In una sera qualsiasi di metà luglio

É raro ascoltare alla radio una voce che narra poesie – narrare, non declamare, c’è meno enfasi e le parole si aggiungono alle sensazioni della notte quasi come un vento leggero che culla la mente e il cuore – d’estate dopo un concerto di Raiz con i Radicanto, in una piazza scombinata di un paese ai confini del nulla.

La poesia è di Jorge Teillier e si intitola Lettera a Mariana

Che film ti piacerebbe vedere?
Che canzone vorresti ascoltare?
Stasera non ho nessuno
A cui porre queste domande.

Mi scrivi da una città che detesti
Alle nove e mezza di sera.
Certo, io stavo bevendo,
Mentre tu ascoltavi Bach pensando di volare.

Non pensavo che ti avrei ricordato
Non credevo che ti saresti ricordata di me.
Perché mi hai scritto questa lettera?
Non posso andare da solo al cinema.

È certo che faremo l’amore
E lo faremo come piace a me:
Un giorno intero di persiane chiuse
Finché il tuo corpo rimpiazzerà il sole.

Ricordati che il mio segno è Cancro,
Piccola Acquario, salice piangente.
Leggeremo libri di astrologia
Per inventare nuove superstizioni.

Mi scrivi che prenderemo una casa
Anche se io ho perduto tante case.
Anche se tu pensi tanto a volare
E io bevo troppo con gli amici.

Ma tu non torni dalla città che detesti
E stai con chissà quale cattiva compagnia,
Mentre qui ci sono troppe poche persone
A cui porre queste semplici domande:

“Che canzone vorresti ascoltare?
Che film ti piacerebbe vedere?
E con chi vorresti sognare
Dopo le nove e mezza di sera?”.

(da Per un paese fantasma, 1978)

L’invasione delle cavallette

Chi osa dire a Mauro Felicori che il suo più ambizioso progetto, la rinascita della Reggia di Caserta, è a tutti gli effetti un vistosissimo flop? La cosa era nata sotto gli auspici più nefasti, almeno a sentire i sindacalisti tutti, detrattori, che avevano trovato da ridire sulla nomina di questo bolognese d’assalto che Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, aveva definito:

Davvero uno sfrontato, quel Mauro Felicori. Restare in ufficio ben oltre l’orario di chiusura. A lavorare, poi, e non a girarsi i pollici o bighellonare su internet. Decisamente troppo, per i corretti rapporti sindacali, un direttore che si impegna così: una lettera di protesta era il minimo che gli potesse capitare. Una lettera ufficiale spedita direttamente al capo supremo, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Lui, Felicori, un bolognese che da cinque mesi è stato messo alla guida di uno dei nostri tesori più inestimabili, la Reggia di Caserta, l’ha ricevuta «per conoscenza» giusto prima che la pubblicasse il Mattino di Napoli.

«Il direttore permane nella struttura fino a tarda ora senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura», hanno scritto i rappresentanti di sindacati quali Cgil, Uil e Ugl. «A rischio l’intera struttura!» Ma come non comprenderli? Arriva uno da Bologna, che nessuno ha mai visto né sentito, e vuole mettere tutti in riga. Decide che i custodi non possono più girare per la Reggia in borghese, senza divisa e senza nemmeno un cartellino di riconoscimento, com’è sempre stato. Si sveglia al mattino, e la prima cosa a cui pensa, confessa lui stesso, è la Reggia. E per far vedere che non è a Caserta per passare la villeggiatura non leva le tende neppure per il weekend. Stabilisce che i 150 (centocinquanta) addetti alla vigilanza non possono più circolare all’interno del parco con l’auto propria (!), ma dovranno servirsi di appositi veicoli con lo stemma della Reggia. Si permette addirittura di spostare qualcuno dei 230 dipendenti. Gli salta in mente perfino di abolire il tradizionale e sacro giorno di riposo del martedì, tenendo aperta la Reggia ben sette giorni su sette. Non bastasse, cova il progetto di riorganizzare il servizio (il servizio!) al solo vile scopo di attirare più visitatori e magari incassare qualche euro di più, meschino…

Insomma, un vero rompiscatole. Uno che prende sul serio il proprio incarico. Uno che appena mette piede a Caserta rimane imbambolato davanti alla maestosa bellezza della Reggia (quella di cui certi sindacalisti che sarebbero pagati proprio per difendere quella bellezza non si sono evidentemente mai accorti), e decide che la passione può fare la differenza.

Questo era successo e la differenza s’era vista immediatamente. All’inizio di giugno dello scorso anno, in gita scolastica, nonostante i lavori di restauro in atto in alcune parti della Reggia, avevamo notato sostanziali cambiamenti organizzativi. Alla Reggia entravi con ordine, con il divieto di portare zaini all’interno degli appartamenti visitabili- come succede in tutti i musei del mondo – con custodi attenti e senza che nei giardini ci fossero ambulanti ad approcciarti per la vendita delle solite chincaglierie. Ritornati sui nostri passi anche questa primavera, con la solita orda personale a carico, ecco che ci è sembrato riconoscere il vero volto del museo in meridione – un meridione circoscritto alla Terra di lavoro, così veniva chiamata Caserta dagli autocni. Eh sì, davvero lavorano in tanti alla Reggia, tra autorizzati e non, più i non che quelli regolari. All’interno dei giardini un’invasione di cavallette, che neanche alla corte del Faraone in Egitto ai tempi di Mosè! Venditori di collanine, calamite da frigo, spinner-cosi per rimbambire, anellini di vero finto nulla, venditori all’assalto dei ragazzi, in continuazione, appena si distoglievano gli occhi e ti allontanavi di poco ecco che ritornavano quelli che avevi mandato via poco prima gentilmente e poi via via sempre più arrabbiate, fino ad avere timore per noi stesse e per i ragazzi. E la solita lagna a condire l’approccio maleducato –  A casa ho un figlio che devono operare agli occhi, tengo famiglia, devo lavora’  – che a sentirli ti viene certamente voglia di dire Ti compro tutto, l’importante è che tu ti tolga dalle scatole, ma poi nessuno ti garantisce che quello non ritorni con ulteriore mercanzia. E l’arroganza di isolare con gli sguardi un unico ragazzo di colore che non riusciva neppure per caso ad avvicinarsi ai possibili compratori perché le cavallette razziavano e asfissiavano e correvano dietro agli sciami di inermi e ingenui compratori. E la cosa in sé forse non è neppure grave (?) se non per un’unica ragione – e questa è sì, gravissima cosa – le cavallette erano all’interno dei giardini, all’interno, sì, in beffa al fatto che per entrare nei giardini, per visitarli, si paga un biglietto, e le cavallette non avevano tesserini di riconoscimento, non avevano sicuramente pagato un biglietto, non erano autorizzati dunque, ma erano senz’altro incredibilmente lì, grazie all’accesso aperto e alla complicità di qualcuno che dovrebbe vigilare e non lo fa. Ma come si può pretendere l’ordine e la regolarità, se poi si entra alla Reggia con gli zaini – evidentemente il fatto di lasciarli in deposito è qualcosa di troppo complicato da realizzare nel tempo, con tutta la problematicità legata alla sicurezza che va a farsi bellamente a benedire! – e che nelle sale trovi personale vigilante che dire vigilante è offenderli nella propria intima essenza, sbracati, senza divisa, a malapena riconoscibili. Sarà veramente un problema raccontare tutto questo all’ingenuo bolognese che pensava di sconfiggere lo spirito becero e straccione dei discendenti borbonici, con lavoro e abnegazione.

Stili adolescenziali

Nel gruppo di adolescenti che incontro per strada tutto è omogeneo, dai capelli tagliati trasversalmente con lo stesso stile, per ragazzi e ragazze, ai jeans stracciati con leggere varianti – ma tutti concorrenti di un quadro di Burri. Omogeneo anche il total black, tanto da sembrare un dolente gruppo da funerale. Anche il trucco dell’unica ragazza è pesante e nero pece, in pendant con abiti e compagni, pesanti segni di bistro a calcare occhi da cerbiatta e viso di bambina. Nessuno sembra a disagio in gramaglie, nessuno considera se stesso un portatore di diversità e dunque voglioso di mostrare a tutti la propria indipendenza dagli altri, adottando stili di vita e abiti diversi da quelli del gruppo. Se vige un obbligo severo nell’adolescenza dei gruppi è proprio l’omologazione degli stili. Peccato. Solo l’adolescenza ti permette ogni possibile digressione, tutto è giustificato dall’essere adolescente.

Pyrex

L’hit di stagione in fatto di t shirt è la maglietta bianca o nera sulla quale campeggia il logo Pyrex a prova di miope. Mi chiedo quale sia la dichiarazione di intenti di una scelta del genere. Indosso la maglietta Pyrex come se fossi uomo/donna sandwich in modo da risultare al soldo dei più famosi fabbricanti di tegami in vetro, resistenti alle alte temperature? Non credo, la Pyrex non ne avrebbe sicuramente un reale tornaconto. Metto la maglietta Pyrex per mostrare al mondo una mia presunta fragilità, paragonabile alla fragilità del vetro al quale si ispira? Ma il vetro Pyrex è davvero poco fragile e quando si rompe lo fa in modo curioso, aggregandosi in piccoli grumi rintracciabili, sotto i mobili, anche a distanza di anni. E allora ti spezzi aggrumandoti anche tu, giovanotto/a Pyrex? Al vetro l’ardua sentenza!

Elogio della provincia

Deve aver giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte di ragazza il fatto di abitare in una città di provincia. Si trattava allora, di decidere quale fosse la città dove avrei studiato, quella che più mi ” assomigliava “,  dove mi sarebbe piaciuto stare e che poteva offrire garanzie di ” sicurezza ” ai miei genitori. Scartai quasi subito Roma, città troppo affollata e levantina, così simile alle città più grandi della mia terra. Con Firenze fu amore a prima vista, le zone più centrali da percorrere a piedi senza difficoltà, tra le mille opere d’arte che fino ad allora avevo visto solo sui libri e studiato e delle quali conoscevo la storia e il significante. Non fu un amore lineare e ricambiato, un conto è l’apparente, altro il contenuto. Da studenti, lontani da casa si vive una sorta di estraniamento, a non rapportati ad altri si diventa trasparenti, come fantasmi in una moltitudine. In una settimana mi dissi mille volte stupida e piansi non so quante lacrime sulla mia condizione di esiliata. L. mi ” salvò “, come il cavaliere delle fiabe, restituendomi ad una dimensione provinciale e umanissima, facendo in modo che i miei quattro anni di studi potessero diventare  il bel ricordo di oggi. Firenze rimane una città di provincia, nonostante l’immane quantità di persone che attraversa le sue vie ogni giorno, conserva ancora l’aspetto che più amo in una città, la dimensione di luogo a misura di persona.  Il retaggio di provincialismo –  e del sostantivo disconosco l’accezione più negativa che vuole colui o colei che vive in provincia come una persona gretta, limitata nella cultura e nei modi – l’essere di provincia, dicevo, te lo porti dietro sempre, te ne rendi conto quando visitando altre piccole città, ne apprezzi il passo e la lentezza, le belle piazze e i colori. Forse non sempre la gente è come la vorresti, ma la gente è uguale a se stessa in ogni città e in ogni situazione, nel bene e nel male. ( Riflessioni per le piazze di Ascoli Piceno nel giorno dell’Angelo )

…piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano… ( Piccola città, Francesco Guccini )

Einstein

Stamani sono entrata in terza. Dopo un cenno e un sorriso ai ragazzi, lasciate le carabattole sulla    cattedra, mi sono avvicinata alla lavagna e ho scritto:

Non ho particolari attitudini, ma sono appassionatamente curioso ( Albert Einstein )

Quella dell’essere curiosi è una costante della mia vita, dico spesso ai ragazzi che non è lo studio in sé che contribuisce ad incrementare il proprio bagaglio culturale, quanto l’essere curiosi verso ciò che ci è sconosciuto; il desiderio della conoscenza costituisce la chiave di volta del nostro sapere.

P. ha ricopiato sul suo diario quanto avevo scritto alla lavagna, poi ha detto: Prof è quello che ci dice lei, che bisogna essere curiosi! Prof lei è come Einstein! Il paragone proposto da P. è stato chiaramente blasfemo, ma sono sicura che la curiosità è un seme che germoglierà in qualcuna delle testoline matte dei ” miei ” ragazzi!

Firenze val bene un G7

G7… ma perché non siamo in otto? Perché manca Lancillotto! Il nostro domani prevede un vero e proprio tour con annessa guida – signora Laura che gli dei la benedicano per il garbo e l’infinita pazienza! La nostra visita inizia al Duomo affollato di turisti, ma tutto sommato condizione prevedibile. Quello che non prevediamo, dopo la sosta alla bellissima santa Croce, è il concentrato di polizia, carabinieri, finanza, annessi e connessi a Piazza della Signoria dove nel Palazzo Vecchio sono in gita scolastica quelli del G7 della cultura, anche loro! Be’ insomma loro sono in una condizione di privilegio, noi non riusciamo neppure a guadagnare una sosta con foto alla loggia dei Lanzi. E se Carlo e Camilla dovranno sciropparsi un pranzo di gala, noi abbiamo un ristorantino in una strada lì vicino che ci aspetta, dove miracolosamente non compare nessuna cotoletta surgelata. Carlo? Camilla? facciamo uno a zero per noi e palla al centro! Firenze ci regala un pomeriggio di sole e l’impagabile skyline della città da Boboli. In pellegrinaggio a via de’ Velluti, dove in epoca lontana ha abitato la prof studentessa, ci perdiamo un bel gruppo di alunni con annessi docenti. Poi l’idea geniale dell’ex studentessa: andiamo a ponte Santa Trinita così potete fotografare ponte Vecchio da lontano… è vanificata dal gruppo gita G7 che ha avuto la stessa idea! I carabinieri messi a sbarramento dell’accesso al ponte ci fanno una faccia cattivissima al solo accenno di una sortita. Carlo? Camilla? uno a zero per voi, e siamo pari! Il giorno si conclude a Signa con il solito trattamento surgelato. Dopo cena i ragazzi sono al settimo cielo, potranno far visita ai loro sodali nelle stanze altre, per grazia della tappa ma tosta. Che avranno da gioire, le stanze fanno squallido tutte allo stesso modo. Ma non gioiscono per la visita alla struttura, no eh? Anch’io ho questa impressione…

Shopping Non so per quale strana ragione il must di questo viaggio sono le t shirt di Hard Rock Cafè. Il pellegrinaggio si compie a gruppi separati, l’ultima mattina consentita, per evitare che debbano chiamare rinforzi esterni per contenere gli entusiasmi. La prof chiede timidamente di visitare, lei sì per ragioni d’età, la toilette dell’emporio café. Ed è come calarsi in un film di vampiri, tutto nero nero, rosso e dorato, il trionfo del Kitsch assoluto. Sono sopraffatta da cotanta ostentazione da avere quasi timore a lasciarla lì, ma la ragione di stato – fisico – prevale!

I tre moschettieri Incontriamo ancora una volta A. e con lui il carissimo L. identico a se stesso come quando era studente all’ accademia di Belle Arti insieme alla prof. Capelli bianchi a parte, ritrovo in entrambi i ragazzi di allora, complici i ricordi comuni. La promessa, nel lasciarci, è di non far trascorrere altri quarant’anni. Tutti e tre conveniamo che lasciar passare nuovamente  così  tanto tempo non sia proprio una buona idea. Anche facendo affidamento su una bella dose di ottimismo, cento e più anni sono un’ incognita, qualunque cosa ne possa pensare la Fornero.

Il fondo L’abominio è costituito da un pranzo – l’ultimo, ringraziando il Parnaso tutto – allestito in un postaccio a metà tra una casa del popolo in disarmo e una pizzeria di centesima categoria. Ne veniamo fuori quasi digiuni e maleodoranti. Stendiamo un velo pietoso sull’immangiabile e puzzolente secondo piatto a base di indovinate? cotolette surgelate e nemmeno cotte a dovere!

A casa, a casa! Sul treno del ritorno tre sventurati estranei tentano di non lasciarsi coinvolgere dall’entusiasmo degli alunni di ritornare alle patrie galere. Dopo una serie di telefonate dei ragazzi a casa, sappiamo per filo e per segno il menù del giorno dopo, per fortuna stavolta casalingo e senza cibi surgelati. Tutti i prof  tentano inutilmente di farsi invitare al pranzo domenicale dei ragazzi, ma quelli non vedono l’ora di sbarazzarsi di noi. L’orda dei genitori, non più contenuta dalla tappa ma tosta, si appropria dei propri amati pargoli, alla stazione di Barletta e sciama vociante verso l’uscita. Ci guardiamo un po’ sgomenti per la sensazione di vuoto che si è creata intorno. Per tre giorni ci hanno allietati di vocianti schiamazzi, di strane richieste, di commenti curiosi.. Ma tanto li ritroveremo a scuola lunedì!