Il rumore della solitudine

Come si elabora un lutto? Come ci si riesce se sei poco più che bambino, ebreo, nei mesi immediatamente successivi alla tragedia collettiva delle Torri Gemelle? Tu abiti a due passi da lì e la tua vita si affaccia su Central Park, una vita che risulta incomprensibile ai più e invece è il fulcro dell’esistenza di quel padre che è letteralmente volato via da una delle Torri. Perchè la sindrome di Asperger ti fa sensibile e geniale, ma senza remore, senza attrezzatura per elaborare il lutto, per autoassolverti e imparare a vivere. Il tema di fondo del bel film ” Molto forte incredibilmente vicino “ è questo. Tratto dal secondo romanzo di Jonathan Safran Foer, il film racconta realmente del viaggio in una New York piena di rumori che confondono la solitudine di Oskar Schell, il protagonista ragazzino –  interpretato da un eccezionale Thomas Horn. Oskar sa che non deve arrendersi, non deve smettere di cercare come se questo fosse il diktat, l’imperativo testimoniale del padre che non c’è più. A smorzare la solitudine del ragazzo per un periodo limitato c’è l’Inquilino, muto protagonista che cerca di aiutarlo senza riuscirci, ma che di fatto si rende parte coinvolta di una coppia davvero singolare. Il film è davvero bello e intenso.  Commuove lo strappo interiore del bambino, il suo arrovellio geniale, il rapporto con il suo e l’altrui mondo. Sullo sfondo, come un regalo prezioso, scorci di New York inediti e remoti, come se fosse un altro mondo, un altro paese. Una frase detta nel film mi ha particolarmente colpita, Oskar dice: Le storie vanno condivise. E noi tutti, qui, lo sappiamo benissimo. 🙂

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Temo/ Tema

Se ci pensi temo non è il maschile di tema. Maschili se li articoli con il determinativo, ma diversi per genere a causa della desinenza; il primo verbo – voce del verbo temere, prima persona singolare dell’indicativo presente – il secondo termine sostantivo maschile – ma c’è anche la possibilità del verbo declinato ancora al congiuntivo, che io tema, e all’imperativo, tema! Ma torno al sostantivo: la scrittura cambia solo per una vocale e sembra uno strano scherzo. Temo il tema? Sì, se non so come impostarlo, se non sono capace di eseguirlo, se non so come vestirlo, o giocarlo. Quanti significati per un solo tema temuto! Temo il timore di temere? Temo di sì. Ne scriverò un tema. ( Non vi impressionate, non sono ancora pazza! 😀 A scuola Italiano ha spiegato, per grammatica, il nome. Ho preso qualche appunto mentre i ragazzi ascoltavano. Lo so, i colleghi sono cattivi maestri! 😆 )

Andy to Henry: “Oh, you know so much. Teach me a fact a day and then I’ll be as smart as you.”

Cominciamo con i sigari. Quando ha girato il primo film con il sigaro?

Vediamo… Ricordo che passai il week-end in campagna assieme ad alcune persone chiamate i Carstairs e a Jasper Johns. Tornai in città domenica pomeriggio senza incontrare altri. Mi pare fosse nel ‘63 o nel ‘64. Decisi così di chiamare Andy che stava girando un film. Mi recai sul set e gli chiesi che film stava girando. Mi rispose «un film su di te». Io stavo fumando un grosso sigaro. Ero anche al verde… in cerca di quattrini. Chiesi quanto sarebbe durato il film. Un’ora e mezza, mi rispose. Poi chiesi che cosa avrei dovuto fare. Nulla, mi disse… devi solo sederti e fumare il sigaro. Mi sedetti così sul bordo del divano e vi rimasi per 45 minuti, cioè per tutta la durata del caricatore della macchina da presa, che era stata presa a noleggio. Era la prima volta che Andy girava per 45 minuti di seguito e fu quindi un vero e proprio esperimento per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Rimasi stupito perché Andy non si mise dietro la macchina da presa, né si curò di suggerirmi qualcosa. Mi piazzò davanti la macchina, la azionò, fece alcune telefonate e tornò poco dopo facendomi dei cenni con la mano. È stata un’esperienza formidabile. Innanzitutto perché l’ora e mezza del film trascorse in un attimo. Ma soprattutto perché, dopo, vedendo il film, mi resi conto che Andy è davvero un grande ritrattista e che se fa sedere qualcuno davanti a una macchina da presa senza dirgli che cosa fare, questi finisce col fare di tutto… esibisce il suo intero repertorio. Io mi esibii in tutti i gesti che mi contraddistinguono. Dopo, quando ho visto il film, mi sono reso conto pienamente di quanto… sono megalomane… nonché del fatto che tutte le cose che si cerca di nascondere saltano fuori attraverso il film.

( Da una intervista con Henry Geldzahler, in The Autobiography…)

 Self Portrait

Sulla questione morale…

«I partiti sono diventati macchine di potere»   

 

 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.

«I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».

"I partiti non fanno più politica! La si faceva nel ’45 , nel ’48 e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, scontri di idee ma illuminate da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie socrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del Paese e di interpretarla.Oggi non è più così, i partiti hanno degenerato… i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente: idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passioni civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune…

I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai-tv, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il Corriere della Sera cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa faccia una così brutta fine… Il risultato è drammatico. Tutte le ‘operazioni’ che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito e della corrente o del clan cui si deve la carica…

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati… Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti"

(Enrico Berlinguer intervistato da Eugenio Scalfari su La Repubblica, 28 luglio 1981).

A jamais…

Il sogno era ricorrente… mi trovavo al limitare di un costone roccioso a strapiombo sul mare in burrasca.

Il vento impetuoso mi schiaffeggiava i capelli… la giacca svolazzava intorno al mio corpo.

Con le mani infilate nelle tasche sembravo a mio agio in tanto impeto… osservavo, poco più in là la casa… era fatta di pietra con il tetto di torba. Una porta colorata in azzurro e finestre, piccole come occhi, sulla brughiera.

 

 

Intorno un paesaggio perso nella bruma d’autunno… il terreno stopposo e brullo, in lontananza piccole colline ed avvallamenti. Ancora più dietro, quasi al confine del sogno, un faro ad illuminare le luci indefinite del pomeriggio che sfumava nella sera.

Osservavo tutto questo con un senso d’attesa…

Mi svegliavo il più delle volte con il desiderio di continuare a sognare… quel senso d’attesa mi accompagnava per tutto il giorno.

Il paesaggio, la casa, mi facevano pensare alla terra d’Irlanda… solo in quel luogo dovevano esserci segni così evidenti di irrealtà, di staticità temporale… continuamente mi ritornavano alla memoria questi elementi come fissi in una foto ingiallita dal tempo e slabbrata lungo i bordi.

Partii per l’Irlanda in autunno.

Dovevo, per lavoro, raggiungere un gruppo di colleghi a Dublino. Per una serie di circostanze mi ritrovai solo per un giorno.

Tutta la città mi era sconosciuta ma l’idea di visitarla non mi attirava… mi era stata riservata un’auto con la quale avrei potuto viaggiare a mio piacimento. Decisi così di avviarmi lungo la costa del nord dove, così mi avevano indicato in albergo, avrei trovato alcuni villaggi interessanti da fotografare.

Il vento forte portava aria salmastra verso l’interno. Mi fermai a guardare il mare agitato… sentivo sulla pelle l’aria pungermi come piccoli aghi. Riconoscevo la sensazione di forza che traevo dal respirare quell’odore antico di alghe e vecchie corde marcite.

In un pub, dove mi fermai per una breve colazione, notai una serie di foto ingiallite dal tempo appese alla parete. Una in particolare attirò la mia attenzione. Nel guardarla mi sembrava di vivere il sogno… erano la casa e il faro che ricorrevano nelle mie notti… il paesaggio brumoso era riconoscibile.

Chiesi notizie alla donna che mi aveva servito al tavolo.

Mi disse che la foto risaliva a diverso tempo addietro… era un dagherrotipo degli inizi del Novecento.

Quando le domandai notizie del luogo mi rispose che sia la casa che il faro erano stati abbattuti perché abbandonati da tempo.

Deluso mi feci comunque indicare la località e mi accinsi ad uscire… la donna scosse la testa e aggiunse che sarebbe stato meglio non andare in quel posto, era solo una landa deserta e brulla…

– Niente di interessante da visitare… mi disse la donna, quasi mormorando, nel suo inglese stentato.

Il luogo era ancora più a nord rispetto al villaggio, quasi al limite estremo di quella terra così aspra. La strada si snodava tortuosa tra la colline di torba…ad un tratto una bruma fitta mi impedì di vedere… rallentai per trovarmi, poco dopo, immerso nel sogno.

 

 

La casa era lì, dove era sempre stata… scorgevo poco distante il faro.

La sua luce intermittente illuminava la nebbia dandole un colore alonato di giallo e arancio.

Sentivo l’ansia crescermi dentro…ero meravigliato e allo stesso tempo consapevole del fatto che avevo trovato finalmente il luogo della mia illusione.

Mi avvicinai lentamente alla casa e socchiusi la porta azzurra…la stanza era come l’avevo lasciata, immersa nella penombra del pomeriggio… la luce del caminetto rischiarava la zona dove Angel sedeva. Il suo volto era rivolto verso le fiamme e leggeva… si girò nel sentirmi arrivare e mi sorrise dolcemente.

La grande poltrona, consumata dall’uso, conteneva il suo corpo minuto fasciato di tessuto di lana azzurra, dello stesso colore della porta da cui ero entrato.

I lunghi capelli, un manto castano dorato sulle sue spalle, gli occhi verdi amorevoli fissi sulla mia persona.

 

– Mio amore…

Angel mi fece cenno di avvicinarmi tendendo la sua mano verso di me. Le parole erano state dette in celtico, una lingua che conoscevo da tempo immemorabile. Chiuse il libro appoggiandolo su un tavolino dove bruciava una candela… mi abbassai su di lei e le sfiorai lentamente gli occhi con le labbra…

– Mio amore… la salutai ripetendo il suo saluto.

Mi inginocchiai ai suoi piedi… Angel iniziò il suo racconto…

– Ti ho atteso così a lungo… sembravi uscito dal sogno.

La guardavo… era lei la mia ansia, la mia voglia di continuare a sognare…

– Molte volte ti ho cercato nella brughiera ma spesso la bruma mi impediva di vedere… vagavo in cerca di un segno, di un presagio che mi indicasse il tuo ritorno… adesso sei qui. Non andartene più ti prego…

– Angel… l’accarezzavo incapace di aggiungere altro, perso a guardare le lacrime che le offuscavano gli occhi…

Le abbracciai le gambe poggiandovi la testa… rimanemmo così a guardare il fuoco volteggiare in una danza ipnotica davanti a noi… fuori il vento sembrò placarsi.

Angel mi prese per mano e mi portò nella stanza dove molte volte ci eravamo amati alla luce della notte…il pomeriggio era declinato nella sera. La luna ancora una volta rischiarava il nostro letto ammantato di bianco.

Angel si spogliò… il suo corpo era nudo sotto la lana e fu scosso da un brivido… mi guardò adagiandosi sulla coperta… lentamente mi tolsi di dosso ogni fardello terreno e mi allungai al suo fianco.

Ancora una volta ci amammo… i nostri corpi conoscevano le malie, i legami, gli incantesimi dello stare insieme in una notte d’ottobre… Angel mi sussurrava parole antiche note a me solo… la sua voce mi suonava alle orecchie come una musica inventata per legarmi.

La notte ci vide insonni… la luce dell’alba faceva pensare ad un mattino di luce.

Uscimmo dalla casa a guardare il mare dall’alto della roccia… Angel mi sussurrò nel vento leggero

– Per sempre… per sempre… abbracciandomi a lungo.

 

– Pronto? Finalmente ti trovo! Hai saputo?

– Oh ciao! Del professore? Già, che brutta faccenda… sai dove hanno trovato l’auto? Giù da uno strapiombo sulla costa d’Irlanda… e pensare che ci teneva così tanto a visitare quei posti, ce ne parlava continuamente…

– Ma la cosa che tu probabilmente non sai, è che a casa sua hanno trovato una specie di museo fotografico… pareti intere tappezzate da vecchie foto tutte dello stesso posto… sembra quasi il luogo dove la sua auto è precipitata, ma con una casa e un faro in lontananza. E sotto ogni foto, vergate da una scrittura antica, alcune parole scritte in celtico “ Mio amore.. per sempre…”

 

( foto www.elangelcaido.org )

lettre jamais envoyée…

Ricordi? Era lo sguardo di una piccola volpe a spiare i nostri gesti d’amore quella sera di fine estate… rimanemmo increduli a guardarla, con il fiato sospeso, sperando che non andasse via, muta testimone del nostro amore che non andava detto. Quanto tempo è passato? Ti amavo allora di quell’amore senza condizioni, senza ragione… credevo che potesse essere al di sopra delle parti, al di sopra della quotidianità… rubavamo in mille modi i pochi momenti che potevamo concederci… ed erano momenti nostri, momenti in cui solo una volpe poteva affacciarsi a guardare. Adesso un enorme carico di cose e persone affolla i nostri spazi… sempre più spesso i tuoi lunghi silenzi calano su di noi, frastornandomi…i pensieri sono più pesanti… dalla lontananza in cui ti confini, di tanto in tanto emerge un segno d’amore, ancora per me… ma è qualcosa che mi sconvolge più di ogni altro cenno, perché sa di abitudine e di stanchezza… mi aspetto che tu dica parole di resa, che tu faccia rinuncia… e io, quando ho smesso di amarti?