Olive Kitteridge

olive kitteridgeOlive Kitteridge vive in una piccola cittadina del Maine dove per anni ha insegnato matematica nella scuola locale. Davanti ai suoi occhi sono sfilate generazioni di studenti, le stesse che hanno subito il suo carattere pieno di spigoli. Sebbene Olive Kitteridge non abbia mai ben compreso le umane passioni, ha amato a suo modo studenti e marito e figlio ricavandone, spesso, incomprensioni e delusioni. Solo il marito, persona mite e tranquilla, ha continuato a rimanerle accanto per smorzare le sue intemperanze, la sua antipatia congenita, assumendo il ruolo difficile di mediatore tra lei e il mondo. Elizabeth Strout, autrice del romanzo, imbastisce una serie di racconti che hanno come comune denominatore la docente di matematica. I personaggi vengono raccontati con maestria, immersi in un contesto sociale fatto di piccole cose, in una vita senza grandi sorprese. Di tutti vengono descritte le passioni evidenti oppure la difficoltà a nasconderle. Ognuno, con fatica, sembra rimuovere i ricordi e le emozioni, ma basta un nulla per sconvolgere quelle piccole esistenze, dove il quotidiano e la normalità vengono ricercati come un balsamo che lenisce e mette al sicuro dalle sorprese. Olive, per alcuni dei personaggi, è a volte solo una citazione, il ricordo di una vita già trascorsa. Conviene leggere il romanzo prima di guardare l’ottimo film, strutturato come una mini serie televisiva dall’HBO, interpretato da Frances McDormand, una magistrale Olive, e Richard Jenkins un altrettanto bravo Henry Kitteridge, marito di Olive.

Cuore primitivo

cuore primitivoNon so per quale oscura ragione la sorella di mio marito, una dolce e affettuosa cognata, è convinta che io abbia, in una graduatoria di scrittori preferiti, posizionato ai primi posti Andrea De Carlo e Dacia Maraini. Ora, se per quest’ultima c’è un fondo di verità – apprezzo la scrittura al femminile della Maraini, ma non sempre è così per tutti i libri che ho letto – per De Carlo il discorso è diverso. Quando venne pubblicato Treno di panna, tanti anni fa, De Carlo era davvero una ventata di novità nell’asfittico panorama italiano, privo di giovani scrittori e di rivelazioni che costituissero la base di un rinnovamento letterario, in Italia, tanto da far scrivere ad Italo Calvino, sulla quarta di copertina del libro “L’insaziabilità degli occhi che vedono lo spettacolo del mondo multicolore ingigantito come attraverso la lente di ingrandimento. È questa la giovinezza che De Carlo racconta.” De Carlo costituiva la risposta italiana, se così si può dire, ai vari Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Ha continuato poi a scrivere, a fotografare, a fare l’assistente regista, il musicista, il giudice in un talent show eccetera eccetera. Io ho continuato a ricevere in dono dalla cognata affettuosa i suoi libri, non tutti per fortuna, alcuni sì. Alcuni letti, altri no. L’ultimo in ordine temporale, e di pubblicazione e di regalo, è stato Cuore primitivo. La storia che De Carlo racconta propone l’eterno triangolo amoroso tra Essa, Isso e o Malamente – per dirla come in una sceneggiata napoletana. Nella fattispecie Essa è un’artista scultrice, un mix combinato di volitiva fragilità artistica, accoppiata ad un corpo non più giovane ma piacente e solido. Isso antropologo docente universitario, pedante quanto può esserlo uno che studia i comportamenti dell’intera razza umana, pesante nei giudizi, prevenuto nei rapporti con gli italiani, colui che pontifica a destra e a manca in programmi televisivi e sui social cosi, un raro esempio di inglese non innamorato dell’Italia. Il Malamente è un tatuato, operaio costruttore di tetti, privo di tatto e immaturo affettivamente. Tutti i personaggi sono descritti e vivono come da copione, come se dovessero obbligatoriamente rispettare uno stereotipo, l’artista estrosa e vitale, l’inglese noioso, l’operaio tombeur da strapazzo, senza mai scantonare, dalla prima all’ultima pagina. Un punto di vista che vorrebbe essere originale, con i tre che si fanno da controcanto ad ogni capitolo, ma poi finiscono per dispensare l’un l’altro sentimenti ambivalenti che vanno dal fastidio, all’intolleranza, al presunto compatimento, all’amore, qualche volta sì, qualche volta no, giù fino al finale, inatteso? Macché. Mi sono costretta a leggerlo, mi sarebbe sembrata una sgarbatezza verso la cognata affettuosa. Però o mi decido a svelarle il mio disinteresse verso De Carlo scrittore, oppure il prossimo romanzo lo cambierò a sua insaputa con un saggio sulle popolazioni primitive della Papuasia minore. Preferisco.

Il mondo fino in fondo

il-mondo-fino-in-fondo-filippo-scicchitano-con-manuela-martelli-e-luca-marinelli-in-una-scena-291140Poco fa ho fatto una piccola ricerca a proposito di Alessandro Lunardelli, regista del film Il mondo fino in fondo, visto qualche giorno fa. Nessun cenno biografico, se non che Lunardelli è un giovane regista alla sua opera prima – opera per la quale ha curato sceneggiatura, montaggio e regia – insomma un self made man. Viene da dire subito il ragazzo si farà o almeno si spera. Opera garbata racconta la storia di due fratelli con una notevole differenza d’età, abbandonati dalla madre che sceglie di vivere la sua vita lontana dalla famiglia per un non ben comprensibile motivo, i due ragazzi diventano adulti malgrado la mancanza, differenti per carattere e approccio alla vita. Il più grande, Luca Marinelli, improntato alla praticità dell’essere il proprietario di una fabbrica di passamanerie, non comprende il più piccolo, il suo modo di vivere la vita in punta di piedi, quasi scusandosi con i sottoposti in fabbrica dell’essere lui, con il fratello, il padrone. Filippo Scicchiatano con il suo viso bambino è calato perfettamente nella parte di una persona ambivalente consapevolmente gay, ma con grandi difficoltà a rivelare al fratello le sue pulsioni. Sicché la storia si snoda con il non detto e il vissuto del ragazzo più piccolo che, per un caso fortuito durante una trasferta a Barcellona, a seguito della squadra del cuore di entrambi, perde la testa per un attivista di Greenpeace e non perde l’occasione di dire addio alla sua vita precedente – a questo punto il film sembra ispirarsi liberamente alla trama del romanzo Il mondo alla fine del mondo di Luis Sepúlveda, per quell’occhieggiare agli attivisti dell’associazione più agguerrita del mondo nel combattere i danni all’ambiente, per quell’andare a cercare alla fine del modo, in sud America, in Patagonia per l’esattezza, quello che si è perso nella vita di ogni giorno. Tutti i protagonisti volenti e nolenti si ritrovano lì dove il mondo ha fine per ricordarsi l’uno con l’altro d’essere al mondo e d’esserci per quello che si è, compreso il fratello più piccolo che riesce a svelare, finalmente!, al più grande di essere gay. Viene da chiedersi: e doveva arrivare fin laggiù per dirglielo? Film gentile che non merita, però, tutte le ” stelline ” ricevute. C’è da augurarsi che il dolce e bambocciante Filippo Scicchitano eviti un altro ruolo gay. Le etichette, si sa, sono dure da staccare, specie se non si è forniti di strumenti idonei.

Ferito a morte

ferito a morteMolte volte mi sono chiesta per quale ragione gli scrittori del Novecento italiano più capaci non sono riusciti ad avere quella risonanza, la fama, anche in patria, che meriterebbero. Non mi riferisco allo ” zoccolo duro ” della letteratura, Quasimodo, Montale e Ungaretti – la ” trimurti ” come li avevo battezzati ai tempi di scuola – che dopotutto, da poeti, sono riusciti a conquistare le antologie scolastiche e, forse, anche l’interesse dei lettori. Penso piuttosto a scrittori di prosa come Pratolini, Vitaliano Brancati, Raffaele La Capria, tanto per dire qualche nome – Calvino e Moravia mi sembra abbiano avuto vicende diverse e sono riusciti ad essere riconosciuti a livello più ampio e più ” popolare “. Il ” limite ” di un La Capria, ad esempio- se di limite si può parlare – è dato da una scrittura ” provinciale” che fa riferimento a fatti, cose e persone limitate a luoghi e situazioni ben definite.  Ma provate a leggere  Ferito a morte, il bellissimo romanzo, scritto e riscritto più volte da quel Dudù, che rimane il cantore più alto di un sentimento di napoletaneità, sentimento unico e ascrivibile ad una terra e ad un popolo e che allo stesso tempo sconfina in un sentimento più ampio, riconoscibile in ognuno di noi, quello che tocca la sfera delle emozioni e dell’introspezione. Il protagonista del libro, La Capria stesso, attraverso il flusso di coscienza – tecnica letteraria praticata da scrittori più noti universalmente, come Virginia Woolf – porta chi legge ad un coinvolgimento emotivo unico, le parole sono colore e pensiero, compongono un percorso mai lineare fatto di anfratti e nicchie, come sempre è il pensiero che vaga libero nella mente di chi è capace di pensare. Si fa fatica, all’inizio, a capire. La linea del tempo viene portata avanti e indietro continuamente – non si fa così quando si ricorda? – ma a partire da subito si viene abbacinati dai colori e dalla luce, dalle voci che Massimo De Luca ascolta in una giornata qualunque, dalla descrizione di una bella giornata. Al termine del libro viene voglia di rileggerlo subito perché il timore di aver perso qualcosa, di aver perso di vista coloro che hanno composto per una manciata di giorni – il tempo che ci vuole per leggere il romanzo, ma anche meno – un mondo fittizio e reale è un timore tangibile. Ci si distacca malvolentieri da Ferito a morte. Così poi viene da chiedersi come mai La Capria, a novantasei anni, sia conosciuto ai meno. Forse perché uno che ha scritto “La vita è ciò che ci accade mentre ci occupiamo d’altro ” non può ambire a molto credito, capaci di credere come crediamo che la vita è qui e adesso, fatta di banale concretezza, occupati come sempre a vivere altro, senza considerare quello che ci accade e senza volerne la consapevolezza.

Eredità

ereditàNascendo intaschiamo una parte di eredità non cercata che ci fa gli occhi azzurri come quelli della mamma, invece che marron come quelli del babbo. Oppure il vezzo di inclinare la testa da un lato nel caso di foto in posa, come faceva la mamma e come ritroviamo in uno dei figli. Eredità inconsapevoli e non cercate, appunto. Più tardi l’educazione, il lessico famigliare, le storie di famiglia, i racconti sentiti, i racconti vissuti costituiscono l’eredità che spesso ci industriamo a contestare, specie da molto giovani – salvo recuperare quasi tutto quando la ragione si fa esempio e parole per i frutti del grande albero che ci siamo preoccupati di far gemmare, nel frattempo. Quando poi l’eredità si accompagna ad eventi della storia e diventa l’eredità di un lembo di terra conteso, di famiglie che quel lembo di terra lo hanno coltivato da sempre, che lo hanno eletto a Patria, attribuendo alla parola una valenza che va la di là dei nazionalismi, allora vale la pena mettere al confronto la propria eredità con quella altrui, conviene addestrare se stessi alle conoscenze non solo parziali. La lettura del buon libro Eredità di Lilli Gruber, ha ” sistemato ” la mia conoscenza sulla questione delle terre irredente, sul sentimento di Heimat che risulta sconosciuto a molti di noi. La Gruber intreccia la sua storia famigliare a quella allargata del Sud Tirolo, in un unico racconto corale che costituisce la sua forte eredità morale e quasi fisica. Il narrato è scritto in un misto di giornalismo e di romanzo che fa scorrevole la lettura e crea interesse per le parti storiche vere e proprie. Da leggere senz’altro.

La grande festa

Qual è la ragione che spinge le donne a farsi cultrici della memoria della famiglia di sangue e di quella, allargata, degli amici e amiche che attraversano la vita di tutti? Pensavo:  le donne raccontano le storie andate ai bambini, ai famigli, se scrivono di ” mestiere ” ai lettori, facendo della memoria personale una favola collettiva, la testimonianza di una vita, di più vite. Gli uomini scrivono di altrettanto e diventano sedicenti storici, il lavoro viene valutato con un metro diverso e cattedratico. Le donne affabulano, gli uomini fanno la Storia. Così è la vita. Ma ritengo che a noi donne piaccia continuare quella tradizione che deriva dallo stare intorno ad un fuoco, al desco famigliare. Le donne sono capaci di raccontare e di ascoltare. Come ieri sera. Chi raccontava era Dacia Maraini a colloquio con Maddalena Tulanti – seconda anteprima ai Dialoghi di Trani – chi l’ascoltava un parterre composto in forte prevalenza da donne. Il libro in oggetto La grande festa, un racconto lungo della memoria di una donna che ha molto amato e molto conosciuto, il discorso mai interrotto con le persone della sua vita. morte ormai, persone che appartengono alla memoria personale dell’autrice, una memoria che si fa pubblica nel momento stesso in cui la si legge. La Maraini è una donna molto pacata e dolce, gli occhi azzurri, ridenti, in pendant con le sciarpe e gli accessori, strategicamente abbinati per far meglio risaltare i colori che le derivano dalla genetica famigliare. Una donna che ringrazia ogni volta che le si pone una domanda, che trova ogni domanda interessante. Vederla nuovamente è stato come reincontrare una vecchia amica. Nell’attesa del suo arrivo ai Dialoghi, ho acquistato il libro iniziandolo a leggere. Ne scriverò in seguito, ma già dalle prime pagine ho avuto l’impressione di conoscere quelle sensazioni. Sono parole di donna, quelle che fanno la Storia del mondo.

Un romanzo nel cassetto

Un po’ di pubblicità progresso. Per chi avesse interesse a questo tipo di tornei – sono esclusi quelli con velleità da Lancilotto 😀

” riparte il torneo letterario IoScrittore organizzato dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS).

Dopo il successo dell’edizione 2010, il Gruppo editoriale Mauri Spagnolrilancia nuovamente una competizione paritaria affidata alla rete che dia nuovamente luogo a una forte comunità di lettori e di scrittori in grado di dar vita a una sfida letteraria democratica e appassionata.
La scommessa ancora una volta è che siano gli autori, nei panni di lettori, ad avere l’ultima parola.

La prima edizione in cifre:

  • più di 1.500 opere partecipanti;
  • più di 20.000 giudizi espressi dai concorrenti nel doppio ruolo di scrittori e critici;
  • 25 opere selezionate per la pubblicazione in eBook;
  • 6 opere selezionate per la pubblicazione in edizione cartacea dalle case editrici di GeMS.

 

PARTECIPA!
Vai su www.ioscrittore.it, iscriviti e partecipa al Torneo Letterario

Oppure segnala ai tuoi amici
il Torneo Letterario IoScrittore scrivendo un post sul tuo blog

o promuovendolo su Facebook.
IoScrittore nuova edizione: che cosa cambia?
Puntiamo sui romanzi:
Le opere ammesse saranno soltanto romanzi, non più racconti o raccolte di racconti.

Con un numero maggiore di battute:

Il numero di battute è stato aumentato sia per gli incipit che per le opere (fino a un massimo di 60.000 battute, spazi inclusi, per l’incipit e di 500.000 battute, spazi inclusi, per l’opera completa)

Assegnati in un’unica manche:

Le due fasi avranno una manche unica: gli incipit, nella 1a fase, e le opere, nella 2a fase, verranno assegnate ai partecipanti all’inizio della fase. “

Per chi dovesse riuscire nell’impresa della pubblicazione di un romanzo, si ricordi che la prima dedica deve essere fatta alla segnalatrice! 😀