Il racconto delle cose e dei fatti – adolescenti, ennesima puntata!

I ragazzi sono esseri curiosi, ma prevedibili nelle scelte.  Come sempre quando arriviamo in terza media, l’argomento cardine sul quale poi girano tutti i discorsi è l’adolescenza e i suoi ” disturbi “. Sui temi e sulle discussioni fatte in classe ho sempre raccontato con dovizia di particolari in anni non proprio recenti – sono ciclica e prevedibile anch’io: così come variano gli anni scolastici, apparentemente vario nel dire e nel fare e mi ” accomodo ” sugli argomenti di tendenza, ma gli argomenti si ripetono quasi uguali a se stessi e così i miei racconti – ma tant’è, senza divagare, parlavamo di adolescenza stamani in classe, e di tutto quello che ne consegue. Italiano, non più quello di un tempo, ma una collega più giovane e con figli ancora da tirare grandi, vive di prima mano le difficoltà di una preadolescente in famiglia con l’aggravante di ventisette preadolescenti  a scuola, da tirare anche quelli per le orecchie, come si vorrebbe fare, ma non si può. Così dall’esporre sul tema che sarà considerato tra qualche giorno, in un incontro pubblico contro la violenza sulle donne al quale parteciperà tutta la classe, siamo ” approdati ” sui ricordi dell’adolescente ” tardiva “, la me che cercava di inculcare nelle belle testoline di tutti, gli specchiati esempi di comportamenti corretti e di rispetto e di umana tolleranza verso quei poveri ” disgraziati ” genitori e in generale verso l’umanità tutta. Ho appena accennato a quanto fossi arrabbiata da adolescente e a quanto non mi piacessero le imposizioni, a quanto tutto fosse riconducibile ad un nero e bianco, senza mezze misure e senza colori. Ho evitato di dir loro che alcune scelte mi sono costate care, ma mi hanno aiutata ad essere come sono adesso. Erano tutti attentissimi e pieni di curiosità e di domande. Alla fine, ripensandoci, mi sono chiesta se avesse senso utilizzare le misure di protezione che usiamo anche con i figli, quel sostituirci ad oltranza che spinge figli adulti a comportarsi come ragazzini. Ma i discorsi fatti e quelli che faremo fanno parte del gioco delle parti, loro sono gli adolescenti e noi, per quanto ancora lungi dal ” diventare grandi “, siamo gli adulti dalle belle parole.

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Stili adolescenziali

Nel gruppo di adolescenti che incontro per strada tutto è omogeneo, dai capelli tagliati trasversalmente con lo stesso stile, per ragazzi e ragazze, ai jeans stracciati con leggere varianti – ma tutti concorrenti di un quadro di Burri. Omogeneo anche il total black, tanto da sembrare un dolente gruppo da funerale. Anche il trucco dell’unica ragazza è pesante e nero pece, in pendant con abiti e compagni, pesanti segni di bistro a calcare occhi da cerbiatta e viso di bambina. Nessuno sembra a disagio in gramaglie, nessuno considera se stesso un portatore di diversità e dunque voglioso di mostrare a tutti la propria indipendenza dagli altri, adottando stili di vita e abiti diversi da quelli del gruppo. Se vige un obbligo severo nell’adolescenza dei gruppi è proprio l’omologazione degli stili. Peccato. Solo l’adolescenza ti permette ogni possibile digressione, tutto è giustificato dall’essere adolescente.

Elogio della provincia

Deve aver giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte di ragazza il fatto di abitare in una città di provincia. Si trattava allora, di decidere quale fosse la città dove avrei studiato, quella che più mi ” assomigliava “,  dove mi sarebbe piaciuto stare e che poteva offrire garanzie di ” sicurezza ” ai miei genitori. Scartai quasi subito Roma, città troppo affollata e levantina, così simile alle città più grandi della mia terra. Con Firenze fu amore a prima vista, le zone più centrali da percorrere a piedi senza difficoltà, tra le mille opere d’arte che fino ad allora avevo visto solo sui libri e studiato e delle quali conoscevo la storia e il significante. Non fu un amore lineare e ricambiato, un conto è l’apparente, altro il contenuto. Da studenti, lontani da casa si vive una sorta di estraniamento, a non rapportati ad altri si diventa trasparenti, come fantasmi in una moltitudine. In una settimana mi dissi mille volte stupida e piansi non so quante lacrime sulla mia condizione di esiliata. L. mi ” salvò “, come il cavaliere delle fiabe, restituendomi ad una dimensione provinciale e umanissima, facendo in modo che i miei quattro anni di studi potessero diventare  il bel ricordo di oggi. Firenze rimane una città di provincia, nonostante l’immane quantità di persone che attraversa le sue vie ogni giorno, conserva ancora l’aspetto che più amo in una città, la dimensione di luogo a misura di persona.  Il retaggio di provincialismo –  e del sostantivo disconosco l’accezione più negativa che vuole colui o colei che vive in provincia come una persona gretta, limitata nella cultura e nei modi – l’essere di provincia, dicevo, te lo porti dietro sempre, te ne rendi conto quando visitando altre piccole città, ne apprezzi il passo e la lentezza, le belle piazze e i colori. Forse non sempre la gente è come la vorresti, ma la gente è uguale a se stessa in ogni città e in ogni situazione, nel bene e nel male. ( Riflessioni per le piazze di Ascoli Piceno nel giorno dell’Angelo )

…piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano… ( Piccola città, Francesco Guccini )

Una ragazza

adolescenteM. è un giunco esposto ai venti della vita. Della consistenza del giunco è il suo corpo acerbo e sottile, fasciato nei jeans, colorato del giallo ocra della felpa che a malapena le copre le braccia e le lascia scoperte le mani dalle dita lunghe e leggermente arrossate per il freddo di stamattina. Copriti ti prego, ho freddo solo a guardarti, le dico. Lei sorride e mi rassicura, Non ho freddo. Mi guarda con aria felice, le piace che abbia cura di lei. M. è un giunco che diventa roccia, in una manciata di anni vissuti ha già imparato che non è semplice affrontare i venti. Ha imparato in fretta a non compiangersi, ha imparato ad essere giunco e roccia insieme per la volontà ferma di chi sa guardare lontano. Mi prende voglia di abbracciarla, a volte, ma le sorrido soltanto per non metterla in imbarazzo. Così, quando vado, lei soffia per me un bacio dalla punta delle dita affusolate.

Midnight’s squaw

na-woman-2-apacheUn gioco simmetrico di sguardi in una notte lontana. Come ti ” corteggiammo ” giovane batterista, in una casa del popolo, durante un concerto suonato a due passi, tanto da sentirci immerse nel suono, tanto da sentirci immerse in occhi lago azzurro, curiosi e simmetrici? – valevano gli sguardi allora, valeva sentirsi appagati anche solo da quelli. Avremmo dovuto limitarci al gioco, ma non serviva e non bastava quella sera, gli sguardi erano audaci e bisogna lasciarti con un appuntamento di mezzanotte scritto in fretta su un biglietto. Per poi  saperci stupite e deluse, solo dopo averti visto arrivare, nascoste dietro un muro complice, con tanti, troppi amici, non previsti e non graditi. Sei rimasto nei racconti di memoria, come quello che fu mancato da due squaw di mezzanotte.

Quelle bambine bionde

sognoadoccQuanto dura la stagione della svagatezza e dell’ignoranza – se per ignoranza si intende il vivere leggero e in maniera consona alla virtù primordiale della verginità d’animo e di cuore, all’incorruttibile senso di fanciullezza – poiché basta un nulla a stringerti d’assedio? E quando il nulla è rappresentato dalle parole di un adulto che media la richiesta del ragazzino più in là, di colui che mosso dalla curiosità nei tuoi confronti vuole conoscerti, tutto cambia di senso e di ragione. E non vale il pudore che dovrebbe appartenere ad entrambi – il curioso imberbe e la biondina dodicenne dell’ombrellone di fronte – perché qualcosa viene corrotta e spezzata come in un gioco troppo audace che appartiene ad un mondo adulto e distorto. Alle bambine bionde dell’ombrellone di fronte avrei voluto dire di non prestare ascolto alle parole del bagnino, foriero di stupide richieste, adulto sciocco a prestarsi ad un gioco bambino. Alle bambine bionde avrei voluto dire tappatevi le orecchie e il cuore, aspettate e godete di sguardi e di mare, fate vostra la vita a piccole dosi, piuttosto che ridere come sciocche, passate in poche parole dalla bionda svagatezza al verminoso pensiero.

Aprile, amore(?)

meEra d’aprile. Guarda, era un giorno sicuramente più caldo di oggi – soffia dal mattino una tramontana che porta via ogni cosa, anche i pensieri, e non accenna a diminuire d’intensità. Era caldo, lo ricordo. Lo vedo da quello che indossavo, pantaloni chiari e pullover di cotone scuro a coste. É possibile aggiungere un particolare che può sembrare ininfluente, però mi interessa raccontartelo: sorridevo

“ Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi, se per caso avevo ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non guardavi ”

Sorridevo altrove, senza guardare. La prima volta che non andavo a scuola deliberatamente, non per un evento estraneo, non per una festa comandata, non c’ero andata perché era aprile e il meglio per me, quel giorno, era stare nel sole e sorridere senza guardare, stagliata nel cielo, le mani tra i capelli, felice per un giorno di vacanza inaspettato, felice per un amore che si annunciava. Era aprile, era amore(?)