Elogio della provincia

Deve aver giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte di ragazza il fatto di abitare in una città di provincia. Si trattava allora, di decidere quale fosse la città dove avrei studiato, quella che più mi ” assomigliava “,  dove mi sarebbe piaciuto stare e che poteva offrire garanzie di ” sicurezza ” ai miei genitori. Scartai quasi subito Roma, città troppo affollata e levantina, così simile alle città più grandi della mia terra. Con Firenze fu amore a prima vista, le zone più centrali da percorrere a piedi senza difficoltà, tra le mille opere d’arte che fino ad allora avevo visto solo sui libri e studiato e delle quali conoscevo la storia e il significante. Non fu un amore lineare e ricambiato, un conto è l’apparente, altro il contenuto. Da studenti, lontani da casa si vive una sorta di estraniamento, a non rapportati ad altri si diventa trasparenti, come fantasmi in una moltitudine. In una settimana mi dissi mille volte stupida e piansi non so quante lacrime sulla mia condizione di esiliata. L. mi ” salvò “, come il cavaliere delle fiabe, restituendomi ad una dimensione provinciale e umanissima, facendo in modo che i miei quattro anni di studi potessero diventare  il bel ricordo di oggi. Firenze rimane una città di provincia, nonostante l’immane quantità di persone che attraversa le sue vie ogni giorno, conserva ancora l’aspetto che più amo in una città, la dimensione di luogo a misura di persona.  Il retaggio di provincialismo –  e del sostantivo disconosco l’accezione più negativa che vuole colui o colei che vive in provincia come una persona gretta, limitata nella cultura e nei modi – l’essere di provincia, dicevo, te lo porti dietro sempre, te ne rendi conto quando visitando altre piccole città, ne apprezzi il passo e la lentezza, le belle piazze e i colori. Forse non sempre la gente è come la vorresti, ma la gente è uguale a se stessa in ogni città e in ogni situazione, nel bene e nel male. ( Riflessioni per le piazze di Ascoli Piceno nel giorno dell’Angelo )

…piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano… ( Piccola città, Francesco Guccini )

Una ragazza

adolescenteM. è un giunco esposto ai venti della vita. Della consistenza del giunco è il suo corpo acerbo e sottile, fasciato nei jeans, colorato del giallo ocra della felpa che a malapena le copre le braccia e le lascia scoperte le mani dalle dita lunghe e leggermente arrossate per il freddo di stamattina. Copriti ti prego, ho freddo solo a guardarti, le dico. Lei sorride e mi rassicura, Non ho freddo. Mi guarda con aria felice, le piace che abbia cura di lei. M. è un giunco che diventa roccia, in una manciata di anni vissuti ha già imparato che non è semplice affrontare i venti. Ha imparato in fretta a non compiangersi, ha imparato ad essere giunco e roccia insieme per la volontà ferma di chi sa guardare lontano. Mi prende voglia di abbracciarla, a volte, ma le sorrido soltanto per non metterla in imbarazzo. Così, quando vado, lei soffia per me un bacio dalla punta delle dita affusolate.

Midnight’s squaw

na-woman-2-apacheUn gioco simmetrico di sguardi in una notte lontana. Come ti ” corteggiammo ” giovane batterista, in una casa del popolo, durante un concerto suonato a due passi, tanto da sentirci immerse nel suono, tanto da sentirci immerse in occhi lago azzurro, curiosi e simmetrici? – valevano gli sguardi allora, valeva sentirsi appagati anche solo da quelli. Avremmo dovuto limitarci al gioco, ma non serviva e non bastava quella sera, gli sguardi erano audaci e bisogna lasciarti con un appuntamento di mezzanotte scritto in fretta su un biglietto. Per poi  saperci stupite e deluse, solo dopo averti visto arrivare, nascoste dietro un muro complice, con tanti, troppi amici, non previsti e non graditi. Sei rimasto nei racconti di memoria, come quello che fu mancato da due squaw di mezzanotte.

Quelle bambine bionde

sognoadoccQuanto dura la stagione della svagatezza e dell’ignoranza – se per ignoranza si intende il vivere leggero e in maniera consona alla virtù primordiale della verginità d’animo e di cuore, all’incorruttibile senso di fanciullezza – poiché basta un nulla a stringerti d’assedio? E quando il nulla è rappresentato dalle parole di un adulto che media la richiesta del ragazzino più in là, di colui che mosso dalla curiosità nei tuoi confronti vuole conoscerti, tutto cambia di senso e di ragione. E non vale il pudore che dovrebbe appartenere ad entrambi – il curioso imberbe e la biondina dodicenne dell’ombrellone di fronte – perché qualcosa viene corrotta e spezzata come in un gioco troppo audace che appartiene ad un mondo adulto e distorto. Alle bambine bionde dell’ombrellone di fronte avrei voluto dire di non prestare ascolto alle parole del bagnino, foriero di stupide richieste, adulto sciocco a prestarsi ad un gioco bambino. Alle bambine bionde avrei voluto dire tappatevi le orecchie e il cuore, aspettate e godete di sguardi e di mare, fate vostra la vita a piccole dosi, piuttosto che ridere come sciocche, passate in poche parole dalla bionda svagatezza al verminoso pensiero.

Aprile, amore(?)

meEra d’aprile. Guarda, era un giorno sicuramente più caldo di oggi – soffia dal mattino una tramontana che porta via ogni cosa, anche i pensieri, e non accenna a diminuire d’intensità. Era caldo, lo ricordo. Lo vedo da quello che indossavo, pantaloni chiari e pullover di cotone scuro a coste. É possibile aggiungere un particolare che può sembrare ininfluente, però mi interessa raccontartelo: sorridevo

“ Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi, se per caso avevo ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non guardavi ”

Sorridevo altrove, senza guardare. La prima volta che non andavo a scuola deliberatamente, non per un evento estraneo, non per una festa comandata, non c’ero andata perché era aprile e il meglio per me, quel giorno, era stare nel sole e sorridere senza guardare, stagliata nel cielo, le mani tra i capelli, felice per un giorno di vacanza inaspettato, felice per un amore che si annunciava. Era aprile, era amore(?)

Baciami adesso se vuoi

gelosia_garrel_foto3Sono giovane, oh sì, assurdamente ragazza, assurdamente stolida da pensare a te che sembri fuoriuscito da un libro sull’esistenzialismo, la barba incolta, i maglioni a collo alto e le Gauloises a portata di mano, un sorriso smozzicato e l’aria stropicciata di uno che ha vissuto, ma solo una manciata di anni più dei miei. Sei all’ultimo anno ed io al primo, stolida, – l’ho già detto? – al tuo corteggiamento tutto sguardi e poche parole, rispondo offrendoti un’esperienza che non ho e che non posso avere, perché sono una giovane, giovanissima ragazza – detto anche questo – senza ricordi che sostengano un presente nebuloso e accattivante. Così ti rispondo che sì, oh sì, sono disposta ad uscire con te, folle – a questo punto –  che non sono altro, con te che sei un perfetto sconosciuto, neanche il tempo di conoscerci meglio, esco con te e non so cosa succederà, esco con te e non so che cosa aspettarmi perché sono giovane e folle e curiosa. E preparo un’uscita che sarà fatta di poco tempo, un’uscita serale di prima sera, impensabile un altro tempo che vada oltre il consentito di una bugia – vado a studiare dalla mia amica. Così tu arrivi con un autobus e io sono lì alla fermata ad aspettarti, ad aspettare la tua meraviglia nel vedermi. È troppo piccola, non verrà, non le permetteranno d’uscire, mi dici questo mentre camminiamo appaiati nelle vie della mia città, cammino al tuo fianco e spero di essere trasparente, spero di non incontrare nessuno che mi conosca, spero e tremo al pensiero che anche gli alberi possano riconoscermi e parlare e segnare a dito la mia folle passeggiata in una sera appena iniziata, con uno sconosciuto. Così camminiamo senza meta e, ad un tratto, mi chiedi: Dove andiamo? Devo avere uno sguardo da stupida se subito dopo decidi tu dove condurmi, in un luogo che probabilmente ti è noto perché ci già sei stato con una tua fiamma occasionale, oppure con una ragazza tua pari, e non come adesso che stai per portarci una piccola e folle ragazza. È su una spiaggia di sassi a ridosso di un muraglione che ci protegge dagli sguardi di chi non ha nulla da nascondere, che sediamo al buio di quella prima sera. Nell’ombra distante altri ragazzi, con altre storie, probabilmente simili a questa che sta per diventare nostra, che si avvia ad essere un ricordo nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Il buio aiuta gli audaci e coloro che sanno applicare le regole del vissuto, invece l’oscurità mi rende come di sale e muta. Con garbo mi cerchi le mani, te le affido come se fossero qualcosa che non mi appartiene.

In questa lontananza fatta di anni e di altre storie penso alla fatica che avrai fatto, penso a quali saranno stati i tuoi pensieri al cospetto di quella folle. Come avrai avuto il coraggio di baciarmi, poi? Di sicuro con la stessa stolida determinazione che ti ha portato ad uscire in una prima sera con una giovane, giovanissima, ragazza. Fu un bacio sottratto all’inesperienza, se avessi avuto più coraggio ti avrei detto : Baciami adesso se vuoi, perché volevo che tu mi baciassi, a fior di labbra, in una sera del mio lontanissimo ricordo.

Vedi cara

felice casoratiTi osservavo da lontano mentre parlavi con la tua giovane amica. Il tuo dire, articolato nei gesti e da sorrisi rapidi che ti illuminano il volto, mi sono sembrati quelli di una persona animata dalle migliori intenzioni in un inizio di mattina di metà autunno. É stato quando sei passata vicina, sfiorandomi, che ho notato la supponenza della tua bellezza nel gesto sfrontato dell’allontanare un ciuffo di capelli che ti era caduto sugli occhi, cercando, con quel gesto, un consenso al momento non disponibile. In quello mi è sembrato di trovare la chiave delle tue scelte future. Ho pensato a come saresti stata da “ grande “ ho pensato per un momento a come potresti sopravvivere ad un futuro ordinario, fatto di quelle cose che tutti facciamo. Ci si adatta alla mancanza di attenzioni, alla mancanza di bellezza, alla mancanza di gioventù? Ho captato le tue parole, erano un vaniloquio che comprendeva un lui abbagliato, probabilmente, dall’avvenenza d’oggi. Vedi, cara, quando la bellezza sfiorisce con la supponenza, ci si supporta e si sopporta con la testa e soprattutto con quello che la testa contiene. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.