Ragazze

Mi capita spesso di pensare a te, specie quando ho in mente quelle canzoni che hanno punteggiato i nostri anni insieme. Erano parole che mandavamo a memoria e le cantavamo nelle notti delle nostre uscite, sempre fuori, sempre per strada, impossibile per noi rimanere nella stanza dove si viveva e dove ci eravamo conosciute. Il caso ci aveva fatte incontrare, entrambe in cerca di un posto dove dormire. Avevamo trovato, tramite un annuncio su “ La Nazione “, il letto gemello nella stessa stanza. Tu venivi da Londra dove avevi fatto la ragazza alla pari, avevi necessità di studiare la lingua, volevi provare a fare la hostess. Io ero iscritta all’accademia di belle arti, corso di scenografia, volevo provare a fare cosa, non so. A pelle ci siamo trovate giuste e comunque non avevamo scelta, eravamo lì e non sapevamo dove altro cercare un posto per vivere. Ricordo la tua prima affermazione “ Scusami se non sono molto espansiva, ma ho mal di denti “ detta a una che di mal di denti aveva una certa esperienza. Così, facendo considerazioni di quanto male facesse il trapano del dentista, più del mal di denti stesso, cominciò la nostra storia. Ti feci parlare tanto, facendoti domande infinite sulla tua vita londinese, su quello che facevi a Firenze mentre aspettavi di cambiare la tua vita in meglio. Alla fine mi confermasti quello che sapevo per esperienza, il mal di denti era stato dimenticato. Così, in quella stanza essenziale, abbiamo lasciato una parte di noi, una parte di una storia che torna, difficile da dimenticare.

Piccole donne

Millet, Jean Francois (1814-1875): The Gleaners Paris Musee d’Orsay *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Le donne che sono state, nella mia famiglia, parte attiva di un mondo che non è fatto di sola casalinghitudine, sono il mio continuo monito, esempio lineare di comportamento. Nonna Rosaria, madre massima, donna di tantissimo carattere e di decisioni estreme e irreversibili, sposò giovanissima un orfano, altrettanto giovane e soprovveduto, che le fece fare dieci figli. Figli non tutti maschi, figlie anche, da sorvegliare e da sistemare in maniera adeguata. Il marito, mio nonno, partì per la guerra d’Africa, e lei che di figli aveva esperienza cominciò ad aiutare altre donne a partorire, si proclamò ostetrica pur non avendone titoli, ma per competenza. Fece da balia a tanti bambini del paese, fece la contadina aiutando sua madre, la bisnonna, che era esperta e pratica di mezzadria e comandava su uno stuolo di aiutanti, mestiere che praticò in mancanza d’uomini tutti impegnati nella “ sacralità “ di una guerra che ne lasciò parecchi morti o dispersi. Le figlie di Rosaria, mia madre e le sue sorelle, non ebbero modo mai di oziare in casa, che nella casa di mia nonna c’era sempre uno stuolo di bambini più piccoli da accudire, un terreno da andare a spigolare, un orto da zappare, una tela da tessere o ricamare – quest’ultime attività erano state il grande “ privilegio “ concesso a mia madre, di costituzione “ delicata “, inadatta alla vita dei campi come la sorella più grande. Mia madre sposò un uomo che venne da lontano, almeno per la misura del tempo, mio padre. Insieme si “ inventarono “ un mestiere, un commercio, affidato ad una ragazza di paese che non sapeva nulla del mondo, che praticò per tutta la vita con l’indole della ribelle, con interesse e passione e curiosità. Quando lasciò il suo lavoro costretta  dalla circostanza della sua malattia, quando fu obbligata a non essere parte attiva di quel mondo che aveva creato dal nulla, cominciò a morire disperandosi per non poter più essere la donna che era stata. Intorno a me ho sempre avuto loro, la mia fonte inesauribile di esempi concreti. Non ho mai pensato a me stessa come ad una persona che doveva dipendere da qualcuno, uomo padre o marito che fosse. Da piccola vedevo mia madre lavorare e provvedere in ugual misura a tutti noi in famiglia, mille cose da fare tutti i giorni, e mi “ faceva strano “ veder passare per strada l’amico di mio padre che invece, con una moglie casalinga, si recava a fare la spesa disponendo dei mezzi economici adeguati per farlo, ma impedendo di fatto che fosse la moglie a decidere gli acquisti da fare, il cibo da mangiare, una sudditanza dettata solo dalla dipendenza economica e sociale, dalla mancata emancipazione di una persona nata  “ disgraziatamente  “ femmina in un mondo volto al maschile. Pensavo a tutte le donne che ho amato, a tutte le donne che avrebbero voluto costrette e limitate e invece, per una serie di circostanze non lo sono mai state. Pensavo a questo disgraziatissimo reflusso di idee, del ritorno al mondo di una mentalità gretta che vuole le donne sottomesse a ruoli di comprimarie, del voler ad ogni costo reprimere e soffocare ogni indipendenza femminile da parte di maschi che hanno disprezzo per le loro compagne, che ripetutamente violentano in mille modi, che ripetutamente uccidono. Pensavo a quante donne non credono in quello che sono e in quello che fanno o che tentano ogni giorno di fare, perchè c’è qualcuno che dice loro che se sono state violentate è da verificare se non si tratta di un fenomeno di isterismo, che il loro ruolo sociale è quello di procreare a tutti i costi e se chiedono tutela politica perchè un maschio, di cui si sono fidate, le ha sbeffeggiate pubblicamente mettendo in piazza i loro affari privati,  be’ cosa vogliono, se la sono cercata. A questi pensieri mi dico, allora, fortunata.  Fortunata dell’essere nata da una generazione di piccole donne forti, fortunata dell’essere quella che sono, la nipote di Rosaria, la figlia di mia madre.

Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio!

Adele Faccio ed Emma Bonino – manifestazione degli anni 70 del Novecento.

Le ragazze che andavano in sposa nell’Ottocento avevano come monito assoluto, sulle camicie della prima notte di nozze ricamato tutto intorno al pertugio praticato ad arte, quello che per gli uomini che le avevano sposate  era una “ garanzia “, per le ragazze stesse il divieto di pensare a sė come corpo in senso stretto. “ Non lo fo per piacer mio “ serviva ad annullare ogni possibile pensiero carnale, semmai ci fosse stato, e quel “ ma per dare un figlio a Dio “ la certezza per gli uomini di continuare la stirpe, una discendenza terrena fatta di figli maschi, se possibile, da pretendere sempre. Dunque erano gli uomini a disporre dei corpi femminili, le donne concorrevano ad assecondare qualcosa che era ritenuto proprietà esclusiva dei padri prima, dei mariti dopo. Passaggi di consegna di una “ femmina “, capretti da portare al macello per un rituale arcaico, una festa pagana per celebrare il “ dio maschio “. È passato del tempo, le donne hanno capito molto, hanno fatto tanto per se stesse, ma è cambiato sostanzialmente qualcosa? Se decido di piantare un uomo, compagno o marito che sia, per incompatibilità di carattere, perchè è un uomo violento, perchè mi sono innamorata di un altro uomo, devo aspettarmi di morire per questo? Succede che ci siano “ buone “ possibilità che finisca di vivere per mano “ amica “ perchè da donna non posso decidere di me stessa, perchè non posso essere autodeterminata nella scelta di stare lontana da quell’uomo che mi professa amore eterno e mi uccide. E mi uccidono due volte quando una sentenza della corte d’appello diminuisce la condanna, in termini di pena detentiva, per una “ tempesta emotiva “ dell’uomo che, dopo appena un mese di conoscenza, pretendeva di avere su di me, sul mio corpo, potere assoluto. Succede che se decido di non portare a termine una gravidanza, perchè magari frutto di una violenza carnale o comunque perchè non è quello il momento in cui desidero essere madre, negli ospedali ai quali mi rivolgo ci sono medici maschi obiettori di coscienza, e dunque padroni di decidere che io, quel grumo nel mio grembo, devo farlo diventare un bambino non voluto, non amato perchè non desiderato. Il non essere madre mi trasformerà in una reietta, in una persona non degna di considerazione, perchè sono stata io a decidere di me stessa. Per contro se è un maschio a costringermi all’aborto è accettabile il suo punto di vista, condivisibile da qualsiasi altro maschio. Se sono nata in un paese africano o del medio oriente, il mio destino sarà quello di una donna mutilata, i miei genitali ricuciti, evirati, ridotti,  per rendermi “ controllabile “ sessualmente. Esempi limite? Non direi, basta guardarsi intorno, basta leggere la cronaca quotidiana. Il diritto e la libertà di scegliere in autonomia tutto quanto riguarda il proprio corpo è un diritto fondamentale e inalienabile, che qualsiasi essere umano dovrebbe avere. Autogovernare se stesse, la propria persona, senza che ci siano maschi padroni, padri e mariti e compagni a decidere per te dovrebbe essere l’imperativo per tutte le donne, giovani o vecchie che siano.

Per approfondire:

La battaglia tutta al femminile per la body autonomy non smette di dividere (anche sui social)

Why body autonomy is The future of feminism 

La Shoah raccontata da G.

Jewish Star of David. Jude Cemetery in Cracow Ghetto. Kazimierz district. Poland. Auschwitz and Holocaust metaphor. BYCZESTUDIO VIA GETTY IMAGES

Qualche giorno fa Italiano ha letto in classe un brano tratto da un romanzo incentrato sulla Shoah, così come l’ha vissuta una bambina, la protagonista. Non è stato possibile parlarne il giorno dedicato alla memoria – era domenica –  quindi la lettura è stata rimandata a ieri l’altro. I ragazzi attenti, più o meno, hanno seguito le vicende della bambina rinchiusa nella Risiera di San Sabba a Trieste, prima, poi deportata ad Auschwitz. Il racconto faceva riferimento alle cattiverie dei nazisti, al senso di impotenza dei prigionieri, un racconto “ edulcorato “rispetto alla realtà vera dei campi di concentramento e di sterminio. Italiano ha spiegato, sommi capi  – i ragazzi sono in seconda e la Shoah è programma di storia in terza media – la vicenda storica e umana delle persone internate, ha spiegato la valenza del ricordo e il perchè aveva letto quel racconto. La sua è stata una scelta mirata, compiuta sulla base delle indicazioni più recenti degli storici che “ consigliano “ la “ narrazione “- come è uso dire adesso nei salotti buoni della tv! –  della Shoah più che la visione di immagini o documentari oppure film sulla stessa. Quindi sì, è vero, il racconto avrebbe dovuto catturare l’attenzione dei ragazzi,  poichè parlava di una bambina della stessa età o di poco più piccola rispetto ai nostri, parlava di una realtà che stranamente i più non conoscevano, perlomeno non in quei termini. Alla fine della lettura, ci sono state diverse domande da parte dei ragazzi, qualcuno ha chiesto se fosse possibile fare una ricerca. Italiano ha deciso quindi di assegnare come compito per casa un riassunto del brano raccontato, con delle considerazioni incentrate sulle impressioni ricevute, su quanto era stato detto anche in classe. Ieri tutti volevano leggere il loro “ prodotto “. Anche G. ha chiesto la parola e – augh! – ha detto la sua. Non ricordo di preciso le parole, ma il “ succo “ è stato questo: la Shoah è una vicenda che è capitata tanto tempo fa, che vale la pena ricordare giusto alle scuole medie, poi è inutile ricordare, non serve a niente, perchè ai grandi non interessa, lui stesso non ne è rimasto particolarmente colpito.  Sconvolte ci siamo guardate e Italiano ha commentato a sua volta: G. neppure al peggior negazionista sarebbe venuto in mente un commento così! G. ha fatto spallucce e ha aggiunto: io la penso così!  Qualcuno ha chiesto: Prof chi sono i negazionisti? Cercate sul vocabolario! La risposta di una rattristata Italiano. Ci siamo poi confrontate, con la collega, su quanto accaduto. É chiaro che G. deve aver  “ percepito “ qualcosa a casa, dai discorsi fatti dai grandi deve aver capito quello che ha scritto. Ma noi avevamo fatto altri discorsi, avevamo calcato la mano sul fatto che nei campi i bambini non riuscivano a sopravvivere, erano i primi a morire, a meno che non erano parte di un qualche crudele esperimento. Avevamo detto  e ancora detto. Ripensandoci ora, sono arrivata alla determinazione che la Shoah non va solamente “ narrata “, ma va vista, in barba ai dettami dei dotti storici! Vanno visti i terribili documentari girati subito dopo la liberazione dei sopravvissuti nei campi, vanno viste le deportazioni, vanno viste tutte le nefandezze che i nazisti hanno compiuto. Solo così si può prendere coscienza dell’orrore, solo così è possibile ricordare senza dimenticare mai.

Stella Diana

Foto di Enrico Finotto, astrofilo

Solo qualche anno fa – nel 2013… nel 2013?!? Sono già passati tanti anni??? – in occasione della nascita del piccolo Valerio nipotino della nostra Lilla e blog nipotino acquisito, Maggie Mae commentava:

Le nascite dei bimbi mi mettono sempre di ottimo umore! E quanto alle amicizie nate tramite il blog sono amicizie vere, perchè dietro al monitor siamo tutte persone vere! E forse se ci siamo trovati e ci siamo scelti, anche a km di distanza un motivo ci sarà!

Adesso, oggi, che Maggie è diventata mamma della piccola Diana avrà un motivo più grande, una ragione specialissima per essere di ottimo umore! Piccola stella luminosa, tenerissima Diana, sei la benvenuta nella nostra blog famiglia di persone vere. Mi piace pensarti come l’astro luminoso che appare nel cielo notturno, rubando luce alla Luna, l’ultima stella a brillare      ancora prima dell’alba. Sei nata subito dopo la mezzanotte ad illuminare la vita della tua mamma e del tuo papà, continua ad essere per loro una stella Diana, un astro luminoso nel centro della notte. Benarrivata, dolcezza!

 

A voce alta nella giornata della memoria

7e6302c1-1be8-46d2-979d-f7450d6d4a17Le parole necessarie per ricordare spesso hanno il carattere delle parole comuni; a volte più sono semplici, più immagini sollecitano nella mente di ognuno di noi.

via A voce alta nella giornata della memoria

Affermarsi

Gianluca Palazzolo- Rattingan Glumphoboo

L. era il biondino che abitava al piano di sopra. Più grande di me di qualche anno, sembrava non accorgersi di nulla intorno, assorto com’era su se stesso, quando rientravamo da scuola. Lui era già al liceo e non ricordo se, incrociandoci per le scale per l’ora di pranzo, ci fosse stata maniera di scambiarci un saluto, un cenno del capo. Credo proprio di no. Era il più piccolo di fratelli già grandi e di genitori già anziani, almeno così mi sembravano allora. Gente timorata di Dio, avevano in casa uno zio prete che abitualmente camminava anche di notte. Sapevamo che Monsignore era sveglio per il curioso rumore che facevano le sue scarpe, una specie di cigolio, che si ripeteva continuamente ad ogni passo, con grande fastidio per noi che stavamo al piano di sotto. Una sera sentimmo arrivare l’ambulanza. Pensammo subito allo zio prete, colui che in apparenza era messo peggio. Sentii mia madre bisbigliare < Povero ragazzo! > L. aveva provato ad uscire di scena nel peggiore dei modi, tagliandosi le vene. Qualche giorno fa G. mi ha raccontato la storia di una sua conoscente, una persona che non vedeva da tempo. Leggendo il suo necrologio, quella mattina, mi aveva poi riferito il modo che la donna aveva utilizzato per suicidarsi. Aveva affittato una stanza d’albergo e, come L., si era tagliata i polsi. Quest’ultima non aveva avuto nessuno che la salvasse in extremis. Riflettevo sulla modalità scelta da entrambi, riflettevo sulle possibili “ cause “. In un adolescente le decisioni sono repentine e quasi sempre non ragionate. Il nihilismo di un ragazzo non è mai supportato da una visione ragionata del mondo che non si conosce, dalle esperienze che non si sono fatte. Tutto è senza mezze misure, tutto nero o tutto bianco e, nel bene o nel male, si sceglie. Gli adulti ragionano, sanno com’è vivere, la fatica del quotidiano, il peso greve delle esperienze e scelgono, nel “ bene “ per se stessi o nel “ male “ per chi rimane a compiangere, scelgono il gesto eclatante, apparentemente senza ragione. Entrambi affermano se stessi agli occhi degli altri, entrambi dicono < Ci sono >. Perchè a questo servono le “ rotture “, gli strappi del vivere, ad affermarsi come persone e null’altro.