Mimose

Il primo ad accorgersi di quella stranezza fu un gatto randagio che, perso com’era dietro la traccia odorosa che aveva lasciato il furgone che trasportava i pesci al mercato, si soffermò a curiosare  un momento, prima di riprendere il suo cammino di cacciatore. Avvicinò una zampa a saggiare il soffice delle palline gialle, infilò il muso al centro dei rami e, dopo aver fatto un sonoro starnuto per via del polline che gli si era attaccato alle vibrisse, fece un balzo all’indietro e, indispettito, scomparve dietro l’angolo. Poco più tardi il piccolo della signora del primo piano, bardato come un guerriero giapponese, con un copricapo che oltre a coprirgli il capo, appunto, gli copriva parzialmente anche gli occhi – strani giorni quelli di inizio marzo, freddi al mattino come non mai… ragion per cui la giovane mamma del guerriero lo aveva coperto in modo inverosimile.  Il piccolo, dicevamo, nonostante l’impedimento li vide, appena ebbe messo il naso fuori dal portone verde  – e solo quello gli spuntava dalla montagna di lana guerriera! – si spenzolò dal passeggino e prese ad indicarli con strani mugugni, non sapendo dire altro. La mamma preoccupata che potesse cadere e non riuscendo a capire cosa mai di così urgente avesse da dirle quel suo figlio bardato, lo prese per le spalle e sistematolo alla bell’e meglio nel passeggino, prese la salita che li avrebbe portati al nido, infinocchiandolo, per distrarlo, con una filastrocca appena imparata ad uso e consumo nei momenti critici. Non poteva certo fermarsi a guardare ciò che il piccino le indicava, i suoi minuti contati non glielo permettevano, avrebbe fatto tardi al lavoro. La strada prese vita con il passare del tempo. Cominciò a muoversi, cantando a mezza voce, il verduraio. Dispose le sue cassette colorate fuori dall’uscio della bottega, accatastò sui banchi di legno le verdure appena innaffiate per dare l’impressione che fossero state appena colte, impilò come se fossero piramidi d’Egitto le mele, rosse e gialle.  Una mela cadde dal mucchio e rotolò, fermandosi, davanti al portone verde. Per un attimo fugace, prima che il verduraio la potesse raccogliere per metterla insieme alle sorelle egiziane, la mela gialla – altoatesina, insomma, altro che egiziana! – scambiò un’occhiata con il giallo che vedeva di fronte a sè. Si convinse di essere senz’altro più rotonda e gialla e in forma di quelle piccole palline – evanescenti, le venne di dire, quasi senza forma, ecco! – e si complimentò della fortuna che aveva avuto ad essere nata mela. Il verduraio notò, dunque, quasi subito la mela fuggitiva. Senza una parola si avvicinò e la raccolse, senza badare a cosa avesse di fronte quella sfacciata, e tornò al suo da fare. La sistemò in cima alla piramide, ma repentinamente cambiò idea. Strofinata sulla manica del maglione, lucida come non mai, la grassa e boriosa mela gialla altoatesina, finì i suoi giorni come colazione del verduraio. Con il passare delle ore, furono tante le storie che si intrecciarono davanti al portone verde. Passò anche il venditore ambulante di cover per cellulari che non aveva un quartiere fisso, ma si muoveva secondo l’estro del momento  o sulle indicazioni che il suo meticcio gli forniva, quando seguiva una pista. Andavano con il carrozzino colorato pieno di cianfrusaglie inutili, ma che gli permettevano di vivere senza rubare, poichè di cianfrusaglie avevano bisogno gli altri intorno a loro. Si misero seduti un momento sul gradino davanti al portone verde, l’umano stanco per la mattinata passata per le strade che salivano verso la parte alta della città vecchia, il meticcio accondiscendente ma ancora pieno di energia e di voglia di annusare la vita intorno. Poggiò il suo muso sulle gambe dell’uomo, ma quando vide che non reagiva al suo scondinzolio, capì che era chiedergli troppo e rivolse la sua curiosità verso l’angolo di quel vecchio portone. Si accorse così del giallo anche lui, non proprio giallo vedeva, ma sentiva, altrochè!, un odore strano che pizzicava il tartufo, non proprio spiacevole, però. Sapeva, l’odore, di primavera, di sole nel cielo, di erba alta, gli ricordava casa, l’angolo di giardino in cui la sua mamma, una giovane meticcia anche lei, bionda e al primo parto, lo aveva dato alla luce con altri tre cuccioli. Che giorni felici furono quelli, prima di essere catturato e messo in un canile! Per fortuna il suo umano, un uomo solo e lontano da casa, così come lui lontano mille ricordi dalla sua vita di prima, lo aveva preso con sè e dividevano i giorni e le stagioni e la strada. Distogliendo il tartufo dal passato che quelle piccole palline gialle avevano portato, sospirò, cosa che destò il suo umano dai suoi mille pensieri. L’uomo gli pose una mano sul capo e gli fece capire che era il momento di andare di nuovo. Quando Miss Fletcher le notò passando e le fotografò, incuriosita lei sola e attenta, tra i tanti distratti che erano passati, solo in quel momento, si resero consapevolmente conto di esserci e di essere state poggiate lì, a ridosso del portone verde, da chissà chi perchè prese come erano state dai tanti cambiamenti avvenuti nel volgere di qualche ora si sentivano frastornate e avviate all’appassimento precoce. Recise dall’albero dal quale avevano assorbito la linfa vitale fino a poco prima, e poi messe in bella mostra nella vetrina di un fioraio si erano convinte di essere destinate a miglior vita, magari nel salotto buono di qualche dama, e con tanta acqua, si sperava, in un bel vaso di porcellana. Invece eccole lì, accantonate e in debito d’acqua, solleticate da qualche tartufo curioso, invece che dal nasino di una signorina felice di averle ricevute in dono. Scontente della loro sorte di trascurate non si resero conto di essere state guardate a vista, per tutta la giornata, da due occhi miti che appartenevano ad un vecchio pensionato, dirimpettaio del portone verde. Le aveva comprate lui, le mimose, convinto di far colpo sulla vedova dell’ultimo piano, con quel mazzolino giallo odoroso di primavera, in quel giorno freddo e ventoso. Si era ripromesso di portargliele a casa, di presentarsi alla sua porta così, senza essere inviato, per avere finalmente la possibilità di parlare con quella donna che vedeva uscire ogni giorno dal portone verde, bella e in forma, nonostante l’età più vicina alla sua di quanto non osasse immaginare. Poi si era sentito incerto, preso da mille perplessità aveva rinunciato al suo proponimento, aveva poggiato le mimose al portone verde, in un angolo,  e si era messo di guardia alla finestra, sperando che la donna, uscendo di casa, potesse incuriosirsi alle sue mimose, per poi portarle a casa. Sarebbe stato come esserci anche lui in quella casa, finalmente, insieme al giallo dei fiori. Infine la donna uscì, notò subito le mimose ormai avvizzite e, seccata, commentò a voce alta sulla maleducazione di certe persone abituate ad imbrattare con la loro sporcizia ogni dove. Poi prese il mazzolino di fiori, si incamminò verso il contenitore delle cartacce e vi infilò le mimose, con malgrazia.

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Numeri ( per l’otto marzo )

I numeri nella loro infinita sequenza, nella loro estrema semplicità e crudezza, raccontano molte  più storie di quante potremmo raccontarne voi ed io, di qui all’eternità. Attingo informazioni dal sito di “ Save the children “: 

Nei paesi in via di sviluppo più di 16 milioni e mezzo di ragazze partoriscono tra i 15 e i 19 anni, 2,5 milioni prima di compierne 16. Oltre a comportare gravi rischi per la salute delle mamme bambine e dei loro neonati, le complicazioni durante la gravidanza e il parto precoce sono la prima causa di morte per le giovani donne globalmente, con una stima annuale di 70.000 decessi tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni.

Salute e qualità della vita sessuale e riproduttiva rischiano di essere compromesse per un numero ancora più ampio di giovani donne. Sono infatti 30 milioni quelle esposte, secondo le stime relative al periodo 2016-2026, al rischio di subire una mutilazione genitale e le sue conseguenze, 12 milioni ogni anno quelle che si sposano prima di compiere 18 anni, e sono 2,6 miliardi le ragazze e donne che vivono ancora oggi in paesi dove lo stupro coniugale non è considerato di fatto un crimine.

Anche l’accesso a una risorsa fondamentale come la scuola è precluso a circa 62 milioni di loro e per una su 4 scuola ed educazione rimarranno un sogno per tutto l’arco della vita. […] Oltre un terzo delle giovani donne in paesi in via di sviluppo è fuori dal circuito scolastico e lavorativo. C’è inoltre l’alto rischio di tratta e sfruttamento sessuale e lavorativo per quelle giovani in cerca di una vita migliore, che seguono false promesse per poi ritrovarsi intrappolate nel circuito criminale della prostituzione. Su 21 milioni di vittime di lavoro forzato in tutto il mondo, più di un quarto sono minori e soprattutto di sesso femminile, si tratta in gran parte di vittime di tratta e sfruttamento sessuale.

Dietro ai numeri immaginate le storie, immaginate le bambine e le donne, immaginate e riflettete sui numeri. Otto marzo, festa della donne, sì, ma quali donne?

Vedo gente, faccio cose

Le strade di Natale, si sa, sono piene di gente – per non parlare dei supermercati, ma di quelli ve ne ho già parlato a iosa in altri momenti. Qualche giorno fa – vigilia di Natale oppure antivigilia, non ricordo bene… i ricordi ad una certa età si fanno confusi 😉 – camminavo per strada, presa dal ruolo di vivandiera natalesca, quando mi sono bloccata per un momento a guardare stupita  due persone in avanti con gli anni. Andavano senza una meta precisa, facevano evidentemente una passeggiata sul corso,  la donna a braccetto di suo marito, il compagno di una vita. Lui impettito, preso dal ruolo di accompagnatore, vestito con gli “ abiti buoni “ della domenica, una camicia bianca con la cravatta scura, il cappotto nuovo, le scarpe tirate a lucido. Lei, non da meno, indossava un capo con il collo di pelliccia e la borsetta al gomito. Così distinti, così distanti dagli standard abituali che vedono anche le persone anziane essere sempre più sciatte e meno curate nell’aspetto. Ho pensato che bisognerebbe ripristinare per legge la cura per se stessi, come forma di abitudine mentale.

Quale storia vuoi che io racconti…

E. Manet, Le chemin de fer

 

Lo sguardo fermo e diretto verso chi guarda, le labbra ancora chiuse. La giovane donna dai capelli rossicci, ha sollevato gli occhi che fino a poco prima erano intenti a scorrere le pagine del libro poggiato in grembo, non ancora chiuso, con le dita a tenere il segno. L’espressione del viso è incerta, la donna ancora non sa che cosa aspettarsi dall’insistente permanere del flâneur che ha di fronte e che la scruta. Durante la sua passeggiata mattutina, ha trovato rifugio a ridosso della cancellata che costeggia la ferrovia. È ferma lì da un po’ di tempo, tanto che il cucciolo di cane che l’ha accompagnata, ha avuto modo di acquietarsi e di addormentarsi tranquillo. Il libro e il cucciolo formano una larga macchia chiara sullo scuro dell’abito severo che la donna indossa. Dalle maniche larghe dell’abito spunta il bordo della camicia arricchita dal plissé della stoffa, chiara anche quella, in pendant con il bordo leggero del merletto che allieta in alto il colletto di un abito troppo scuro e troppo pesante per la bella stagione. In testa un cappellino fiorito, come conviene che una giovane donna borghese indossi, quando si reca fuori casa. Il cappellino scuro, dalla curiosa forma di un cestino rovesciato, imprigiona la sommità dei riccioli   che altrimenti spunterebbero sulla fronte bianca, ampia e spaziosa della donna. L’uomo vorrebbe porle delle domande, chiederle: Mi scusi madame, sa dirmi l’ora? Una scusa, è evidente, una scusa per poterle parlare. Ma la donna non ha al polso un orologio e l’uomo non sa nemmeno se la donna che ha di fronte è sposata oppure è vedova e per quanto fuori dagli schemi sia il suo carattere, sa bene che una donna borghese non può essere avvicinata con una scusa banale. E ancora, l’uomo sa bene che ora è quella, sa quando gli sbuffi del treno a vapore, che parte della Gare de Saint-Lazare, riempiono l’aria tersa di giugno, quando sferragliando la macchina riempie di suoni metallici lo spazio intorno. Molte volte è stato lì ad osservare, a dipingere, molte volte durante quella vita che ora sa sfuggirgli dalle mani. Ma la donna non parla, anche se a guardare meglio i suoi occhi sembrano dire: Quale storia vuoi che io racconti, vuoi che ti dica chi sono stata? Vuoi sentire della bambina che ero, la stessa che adesso, di spalle, vedi intenta a guardare oltre la cancellata, quello che succede al di là della ferrovia? La bambina però è l’immagine di un pensiero proiettato nella realtà, il ricordo di speranze lontane, la rappresentazione di un passato remoto, ricco di promesse mai mantenute. La bambina aggrappata al nero del ferro è la donna qual era, e la giovane non può usarla per raccontare qualcosa di sé che è ben difficile da raccontare. I pochi attimi, quelli che intercorrono tra l’essere osservati e l’osservare volgono al termine. L’uomo va oltre e la donna riprende a leggere, scuotendo leggermente la testa per far fuggire via i pensieri che poco prima l’hanno abitata.

Sarà capitato anche a voi

La prima volta fu l’amico di famiglia che doviziosamente ritenne di poter dire a una ragazzina, appena dodicenne, quanto interessante fosse un corpo acerbo appena sbocciato e quanto quel corpo facesse breccia nei suoi pensieri di adulto sporcaccione. La volta successiva fu il Cos’è?!? della compagna di classe a distoglierci dallo svagato camminare verso la fermata dell’autobus. Ad attenderci un orco solitario munito di un giornale con il quale copriva quello che poi scopriva al sopraggiungere di quel gruppo vociante di ragazzine al primo anno della scuola superiore, appena più grandi, ma ancora assurdamente impreparate a metabolizzare uno schifoso esibizionista. Poi furono le mani dello zio che agguantavano quel che capitava, quando nessuno vedeva, interesse maniacale applicato in maniera seriale a tutte le nipotine. E ancora sconosciuti  che abbordavano per strada con un Dobbiamo conoscerci! dove la conoscenza non comprendeva un urbano scambio di generalità, ma un passaggio diretto ad un approccio decisamente biblico. In molti si sono sentiti in dovere di dire la loro a proposito di una tale parte del corpo che avevano di fronte, piuttosto che su un’altra, esprimendo la loro preziosa opinione, generosi valutatori di carne, neanche se avessero a che fare con una mucca al pascolo invece che con una ragazza. Il più romantico, incrociando per strada la ignara suscitatrice di pensieri bucolici, espresse un Come ti vorrei sognare! tutta la sua voglia di conoscenza diretta. Interrompo l’elenco perché queste sono le storie che ricordo meglio, le altre le ho dimenticate, oppure ho voluto dimenticarle. Queste storie hanno permesso che potessi vergognarmene, come se la capacità di provare imbarazzo e disagio e timore, fosse una mia preoccupazione solitaria piuttosto che il contrario. Sono storie che allora non ho raccontato a nessuno, che a nessuno raccontavamo, perché non avremmo neppure saputo trovare le parole per raccontare gli atti e gli affronti, perché nessuna madre, donna, ti metteva in guardia da quello che gli uomini, certi uomini, facevano e dicevano. Le madri avrebbero dovuto raccontare il sesso per quello che era, qualcosa di positivo se supportato da conoscenza, rispetto e amore, una brutalità senza senso altrimenti. La mia forse è stata l’ultima generazione fornita di madri nemiche, ostili a loro volta verso se stesse oltre che per i loro attributi di femmine, inchiodate ad una condizione di subalterne a vita. Così siamo cresciute, nel bene e nel male di storie senza molte scelte, capitate sicuramente alle più di noi, ragazze prima, donne poi. E a sentire quello che succede le cose si ripetono sempre uguali, da una parte uomini avidi di sesso brutale, dall’altra donne che devono darsi delle possibilità. Se avessi avuto una figlia le avrei detto quello che andava detto. Ai miei figli racconto le mie storie e gli insegno il rispetto verso le persone e verso le donne. Credo di averne fatto degli uomini gentili.

Giacche

Portavo allora un eskimo innocente recitava il poeta e, fedele alla linea, portavo anch’io giacche da uomo. Ne avevo una, bellissima, di un tessuto spigato un po’ ruvido, grande abbastanza perché potesse contenere tutta la mia voglia di essere diversa, controcorrente. Le maniche un po’ lunghe a coprire, in parte, mani sempre diacce, bavero alzato per proteggermi da temperature non ancora primaverili, andavo così impavida, convita che una sola giacca potesse fare la differenza. Ma l’oggetto dei miei sogni, la Giacca con la maiuscola, era quella che a volte mi capitava di vedere sulle copertine dei vinili, indossata dai miei eroi cantautori. Era di pelle scamosciata, del colore caldo della terra argillosa, la portava un giovanissimo Dylan, in una New York innevata, con a fianco Suze, fidanzata inconsapevole, quanto può esserlo una ragazza al cospetto del mito non ancora rivelato. La intuivi fredda, la giacca, in tanto freddo; inadatta all’inverno della costa orientale, ma bella quanto quei due abbracciati per strada. Non ho mai avuto una giacca di pelle scamosciata, forse perché ho smesso di essere una ragazza per età anagrafica, forse.

 

My back pages

A ricordarmi che c’è un blog, che ci sono state delle pagine scritte con il sorriso sulle labbra – le idee a riempire lo spazio bianco, le parole scritte spesso con rabbia, i pensieri che si sono involuti in un mondo virtuale, ma che sono stati pensati sempre in contesti reali – a ricordarmi tutto questo ogni volta che entro in questa casa fatta di niente, c’è un elenco di pagine cercate per motivi che intuisco, ma che non corrispondono mai al ricordo che io stessa ho di quelle pagine, del momento in cui le ho scritte. Mi incanta, però, la casualità della ricerca, mi sollecita il rileggerle, il tornare indietro come se in quel momento anche il tempo si potesse riavvolgere e rileggere come pagine scritte nel tempo.