Camminare

Renato Guttuso – Passeggiata in giardino a Velate, 1983

Riflettevo sull’atteggiamento, la postura, che ognuno di noi mette in atto nel camminare, in qualsiasi circostanza del quotidiano. Ieri guardavo dalla finestra un omino in età che, da solo, passeggiava. Aveva le mani incrociate in basso dietro la schiena e ricalcava un cliché più volte osservato in persone di una certa generazione, la posizione delle mani è quella, la postura anche. Mi chiedevo: camminare così aiuta a pensare, a riflettere, ti “ tiene compagnia “? Un dato sicuramente è certo – almeno credo – sai dove mettere le mani. Quando cammino da sola, per strada, ho con me la borsa, mi “ aggrappo “ a quella. Spesso, se ho giacche o pantaloni con le tasche, infilo le mani al “ sicuro “ specie se fuori è freddo, un atteggiamento che mi dà la sensazione di “ essere a posto “, una specie di auto protezione. La borsa o le mani in tasca sono sostituite, lo vedo sempre, dai cellulari nelle mani di chiunque. Non c’è ragazzo o ragazza, ma anche persone, che virgulti non sono più da tempo, destreggiarsi nelle strade e sui marciapiedi con l’appendice tecnologica tra le mani. Anche in quel caso sanno dove tenere le mani. Immagino Lilibeth, se invece della borsetta, suo antico e persistente clichè, avesse avuto un cellulare tra le mani, che ne sarebbe stata della curiosità che ha circondato, da sempre, il contenuto della sua appendice? Ad ogni modo mi piaceva l’omino sotto casa, per la compitezza dell’andare.

Il Patatoso

Presa da furor sacro – simile a quello che muoveva le gesta della (in)dimenticata Marie Kondo… ve la ricordate, no, quella curiosa signora che aveva come unico obiettivo il KonMari o del riordino felice? – insomma emula dei diktat konmareschi mi sono attrezzata a far diventare carta da macero un bel po’ di circolari scolastiche vetuste come il cucco, agende che ricordavano le guerre puniche – esagero, suvvia! – e altre reminiscenze in formato carta scritta. Nel separare i fogli usati di un’agenda del 2014, da quelli buoni per fare i pizzini, in fondo alla pagina del dieci marzo trovo scritto “ Sei brutta Sei propio tu “. L’autore del piccato giudizio, il Patatoso! Che tenerezza nel ricordarlo e che carattere il mio dolce D.!
Ad ogni mio invito a fare secondo una regola, mi opponeva regolarmente una volitiva negazione e quando non riusciva a spuntarla, di nascosto mi sottraeva l’agenda e scriveva frasi che dovevano punirmi, Sei brutta, Sei cattiva, salvo poi pentirsi e chiedermi imbronciato di aiutarlo a fare qualcosa, in segno di rappacificazione. Di lui ho parlato molte volte nei post del 2014. Quello fu il suo ultimo anno di scuola media e aveva tredici anni, adesso, fatti due conti, ne ha ventuno. Un adulto che la società condanna ad un’eterna adolescenza senza che possa in autonomia cercare casa, pensare ad un futuro condiviso, così come è capitato a Milano qualche giorno fa.
La diversità spaventa, in qualsiasi modo si manifesti, ancora di più se si svela in maniera apparente, così da costringere i molti a fare confronti e paragoni, in modo da costringere gli stessi molti a rifiutare una diversità che li arricchirebbe. Davvero triste.

Nadia

Fu il caso che combinò la nostra conoscenza. La pensione in cui eravamo alloggiate – “Rosa Thea “, romantico nome per definire un posto piuttosto caotico, gestito da una famiglia di friulani affezionati al buon Chianti – affacciava su una tra le tante belle piazze di Firenze, grande e verde di tigli, piazza Indipendenza. Sotto il naso di Bettino Ricasoli un gruppo di ragazzi americani giocava ogni giorno con un frisbee e noi ogni giorno eravamo ferme a guardare, mentre parlavamo del tempo che passava e degli esami, gli ultimi, che ci avrebbero portate fuori da quella piazza e da quel tempo da ragazze. La pensione aveva camere per due persone, due letti, un lavandino e un bidè nascosti da un paravento, un armadio da condividere, un piccolo tavolo per studiare. Io vi arrivai dopo aver cambiato alloggio innumerevoli volte, ormai pronta per tornare a casa di lì a poco. Mi ci portò Maria Grazia, ospite fissa della pensione da tempo. Accettavano, i friulani, solo ragazze, tali eravamo, sembrava di stare in collegio. La domenica si stava tutte assieme in una delle stanze più grandi, a preparare pranzi che non prevedevano cotture, ad ascoltare storie di amori complicati, di amori corrisposti, di amori distanti, di amori comunque. Tu eri la mia coinquilina, Nadia, scelta dal caso. Venivi dall’Iran e come te, allora, a Firenze, ce n’erano tante di ragazze e tanti ragazzi, di famiglie sicuramente benestanti che pensavano così di garantirvi un futuro lontani da un paese dove la situazione politica non era tra le più chiare. Quando ti chiesi di raccontarmi la tua città, Teheran, e dello scià e di come viveva la tua famiglia, prendesti dall’armadio le foto che ti eri portata in Italia e mi mostrasti i tuoi cari, la bella villa dove abitavate, lontani dalla miseria e dal clamore delle proteste contro quello che allora era un regime, ma che non lasciava presagire ciò che sarebbe stato dopo. Eri bella allora, Nadia, lo sarai ancora adesso, ne sono certa. Avevi capelli lunghi e neri, non coperti da veli, vestivi come me, vivevi come vivevo io. Rimaneva, però, il retaggio della tua religione, presente nel guanto di spugna che rimaneva perennemente poggiato sul bidè. Quando te ne chiesi la ragione, mi rispondesti che il guanto ti serviva per lavarti i genitali, ché per religione non potevi toccare a mani nude. Mi faceva un po’ arrabbiare il fatto che avevi l’abitudine di infilare nell’armadio comune i tuoi stivali appena levati, certo non puliti e sicuramente non odorosi, ma bastava aprirlo, quell’armadio, quando tu non c’eri e mi sembrava, quello che facevi, un peccato veniale, da poterti perdonare. Ogni pomeriggio uscivi per andare a studiare, così mi raccontavi, dal tuo ragazzo, un fiero persiano antico nell’aspetto, insieme eravate davvero belli. Un giorno, ricordo ancora il tuo imbarazzo, mi raccontasti che avevi fatto all’amore con il tuo ragazzo per la prima volta, ma temevi di rimanere incinta. Mi chiedesti come fare per non cacciarti nei pasticci, quali anticoncezionali usare, come fare per procurarteli. Di lì a poco ti trasferisti definitivamente a casa del tuo persiano e di te non ho saputo più nulla. In seguito, quando il tuo paese entrò in quella spirale di ossessione maniaco-religiosa che dura ancora e che sembra non avere fine, mi sei sempre venuta in mente. E quando sento di quelle ragazze, così come eravamo noi, e vedo di come sono torturate e uccise e di quanto livore e odio verso le donne persegue il governo di fascisti che il tuo paese ha adottato, vestendosi di un credo religioso che serve solo per reprimere e ammazzare, allora cerco di immaginarti. Mi chiedo se vivi ancora qui, al sicuro, libera di essere te stessa, oppure sei tornata nel tuo paese, se hai una figlia, se lotti perché tu e lei possiate essere consapevoli del vostro destino, senza che altri decidano per voi. Mi piace pensare che tu possa aver continuato a scegliere, come facesti allora chiedendomi di aiutarti, mi piace crederti in lotta insieme alle altre donne, con fatica e terrore. Ché la lotta delle donne è più dura, sotto tutti i cieli, ché quello che le donne conquistano costa lacrime e sangue, sempre.

Amicizia

Un rapporto tra esseri pensanti quando può essere definito, esattamente, con il termine di amicizia? Quando l’essere conoscenti ti induce a credere, anche per consuetudine linguistica, che si è amici? Frequentarsi assiduamente, come può essere in un luogo di lavoro, raccontarsi del più e del meno e, all’occorrenza asserire che quella persona che vedi e con la quale parli è tua amica/o ha valenza di amicizia?
L’avere consapevolezza che da qualche parte c’è un uomo o una donna, persone, con le quali hai condiviso parte della tua vita, con le quali hai parlato, e parli, facendo ricorso ad una lingua complice ed emozionale, con le quali i ricordi sono racconti da svelare nel riso e nel pianto, quelle persone sono scelte dal tuo cuore per avere un accesso privilegiato ai tuoi sentimenti, sono coloro che ti hanno accettato per quello che sei, che sono dalla tua parte, che ti sostengono nel bene e nel male.
E non ha importanza quanto siano distanti fisicamente, la quantità delle volte che, nel tempo, si sono spese parole per dire anche banalità, non importa, la certezza di “ saperle “ amiche è ciò che conta.

Amicizia : Vivo e scambievole affetto fra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima. Nella filosofia greca il termine a. (ϕιλία) si incontra dapprima come concetto fisico in Empedocle con il significato di forza cosmica, e insieme anche di divini che spinge in armonica unità gli elementi (aria, acqua, terra, fuoco)… ( da l’Enciclopedia Treccani )

Amicizia come “ forza cosmica e insieme anche di divinità “… incredibili i filosofi greci!

Il serpente che danza

Kamille Corry’s painting
O quant’amo vedere, cara indolente,
delle tue membra belle,
come tremula stella rilucente,
luccicare la pelle!
Sulla capigliatura tua profonda
dall’acri essenze asprine,
odorosa marea vagabonda
di onde turchine,
come un bastimento che si desta
al vento antelucano
l’anima mia al salpare s’appresta
per un cielo lontano.
I tuoi occhi in cui nulla si rivela
di dolce né d’amaro
son due freddi gioielli, una miscela
d’oro e di duro acciaro.
Quando cammini cadenzatamente
bella nell’espansione,
si direbbe, al vederti, che un serpente
danzi in cima a un bastone.

Charles Baudelaire

Conosco delle barche

Trani, porto

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Conosco delle barche – Jacques Brel

Vanno, anche le cose vanno…

Da uno a dieci quanto sarebbe stato “ conveniente “ aggiungere voce alle mille voci che hanno imperversato in ogni dove, in ogni luogo, in ogni storia, aggiungere voce alle voci che hanno raccontato di covid e scuola e storie personali e guarigioni e esperienze in tempi di covid? Insomma, ho taciuto. Perché insopportabilmente infastidita, perché insopportabilmente occupata ad occuparmi di non essere contagiata, perché non ci fossero contagiati in casa e in altri luoghi, amen. Così le cose sono andate, con cambiamenti tanti, con impedimenti, con imposizioni di impedimenti ad altri: di fatto classi intere da impedire, con ragazzi a distanza oppure in vicinanza, straniamento nel fare lezione ad una manciata di persone in una scuola di fatto vuota. Le cose sono andate. Spesso con grande fatica, sempre per abitudine – ché è possibile abituarsi anche a situazioni “ estreme “.
Da uno a dieci quanto sarebbe stato conveniente estremizzarsi ancora e ancora, per chissà quanto altro tempo?
È così che ho pensato di scrivere all’omino dell’ ufficio scolastico regionale, al signor Inps, per chiarire con loro, uno su tutti, il pensiero di pensarmi diversamente occupata altrove, invece che in un’aula scolastica. Sono al terzo giorno di quella condizione che chiamano “ essere in pensione “.
Al momento tutte le cose vanno…

Ma la mente mi autorizza a credere
Che una storia mia, positiva o no
È qualcosa che sta dentro alla realtà…

Forever ( il Maestro è nell’anima )

Un Oceano di Silenzio scorre lento
Senza centro né principio
Cosa avrei visto del mondo
Senza questa luce che illumina
I miei pensieri neri.

(Der Schmerz, der Stillstand des Lebens
Lassen die Zeit zu lang erscheinen)

Quanta pace trova l’anima dentro
Scorre lento il tempo di altre leggi
Di un’altra dimensione
E scendo dentro un Oceano di Silenzio
Sempre in calma.

(Und mir scheint fast
Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt
Ich hatte in fernen Zeiten
Dort oben oder in Wasser gelebt)