Noi che c’eravamo

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Gli eventi della Storia attraversano le nostre vite sempre, travolgendole, in alcuni casi, in altri limitandosi a trovare spazio nella memoria collettiva e personale di quelli che c’erano. Il 16 marzo del ‘78 ero a casa per le vacanze di Pasqua. Non c’erano lezioni da seguire, in Accademia, a Firenze. C’era solo la voglia di essere a casa, di stare con quello che poi sarebbe diventato il mio compagno di vita, c’era tutto questo e ci bastava. Ad un tratto alla radio furono interrotti tutti i programmi e con un comunicato lapidario sapemmo che Aldo Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse. Ci guardammo sgomenti e pensai, in quel momento, che sarebbe scoppiata una guerra civile. Non erano tempi leggeri quelli che abbiamo vissuto allora. Avevo viaggiato per i quattro anni precedenti con una piccola medaglia al collo sulla quale era indicato il mio gruppo sanguigno, perché temevo, nel viaggiare in treno, di incappare in un qualche attentato, come era successo già troppe volte, temevo di saltare in aria, nel peggiore dei casi, oppure di rimanere ferita e quella della medaglietta era una specie di scaramanzia, un amuleto per aiutarmi a pensare che nulla, forse, mi sarebbe capitato. Discutemmo quel giorno della follia di un atto così plateale, ci chiedemmo mille volte il perché. Aldo Moro non era una persona che avremmo votato, non apparteneva al nostro modo di pensare alla politica come parte del possibile, non vi appartenevano neppure le Brigate Rosse. L’uccisione della scorta di Moro colpiva quegli uomini che avevano dovuto indossare una divisa, a differenza nostra che avevamo avuto il privilegio della scelta, quella di poter studiare, loro agnelli sacrificati sull’altare della follia stragista. Dopo sapemmo dare risposte, in parte, ai nostri perché. Molto tempo è passato da allora, ma Esterno notte di Marco Bellocchio ha riportato alla memoria il buio di quel tempo, ha letto l’umana vicenda di Aldo Moro e della sua famiglia con lo stesso sgomento e dolore che appartiene alle donne e agli uomini comuni, la cui storia non si leggerà mai sui libri.

Sepolcri

Andria, camposanto – archivio fotografico personale


Andare con calma per i viali alberati di cipressi, nella parte più antica, ti induce a porre maggiore attenzione alle epigrafi. In altri tempi non si dedicava ai morti solo il ricordo e la pietà, ma le parole più alte accompagnavano il nome della persona cara e non solo la generalità terrena e le date, a stringere la vita passata tra un inizio e una fine, così come d’abitudine adesso.
Spesso si raffigurava in un bassorilievo anche la storia della persona amata e perduta o, in un tutto tondo, un angelo in pietra a vegliare il sonno eterno. Commuove la dedica di una madre rimasta senza affetti per la perdita del figlio piccino e del compagno di vita. Quanto le sarà costato non andare per sempre con loro?

Leggo due righe

Leggo due righe su un fatto che è accaduto nei giorni scorsi, che forse muore lì e invece, forse, potrebbe essere un brutto segnale, perché l’onorevole Maurizio Gasparri ha proposto di conferire personalità giuridica all’embrione.
Se davvero attuata, questa innovazione, sarebbe la premessa per accusare di omicidio le donne che scelgono l’interruzione volontaria della gravidanza, fino ad oggi garantita per legge, anche se spesso resa difficoltosa dal dilagare dell’ obiezione di coscienza.
Quello che i contrari all’aborto non considerano è che togliere alle donne la tutela ospedaliera di una decisione spesso drammatica significa non abolire l’aborto, ma ricacciarlo in quella clandestinità sordida e rischiosa che una legge illuminata era finalmente riuscita ad abolire, tra l’altro con una costante diminuzione dei casi – e questo lo dimostrano le statistiche.
Spetta ad ogni donna la decisione se vuole o no diventare madre e deve poterla prendere in condizioni che tutelino la sua dignità, in un momento spesso drammatico. L’intenzione di abolire il male dell’aborto risolverebbe solo in un male peggiore, rendendo la scelta più rischiosa, togliendola agli strumenti del chirurgo per restituirla al ferro da calza della mammana.
( Corrado Augias durante la trasmissione “ Rebus “ del 23 ottobre 2022 )

 

Memorabile

Colleghe Senatrici, Colleghi Senatori,

rivolgo il più caloroso saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Aula. Con rispetto, rivolgo il mio pensiero a Papa Francesco.

Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato.

Il Presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: “Desidero esprimere a tutte le senatrici ed i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita”.

Rivolgo ovviamente anch’io un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove Colleghe e a tutti i nuovi Colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest’aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.

Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.

Incombe su tutti noi in queste settimane l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore…una follia senza fine.

Mi unisco alle parole puntuali del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “la pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino”.

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva.

In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica.

Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!

Il Senato della diciannovesima legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai 18 ai 25 anni, ma soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a 200.

L’appartenenza ad un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio.

Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con “disciplina e onore”, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse.

Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica “alta” e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.

Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte.  E il popolo ha deciso.

È l’essenza della democrazia.

La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le Istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.

Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.

Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica.

In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi.

E anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte Costituzionale ed alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.

Il pensiero corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su “sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”, che erano state l’essenza dell’ancien regime.

Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla “Repubblica”: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli !

Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria.

Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date “divisive”, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica?

Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.

Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo.   Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auspici.

Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento.

Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.  

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.

Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col Governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anziché ridursi. In questo senso avremo sempre al nostro fianco l’Unione Europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.

Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.

Senatrici e Senatori, cari Colleghi, buon lavoro!

Liliana Segre, senatrice a vita, il 13 ottobre 2022

La guerra di Piero ( una ballata con disegni )

Se solo una ballata e una manciata di disegni avessero il potere di cancellare le guerre da ogni dove del mondo ( prima su tutte quella che ci preoccupa maggiormente, in Ucraina, con prove generali di guerra atomica in atto ) sarei disponibile a postare ogni giorno, per sempre, disegni e parole, sempre quelli, come atto scaramantico perpetuo, per scongiurare e per inibire pensieri e azioni di morte.
I disegni sono di A. il riccioluto e bellissimo ragazzo blu, alunno d’altri tempi, fatti di getto mentre lui e i suoi compagni ascoltavano “ La guerra di Piero “ di De Andrè.

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi
Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente
Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue
E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore
Cadesti in terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chiedere perdono per ogni peccato
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato un ritorno…

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi
Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente
Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve
Fermati Piero, fermati adesso
Lascia che il vento ti passi un po’ addosso
Dei morti in battaglia ti porti la voce
Chi diede la vita ebbe in cambio una croce
Ma tu no lo udisti e il tempo passava
Con le stagioni a passo di giava
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera
E mentre marciavi con l’anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue
E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore
E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia
Cadesti in terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chiedere perdono per ogni peccato
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci in inverno
E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi

( La guerra di Piero, Fabrizio de André 1966 )

Il Patatoso

Presa da furor sacro – simile a quello che muoveva le gesta della (in)dimenticata Marie Kondo… ve la ricordate, no, quella curiosa signora che aveva come unico obiettivo il KonMari o del riordino felice? – insomma emula dei diktat konmareschi mi sono attrezzata a far diventare carta da macero un bel po’ di circolari scolastiche vetuste come il cucco, agende che ricordavano le guerre puniche – esagero, suvvia! – e altre reminiscenze in formato carta scritta. Nel separare i fogli usati di un’agenda del 2014, da quelli buoni per fare i pizzini, in fondo alla pagina del dieci marzo trovo scritto “ Sei brutta Sei propio tu “. L’autore del piccato giudizio, il Patatoso! Che tenerezza nel ricordarlo e che carattere il mio dolce D.!
Ad ogni mio invito a fare secondo una regola, mi opponeva regolarmente una volitiva negazione e quando non riusciva a spuntarla, di nascosto mi sottraeva l’agenda e scriveva frasi che dovevano punirmi, Sei brutta, Sei cattiva, salvo poi pentirsi e chiedermi imbronciato di aiutarlo a fare qualcosa, in segno di rappacificazione. Di lui ho parlato molte volte nei post del 2014. Quello fu il suo ultimo anno di scuola media e aveva tredici anni, adesso, fatti due conti, ne ha ventuno. Un adulto che la società condanna ad un’eterna adolescenza senza che possa in autonomia cercare casa, pensare ad un futuro condiviso, così come è capitato a Milano qualche giorno fa.
La diversità spaventa, in qualsiasi modo si manifesti, ancora di più se si svela in maniera apparente, così da costringere i molti a fare confronti e paragoni, in modo da costringere gli stessi molti a rifiutare una diversità che li arricchirebbe. Davvero triste.

Nadia

Fu il caso che combinò la nostra conoscenza. La pensione in cui eravamo alloggiate – “Rosa Thea “, romantico nome per definire un posto piuttosto caotico, gestito da una famiglia di friulani affezionati al buon Chianti – affacciava su una tra le tante belle piazze di Firenze, grande e verde di tigli, piazza Indipendenza. Sotto il naso di Bettino Ricasoli un gruppo di ragazzi americani giocava ogni giorno con un frisbee e noi ogni giorno eravamo ferme a guardare, mentre parlavamo del tempo che passava e degli esami, gli ultimi, che ci avrebbero portate fuori da quella piazza e da quel tempo da ragazze. La pensione aveva camere per due persone, due letti, un lavandino e un bidè nascosti da un paravento, un armadio da condividere, un piccolo tavolo per studiare. Io vi arrivai dopo aver cambiato alloggio innumerevoli volte, ormai pronta per tornare a casa di lì a poco. Mi ci portò Maria Grazia, ospite fissa della pensione da tempo. Accettavano, i friulani, solo ragazze, tali eravamo, sembrava di stare in collegio. La domenica si stava tutte assieme in una delle stanze più grandi, a preparare pranzi che non prevedevano cotture, ad ascoltare storie di amori complicati, di amori corrisposti, di amori distanti, di amori comunque. Tu eri la mia coinquilina, Nadia, scelta dal caso. Venivi dall’Iran e come te, allora, a Firenze, ce n’erano tante di ragazze e tanti ragazzi, di famiglie sicuramente benestanti che pensavano così di garantirvi un futuro lontani da un paese dove la situazione politica non era tra le più chiare. Quando ti chiesi di raccontarmi la tua città, Teheran, e dello scià e di come viveva la tua famiglia, prendesti dall’armadio le foto che ti eri portata in Italia e mi mostrasti i tuoi cari, la bella villa dove abitavate, lontani dalla miseria e dal clamore delle proteste contro quello che allora era un regime, ma che non lasciava presagire ciò che sarebbe stato dopo. Eri bella allora, Nadia, lo sarai ancora adesso, ne sono certa. Avevi capelli lunghi e neri, non coperti da veli, vestivi come me, vivevi come vivevo io. Rimaneva, però, il retaggio della tua religione, presente nel guanto di spugna che rimaneva perennemente poggiato sul bidè. Quando te ne chiesi la ragione, mi rispondesti che il guanto ti serviva per lavarti i genitali, ché per religione non potevi toccare a mani nude. Mi faceva un po’ arrabbiare il fatto che avevi l’abitudine di infilare nell’armadio comune i tuoi stivali appena levati, certo non puliti e sicuramente non odorosi, ma bastava aprirlo, quell’armadio, quando tu non c’eri e mi sembrava, quello che facevi, un peccato veniale, da poterti perdonare. Ogni pomeriggio uscivi per andare a studiare, così mi raccontavi, dal tuo ragazzo, un fiero persiano antico nell’aspetto, insieme eravate davvero belli. Un giorno, ricordo ancora il tuo imbarazzo, mi raccontasti che avevi fatto all’amore con il tuo ragazzo per la prima volta, ma temevi di rimanere incinta. Mi chiedesti come fare per non cacciarti nei pasticci, quali anticoncezionali usare, come fare per procurarteli. Di lì a poco ti trasferisti definitivamente a casa del tuo persiano e di te non ho saputo più nulla. In seguito, quando il tuo paese entrò in quella spirale di ossessione maniaco-religiosa che dura ancora e che sembra non avere fine, mi sei sempre venuta in mente. E quando sento di quelle ragazze, così come eravamo noi, e vedo di come sono torturate e uccise e di quanto livore e odio verso le donne persegue il governo di fascisti che il tuo paese ha adottato, vestendosi di un credo religioso che serve solo per reprimere e ammazzare, allora cerco di immaginarti. Mi chiedo se vivi ancora qui, al sicuro, libera di essere te stessa, oppure sei tornata nel tuo paese, se hai una figlia, se lotti perché tu e lei possiate essere consapevoli del vostro destino, senza che altri decidano per voi. Mi piace pensare che tu possa aver continuato a scegliere, come facesti allora chiedendomi di aiutarti, mi piace crederti in lotta insieme alle altre donne, con fatica e terrore. Ché la lotta delle donne è più dura, sotto tutti i cieli, ché quello che le donne conquistano costa lacrime e sangue, sempre.

Vanno, anche le cose vanno…

Da uno a dieci quanto sarebbe stato “ conveniente “ aggiungere voce alle mille voci che hanno imperversato in ogni dove, in ogni luogo, in ogni storia, aggiungere voce alle voci che hanno raccontato di covid e scuola e storie personali e guarigioni e esperienze in tempi di covid? Insomma, ho taciuto. Perché insopportabilmente infastidita, perché insopportabilmente occupata ad occuparmi di non essere contagiata, perché non ci fossero contagiati in casa e in altri luoghi, amen. Così le cose sono andate, con cambiamenti tanti, con impedimenti, con imposizioni di impedimenti ad altri: di fatto classi intere da impedire, con ragazzi a distanza oppure in vicinanza, straniamento nel fare lezione ad una manciata di persone in una scuola di fatto vuota. Le cose sono andate. Spesso con grande fatica, sempre per abitudine – ché è possibile abituarsi anche a situazioni “ estreme “.
Da uno a dieci quanto sarebbe stato conveniente estremizzarsi ancora e ancora, per chissà quanto altro tempo?
È così che ho pensato di scrivere all’omino dell’ ufficio scolastico regionale, al signor Inps, per chiarire con loro, uno su tutti, il pensiero di pensarmi diversamente occupata altrove, invece che in un’aula scolastica. Sono al terzo giorno di quella condizione che chiamano “ essere in pensione “.
Al momento tutte le cose vanno…

Ma la mente mi autorizza a credere
Che una storia mia, positiva o no
È qualcosa che sta dentro alla realtà…

Ragazze

Mi capita spesso di pensare a te, specie quando ho in mente quelle canzoni che hanno punteggiato i nostri anni insieme. Erano parole che mandavamo a memoria e le cantavamo nelle notti delle nostre uscite, sempre fuori, sempre per strada, impossibile per noi rimanere nella stanza dove si viveva e dove ci eravamo conosciute. Il caso ci aveva fatte incontrare, entrambe in cerca di un posto dove dormire. Avevamo trovato, tramite un annuncio su “ La Nazione “, il letto gemello nella stessa stanza. Tu venivi da Londra dove avevi fatto la ragazza alla pari, avevi necessità di studiare la lingua, volevi provare a fare la hostess. Io ero iscritta all’accademia di belle arti, corso di scenografia, volevo provare a fare cosa, non so. A pelle ci siamo trovate giuste e comunque non avevamo scelta, eravamo lì e non sapevamo dove altro cercare un posto per vivere. Ricordo la tua prima affermazione “ Scusami se non sono molto espansiva, ma ho mal di denti “ detta a una che di mal di denti aveva una certa esperienza. Così, facendo considerazioni di quanto male facesse il trapano del dentista, più del mal di denti stesso, cominciò la nostra storia. Ti feci parlare tanto, facendoti domande infinite sulla tua vita londinese, su quello che facevi a Firenze mentre aspettavi di cambiare la tua vita in meglio. Alla fine mi confermasti quello che sapevo per esperienza, il mal di denti era stato dimenticato. Così, in quella stanza essenziale, abbiamo lasciato una parte di noi, una parte di una storia che torna, difficile da dimenticare.