Ma come fanno gli scrittori

Non credo sia una novità assoluta asserire di avere a che vivere una stagione estiva fuori dell’ordinario, ondate di caldo più che africano si susseguono ad ondate di altrettanto caldo, se non di più! Così nelle appiccicose giornate si scivola in un totale e obnubilato rincitrullimento, e nel mentre il pensiero più intelligente che si affaccia alla mente è: Datemi da bere! Inondatemi d’acqua purché non abbia più voglia di scollarmi la pelle dal corpo! Così è. In un barlume di credibile e ragionante pensiero mi chiedo, ma gli scrittori come fanno? Come riescono a formulare frasi intelligenti e credibili co’ ‘sto caldo? Come fanno a mettersi seduti davanti ad un tavolo o/e un PC ed inanellare intrecci di interessante lettura futura? C’hanno la bagnarola piena di cubetti di ghiaccio a portata di piedi e di testa? Hanno vinto una lotteria che permette loro di pagarsi le bollette della luce, gravate da consumi stratosferici per l’uso smodato dei condizionatori sparati a palla? Sono a domicilio coatto al Polo Nord presso gli orsi, lontani cugini della buonanima nonna baffuta e pingue? A me non restano che le curiosità, oltre che il caldo, a meno che, qualche scrittore di passaggio, non voglia prendersi la briga di sollevarmi dai dubbi e dalle incertezze. Dal caldo non credo, mi sembra un’impresa impossibile!

Annunci

Stili adolescenziali

Nel gruppo di adolescenti che incontro per strada tutto è omogeneo, dai capelli tagliati trasversalmente con lo stesso stile, per ragazzi e ragazze, ai jeans stracciati con leggere varianti – ma tutti concorrenti di un quadro di Burri. Omogeneo anche il total black, tanto da sembrare un dolente gruppo da funerale. Anche il trucco dell’unica ragazza è pesante e nero pece, in pendant con abiti e compagni, pesanti segni di bistro a calcare occhi da cerbiatta e viso di bambina. Nessuno sembra a disagio in gramaglie, nessuno considera se stesso un portatore di diversità e dunque voglioso di mostrare a tutti la propria indipendenza dagli altri, adottando stili di vita e abiti diversi da quelli del gruppo. Se vige un obbligo severo nell’adolescenza dei gruppi è proprio l’omologazione degli stili. Peccato. Solo l’adolescenza ti permette ogni possibile digressione, tutto è giustificato dall’essere adolescente.

Pyrex

L’hit di stagione in fatto di t shirt è la maglietta bianca o nera sulla quale campeggia il logo Pyrex a prova di miope. Mi chiedo quale sia la dichiarazione di intenti di una scelta del genere. Indosso la maglietta Pyrex come se fossi uomo/donna sandwich in modo da risultare al soldo dei più famosi fabbricanti di tegami in vetro, resistenti alle alte temperature? Non credo, la Pyrex non ne avrebbe sicuramente un reale tornaconto. Metto la maglietta Pyrex per mostrare al mondo una mia presunta fragilità, paragonabile alla fragilità del vetro al quale si ispira? Ma il vetro Pyrex è davvero poco fragile e quando si rompe lo fa in modo curioso, aggregandosi in piccoli grumi rintracciabili, sotto i mobili, anche a distanza di anni. E allora ti spezzi aggrumandoti anche tu, giovanotto/a Pyrex? Al vetro l’ardua sentenza!

Influencer

shutterstock_80738290Malanno di stagione, l’influencer? Certo non si tratta di una malattia, né tanto meno di un monatto, uno spargitore di influenza nel senso più stretto dell’umana comprensione, ma trattasi di uno – una nella fattispecie, sono più le donne a rappresentare il ruolo – che influenza coloro che spesso meritano l’influenza – e stavolta si tratta di influenza in senso figurato. In pratica con una furbissima operazione di mercato tutti coloro che vendono merce – e devono venderla altrimenti gli rimane sul gobbo – pescano tra i blog scritti da quelle giovanette che meglio rappresentano la ” meglio ” gioventù vippaiola e modaiola – blog che naturalmente devono possedere dalla loro accessi con molti zeri a carico –  e le eleggono a ” influenzatrici ” se così si può dire – di modo che se Pallina non sa cosa mettersi addosso al matrimonio dell’amica oppure se deve comprare un paio di running e non può toppare sull’ultimo grido, pena l’esclusione sociale, allora si consulta con la monatta di influenza, sciorinando febbrilmente la pagine fotografiche di blog, Instagram e via  social enumerando in modo da non sfigurare nemmeno un po’. Niente di strano direte voi, è da sempre che i mercanti portano le loro carabattole nei pressi del tempio! Il fatto strano e, a guardare bene, anche leggermente insidioso è che quello che le influenzatrici veicolano non è solo immagine, non è solo copertina patinata, ma portano alla ribalta uno stile di vita basato sul nulla, su uno stereotipo sociale fatto di solo apparire. Così non viene influenzata, senza mezzi termini, l’idea di quello che devi indossare, ma anche di ciò che devi mangiare, di quello che devi vedere – quasi sempre i locali alla moda – della località dove andare in viaggio, con chi andare, quali i posti e le persone da frequentare. Fatto inquietante specie se ad essere presi di mira sono le persone più giovani, coloro che facilmente si lasciano influenzare. E ancora più strana e inquietante è l’operazione di sdoganamento che viene fatta in televisione con un garrulo Fabio Fazio che gioca – come sempre – a fare l’ignorante e si diverte, il garrulo, a fare domande idiote alla più social e fortunata delle influenzatrici, Chiara Ferragni, che vive tra Los Angeles, Milano e Barletta – dove dà lavoro a qualche fabbrichetta locale che produce roba con il suo marchio e che magari subappalta in nero alle cottimiste dei sottani che popolano la città – convive con Fedez, fa scherzi ai genitori che la guardano, dal parterre, con occhi adoranti e, udite udite è una imprenditrice che dà lavoro a venticinque giovani della sua specie. Alla radio, l’altro giorno, qualcuno ” traduceva ” il termine influencer con leader di opinione. Opinione di che cosa?

Perdindirindina!

gitaprimaparteCosa sconvolge più dell’idea stessa del partecipare alla gita scolastica, ops… viaggio di istruzione, come docente alle prese con ottanta dico ottanta brufolosi, se non l’idea stessa del partecipare –  sì va be’ non se ne può fare a meno e per fortuna siamo in otto? La partecipazione sconvolge, come no, ma la peggiore scoperta è quella di scoprire dalla viva voce della referente viaggi e trastulli (?! ) che l’albergo fornisce sistemazioni da tre letti non solo per i brufolosi – e già ma loro sono contenti – ma anche per le docenti – eccetto l’unico maschietto che godrà di vita propria – e grasso che cola se riesci a pizzicare due che non russano! Sto pensando ad una scusa plausibile per godere del pernotto in solitaria. Soffro di scabbia ossessiva compulsiva? Mi trasformo nottetempo in lupo mannaro americano a Londra? Sono Quasimodo di Notre Dame e la notte devo liberare la gobba? Aiuto!

Les jeux sont faits

fortuna ciecaIn una stamattina sonnacchiosa e post natalizia, post stefanina, e post l’ira di Giove, sono entrata in una tabaccheria per acquistare un francobollo. Convinta che le tabaccherie sono, per proprietà di linguaggio, i luoghi dove si compra il tabacco declinato in tutte le sue forme e poco altro, mi sono resa conto che tutto forniscono fuorché il tabacco o meglio, forniscono di straforo anche quello e tanto altro. Il tanto altro ha a che fare con il gioco, anche quello declinato in tutte le sue forme più moderne e astruse. E a differenza del sonnacchioso di fuori, nella tabaccheria, dietro un vetro – blindato? – due signore non più in età da non ho l’età, conducevano trattative febbrili. La controparte, una decina di altrettante agguerrite vetuste, un occhio alla tivù che sciorinava numeri che neanche il Fibonacci e un occhio al tagliando appena prodotto dalle croupiers, menavano all’aria come fendenti ambi, terni e quaterni su ruote singole, multiple e full game. Un delirio! Ho provato a mia volta ad aprirmi un varco per l’acquisto del francobollo e mi sono sentita rispondere: Non ne abbiamo, non ci conviene tenerli! Ma visto che c’è, vuole giocare qualche numero? Ma va’, va’!

Xmas blues

natale bluesSe avessi la capacità di scrivere una canzone, quella di Natale avrebbe le note scure di un blues. Come tutti gli anni in questo periodo  io falling in blues, appunto, come ben sanno gli habitué di questa casa virtuale. Fronteggio i panettoni al supermercato, il primo albeggiare di luci, decori, finta neve, renne e Babbi, i centometristi del regalo ad oltranza con un sano e pragmatico rifiuto del Natale stesso. Sul lettino di uno strizza cervelli alla domanda: perché? è probabile che possa venirmi spontaneo rispondere: perché no? Le luci, le atmosfere, l’affannarsi all’acquisto hanno quella patina di abbagliante che tanto assomiglia alle lucine di Natale, proprio quelle, ammiccanti nel buio, ma che al mattino mostrano tutto il filo verde di plastica che le sorregge nel percorso a spirale intorno al finto abete… ops, all’abete ecologico. Tutto così, finzione fino a santo Stefano. E nei giorni che precedono il clou dell’evento degli eventi ti ricordi ad un tratto che andar per la spesa quotidiana diventa una impresa di Giobbe, costretta tra le mille terribili vecchine carrello munite che si aggirano stupite tra montagne di panettoni in offerte speciale, incapaci di scegliere tra quello ricoperto di glassa mandorlata oppure quell’altro disseminato come un campo minato di appiccicoso cioccolato fuso. E così nella staticità delle scelte altrui che a volte rasentano Guiness dei primati, tu sempre di fretta maturi propositi di fuga al Polo Nord dove, al cospetto del titolare, sapresti come fare a convincerlo ad andare in pensione, considerando che ad occhio e croce l’età della ragione deve averla raggiunta da un pezzo. Insomma aspetto con ansia il post, visto che il pre mi bluesizza non poco!