La forma della diversità

Uscita dalla sala dove si proiettava, la tizia fastidiosa che avevo di fianco  – munita di uno smartphone acceso e illuminato per tutto il tempo della proiezione – ha commentato: Pensavo fosse un film serio! Probabilmente l’aver visto “ La forma dell’acqua “ scambiandolo per un fantasy deve averla tratta in inganno. Ma è più probabile che il fatto di essere distratta dal suo smartcoso possa averla indotta a non capire, oppure ad ignorare vistosamente  quello che il film ha saputo sapientemente raccontare in termini di bellezza e poesia. Il film è un racconto d’amore tra persone considerate diverse e dunque disprezzabili in una America piena di smarrimenti per le possibili invasioni aliene, per le insicurezze politiche dovute alla paura dei  “ Rossi “, l’America arrogante e proterva del Maccartismo, quella che assomiglia terribilmente ad una certa America di oggi. Ti accorgi, guardandolo, che la solitudine dei protagonisti si sublima in una vita fatte di cose piccolissime e riesce a trovare spazi enormi di espressione in eventi inaspettati che riempiono di immenso una vita ordinaria. L’amore che tutto può, rende perfetti anche coloro che per nascita e aspetto perfetti non sono  – agli occhi dei più. Bellissimo film con la regia di Guillermo del Toro e Sally Hawkins, Octavia Spencer e  Richard Jenkins attori bravissimi, film da vedere e rivedere.

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Ozpetek o degli stereotipi

Amo incondizionatamente il tuo genio, caro Ferzan Ozpetek e, in occasione delle uscite dei tuoi nuovi film, mi predispongo alla visione degli stessi come una bimba alle prese con lo spacchettamento dei doni la notte di Natale! Però, caro Ferzan – c’è sempre, o quasi sempre, un però – non devi fare così come le ultime due volte che sono stata al cinema a guardare una tua Opera! – scrivo con la O maiuscola, opera, come si conviene per omaggiare un Maestro dell’arte cinematografica. E passi per Rosso Istanbul, coralmente definita commedia – bisogna pure che qualcuno mi spieghi dove l’hanno vista ‘sta commedia! – delusa proprio per un film a tratti noioso e incomprensibile, che niente aveva a che spartire con il romanzo, se non il titolo, visto che mi era piaciuto tanto, ma proprio tanto, il libro che mi era stato regalato a Natale dall’amica sorella e amen!  Ma pure stavolta, no, non ci siamo! Napoli velata, che hanno definito asetticamente un thriller lo fai partire è vero con un omicidio, ma subito dopo, con un ripensamento, esibisci una serie di teatrini che mettono a nudo – altro che velata! – una Napoli così smaccatamente oleografica da rischiare una carie mentale perenne! Va be’ lo so, Beppe Barra non sa fare altro che ripetere se stesso all’infinito, tra figliata dei femminielli, tombole vajasse e ” bazzecole, quisquilie e pinzellacchere “, poi aggiungi la sibilla – cumana? no comara -con tanto di nana e telecomando, le due oscure – nel senso proprio che sono inquadrate sempre in condizioni di luce precaria – Lina Sastri e Isabella Ferrari, quest’ultima brutta come non mai, vestali di un mondo sensualesoterico, quanto il salotto borghese di una Marina Lante della Rovere – mi scusi signora se l’ho chiamata in causa, pace alla sua anima! Per non parlare della protagonista, disturbata mentale e sensuale, che da’ fuori di matto solo per una notte d’amore leggermente più effervescente – ma chi aveva frequentato la ragazza Mezzogiorno, prima? – e giù fino in fondo per imbattersi in un aiuto commissario battezzato Semola dal suo capo – solo per via delle lentiggini, e dai su! E come se non fosse bastato tutto questo di tanto in tanto ho rischiato seriamente di addormentarmi, caro Ferzan, sì proprio. E quel consesso deludente nel finale, nella cappella del Cristo Sansevero, lui sì velato e prezioso! Insomma se fosse possibile, nel prossimo film, lascia perdere agli americani i thriller e i fantasmi e raccontaci di quello che sai veramente raccontare. Per sempre tua –  spettatrice! – V.

Ricordatemi per allegria

bigchillSe durante l’inverno vi è scappato qualche programma televisivo, state senza pensieri, puntualmente vi ricapita lo stesso programma durante l’estate, quando il palinsesto si trasforma in archeologia allo stato puro, con notevoli scavi pompeiani di film, documentari e ogni altro ben di Dio. Così è capitato qualche giorno fa che mi imbattessi, per caso, in un programma, Il grande freddo, che mi ha costretta a fermarmi senza cambiare canale repentinamente. Mo’ non è che mi aspettassi chissà cosa da una scimmiottatura, nel titolo, The Big Chill, memorabile film di Lawrence Kasdan della mia gioventù, con fior d’attori e fior di colonna sonora, no proprio non mi aspettavo molto. Però c’erano delle persone, intorno ad un tavolo, che raccontavano aneddoti con molto divertimento e tante risate. Ora chi sa di cosa parlava Il grande freddo, film, sa che un gruppo di amici che si erano conosciuti all’università si ritrovano molti anni dopo al funerale di uno di loro, morto suicida. Nel film ognuno parla dell’amico e parla di se stesso in relazione allo scomparso. Vengono rispolverate vecchie relazioni, vecchie storie, si ascolta musica, si ride e si piange, ma soprattutto si vive. In televisione, quei quattro intorno al tavolo, parlavano di una persona scomparsa, come nel film, parlavano della bravissima e bellissima Mariangela Melato. La sorella, l’amica collega, la regista, l’amica del cuore, l’ex amore della vita parlavano di una donna ironica, speciale, piena di fascino e di allegria, ricordandola, a loro volta, con tanta allegria e tante risate. Ho pensato, guardando, ho pensato che al momento debito e anche dopo mi piacerebbe essere ricordata così, per allegria.

( Per chi avesse voglia di vederlo il programma della Melato è visibile qui )

Il comune senso del pudore

ultimo tangoIl marito mi comunica a fine pranzo – probabilmente con l’intento di farmi digerire le lenticchie? chissà… Stasera trasmettono ” Ultimo tango a Parigi ” in tivù. Dove? gli chiedo per dovere di cronaca, convinta come sono – e sbaglio grossolanamente – che il film ” passi ” su uno dei canali della paytivù in dotazione. Su Rai Movie. Poi aggiunge, Sul tardi. Ah! Sulla Rai?!? il mio commento meravigliato. Per chi, come me, ha vissuto l’epopea di ” Ultimo tango “, che fu accompagnato all’ uscita dalla morbosa curiosità dei benpensanti, non si può che rimanere non stupiti, no, ma perplessi sì, è la parola giusta. Andai al cinema, allora, doverosamente accompagnata dai miei genitori – non censuravano niente, loro, ma probabilmente non si erano resi conto, per bene, che cosa avremmo visto. Ci andai in loro compagnia perché avevo sedici anni e il film era scandalosamente vietato ai minori di diciotto anni – e non capitava dalla notte dei tempi! Quello che vidi, quello che il film raccontava, non mi lasciò indifferente. Amai profondamente la musica di Gato Barbieri,  che accompagnava i gesti e le parole di Jeanne e di Paul. Amai Jeanne, volutamente ribelle, ma assolutamente calata nel ruolo di giovane donna borghese. L’amai per la sua libertà cercata e folle e cieca e pericolosa, ma che si lasciava condizionare dalla follia ancora più grande e rabbiosa di Paul, un Marlon Brando ai limiti dell’accettabile. Amai entrambi per la condizione di amanti senza conoscenza, senza passato o futuro, ma che si lasciavano poi piegare dal gioco stupido del quotidiano. Amai ” l’aria che c’era “, Parigi delle strade, la decadenza sfatta delle case senza mobili. Amai il racconto del suicidio – il film si apre sul sangue lavato via da una vasca da bagno, dove si sono consumate le ultime ore della moglie francese di Paul. Quello che di apparente e appariscente il film mostrava rimane. La leggenda vuole che Bertolucci non informò preventivamente Maria Schneider, Jeanne, di quello che avrebbero girato di lì a poco, lei sottomessa alla voglia improvvisa di Paul che la sodomizza sulla moquette lurida dell’appartamento che entrambi frequentano da amanti. E non mi scandalizzò il gesto in sé, quanto la violenza delle parole dette da Paul e ripetute da Jeanne, costretta a farlo in una condizione pressante e avvilente. Pare che fosse stata un’idea di Marlon Brando, quella della scena che creò poi lo scandalo successivo. Il film fu messo al rogo, il regista Bertolucci condannato per aver offeso ” il comune senso del pudore “. Solo diversi anni dopo, grazie alle poche copie salvate, il film passò nuovamente nelle sale, nelle rassegne cinematografiche, per approdare in televisione. Fino ad oggi. Il film rimane quello, il racconto è salvo. Cosa è cambiato da allora? Per che cosa siamo disposti, ora, a scandalizzarci per fare salvo il nostro comune senso del pudore?

Olive Kitteridge

olive kitteridgeOlive Kitteridge vive in una piccola cittadina del Maine dove per anni ha insegnato matematica nella scuola locale. Davanti ai suoi occhi sono sfilate generazioni di studenti, le stesse che hanno subito il suo carattere pieno di spigoli. Sebbene Olive Kitteridge non abbia mai ben compreso le umane passioni, ha amato a suo modo studenti e marito e figlio ricavandone, spesso, incomprensioni e delusioni. Solo il marito, persona mite e tranquilla, ha continuato a rimanerle accanto per smorzare le sue intemperanze, la sua antipatia congenita, assumendo il ruolo difficile di mediatore tra lei e il mondo. Elizabeth Strout, autrice del romanzo, imbastisce una serie di racconti che hanno come comune denominatore la docente di matematica. I personaggi vengono raccontati con maestria, immersi in un contesto sociale fatto di piccole cose, in una vita senza grandi sorprese. Di tutti vengono descritte le passioni evidenti oppure la difficoltà a nasconderle. Ognuno, con fatica, sembra rimuovere i ricordi e le emozioni, ma basta un nulla per sconvolgere quelle piccole esistenze, dove il quotidiano e la normalità vengono ricercati come un balsamo che lenisce e mette al sicuro dalle sorprese. Olive, per alcuni dei personaggi, è a volte solo una citazione, il ricordo di una vita già trascorsa. Conviene leggere il romanzo prima di guardare l’ottimo film, strutturato come una mini serie televisiva dall’HBO, interpretato da Frances McDormand, una magistrale Olive, e Richard Jenkins un altrettanto bravo Henry Kitteridge, marito di Olive.

i nostri ragazzi

locandinaÈ difficile rimanere indifferenti oppure riflettere a mente libera se l’argomento del riflettere sono i figli. E dunque abbiamo parlato di figli, ieri sera subito dopo aver visto il film ” I nostri ragazzi ” di Ivano de Matteo, rielaborato sul romanzo di Herman Koch ” La cena “. La storia sembra ricalcare la cronaca quotidiana: Benedetta e Michele sono due cugini adolescenti, figli rispettivamente di due fratelli, Paolo chirurgo pediatra, colmo di valori e dall’etica inattaccabile, Massimo avvocato senza scrupoli, ricco e rampante, difensore di indifendibili. Entrambi sposati a due donne che riflettono il loro modus vivendi, Chiara la moglie del primo è una donna colta e intelligente, ma che nutre un profondo disprezzo per i cognati, indegni di tanta cultura e di tanti valori; l’altra, Sofia, moglie di secondo letto, è la compagna appariscente e ben vestita dell’avvocato di grido. Nonostante le apparenze però, Sofia è capace di sentimenti più semplici e meno altezzosi rispetto all’altra. Non a caso è riuscita a tirare su una famiglia dove appare una figlia non sua e a nutrire per questa figlia un sentimento apparentemente materno. Le due coppie si frequentano una volta al mese per una cena in un ristorante di grido, cena offerta naturalmente, dal fratello più ricco. I due cugini, invece, si vedono uno a casa dell’altro con continuità. Un mondo perfetto, ognuno dalla sua parte di mondo perfetto. Una sera, tuttavia, un evento non previsto, un evento terribile, sconvolge la vita degli adulti: i due cugini ubriachi, commettono un atto immondo e irragionevole – evito di entrare nei dettagli per invogliare chiunque ad andare a vedere il film. Casualmente Chiara, la donna perfetta viene a conoscenza del fatto e si innesca in lei la negazione irragionevole dell’evento, la consapevolezza del ” non può essere stato mio figlio, mio figlio è incapace di fare cose del genere “. Più tardi tutti apprenderanno, dalla voce di chi si è reso responsabile, una verità che sconvolgerà totalmente e definitivamente le loro vite di adulti, solo le loro. Perché i ragazzi colpevoli, con una logica da mostri, sono consapevoli di non aver compiuto nulla di male. Tutto si capovolge nei ragionamenti e nella morale e i genitori che erano sembrati perfetti per educazione, sono i primi a trovare il modo di scusare il proprio figlio, sono i primi ad addossare colpe personali alla ragazza, rea di aver coinvolto il cugino in un’azione devastante a causa della cattiva educazione ricevuta in casa, loro due primi a sostenere l’inutilità di un’autodenuncia poiché nessun testimone era presente all’evento negativo, se non una telecamera di sorveglianza che ha ripreso i due ragazzi in maniera precaria. Nel parlare, in seguito, ci siamo ritrovati sgomenti a considerare una tale eventualità, una tale devastazione affettiva. E con ancora maggior sgomento e paura abbiamo considerato noi stessi di fronte ad una scelta così lacerante. La mente razionale di noi adulti non coinvolti diceva: Vanno puniti. Altrimenti davvero, come genitore, mi sono chiesta: Avrei seriamente il coraggio di denunciare mio figlio? Un dilemma terribile… terribile.