l’ammissione al nobile mestiere di controllore di titoli di viaggio c’è un particolare esame di idiozia da superare? Dopo una discreta serie di sali e scendi di ragazzi e valigie dai treni – le valigie?!? i bauli! quelli, gli alunni, si sono portati il mondo intero da casa, neanche dovessero rimanere fuori di casa un mese intero! Insomma arriviamo a Signa e ad accoglierci un primate arboricolo che al mio saluto non si degna neppure di rispondere. Dopo un tempo infinito alza il capo con fastidio dalle sue carte di proprietario dell’albergo e bofonchia qualcosa all’indirizzo della giovane collaboratrice. Inutile dire che la scena successiva è da annoverare nel prontuario per il soccorso delle persone dementi alla voce: chiavi elettroniche. Le suddette chiavi sono spesso in duplice o triplice copia sulla base del numero dei letti che sono contenuti nelle stanze. E dunque l’accoppiamento è un lavoro complesso per il primate! infine dopo un paziente intervento della collaboratrice, riusciamo a guadagnare le chiavi del Paradiso. Finito qui? Macché… segue.

Perdindirindina!

gitaprimaparteCosa sconvolge più dell’idea stessa del partecipare alla gita scolastica, ops… viaggio di istruzione, come docente alle prese con ottanta dico ottanta brufolosi, se non l’idea stessa del partecipare –  sì va be’ non se ne può fare a meno e per fortuna siamo in otto? La partecipazione sconvolge, come no, ma la peggiore scoperta è quella di scoprire dalla viva voce della referente viaggi e trastulli (?! ) che l’albergo fornisce sistemazioni da tre letti non solo per i brufolosi – e già ma loro sono contenti – ma anche per le docenti – eccetto l’unico maschietto che godrà di vita propria – e grasso che cola se riesci a pizzicare due che non russano! Sto pensando ad una scusa plausibile per godere del pernotto in solitaria. Soffro di scabbia ossessiva compulsiva? Mi trasformo nottetempo in lupo mannaro americano a Londra? Sono Quasimodo di Notre Dame e la notte devo liberare la gobba? Aiuto!

Rapporti e proporzioni

gatto_nero1Qual è il rapporto che intercorre tra un gatto nero e un gruppo di studenti in gita? E tra questi e un’auto di qualsiasi genere e cilindrata? Meglio se un piccolo autobus? Apparentemente nessuno o meglio il gruppo degli studenti potrebbe aver adottato il gattino, portandolo a bordo dell’autobus alla volta di casa, quale casa dei tanti non si sa… potrebbe, ma non è questo il giusto rapporto. Allora fate finta di andare per strada di notte, con i fari della vostra auto accesi – per forza, è notte! – andate tranquilli, la strada è libera, state ascoltando il vostro programma preferito alla radio oppure ascoltate la vostra musica preferita – niente conversazioni telefoniche, mi raccomando! – quando ad un tratto dal nulla spunta fuori un gatto che sta per attraversare impunito la strada. Voi andate a velocità moderata, per fortuna – siete persone ligie alle indicazioni dei cartelli stradali che dettano i trenta all’ora su quasi tutte le strade del regno, sgrunt! – e potete frenare per tempo, o quasi, basandovi su quello che sapete dell’istinto gattesco che dovrebbe suggerire la fuga al gatto nero, forse. Invece quello che fa? Si ferma immobile, ipnotizzato dai fari della vostra auto che alla fine s’è fermata, l’auto, per evitare il peggio – un gatto spiaccicato non è che sia un bel vedere, figuriamoci uscire fuori strada per salvare una delle sette vite del gatto, per non parlare degli istrici come ben sa la mia amica Susanna, ma questa è un’altra storia. Bene, il gatto scemo rimane lì immobile e voi anche, sperando che nel frattempo non arrivi il solito distrattone che, cellulare alla mano, sta rispondendo alle mille stupidaggini che gli scrive la fidanzata appena acquisita – Mi ami? Ma quanto mi ami, amo’? – e al quel punto potreste fare voi la fine che avrebbe fatto il gatto,  se non vi foste fermati. Però, tutto è bene ciò che finisce bene,  il gatto si ravvede dopo la vostra strombazzata per scuoterlo dallo stato ipnotico che lo ha attanagliato per qualche minuto e, bon, voi andate verso casa e il gatto per i suoi casi e amen. Stessa identica cosa succede quando un gruppo di studenti in gita sfarfallanti e distrattissimi si addensa e si divide come un gruppo di amebe nel brodo di coltura – ce le avete presenti, no, voi amici di Piero Angela? E’ partita l’aria sulla quarta corda di Super Quark? Bene, siamo didascalici e soprattutto didattici, come conviene! Allora il gruppo sta lì, in attesa del piccolo autobus che li condurrà verso il giardino inglese nella Reggia di Caserta. Vanno, vengono, mangiano – ma quanti panini mangiano i ragazzi in gita? – parlano cellulare con la mamma, la zia, la sorella, rimaste a casa. Parlano con la compagna di merende, giocano al pallone mentre giocano a ” merda ” – eh, così – vanno e vengono senza soluzione di continuità. Intanto il piccolo autobus arriva, l’autista tenta in qualche modo di affiancarsi al bordo del viale per prendere a bordo – sempre di  bordi si tratta! – le amebe. E quelle, guardano e rimangono lì impalate senza spostarsi. E nonostante non sia notte e l’autista non ha fari accesi, e non si tratta di gatti ma di ameb…ehm ragazzi, ecco quelli lo stesso rimangono basiti e inamovibili, in trance – la potenza ipnotica di un pulmino… bisognerebbe scrivere all’ AIPI, Associazione Internazionale Psichiatri Ipnotisti, e consigliare loro la tecnica innovativa! – così dopo qualche minuto di impasse l’autista che fa? Strombazza, of course!, all’indirizzo delle amebe che scosse dal loro torpore postprandiale e postgiocale, si allargano come il Mar Rosso davanti a Mosè e permettono all’autista di compiere il suo dovere e amen pure qua. Le ameb… i ragazzi sciamano, poi, all’assalto del pulmino che, come nelle Metamorfosi di Ovidio passano dalla stato amebale – si dirà così? – allo stato di cavallette coprendo ogni spazio possibile e provocando, con ciò, un immediato senso di schifiltudine nell’unica turista americana messa nell’angolo dalle amebe che neppure Griffith nei suoi anni migliori! Questo è quanto. Ah, sì il rapporto c’è, tanto da riuscire ad impostare anche una proporzione: il gatto nero sta all’auto come il gruppo di studenti sta al pulmino. Applicate la proprietà fondamentale e ditemi se non è vero. Fatto? 🙂

Trent’anni dopo

traniSe fossero stati solo vent’anni ne avrei scritto di ” cappa e spada ” come una rediviva Dumas, ma si sono trattati di trenta lunghi anni e direi che l’incontro postumo vada comunque raccontato, non fosse altro per l’epilogo ridicolo che la storia ha assunto. Insomma C. mi telefona domenica: Sto per partire per la Puglia, in gita scolastica! Apro una parente, come avrebbe detto un mio collega in vena di stupidaggini, per fare un panegirico delle gite scolastiche… ehm, viaggi di istruzione. Se non ci fossero questi di mezzo quei viaggi, direi pure i pellegrinaggi, per l’Italia dei luoghi santi della nostra vita, con molta probabilità li scarteremmo. I viaggi ” in cerca di ” li abortiamo spesso a priori – come scartiamo i pranzi di classe con quelli delle elementari, tanto per dirne una – e per pigrizia e per paura, sì paura del tempo passato tra una scena e l’altra. Il ragionamento è sempre quello: da giovani si è in un modo ed è un conto, ma da ” grandi “? Chi troverai dall’altra parte, la persona che conoscevi o una perfetta sconosciuta? E la ” dirimpettaia ” che pensieri potrà nutrire nei tuoi confronti? Come ti troverà, che impressione le farai? Una bella faccenda. Ma i viaggi di istruzione salvano capra e cavoli; in fondo puoi sempre giustificare le tue défaillance con la stanchezza delle notti passate insonni e delle giornate passate in giro. Giusto per parlare della fisicità dell’incontro. Quanto al ” dove eravamo rimaste? ” c’è sempre il telefono, mezzo salvifico e connettore di pensieri e parole che congiunge i ricordi scompagnati e li fa diventare un tutt’uno – serve anche a dirsi com’è il presente, il telefono, ma si sa il passato risulta edulcorato dalla patina di quello che è stato, smussato dall’idea che lì eravamo il meglio, salvo poi rilevare da qualche lettera scritta allora oppure dai diari che lo sconcerto del vivere era quotidiano allora come ora e per ogni secula seculorum, amen. Bene, C. viene dalla Sicilia con la sua classe di terza media a visionare la cattedrale che aveva già visto allora e poi di seguito castel del Monte e via il resto – un giro di cinque giorni fitto fitto, ma la Puglia – promozione turistica – merita molto. Arrivo venerdì mattina alle dieci, mi dice. Le dico che venerdì mattina a quell’ora ho un’ora ” buca ” e senz’altro sarò felice di riabbracciarla. Ma il boss mi ricorda, qualche giorno prima, che alle dieci e trenta abbiamo un incontro in biblioteca con il sindaco e la corte celeste che assegna nomi alle strade – vogliono intitolare un ” pezzo ” di città, strade oppure un giardino, un anfratto, un recesso – quello che è – ai caduti delle foibe – e va be’ non è colpa mia – coinvolgendo le scuole per trovare un nome appropriato a furor di ragazzino. Allora, per continuare con la mia cronistoria, dico al boss che devo incontrare per poco tempo la mia amica e che, in seguito, lo avrei accompagnato alla bisogna. Lui di tutta risposta mi dice: Non ci sono problemi, vengo anch’io a salutare la tua amica! Che cosa?!? Oh, e voi pensate che sia rimasto a scuola? Ma neanche per l’anticamera del cervello! S’è scrollato di dosso il solito genitore in lamentizia e mi ha seguita alla cattedrale, dove l’inconsapevole C. ha visto raddoppiare i suoi interlocutori e invece di una remota amica di studi s’è ritrovata con una remota e un presente. Il quale presente ha manifestato un entusiasmo incredibile, c’è mancato poco scodinzolasse. In più ha parlato solo lui e io ho solo abbracciato l’amica, le ho fatto una carezza e le ho detto a mezza voce: Sei sempre la stessa, asserendo la verità di una constatazione amichevole dei fatti. Ci siamo lasciati da lì a poco con la promessa del presente: Ah, il prossimo anno verremo noi in viaggio di istruzione in Sicilia! Possiamo sempre pensare ad un gemellaggio, non trovi R.? Rivolto a me. Va buo’, fammi tacere che è meglio. Per fortuna esistono i telefoni e con C. ci siamo rifatte la bocca domenica con un paio d’ore di chiacchierata, passato, presente e futuro. I dirigenti scolastici, come li vuoi li trovi!

Buontemponi

Il prof del figlio più piccolo, anziano veterano di scuole e viaggi di istruzione, salutando, qualche giorno fa, i gestori dell’albergo in Sicilia dove erano stati ospiti con le classi, ha detto: Scusate se i ragazzi hanno trattato le porte, stanotte, come delle puttane! E quelli, imbarazzati: In che senso, scusi, professore? Le hanno sbattute tutta la notte! 😀 Quando il sarcasmo metaforico non è una opinione! 😀 😀

 

Trojaneide

Il figlio più grande, qualche giorno fa, mi dice: Dove li porti quest’anno i tuoi alunni? A Troja, gli rispondo. Non ti sembra che siano troppo piccoli? aggiunge. Ci penso un po’ su… non c’ero arrivata! Che spiritoso, no? 👿 Va be’, siamo stati in gita scolastica a Troja, piccolissima località a mezza collina sui monti Dauni. Vanta una cattedrale romanica eccezionale con un rosone ” ricamato ” da far invidia ad altre chiese più famose e visitate.

Rosone della cattedrale di Troja

Sarà che il termine è caduto in disuso – sarebbe stato drammatico se invece che a Troja fossimo stati a Escort! – sarà come è stato, ma non ci sono state battute scherzose come quelle figliesche. I ragazzi stranamente attenti, visita guidata professionale e ” teatralizzata “. Nel pomeriggio a Bovino – e lo so, sono rustici, i nomi di paese come gli possono venire diversi se sono tutte mucche e pecore? 😀 Fattoria didattica con percorso formaggi – nel senso che dalla mungitura delle capre sono arrivati alla fattura dei formaggetti dauni.

Pecora della razza " Gentile " dei monti Dauni

Insomma, finalmente un viaggio di istruzione veramente tale, senza (d)istruzione, anzi! Ho capito tre cose: ai ragazzi basta un prato per giocare, una fattoria con gli animali, la salsiccia di maiale nero e il formaggio di pecore di razza ” gentile ” da portare a casa e sono felici come non mai. La tanto decantata cultura battuta dalle braccia agricole? Da pensarci. Il ” massaro “, da laureato a pieni voti in agraria, ha messo a frutto l’azienda famigliare di 350 ettari tra pascolo e bosco di querce, con annesso allevamento di pecore, capre – 500 capi – e maiali neri della Daunia. A 750 metri sul livello del mare, una pace e un’aria che non vi dico… quasi quasi… 😀 e mi prendo come lavoranti i ragazzi di prima E! 😀

Bovino ( Foggia ) paesaggio