Lo zio

I_promessi_sposi-362Entrò a far parte della famiglia sposando la terzultima delle sorelle. A memoria d’uomo non s’era mai visto un nobile, sia pure spiantato e decaduto, sposare una contadina, ma tant’è anche i nobili hanno appetiti e tutti terreni come la famiglia dei contadini ebbe modo di verificare in seguito. Spalleggiato dal padre conte era stato mandato a studiare all’estero, all’accademia delle belle arti, come si addiceva a quel figlio che non solo di arte ma anche di parte mostrava non averne. Aveva così sperperato denaro, tanto, anche le doti delle sorelle che, senza più nulla da offrire se non la spocchia nobile, non avevano avuto occasione di maritarsi e avevano scelto di rimanere zitelle piuttosto che ripiegare su un matrimonio di convenienza come l’unico e invidiato fratello. Gli anni all’estero dello zio erano passati in fretta tra le lenzuola di  talune prezzolate incontrate nei caffè dove amava rifugiarsi e di qualche compagna di studi più intraprendente. Ne aveva ricavato un senso di onnipotenza che molto aveva a che fare con il contenuto dei suoi calzoni, ritenuto a ragione, la sua, come qualcosa di irresistibile di cui andar fiero, convinto com’era che le donne apprezzassero e tanto. In realtà quelle stesse ritenevano più interessanti i mezzi più materiali e visibili di cui lo zio era prodigo, convinte anche loro che la fortuna di una ragazza risiede tutta in quelle stesse parti basse, bassissime in realtà se si considera la venialità con cui certi ragionamenti venivano messi a punto dall’una e dall’altra parte. Ragionamenti simmetrici, tuttavia, mossi da un interesse tutto momentaneo e terreno. Mentre la terzultima sorella sembrò non rendersi conto dei calcoli e dei ragionamenti, anzi. La meschina, lusingata da tante attenzioni galanti, si innamorò perdutamente del bel tomo ritornato in quel paese dimenticato da Dio, con l’aura di quello che aveva conosciuto il mondo e tanto bastava ad entrambi. Intanto lo zio, elevato a tale rango di parentela stretta dallo status maritale, lui sì aveva avuto modo di rendersi conto quasi subito di quante e quali gonnelle ci fossero nella famiglia contadina e con tale consapevolezza aveva considerato giusta la scelta di sposare una di quelle gonnelle. Le sorelle erano tante, ma anche le nipoti acerbe e meno acerbe, e si affacciavano alla vita rispettose della parentela e taciturne su certe preferenze dello zio. Allo zio piacevano tutte e con le sorelle della moglie contadina faceva valere la galanteria, il corteggiamento per posa, appreso come arte nella famiglia di origine. Aveva, però, mantenuto una facciata da schiatta nobiliare e aveva separato la moglie contadina dalle altre, portandosela ad abitare in città. Abbandonata a se stessa nella casa del marito, grande e disadorna e mal messa, pativa la lontananza dalle sorelle e la solitudine, poiché suo marito passava le giornate nei circoli privati a sperperare quel poco che rimaneva del patrimonio di famiglia e a rendere interessanti, dunque pieni di interessi, i pomeriggi di certe donnine. Quando seppe dello stato, quello sì davvero interessante, della moglie, decise che sarebbe stato conveniente rispedirla a casa dalle sorelle. Le fece visita un paio di volte, giusto in tempo per passarle un fastidio che gli era stato regalato durante la permanenza nella dimora più visitata e chiacchierata della città. Durante il soggiorno nella casa contadina della moglie gli sembrava di essere in un stato continuo di ebbrezza, gli era sufficiente allungare una mano per cogliere la rotondità di un seno acerbo nascosto alla vista ma non al tatto, l’arrendevolezza vergognosa delle ragazze, nipoti della moglie gravida, che scambiavano le sue calcolate e pruriginose attenzioni per una forma di interessamento affettuoso, senza però avere il coraggio di raccontarle, quelle carezze, ad anima viva, meno che mai alle madri, circuite a loro volta dalle chiacchiere del bel tomo. Nacque una bimba, buona sola ad aprire le gambe, fu il commento paterno dello sciagurato. Finì che un medico presso il quale si era rivolto per via di quell’antico fastidio che di tanto in tanto tornava a ravvivarsi, visitandolo, gli diagnosticò un male incurabile, proprio all’oggetto costante delle sue passioni. Si sentì tradito come se un vecchio compagno d’avventura gli avesse voltato le spalle. Tornato a casa, presa da un cassetto la vecchia pistola di suo padre, sparò un colpo al traditore. Mancò le parti vitali per poco. Operato d’urgenza gli fu rimosso anche il tumore, con quel che rimaneva. Passò il resto della sua vita a ricordare, innocuo e senza più desideri.

4 thoughts on “Lo zio

    • mizaar 29 dicembre 2015 / 10:28

      come si dice: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo… zampone!🙂

    • mizaar 24 gennaio 2016 / 19:00

      mica solo ad arcore ci sono zii esuberanti!🙂

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