Vita

ilriccioR375_26dic09Vennero a stare nel piccolo appartamento a piano rialzato, riservato, nell’intenzione di chi aveva dato loro l’incarico, ad una piccola famiglia di custodi. Vennero ed erano una tribù,  sembravano davvero calati come Unni dalle montagne dell’avellinese da dove erano partiti, pieni di usanze e superstizioni, forniti dell’immagine sacra della Madonna di Montevergine, venerata ai limiti dell’idolatria. In due stanze si erano accomodati figlie e genitori, un paio di bambini e nessun altro uomo, a parte il patriarca. Per entrare nel palazzo bisognava suonare al loro campanello. Con fare chiassoso, curioso, venivano ad aprire e con uno strano e sonoro accento ti chiedevano: Dove vai? Dopo le prime volte sapevano bene che sarei andata al terzo piano, dove condividevo i compiti e le opere di Verdi con la mia compagna di scuola, N. Così ci abituammo in fretta al folklore dei custodi, agli odori intensi e saporiti che si infilavano per le scale alle quali loro accedevano solo per le pulizie. Non c’erano finestre in quelle due stanze e l’unica apertura, l’ingresso della guardiola, non riusciva a trattenere nessun tipo di intemperanza, con grande fastidio dei ” signori ” del primo piano, loro datori di lavoro. Li vedemmo andar via chiassosi, così come erano venuti, in un primo pomeriggio d’estate. Commentavano tra loro, ad alta voce, quella partenza forzata, tra le masserizie accatastate e le tante parole anche qualche invettiva indirizzata ai ” signori ” del primo piano. Si venne a sapere più tardi, io e N. ascoltammo non viste, che la figlia più piccola, intraprendente più delle altre evidentemente, aveva iniziato ad incrementare i magrissimi introiti famigliari, ” facendo la vita “. Pensai allora che vivere costituisse un grave pregiudizio per poter mantenere un lavoro, un curioso caso di contraddizione nei termini: per poter vivere bisognava lavorare, ma facendo la vita, vivendo di fatto, il lavoro lo perdevi. ( Tutta la storia m’è venuta in mente stamani, mentre una signora bionda, non più giovane, al braccio di un’altra che poteva essere forse la figlia, mi ha attraversato la strada intanto che tornavo a casa in macchina. É lei, mi sono detta, quella che ” faceva la vita “. )

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Il pullover che mi hai dato tu

aran_teddies_1Un articolo in Alcuni aneddoti dal mio futuro mi ha puntualmente presentato il conto in termini di fatti accaduti o meglio oggetti appartenuti. Lì si parlava di maglioni e di anni ’80, e non solo di quello, anzi i maglioni erano marginali nel contesto, ma ho cominciato a ricordare ugualmente. Lavoravo allora presso uno studio associato ing + ark. Il mio ruolo era quello di disegnatrice tecnica, ma anche centralinista, PR con le maestranze che frequentavano lo studio, architetto di paesaggi e d’interni. Eravamo uno studio fresco d’impianto, si lavorava, ma anche no. Nei tempi morti mi riscoprii una insana passione per il tricot. Tricottare è come andare in bicicletta, una volta imparato non lo dimentichi più. Io avevo appreso in un memorabile triennio di scuola media, quando tecnologia si chiamava ancora educazione tecnica e la mia prof, poiché eravamo tutte bimbe, aveva pensato bene di insegnarci l’arte dell’uncinetto e della maglia ai ferri, piuttosto che le proiezioni ortogonali. Così mi procurai ferri da maglia, lana e cominciai a darmi da fare. In queste cose sono sempre stata piuttosto puntigliosa. Dovevo produrre un maglione, non mi accontentavo di approssimazioni e, con giornali alla mano, producevo maglioni. Venne fuori dalle mie mani ogni specie di sperimentazione laniera, maglioni irlandesi, vestiti di lana, giacche idrorepellenti. Alcune cose erano davvero ben riuscite, posso asserirlo con un certo orgoglio. Però la cosa contagiò anche una serie di persone che allora mi stavano vicine, le mamme, la mia, la mamma di mio marito, allora ancora fidanzato, la mamma dell’ark. E le mamme si sa, non hanno il tempo di modernizzarsi. La mia si esibì in un dolcevita ” cannolè ” che non avrebbe fatto una brutta figura neppure sul busto di Giovanna d’Arco prima dei suoi impegni in guerra, come cotta in maglia – e ferro? può essere. La seconda mamma, la suocera, decise ad un tratto che avrebbe dovuto mostrarmi la sua bravura nel confezionarmi un maglione primaverile in cotone. L’errore di fondo fu la scelta del colore, un terra siena bruciato mélange, triste triste. Poi la misura, oversize – è vero, sì, allora si usavano maglioni molto ampi, ma quello, di cotone, con l’uso si era ” appeso ” con conseguenze poco piacevoli. Ma potevo dispiacere alla suocera? L’altro esperimento fu fatto dalla mamma di V. l’architetto, che esibì per un intero inverno un maglione lavorata a grana di riso, con ferri del cinque e lana spessa un dito. Per l’occasione coniammo il termine ” maglione zerbino ” rimasto poi nel lessico famigliare. Adesso vedo in giro maglioni veri finti fatti a mano e ricordo. Il tempo di tricottare non riesco più a trovarlo. Attendo con ansia l’avvento di nipotini sui quali sfogare le mie velleità di tricoteuse. Così che anche loro possano ricordare, un giorno,  il pullover che mi hai dato tu.

Lo zio

I_promessi_sposi-362Entrò a far parte della famiglia sposando la terzultima delle sorelle. A memoria d’uomo non s’era mai visto un nobile, sia pure spiantato e decaduto, sposare una contadina, ma tant’è anche i nobili hanno appetiti e tutti terreni come la famiglia dei contadini ebbe modo di verificare in seguito. Spalleggiato dal padre conte era stato mandato a studiare all’estero, all’accademia delle belle arti, come si addiceva a quel figlio che non solo di arte ma anche di parte mostrava non averne. Aveva così sperperato denaro, tanto, anche le doti delle sorelle che, senza più nulla da offrire se non la spocchia nobile, non avevano avuto occasione di maritarsi e avevano scelto di rimanere zitelle piuttosto che ripiegare su un matrimonio di convenienza come l’unico e invidiato fratello. Gli anni all’estero dello zio erano passati in fretta tra le lenzuola di  talune prezzolate incontrate nei caffè dove amava rifugiarsi e di qualche compagna di studi più intraprendente. Ne aveva ricavato un senso di onnipotenza che molto aveva a che fare con il contenuto dei suoi calzoni, ritenuto a ragione, la sua, come qualcosa di irresistibile di cui andar fiero, convinto com’era che le donne apprezzassero e tanto. In realtà quelle stesse ritenevano più interessanti i mezzi più materiali e visibili di cui lo zio era prodigo, convinte anche loro che la fortuna di una ragazza risiede tutta in quelle stesse parti basse, bassissime in realtà se si considera la venialità con cui certi ragionamenti venivano messi a punto dall’una e dall’altra parte. Ragionamenti simmetrici, tuttavia, mossi da un interesse tutto momentaneo e terreno. Mentre la terzultima sorella sembrò non rendersi conto dei calcoli e dei ragionamenti, anzi. La meschina, lusingata da tante attenzioni galanti, si innamorò perdutamente del bel tomo ritornato in quel paese dimenticato da Dio, con l’aura di quello che aveva conosciuto il mondo e tanto bastava ad entrambi. Intanto lo zio, elevato a tale rango di parentela stretta dallo status maritale, lui sì aveva avuto modo di rendersi conto quasi subito di quante e quali gonnelle ci fossero nella famiglia contadina e con tale consapevolezza aveva considerato giusta la scelta di sposare una di quelle gonnelle. Le sorelle erano tante, ma anche le nipoti acerbe e meno acerbe, e si affacciavano alla vita rispettose della parentela e taciturne su certe preferenze dello zio. Allo zio piacevano tutte e con le sorelle della moglie contadina faceva valere la galanteria, il corteggiamento per posa, appreso come arte nella famiglia di origine. Aveva, però, mantenuto una facciata da schiatta nobiliare e aveva separato la moglie contadina dalle altre, portandosela ad abitare in città. Abbandonata a se stessa nella casa del marito, grande e disadorna e mal messa, pativa la lontananza dalle sorelle e la solitudine, poiché suo marito passava le giornate nei circoli privati a sperperare quel poco che rimaneva del patrimonio di famiglia e a rendere interessanti, dunque pieni di interessi, i pomeriggi di certe donnine. Quando seppe dello stato, quello sì davvero interessante, della moglie, decise che sarebbe stato conveniente rispedirla a casa dalle sorelle. Le fece visita un paio di volte, giusto in tempo per passarle un fastidio che gli era stato regalato durante la permanenza nella dimora più visitata e chiacchierata della città. Durante il soggiorno nella casa contadina della moglie gli sembrava di essere in un stato continuo di ebbrezza, gli era sufficiente allungare una mano per cogliere la rotondità di un seno acerbo nascosto alla vista ma non al tatto, l’arrendevolezza vergognosa delle ragazze, nipoti della moglie gravida, che scambiavano le sue calcolate e pruriginose attenzioni per una forma di interessamento affettuoso, senza però avere il coraggio di raccontarle, quelle carezze, ad anima viva, meno che mai alle madri, circuite a loro volta dalle chiacchiere del bel tomo. Nacque una bimba, buona sola ad aprire le gambe, fu il commento paterno dello sciagurato. Finì che un medico presso il quale si era rivolto per via di quell’antico fastidio che di tanto in tanto tornava a ravvivarsi, visitandolo, gli diagnosticò un male incurabile, proprio all’oggetto costante delle sue passioni. Si sentì tradito come se un vecchio compagno d’avventura gli avesse voltato le spalle. Tornato a casa, presa da un cassetto la vecchia pistola di suo padre, sparò un colpo al traditore. Mancò le parti vitali per poco. Operato d’urgenza gli fu rimosso anche il tumore, con quel che rimaneva. Passò il resto della sua vita a ricordare, innocuo e senza più desideri.

Midnight’s squaw

na-woman-2-apacheUn gioco simmetrico di sguardi in una notte lontana. Come ti ” corteggiammo ” giovane batterista, in una casa del popolo, durante un concerto suonato a due passi, tanto da sentirci immerse nel suono, tanto da sentirci immerse in occhi lago azzurro, curiosi e simmetrici? – valevano gli sguardi allora, valeva sentirsi appagati anche solo da quelli. Avremmo dovuto limitarci al gioco, ma non serviva e non bastava quella sera, gli sguardi erano audaci e bisogna lasciarti con un appuntamento di mezzanotte scritto in fretta su un biglietto. Per poi  saperci stupite e deluse, solo dopo averti visto arrivare, nascoste dietro un muro complice, con tanti, troppi amici, non previsti e non graditi. Sei rimasto nei racconti di memoria, come quello che fu mancato da due squaw di mezzanotte.

Fichi d’india

fichi d'indiaFatto settembre, all’uscita del Supercinema, stazionava il carretto carico di fichi d’India. Tra la fine del primo spettacolo e l’inizio di quello delle dieci, un uomo vendeva i frutti spinosi già mondati. Con una tecnica che gli apparteneva per la lunga pratica, li spazzolava e incideva la corteccia spessa e carnosa con un piccolo coltello a serramanico. Cavava poi il frutto umido e colorato di arancio carico divaricando i lembi incisi, quasi una operazione a cielo aperto, come estrarre un figlio dal grembo materno. Davanti all’uomo, in attesa, incantati dai gesti sapienti e veloci, gli avventori già pregustavano il momento in cui avrebbero affondato i denti nella polpa cedevole, composta da quei semi minuscoli impossibili da masticare. Avrebbero comprato due, tre, quanti frutti? Tanti quanti il senso di sazietà ne avrebbe tollerati, tanti quanti l’attesa ne avrebbe consentito. Poi, così come erano venuti, andavano, e l’uomo rimaneva in attesa della seconda uscita dal cinema, quella notturna. Allora gli avventori erano meno pazienti e avevano fretta di guadagnare le strade illuminate dai lampioni. Anche l’uomo si poneva come bestia da soma tra i bracci del carretto di legno e tornava a casa, le mani che odoravano di selvatico e di spine.

Santa Lucia

SantaluciaEsterina era vivace come un maschio. Così diceva sua nonna quando la vedeva correre senza ragione apparente tra i campi davanti casa, insieme ai suoi compagni di giochi, i figli di Biasu il confinante. Giocava con loro perché non c’erano compagnucce e perché era piccola, ancora. Le altre sorelle più grandi la guardavano con disprezzo e molta invidia, a loro non era permesso stare con i ragazzi, ormai avevano obblighi da adulte, aiutare la mamma non era cosa da poco. E per quanto non ci fosse una così grande differenza d’età, le altre erano costrette in casa dalla convenzione mentre Ester godeva di una libertà egoista e spensierata. Molte volte, però, Esterina s’era cacciata nei pasticci per via di quell’indole da selvaggia. Sempre glielo diceva suo padre di smetterla: Uno di questi giorni vedrai cosa ti capita, l’ammoniva bonario. E il giorno si presentò, come chiamato all’appello. Era estate. Il padre cuoceva in una fornace la calce viva, spegnendola in parte in una grande vasca piena d’acqua. La calce gli sarebbe servita per purificare la casa, imbiancandola. Esterina correva e correva. La nonna la richiamò più volte, ma Ester non ascoltò o forse finse di non ascoltare. Quell’enorme calderone bianco le sembrava l’antro dell’inferno fatto compiuto, lo stesso che ricorreva nei racconti della nonna quando, per frenarla presso di sé, l’ammaliava con quelle storie fatte di fuochi e di diavoli, tanto da sembrarle, l’inferno, un posto divertente dove sicuramente si sarebbe trovata a suo agio – così rifletteva anche la vecchia, peccando, forse, per avere simili considerazioni su quella piccolina. Il pensiero distrasse la vecchia perché, in quel preciso momento, sentì la nipote urlare e subito dopo suo figlio imprecare. Lo vide correre verso la vasca della calce spenta. Esterina, bianca da capo a piedi era nella calce e si dibatteva come una mosca prigioniera in un bicchiere di latte. Suo padre continuò ad imprecare verso se stesso e verso quel diavolo di figlia; in un attimo la sollevò e prese a cacciarle via dal volto tutto quel bianco, liquido e gocciolante. Ma la bambina spaventata e piangente urlava ai quattro venti che non riusciva a vedere più. La nonna le lavò immediatamente il volto, ma la bambina continuava a non vedere. Accorsero tutti quelli che stavano in casa, i vicini, i figli di Biasu. Quest’ultimo disse al padre: Portiamola al paese, dal dottore. Fu una corsa all’impazzata con la vecchia moto Guzzi del confinante, Esterina bianca a chiazze, il viso spaventato lavato dall’acqua e dalle lacrime, stretta tra suo padre e Biasu. Il medico la visitò con scrupolo e poi decretò per quella piccola la cecità. La calce, spiegò, le aveva bruciato gli occhi. Il padre con quelle mani enormi da contadino prese a schiaffeggiarsi per non essere stato capace di tenere a freno la bambina, di non essere stato capace di legarla, anche, se fosse servito a non rendere inferma sua figlia. La portarono a casa, così come erano andati. Piansero tutti, disperati. Piansero anche le sorelle confuse, convinte che l’invidia che avevano provato per Esterina avesse provocato l’incidente – l’invidia, ben sapevano, è un peccato grave che mai bisognerebbe provare, così ammoniva la nonna. Da quel giorno la nonna prese a portare la bambina in chiesa ogni giorno, chiedendo la grazia a santa Lucia, la santa della luce. L’immagine campeggiava su un altare secondario; su una grande tela era raffigurata una giovanetta con un vassoio in mano, sul quale erano compostamente adagiati due bulbi oculari. Nell’altra mano una palma, simbolo di martirio. Furono le prime cose che Esterina vide il tredici dicembre, durante la recita del rosario per celebrare la gloria della santa. Mentre la nonna sgranava, come tutti i giorni, le litanie per la salvezza della nipote, Esterina chiese alla donna: Nonna perché quella ha in mano un piatto con gli occhi? facendo segno verso l’altare. La donna guardò sgomenta quella nipote che, per quanto fosse piccola, ancora ricordava l’immagine della santa, guardata, forse, quando ancora aveva la grazia della vista. Le rispose distrattamente impegnata a non perdere il filo delle preghiere. Poi si fermò. Un pensiero le balenò nella testa, un pensiero che riteneva quasi impossibile da formulare, figurarsi se poteva dar conto a se stessa della fondatezza di quell’illuminazione blasfema. Tuttavia provò a chiedere alla bambina di che colore fosse il vestituccio che le aveva messo per andare in chiesa quella mattina. Esterina rispose: Rosso, nonna, come le fiamme dei diavoli! A quel punto la vecchia fu travolta da una gioia che non poteva tenere a freno e gridò concitata: Miracolo è! Miracolo, mia nipote vede! Le donne presenti si fecero vicine e contagiate dalla sacralità di quel momento presero a toccare la bambina e a segnarsi, nella convinzione di poter essere toccate anche loro dalla grazia di quell’evidente e sbandierato miracolo. Accorse il parroco che in sagrestia aveva sentito le donne vociare. L’uomo, convinto di doverle richiamare al silenzio che il luogo richiedeva, si ritrovò a gestire un’onda che andava e veniva, ora presso la nonna e la nipote, subito dopo vicina al prete. Le parrocchiane si erano assunte all’istante la funzione che ha il coro nelle tragedie greche, tutte insieme gridavano, tutte insieme piangevano, tutte insieme ridevano. Il sant’uomo dovette faticare non poco per venire a capo di quel delirio e aprendosi un varco nell’onda anomala, come Mosè al cospetto del Mar Rosso, guadagnò la prima fila davanti a nonna e nipote. Seduto, prese a calmare la bambina che nel frattempo scalciava e gridava davvero come un’ indiavolata a causa delle mille mani che le toccavano il corpo. Le regalò l’ immaginetta di santa Lucia proponendosi di fare un discorso a quattr’occhi con quest’ultima, in considerazione del notevole scompiglio che aveva provocato nella sua chiesa per il millantato miracolo. Un po’ di discrezione, che diamine! Magari palesare il gesto compiuto in sua presenza, durante la messa, gli sarebbe sembrata una cortesia, altro non fosse per tutto quello che aveva fatto per il triduo in suo onore. Si era in guerra ed era stata una vera impresa trovare dei fiori freschi per adornare l’altare della santa. Ma tant’è, adesso aveva il coro da tenere a freno e doveva cercare di sapere bene come erano andate le cose. Prese ad interrogare la nonna e poi la bambina mentre le altre ascoltavano in superstizioso silenzio. Quando ebbe chiara la situazione lui stesso si convinse che il miracolo era tale, prese la bambina in braccio e la condusse in processione attraverso la navata maggiore, con le prefiche dietro. Giunto sulla soglia della chiesa decretò ai quattro venti l’avvenuto miracolo di santa Lucia, a beneficio dello sparuto gruppo di vecchietti che, seduti in piazza, tentavano di riscaldarsi alla luce di un infreddolito sole di dicembre. Allo stesso tempo le donne uscirono senza aspettare che il parroco celebrasse messa e corsero a casa per vantarsi di aver assistito ad un miracolo. Quando altro mai sarebbe ricapitata loro una tale enormità su cui spettegolare? Per giorni e giorni e mesi e anni, Esterina beneficiò dell’appellativo di miracolata, ma la sua vita sociale si impoverì. I figli di Biasu provarono vergogna a giocare a giochi vastasi con una quasi santa, le sorelle continuarono ad invidiarla a distanza. Provò a mettere a frutto la grazia del miracolo sposando dopo qualche anno un forestiero che, intuito il guadagno che poteva derivarne, la promosse a santona, chiedendole di ricevere durante le feste di paese, in un improvvisato tendone, tutti coloro che volevano essere a diretto contatto con una miracolata, imbrogliando quelli che volevano essere imbrogliati. Rimpianse per tutta la vita di non essere stata capace di dire la verità quel giorno in cui fu condotta dal medico del paese: è vero, gli occhi le bruciavano, ma riusciva a distinguere il volto preoccupato del dottore. Ma quando mai si deve pretendere la verità da una indiavolata?

Sette ottavi

Heidi901Bice era una delle cugine di mio padre. Figli di una sorella e di un fratello non avevano avuto modo di frequentarsi se non in età adulta, quando il caso volle che avessimo casa a distanza di pochi passi. Bice faceva la sartina in casa. Era stata mandata da piccola da una maestra e dunque, da signorina, fu capace di gestire una piccola clientela fatta di donne con poche pretese. Minuta e dall’aspetto mite, Bice si vendicava del destino maligno, malignando e pettegolando sugli altri. Non avvezza ad uscire di casa difficilmente avrebbe potuto attingere notizie su cui arzigogolare dall’esterno, ma la sua fonte di informazioni – a volte meglio di un qualsiasi quotidiano – erano le sue clienti abituali e le vicine che, ogni giorno, sedevano sulla mezza sedia che Bice aveva a portata di Singer, e le raccontavano tutto quello che si svolgeva al di là delle persiane verdi perennemente appannate. Comunque anche spalancate, le persiane le avrebbero dato più fastidio che altro; la luce che pioveva dalla porta finestra, affacciata sul balcone pieno di begonie, era insufficiente, tanto valeva tenere le persiane in quel modo, si poteva guardare fuori, all’occorrenza, senza essere spiate dalla strada. Bice era una signorina grande. Il destino maligno, aggettivo che la soccorreva quando doveva definire la sua vita con chiunque le chiedesse, perché? veniva tirato in ballo per giustificare quella zitellanza mal digerita e mal vista in famiglia. Emanuele il fratello più grande, era la causa della sua condizione. Da ragazzo era stato malato di nervi e non s’era più riavuto. Ricoverato in ospedale i medici avevano consigliato di internarlo in manicomio; la famiglia non era in grado di gestire un giovane uomo che aveva iniziato a parlare con persone esistenti solo nella sua testa e così se ne sbarazzarono. Allo stesso momento si sbarazzarono del problema di accasare Bice, che bella non era e neppure fornita di una dote cospicua. Chi l’avrebbe voluta in moglie adesso che il fratello era diventato pazzo da manicomio? Quindi il padre, un contadino piccolo di statura e di cervello, taciturno quasi sempre, aveva decretato, in poche parole, la sua morte civile e l’aveva relegata in casa ad accudire a lui e a sua moglie, madre priva del diritto di replica. E anche se Bice da principio piangeva e sospirava, la madre finse di non sentire e si dimenticò di quella figlia, se non quando doveva comandarle la fattura di nuovi vestiti, uno o due all’anno, di più non se ne potevano permettere e poi sarebbe stato uno spreco per quella famiglia avara di tutto, di parole e di affetto, soprattutto. Così iniziò la sua vita fatta di piccole cose, del rumore della macchina da cucire che si muoveva al ritmo delle sue gambe magre mai incerte nel pedalare, delle gugliate di filo colorato disseminate sulla gonna di un panno sempre di colore marrone oppure grigio, degli occhi azzurri, i suoi, un po’ sporgenti, intenti a seguire la stoffa che si muoveva sotto il piedino che reggeva l’ago, del tavolo dove tagliava le stoffe con i modelli di carta velina e il gesso bianco, del ferro da stiro riscaldato sulla cucina economica che, messo sul panno bianco umido delle rifiniture, sfrigolava e le ricordava l’inverno quando la madre, poco più in là in cucina, faceva rosolare nella padella nera dei fritti il pane per condire le cime. A noi bambine Bice piaceva, perché era piccola di statura così come eravamo piccole noi, e ci insegnava a fare le imbastiture. Quando qualcuna in casa scocciava per mancanza di attenzione, le madri distratte si liberavano con un: Vai da Bice e fatti dare mezzo chilo di intrattieni. Questa esotica merce definita intrattieni ci sapeva di presa in giro, ma a noi piaceva stare al gioco, perché il mondo di Bice era colorato e pieno di stoffe; era un intrattieni tutto da esplorare. Così succedeva che Bice al limite della pazienza ci dava in mano, finalmente, due pezzi di stoffa, un ago infilato e ci diceva come fare una imbastitura. Fare quei punti lenti e lunghi con il filo bianco sulla stoffa colorata era una magia, l’intreccio che metteva insieme il nulla, per trasformarlo in una gonna di bambola – quello ci sembrava in certi momenti il ritaglio di stoffa – oppure in un paletò. In quel posto di intrattieni si parlava una lingua da grandi, ma diversa da quella dei genitori; venivano signore a provare i taier e in primavera i soprabiti sette ottavi dubel feis che Bice cuciva per la domenica delle Palme. Erano color confetto, colori che ricordavano a Bice i fiori che sbocciavano sul suo piccolo balcone nella stessa stagione dei taier. Così, a furia di confezionare quei paletò sette ottavi, le rimase attaccato addosso, come i fili sulla sua gonna di panno, il nomignolo che definiva la lunghezza sopra al ginocchio di un soprabito primaverile. Anche quando, anni dopo, seppi della sua morte da una vicina di casa, venne fuori malignamente un Bice sette ottavi.