E non abbiamo ancora iniziato!

Mi ha impressionato, e non poco, l’affermazione di A.  stamattina a scuola: Ci vuole tutto il caratteraccio di “ quella “ per far fronte ad un assembramento scolastico fatto di sole donne o quasi! – dove “ quella “ sta per una ben nota dirigente scolastica dal carattere decisamente sopra le righe, diciamo così.  Ora, non che abbia una particolare considerazione per la “ categoria “ alla quale appartengo di fatto; non mi piace avvallare comportamenti generalmente “ sciatti “ e dalla  tendenza a fare poco e male, che alcune di noi coltivano come fossero fiori rari. Tuttavia penso che siamo persone  e che certi modi di fare sono dettati dalla superficialità e dalla poca voglia di impegnarsi in qualcosa che si considera come un “ lavoro “ – e al nome “ lavoro “ potete dare una valenza qualsiasi, quella che più vi viene spontanea, per associazione. Dunque la superficialità nel fare le cose, un fare disdicevole, che non attiene, però, alla sola categoria insegnanti, ma che è riscontrabile, dati alla mano, in molti “ lavori “ – eccetto, forse, quei mestieri in cui se ti distrai ne va della tua integrità fisica oppure di quella delle persone che hai sotto i ferri, penso ai chirurghi, bontà loro. Tornando al “ caratteraccio “ della dirigente, sono convinta che applicare su larga scala modi di fare e di essere che rasentano la dittatura, siano controproducenti. Non abbiamo attraversato trent’anni di femminismo per arrivare ad essere le pessime copie di omuncoli qualsiasi. Fare del proprio modo di vita uno spauracchio per i più è solamente sterile desiderio di onnipotenza, la “ paura “ di non saper guadagnare il rispetto e la stima degli altri, se non attraverso il “ terrore “, da applicare soprattutto alle altre, le sottoposte, quelle che si considerano inferiori – mi chiedo se, nel momento in cui si partecipa e si vince un concorso da dirigente scolastico ti cambiano anche il cervello, in peggio, oltre che la qualifica! Tanta educazione e rispetto da applicare a larghe mani, la cura, in tutte le situazioni. Per i casi refrattari le fustigazioni corporali – scherzo! 😁

Grembiulini

Nelle foto scolastiche che le nostre mamme conservarono a futura memoria, foto rigorosamente in bianco e nero, noi bambine di allora avevamo l’espressione stupita di chi provava meraviglia che qualcuno potesse avere voglia e tempo di interessarsi a noi, facendoci un ritratto tutte assieme e con la maestra a fianco. Neri i nostri piccoli grembiuli di scuola elementare, con colletti bianchi e fiocchi blu. Ricordo un particolare del colletto, si poteva rimuovere con facilità perché  era attaccato al grembiule con dei bottoncini nascosti, così che la mamma, all’occorrenza, poteva lavarlo senza dover necessariamente lavare anche il grembiule. La differenza, tra una divisa e l’altra, stava proprio nei colletti. Qualche bambina era dotata di colletti più larghi del normale, magari ricamati o di pizzo. C’era sempre, nonostante il desiderio di uniformare, desiderio che nasceva dall’impostazione di non creare differenze, il “ pensiero divergente “ di qualche mamma che invece voleva, con il ricamo o il pizzo, rimarcare la differente possibilità economica – i colletti di pizzo erano senz’altro più costosi di quelli di piqué. E ancora ricordo la bambina con i capelli rossi, che sedeva nel banco davanti, che indossava un gran colletto bianco, molto più grande del normale del quale andava fiera. Una mattina, su quello stesso colletto, vidi vagare un puntolino nero. La mia compagna di banco mi diede di gomito e sottovoce, in un orecchio, mi disse: É un pidocchio! Fui ben felice di avere un piccolo colletto bianco non abitato da esseri in cammino. Erano tristi quei grembiulini, così neri, seri, sotto le nostre facce ridenti, sopra le nostre ginocchia mai veramente pulite, ginocchia quasi sempre sbucciate dai giochi di strada. Ebbi ancora, da adolescente, camici bianchi sulle minigonne, all’istituto d’arte, dove, da allieva della sezione ceramica, lavoravo l’argilla al tornio o decoravo inutili oggetti che portavo a casa, orgogliosa per averli forgiati e decorati. I camici dovevamo portarli sempre e comunque, in fondo non ne eravamo dispiaciute ci davano l’idea di una professione che per alcune di noi sarebbe arrivata poco dopo. Solo ai ragazzi erano concesse deroghe, salvo quando dovevano svolgere  i laboratori, come noi e con noi. La necessità di non sporcarmi di grafite mentre disegnavo planimetrie, e prospetti e sezioni – AutoCad sarebbe arrivato molto più in là –  nello studio tecnico dove lavoravo da ark arrivò più tardi, finita l’accademia di belle arti. I “ miei “ muratori, le maestranze che accoglievamo a studio, mi guardavano vestita di bianco e, divertiti, avevano l’impressione di avere a che fare con un medico. Dalle tasche del mio camice spuntavano sempre, coloratissimi, “ attrezzi da lavoro “, righelli, matite e colori. Ho portato il “ grembiulino “ dunque, fino all’età della ragione, senza che me potessi lamentare e con la differenza, rispetto ad altri con lo stesso indumento, che ad indossarlo ero io, con il mio essere uguale per appartenenza sociale al genere umano e diversa per il mio esserlo rispetto a tutte le altre persone del mondo, così come diversi siamo tutti. Non è un grembiulino che rende uniforme una classe di bambini, non si mascherano le differenze sociali e non, che ognuno porta con sè. Se l’intento del “ macaco da balcone “ è quello di livellare l’appartenenza sociale, allora sappia che ci sarà sempre una mamma qualsiasi a infilare, sul grembiulino, un colletto di pizzo che differenza fa. Se invece la storia è un’altra, se il dibattito pubblico è impostato sui pro e sui contro, perché così il macaco può far stornare i pensieri di tutti dai problemi veri che impegnano le ansie di chiunque in Italia, strategia “ finissima “ per chi come lui macaco è, per indole e pensiero, allora la faccenda è un’altra. Il grembiulino lo metta lui, avvezzo com’è all’uso improprio di divise altrui.

Lu Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu

Santuario del santissimo Crocifisso – Galatone ( Lecce )

Come da copione, la settimana scorsa ero in viaggio di istruzione: mete predestinate Galatone e Lecce. ( Il ricordo dei trascorsi scolastici gitaroli precedenti ti prende sempre al ritorno, quando ormai la frittata è fatta e tu sei più sbattuta delle uova della frittata! Com’è la storia che ti eri detta la volta prima? Mai più viaggi di (d)istruzione e invece… rieccoti lì alle sei e un quarto del mattino a contare pecore sparse! Per fortuna stavolta ci è venuta in soccorso la dea necessità che presiede l’ingegno e invece di un pulmone avevamo due pulmini separati! Così una parte delle alunne chiacchierone è stata epurata su un mezzo e il resto della banda Bassotti sull’altro. ) Quasi da non credere, all’andata, all’aria pacata e tranquilla dei più, da non credere al fatto che nessuno avesse particolari esigenze fisiche e/o idrauliche – mi viene da vomitare, devo andare in bagno, posso bere, quando ci fermiamo, quando arriviamo… la regola sempre, stavolta meno. A Galatone – la città del galateo, eh, mica necci! –  ci aspettava un gentile omino in abito blu e cravatta, a raccontarci la storia di quell’esposizione che abbiamo visitato in lungo e in largo. Il tema della mostra, le macchine di Leonardo. Ora, è vero che siamo nell’anno di Leonardo Da Vinci, è vero che forse ai ragazzi potevano anche interessare le macchine da guerra pensate dal Da Vinci, ma che l’omino ce le abbia marinate in tutte le salse solo perchè lui, l’omino stesso, le ha costruite seguendo le istruzioni del buon Leo, centotrenta macchine dicasi centotrenta, moltiplicate per tre ore intense di spiegazione mi è sembrata una faticaccia pazzesca, soprattutto tenere viva l’attenzione dei pulzelli attratti più dai telefonini non “ sequestrati “ che dalle spiegazioni dell’omino in blu. Lo stesso ha magnificato la sua opera fornendo dettagli tecnici sulla costruzione, sui costi – questa macchina mi è costata tredicimila euro! e alla mia domanda come finanzia i suoi progetti? mi ha rifilato un “ risorse personali “ alle quali credo come si può credere alla befana vien di notte! Terminato il percorso con un laboratorio del sapone – che manco Leonarda Cianciulli! – e consumati il quintale di panini a seguito, ci siamo diretti in quel di Lecce capitale – dellu Salentu, mica dell’Italia! – attraversando un paesaggio che mi ha sconcertata e rattristata non poco. Avete presente tutto quel gran parlare che non porta a nulla, a nessuna soluzione, sulla xylella fastidiosa? Non ci si può rendere conto della portata della calamità se non si attraversa la campagna salentina. Gli alberi di olivo sono completamente secchi! E non uno o due o tre,  tutti, per chilometri, non mostrano il minimo segno di vita o vitalità o ripresa. Una sensazione terribile di disastro manifesto! Lecce e il suo barocco, con tutta la confusione di gitanti come noi e turisti e auto, chè il centro storico è tutt’altro che chiuso al traffico, ha messo a dura prova la nostra capacità di riportare a casa tutti gli alunni sani e salvi. Che dire di Lecce? Molto, ma molto, ipercommentata, ipervalutata, in eccesso. Abbiamo riattraversato le moltitudini per rientrare, con pasticciotti e pasticcioni a seguito. L’errore più grande è stato riunire il gruppo classe. Hanno cantato tutto il tempo, a memoria, di tutto! E invece quando li interroghi, grasso che cola se ricordano qualcosa! Il prossimo viaggio di istruzione? Mai più! ( ipse dixit )

Lessico famigliar/scolastico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia seconda è una classe di fastidiosi chiacchieroni, egocentrici e molto molto infantili. Spesso, come tutti i preadolescenti – non tutti ma quasi, spero – si attivano a fare qualcosa prima che entri in funzione il cervello, e quel qualcosa è invariabilmente un atto realmente sciocco e senza senso. Per dire, durante la ricreazione P. prende da un banco l’evidenziatore di A. e se lo infila nelle mutande – o giù di lì! Orrore da parte di A. che, strillando come un’aquila, chiede a noi, presenti nell’aula ma a distanza banco/cattedra, di essere vendicata. Che P. abbia un approccio da Rocco Siffredi nei confronti delle compagne non ci è dato di sapere, ma dubito che l’intenzione sia stata quella – P. è una specie di nanetto, tutto reale stupidaggine. Su insistenza dell’offesa la testa di P. è stata offerta al capo su un piatto d’argento e P. ha terminato la settimana a casa, sospeso dalle lezioni per una manciata di giorni. Parlando alla classe dell’ evento capitato e non solamente di quell’evento in particolare, mi è venuta in mente una parola che mio padre diceva a proposito dei gesti senza senso, sciocchi quanto basta per potersene pentire in seguito, “ la fatuegna “. La fatuegna è uno stato della persona cretina che non è abituata al ragionamento, applicabile almeno all’ottanta per cento dei componenti della mia classe esuberante. Sicchè ogni volta che uno dei tanti compie una cretineria, il mio commento ad alta voce è: Cos’è questa? Fatuegna prima puntata? E via così, fino ad arrivare all’altra mattina. Il giochino della fatuegna impegna quelle che, ragazze quasi sempre, ridacchiando seguono le vicende scolastiche e mi suggeriscono i numeri delle puntate. L’altra mattina Geografia, sgomenta di fronte all’ennesima sciocchezza, mi ha guardata. Dal banco di fronte al mio si è alzata la voce di M.: Prof cos’è, fatuegna decima puntata? L’ho guardata, ho guardato Geografia spiegandole brevemente il “ giochino “ e in risposta alla domanda, scoraggiata da cotanta stoltaggine le ho detto: No M. siamo ormai arrivati alla seconda stagione. Seguono ulteriori approfondimenti sulla stagione appena iniziata! Da scriverci un libro, sulla fatuegna!

Marystar in Wikipedia *

“ Si discuteva dei problemi dello Stato, si andò a finire sull’hashish legalizzato “ come diceva il “ poeta “? No, certamente no, ma dell’ultima sortita del ministro Bussetti sulla scuola e gli insegnanti del Sud, sì, perdindirindina! E nel farlo avevo bisogno di “ rinfrescare “ la memoria di alcune di noi sugli “ scompensi “ compiuti ai danni della scuola nelle precedenti legislature. Mi è capitato di linkare alla voce “ Mariastella Gelmini “ in Wikipedia.  Con molto stupore ho appreso della capacità della stessa ex ministra – nero su bianco, e in bella mostra sulla sua foto di “ copertina “- di performance ardite praticate con le distalità inferiori. Ma qualcuno, laggiù nella landa sconfinata dell’aggiornamento wikipediano, si è reso conto dello scantonamento in odore di Youporn, ai danni di Marystar? 🙄 Non si finisce mai di imparare! 🤪

* Aggiornamento di stamattina, 11 febbraio: la scritta sessista e volgare è stata rimossa dalla pagina di Wikipedia dedicata all’ex ministro. Al di là dell’orientamento politico, non posso che rallegrarmi  dell’avvenuta rimozione.

La Shoah raccontata da G.

Jewish Star of David. Jude Cemetery in Cracow Ghetto. Kazimierz district. Poland. Auschwitz and Holocaust metaphor. BYCZESTUDIO VIA GETTY IMAGES

Qualche giorno fa Italiano ha letto in classe un brano tratto da un romanzo incentrato sulla Shoah, così come l’ha vissuta una bambina, la protagonista. Non è stato possibile parlarne il giorno dedicato alla memoria – era domenica –  quindi la lettura è stata rimandata a ieri l’altro. I ragazzi attenti, più o meno, hanno seguito le vicende della bambina rinchiusa nella Risiera di San Sabba a Trieste, prima, poi deportata ad Auschwitz. Il racconto faceva riferimento alle cattiverie dei nazisti, al senso di impotenza dei prigionieri, un racconto “ edulcorato “rispetto alla realtà vera dei campi di concentramento e di sterminio. Italiano ha spiegato, sommi capi  – i ragazzi sono in seconda e la Shoah è programma di storia in terza media – la vicenda storica e umana delle persone internate, ha spiegato la valenza del ricordo e il perchè aveva letto quel racconto. La sua è stata una scelta mirata, compiuta sulla base delle indicazioni più recenti degli storici che “ consigliano “ la “ narrazione “- come è uso dire adesso nei salotti buoni della tv! –  della Shoah più che la visione di immagini o documentari oppure film sulla stessa. Quindi sì, è vero, il racconto avrebbe dovuto catturare l’attenzione dei ragazzi,  poichè parlava di una bambina della stessa età o di poco più piccola rispetto ai nostri, parlava di una realtà che stranamente i più non conoscevano, perlomeno non in quei termini. Alla fine della lettura, ci sono state diverse domande da parte dei ragazzi, qualcuno ha chiesto se fosse possibile fare una ricerca. Italiano ha deciso quindi di assegnare come compito per casa un riassunto del brano raccontato, con delle considerazioni incentrate sulle impressioni ricevute, su quanto era stato detto anche in classe. Ieri tutti volevano leggere il loro “ prodotto “. Anche G. ha chiesto la parola e – augh! – ha detto la sua. Non ricordo di preciso le parole, ma il “ succo “ è stato questo: la Shoah è una vicenda che è capitata tanto tempo fa, che vale la pena ricordare giusto alle scuole medie, poi è inutile ricordare, non serve a niente, perchè ai grandi non interessa, lui stesso non ne è rimasto particolarmente colpito.  Sconvolte ci siamo guardate e Italiano ha commentato a sua volta: G. neppure al peggior negazionista sarebbe venuto in mente un commento così! G. ha fatto spallucce e ha aggiunto: io la penso così!  Qualcuno ha chiesto: Prof chi sono i negazionisti? Cercate sul vocabolario! La risposta di una rattristata Italiano. Ci siamo poi confrontate, con la collega, su quanto accaduto. É chiaro che G. deve aver  “ percepito “ qualcosa a casa, dai discorsi fatti dai grandi deve aver capito quello che ha scritto. Ma noi avevamo fatto altri discorsi, avevamo calcato la mano sul fatto che nei campi i bambini non riuscivano a sopravvivere, erano i primi a morire, a meno che non erano parte di un qualche crudele esperimento. Avevamo detto  e ancora detto. Ripensandoci ora, sono arrivata alla determinazione che la Shoah non va solamente “ narrata “, ma va vista, in barba ai dettami dei dotti storici! Vanno visti i terribili documentari girati subito dopo la liberazione dei sopravvissuti nei campi, vanno viste le deportazioni, vanno viste tutte le nefandezze che i nazisti hanno compiuto. Solo così si può prendere coscienza dell’orrore, solo così è possibile ricordare senza dimenticare mai.

I musicanti di Brema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stamattina, a scuola, Musica ha messo a dura prova la mia percezione uditiva facendo suonare ai ragazzi, prontamente ribattezzati “ I musicanti di Brema “, quegli orridi strumenti di tortura che sono i pifferi di plastica dura – in realtà sono flauti a becco o dolci che dir si voglia, ma sempre orridi sono! Insomma dovevano eseguire brani pop, prima in assolo poi ensemble. G. l’alunno “ prezzemolo “, quello che tutto sa e tutto fa, per mostrare ai prof di essere stato diligente, a casa, nello studiare il brano assegnato, lo ha eseguito troppo velocemente. Con il tablet gli ho fatto ascoltare – in realtà la classe tutta ha ascoltato – qual era il giusto tempo di esecuzione. Al termine dell’ascolto C. ha chiesto < ‘ssore’ ascoltiamo i Beatles? >. Incenerito con lo sguardo il blasfemo, ho intimato < Non nominare il nome degli dei invano! >. Risate. Non hanno ascoltato i Beatles perchè l’ora è fuggita e Musica disperato, non è morto, ma ha ingiunto ai più di studiare meglio. Ora, a parte gli orridi aggeggi sonori, la cosa che tanto mi dispiace è notare quanto poco interessi la musica, l’esecuzione di brani musicali, alla maggior parte dei pulzelli. Da ragazzina non ho avuto la possibilità di studiare uno strumento musicale perchè non era previsto dalla normativa scolastica e tantomeno dalle idee dei miei genitori – semplicemente loro non ci pensavano e io non chiedevo. La mia prof di musica alle scuole medie – una bassottina piccina picciò, ma tanto tanto tosta – aveva il pallino dei cori scolastici(!) sicchè per tre anni abbiamo spaziato da “ la bella Gigogin “ a “ Va’ pensiero “, ma era la scuola pre riforma e non c’erano spartiti per i nostri denti! Loro, i pulzelli, potrebbero, ma la maggior parte non vogliono. Potrebbero seguire i corsi musicali pomeridiani di chitarra e pianoforte, ma se ne guardano bene – gli stolti non sanno quanto si cucca per il solo fatto di essere capaci di eseguire tre accordi in croce con la chitarra, sulla spiaggia, nelle sere d’estate! Volete mettere la soddisfazione di accompagnare se stessi mentre si stona la canzone del cuore? Per tutto questo non c’è prezzo, ma per tutto il resto ci si può sempre arrangiare ad essere ascoltatori a vita, sperando di non incappare nei musicanti di Brema.