Marystar in Wikipedia *

“ Si discuteva dei problemi dello Stato, si andò a finire sull’hashish legalizzato “ come diceva il “ poeta “? No, certamente no, ma dell’ultima sortita del ministro Bussetti sulla scuola e gli insegnanti del Sud, sì, perdindirindina! E nel farlo avevo bisogno di “ rinfrescare “ la memoria di alcune di noi sugli “ scompensi “ compiuti ai danni della scuola nelle precedenti legislature. Mi è capitato di linkare alla voce “ Mariastella Gelmini “ in Wikipedia.  Con molto stupore ho appreso della capacità della stessa ex ministra – nero su bianco, e in bella mostra sulla sua foto di “ copertina “- di performance ardite praticate con le distalità inferiori. Ma qualcuno, laggiù nella landa sconfinata dell’aggiornamento wikipediano, si è reso conto dello scantonamento in odore di Youporn, ai danni di Marystar? 🙄 Non si finisce mai di imparare! 🤪

* Aggiornamento di stamattina, 11 febbraio: la scritta sessista e volgare è stata rimossa dalla pagina di Wikipedia dedicata all’ex ministro. Al di là dell’orientamento politico, non posso che rallegrarmi  dell’avvenuta rimozione.

La Shoah raccontata da G.

Jewish Star of David. Jude Cemetery in Cracow Ghetto. Kazimierz district. Poland. Auschwitz and Holocaust metaphor. BYCZESTUDIO VIA GETTY IMAGES

Qualche giorno fa Italiano ha letto in classe un brano tratto da un romanzo incentrato sulla Shoah, così come l’ha vissuta una bambina, la protagonista. Non è stato possibile parlarne il giorno dedicato alla memoria – era domenica –  quindi la lettura è stata rimandata a ieri l’altro. I ragazzi attenti, più o meno, hanno seguito le vicende della bambina rinchiusa nella Risiera di San Sabba a Trieste, prima, poi deportata ad Auschwitz. Il racconto faceva riferimento alle cattiverie dei nazisti, al senso di impotenza dei prigionieri, un racconto “ edulcorato “rispetto alla realtà vera dei campi di concentramento e di sterminio. Italiano ha spiegato, sommi capi  – i ragazzi sono in seconda e la Shoah è programma di storia in terza media – la vicenda storica e umana delle persone internate, ha spiegato la valenza del ricordo e il perchè aveva letto quel racconto. La sua è stata una scelta mirata, compiuta sulla base delle indicazioni più recenti degli storici che “ consigliano “ la “ narrazione “- come è uso dire adesso nei salotti buoni della tv! –  della Shoah più che la visione di immagini o documentari oppure film sulla stessa. Quindi sì, è vero, il racconto avrebbe dovuto catturare l’attenzione dei ragazzi,  poichè parlava di una bambina della stessa età o di poco più piccola rispetto ai nostri, parlava di una realtà che stranamente i più non conoscevano, perlomeno non in quei termini. Alla fine della lettura, ci sono state diverse domande da parte dei ragazzi, qualcuno ha chiesto se fosse possibile fare una ricerca. Italiano ha deciso quindi di assegnare come compito per casa un riassunto del brano raccontato, con delle considerazioni incentrate sulle impressioni ricevute, su quanto era stato detto anche in classe. Ieri tutti volevano leggere il loro “ prodotto “. Anche G. ha chiesto la parola e – augh! – ha detto la sua. Non ricordo di preciso le parole, ma il “ succo “ è stato questo: la Shoah è una vicenda che è capitata tanto tempo fa, che vale la pena ricordare giusto alle scuole medie, poi è inutile ricordare, non serve a niente, perchè ai grandi non interessa, lui stesso non ne è rimasto particolarmente colpito.  Sconvolte ci siamo guardate e Italiano ha commentato a sua volta: G. neppure al peggior negazionista sarebbe venuto in mente un commento così! G. ha fatto spallucce e ha aggiunto: io la penso così!  Qualcuno ha chiesto: Prof chi sono i negazionisti? Cercate sul vocabolario! La risposta di una rattristata Italiano. Ci siamo poi confrontate, con la collega, su quanto accaduto. É chiaro che G. deve aver  “ percepito “ qualcosa a casa, dai discorsi fatti dai grandi deve aver capito quello che ha scritto. Ma noi avevamo fatto altri discorsi, avevamo calcato la mano sul fatto che nei campi i bambini non riuscivano a sopravvivere, erano i primi a morire, a meno che non erano parte di un qualche crudele esperimento. Avevamo detto  e ancora detto. Ripensandoci ora, sono arrivata alla determinazione che la Shoah non va solamente “ narrata “, ma va vista, in barba ai dettami dei dotti storici! Vanno visti i terribili documentari girati subito dopo la liberazione dei sopravvissuti nei campi, vanno viste le deportazioni, vanno viste tutte le nefandezze che i nazisti hanno compiuto. Solo così si può prendere coscienza dell’orrore, solo così è possibile ricordare senza dimenticare mai.

I musicanti di Brema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stamattina, a scuola, Musica ha messo a dura prova la mia percezione uditiva facendo suonare ai ragazzi, prontamente ribattezzati “ I musicanti di Brema “, quegli orridi strumenti di tortura che sono i pifferi di plastica dura – in realtà sono flauti a becco o dolci che dir si voglia, ma sempre orridi sono! Insomma dovevano eseguire brani pop, prima in assolo poi ensemble. G. l’alunno “ prezzemolo “, quello che tutto sa e tutto fa, per mostrare ai prof di essere stato diligente, a casa, nello studiare il brano assegnato, lo ha eseguito troppo velocemente. Con il tablet gli ho fatto ascoltare – in realtà la classe tutta ha ascoltato – qual era il giusto tempo di esecuzione. Al termine dell’ascolto C. ha chiesto < ‘ssore’ ascoltiamo i Beatles? >. Incenerito con lo sguardo il blasfemo, ho intimato < Non nominare il nome degli dei invano! >. Risate. Non hanno ascoltato i Beatles perchè l’ora è fuggita e Musica disperato, non è morto, ma ha ingiunto ai più di studiare meglio. Ora, a parte gli orridi aggeggi sonori, la cosa che tanto mi dispiace è notare quanto poco interessi la musica, l’esecuzione di brani musicali, alla maggior parte dei pulzelli. Da ragazzina non ho avuto la possibilità di studiare uno strumento musicale perchè non era previsto dalla normativa scolastica e tantomeno dalle idee dei miei genitori – semplicemente loro non ci pensavano e io non chiedevo. La mia prof di musica alle scuole medie – una bassottina piccina picciò, ma tanto tanto tosta – aveva il pallino dei cori scolastici(!) sicchè per tre anni abbiamo spaziato da “ la bella Gigogin “ a “ Va’ pensiero “, ma era la scuola pre riforma e non c’erano spartiti per i nostri denti! Loro, i pulzelli, potrebbero, ma la maggior parte non vogliono. Potrebbero seguire i corsi musicali pomeridiani di chitarra e pianoforte, ma se ne guardano bene – gli stolti non sanno quanto si cucca per il solo fatto di essere capaci di eseguire tre accordi in croce con la chitarra, sulla spiaggia, nelle sere d’estate! Volete mettere la soddisfazione di accompagnare se stessi mentre si stona la canzone del cuore? Per tutto questo non c’è prezzo, ma per tutto il resto ci si può sempre arrangiare ad essere ascoltatori a vita, sperando di non incappare nei musicanti di Brema.

Praticate la gentilezza

Immagine tratta da una articolo della rivista “ Vanity Fair “

Appena tornati a scuola, ieri, è ricominciata la litania, a scansione ravvicinata, dei “ Prof, posso andare in bagno “. Ora, benedetti  pulzelli, con il freddo polare che vige per decreto regio in una scuola chiusa per quindici giorni – e a niente serve rimettere in funzione il riscaldamento mezz’ora prima dell’apertura delle danze – cosa chiedete di uscire per il bagno che vi si gela tutto il sistema riproduttivo, non ancora produttivo? Ma fosse solo quello, la cosa che infastidisce tanto, la cosa che infastidisce me tanto, è il fatto che a nessuno viene mai in mente di chiederti    < Prof, per cortesia, posso andare in bagno? > Non so quale sia la ragione, anche i più educati non sanno cosa siano le formule di cortesia, non hanno mai interiorizzato le più elementari forme del vivere civile. Eppure a detta di alcuni genitori, interrogati a proposito, i propri figli sono un modello di educazione oxfordiana, salvo a scuola. Evidentemente tra i banchi si scatenano gli istinti primordiali, l’uscita per il bagno viene concepita come l’acquisizione di un diritto inalienabile e, dunque da non mettere in discussione pena la reiterata richiesta ogni due per tre. Quindi, poco prima delle vacanze natalizie, ho detto loro che se avessero voluto farmi una qualsiasi richiesta, la stessa avrebbe dovuto avere una premessa gentile, un per piacere oppure per cortesia, gentilmente obbligatorio! Quindi, stamattina, alla prima < Prof posso andare in bagno > senza annessa gentilezza non ho risposto. Poco dopo la stessa domanda mi è stata rivolta in maniera corretta. Ho chiesto al Pasqualino di turno se fosse meglio la prima opzione oppure la seconda. < Meglio la seconda! > ha asserito, senza una reale convinzione. Ho in mente di scrivere su un cartellone gigante “ Praticate la gentilezza! “ e di appenderlo in classe, come minaccia perenne alla loro maleducazione.

Incognite

Le iscrizioni scolastiche sono, per le segreterie,  come le contrattazioni del calcio mercato a Milanello – almeno dal punto di vista della contabilità nuda e bruca…i numeri per intenderci! Cambia il punto di vista se hai di fronte un genitore che deve iscrivere il frutto dei propri lombi nella tua scuola.  Quante mani ho stretto in questo periodo, quanti occhi ansiosi di mamme ho guardato e quante rassicurazioni sono uscite dalla mia bocca? Tante vi assicuro e non sono stata la sola a prestare ascolto e a tranquillizzare. Da mamma con un passato di figli da iscrivere ai vari ordini di scuola – delirio esaurito, per mia fortuna! – non potevo certo rifiutarmi di elencare, forse per la trecentesima volta, la bontà dei miei colleghi, e il tanto che di interessante e bello si può fare e vedere nella nostra scuola – molta verità, qualche piccola bugia a fin di calma ansia. Però, che succede a iscrizioni terminate? – oggi l’ultimo fatidico giorno per compiere il gran passo. Succede che entrano in gioco i contabili, quelli che non pensano alla scuola come ad un luogo abitato dalle otto e un quarto alle tredici e un quarto da persone, adulti e nani, no.  La scuola è un X numero, una incognita, stabilita a priori e calata dall’alto, da sacrificare sull’altare del risparmio di risorse, umane in questo caso. Più alunni si stipano in una classe e meno docenti avrà quella scuola, meno gente da impiegare. E non gli interessa niente, ai contabili, se in una classe con venticinque oppure ventisette ragazzi – che sono tanti vi assicuro, ma tanti, anche solo a guardarli e ad impararne i nomi e cognomi! – bisogna provare ad inserire una persona disabile e a volte anche due, più innumerevoli anime con Bisogni Educativi Speciali, e tanti casi che provocano le ansie materne e a volte – ma che a volte, sempre più spesso! – le intemperanze paterne. Gli uffici dei contabili sembrano mondi a sé, ai confini della realtà scolastica, una realtà dove si vive come in una festa a sorpresa, una realtà dove non sai mai qual è il fatto di cronaca che potrebbe vederti coinvolta in prima persona! Ma anche l’essere sfregiata o malmenata può essere utile e interessante, ci sarà sempre un presidente del consiglio a riceverti a palazzo!

Il racconto delle cose e dei fatti – adolescenti, ennesima puntata!

I ragazzi sono esseri curiosi, ma prevedibili nelle scelte.  Come sempre quando arriviamo in terza media, l’argomento cardine sul quale poi girano tutti i discorsi è l’adolescenza e i suoi ” disturbi “. Sui temi e sulle discussioni fatte in classe ho sempre raccontato con dovizia di particolari in anni non proprio recenti – sono ciclica e prevedibile anch’io: così come variano gli anni scolastici, apparentemente vario nel dire e nel fare e mi ” accomodo ” sugli argomenti di tendenza, ma gli argomenti si ripetono quasi uguali a se stessi e così i miei racconti – ma tant’è, senza divagare, parlavamo di adolescenza stamani in classe, e di tutto quello che ne consegue. Italiano, non più quello di un tempo, ma una collega più giovane e con figli ancora da tirare grandi, vive di prima mano le difficoltà di una preadolescente in famiglia con l’aggravante di ventisette preadolescenti  a scuola, da tirare anche quelli per le orecchie, come si vorrebbe fare, ma non si può. Così dall’esporre sul tema che sarà considerato tra qualche giorno, in un incontro pubblico contro la violenza sulle donne al quale parteciperà tutta la classe, siamo ” approdati ” sui ricordi dell’adolescente ” tardiva “, la me che cercava di inculcare nelle belle testoline di tutti, gli specchiati esempi di comportamenti corretti e di rispetto e di umana tolleranza verso quei poveri ” disgraziati ” genitori e in generale verso l’umanità tutta. Ho appena accennato a quanto fossi arrabbiata da adolescente e a quanto non mi piacessero le imposizioni, a quanto tutto fosse riconducibile ad un nero e bianco, senza mezze misure e senza colori. Ho evitato di dir loro che alcune scelte mi sono costate care, ma mi hanno aiutata ad essere come sono adesso. Erano tutti attentissimi e pieni di curiosità e di domande. Alla fine, ripensandoci, mi sono chiesta se avesse senso utilizzare le misure di protezione che usiamo anche con i figli, quel sostituirci ad oltranza che spinge figli adulti a comportarsi come ragazzini. Ma i discorsi fatti e quelli che faremo fanno parte del gioco delle parti, loro sono gli adolescenti e noi, per quanto ancora lungi dal ” diventare grandi “, siamo gli adulti dalle belle parole.

L’invasione delle cavallette

Chi osa dire a Mauro Felicori che il suo più ambizioso progetto, la rinascita della Reggia di Caserta, è a tutti gli effetti un vistosissimo flop? La cosa era nata sotto gli auspici più nefasti, almeno a sentire i sindacalisti tutti, detrattori, che avevano trovato da ridire sulla nomina di questo bolognese d’assalto che Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, aveva definito:

Davvero uno sfrontato, quel Mauro Felicori. Restare in ufficio ben oltre l’orario di chiusura. A lavorare, poi, e non a girarsi i pollici o bighellonare su internet. Decisamente troppo, per i corretti rapporti sindacali, un direttore che si impegna così: una lettera di protesta era il minimo che gli potesse capitare. Una lettera ufficiale spedita direttamente al capo supremo, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Lui, Felicori, un bolognese che da cinque mesi è stato messo alla guida di uno dei nostri tesori più inestimabili, la Reggia di Caserta, l’ha ricevuta «per conoscenza» giusto prima che la pubblicasse il Mattino di Napoli.

«Il direttore permane nella struttura fino a tarda ora senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura», hanno scritto i rappresentanti di sindacati quali Cgil, Uil e Ugl. «A rischio l’intera struttura!» Ma come non comprenderli? Arriva uno da Bologna, che nessuno ha mai visto né sentito, e vuole mettere tutti in riga. Decide che i custodi non possono più girare per la Reggia in borghese, senza divisa e senza nemmeno un cartellino di riconoscimento, com’è sempre stato. Si sveglia al mattino, e la prima cosa a cui pensa, confessa lui stesso, è la Reggia. E per far vedere che non è a Caserta per passare la villeggiatura non leva le tende neppure per il weekend. Stabilisce che i 150 (centocinquanta) addetti alla vigilanza non possono più circolare all’interno del parco con l’auto propria (!), ma dovranno servirsi di appositi veicoli con lo stemma della Reggia. Si permette addirittura di spostare qualcuno dei 230 dipendenti. Gli salta in mente perfino di abolire il tradizionale e sacro giorno di riposo del martedì, tenendo aperta la Reggia ben sette giorni su sette. Non bastasse, cova il progetto di riorganizzare il servizio (il servizio!) al solo vile scopo di attirare più visitatori e magari incassare qualche euro di più, meschino…

Insomma, un vero rompiscatole. Uno che prende sul serio il proprio incarico. Uno che appena mette piede a Caserta rimane imbambolato davanti alla maestosa bellezza della Reggia (quella di cui certi sindacalisti che sarebbero pagati proprio per difendere quella bellezza non si sono evidentemente mai accorti), e decide che la passione può fare la differenza.

Questo era successo e la differenza s’era vista immediatamente. All’inizio di giugno dello scorso anno, in gita scolastica, nonostante i lavori di restauro in atto in alcune parti della Reggia, avevamo notato sostanziali cambiamenti organizzativi. Alla Reggia entravi con ordine, con il divieto di portare zaini all’interno degli appartamenti visitabili- come succede in tutti i musei del mondo – con custodi attenti e senza che nei giardini ci fossero ambulanti ad approcciarti per la vendita delle solite chincaglierie. Ritornati sui nostri passi anche questa primavera, con la solita orda personale a carico, ecco che ci è sembrato riconoscere il vero volto del museo in meridione – un meridione circoscritto alla Terra di lavoro, così veniva chiamata Caserta dagli autocni. Eh sì, davvero lavorano in tanti alla Reggia, tra autorizzati e non, più i non che quelli regolari. All’interno dei giardini un’invasione di cavallette, che neanche alla corte del Faraone in Egitto ai tempi di Mosè! Venditori di collanine, calamite da frigo, spinner-cosi per rimbambire, anellini di vero finto nulla, venditori all’assalto dei ragazzi, in continuazione, appena si distoglievano gli occhi e ti allontanavi di poco ecco che ritornavano quelli che avevi mandato via poco prima gentilmente e poi via via sempre più arrabbiate, fino ad avere timore per noi stesse e per i ragazzi. E la solita lagna a condire l’approccio maleducato –  A casa ho un figlio che devono operare agli occhi, tengo famiglia, devo lavora’  – che a sentirli ti viene certamente voglia di dire Ti compro tutto, l’importante è che tu ti tolga dalle scatole, ma poi nessuno ti garantisce che quello non ritorni con ulteriore mercanzia. E l’arroganza di isolare con gli sguardi un unico ragazzo di colore che non riusciva neppure per caso ad avvicinarsi ai possibili compratori perché le cavallette razziavano e asfissiavano e correvano dietro agli sciami di inermi e ingenui compratori. E la cosa in sé forse non è neppure grave (?) se non per un’unica ragione – e questa è sì, gravissima cosa – le cavallette erano all’interno dei giardini, all’interno, sì, in beffa al fatto che per entrare nei giardini, per visitarli, si paga un biglietto, e le cavallette non avevano tesserini di riconoscimento, non avevano sicuramente pagato un biglietto, non erano autorizzati dunque, ma erano senz’altro incredibilmente lì, grazie all’accesso aperto e alla complicità di qualcuno che dovrebbe vigilare e non lo fa. Ma come si può pretendere l’ordine e la regolarità, se poi si entra alla Reggia con gli zaini – evidentemente il fatto di lasciarli in deposito è qualcosa di troppo complicato da realizzare nel tempo, con tutta la problematicità legata alla sicurezza che va a farsi bellamente a benedire! – e che nelle sale trovi personale vigilante che dire vigilante è offenderli nella propria intima essenza, sbracati, senza divisa, a malapena riconoscibili. Sarà veramente un problema raccontare tutto questo all’ingenuo bolognese che pensava di sconfiggere lo spirito becero e straccione dei discendenti borbonici, con lavoro e abnegazione.