Ragazze

Mi capita spesso di pensare a te, specie quando ho in mente quelle canzoni che hanno punteggiato i nostri anni insieme. Erano parole che mandavamo a memoria e le cantavamo nelle notti delle nostre uscite, sempre fuori, sempre per strada, impossibile per noi rimanere nella stanza dove si viveva e dove ci eravamo conosciute. Il caso ci aveva fatte incontrare, entrambe in cerca di un posto dove dormire. Avevamo trovato, tramite un annuncio su “ La Nazione “, il letto gemello nella stessa stanza. Tu venivi da Londra dove avevi fatto la ragazza alla pari, avevi necessità di studiare la lingua, volevi provare a fare la hostess. Io ero iscritta all’accademia di belle arti, corso di scenografia, volevo provare a fare cosa, non so. A pelle ci siamo trovate giuste e comunque non avevamo scelta, eravamo lì e non sapevamo dove altro cercare un posto per vivere. Ricordo la tua prima affermazione “ Scusami se non sono molto espansiva, ma ho mal di denti “ detta a una che di mal di denti aveva una certa esperienza. Così, facendo considerazioni di quanto male facesse il trapano del dentista, più del mal di denti stesso, cominciò la nostra storia. Ti feci parlare tanto, facendoti domande infinite sulla tua vita londinese, su quello che facevi a Firenze mentre aspettavi di cambiare la tua vita in meglio. Alla fine mi confermasti quello che sapevo per esperienza, il mal di denti era stato dimenticato. Così, in quella stanza essenziale, abbiamo lasciato una parte di noi, una parte di una storia che torna, difficile da dimenticare.

Gatte morte

A sedici anni si è fermamente convinti dell’assoluta inviolabilità dell’amore. Essere innamorati a sedici anni significa credere in un sentimento assoluto che disconosce qualsiasi altra forma di sentimento che non sia quello dell’amore per l’amore. Almeno si finisce per credere che sia così, che ci sia una corrispondenza di amorosi sensi e animo e cuore e tutto. E se nell’amore, il tuo almeno, credi profondamente, ti sembra quantomeno strano che la persona sulla quale stai riversando tutto questo amore per amore un pomeriggio qualsiasi, dei tuoi sedici anni, decida di non vederti, dopo tutta una lunga teoria di pomeriggi passati insieme, vicini vicini. Il preambolo serve a ricordarmi i fatti e la storia, dopo che, per caso, qualche giorno fa, cercavo di elencare, mentalmente, i nomi delle mie compagne di scuola di allora. Tra queste c’era I. essere insignificante, bruttina, con i capelli rossi, una “ gatta morta “. Non so come mai e perchè I. cominciò a provare interesse per il mio stesso “ interesse “ e così un pomeriggio, quel pomeriggio, insospettita dal mancato appuntamento, mi ritrovai a fare da terzo incomodo – insomma qualcosa che aveva a che fare con “ e io tra di voi “. Meravigliata, mi rigirai sulle mie polacchine d’ordinanza e tornai a casa. Non feci scenate di gelosia, non si è capaci, non ero capace, di farne a sedici anni, neppure adesso, la verità. Non rivolsi mai più la parola alla mia compagna interessata, convinta del suo tradimento. Con il senno della mia età, invece, penso che non avrei dovuto rivolgere mai più la parola al soggetto delle mie attenzioni, che pensò bene di prendersi, lui, una “ pausa di riflessione “ durante l’estate successiva. Tornò ad aspettarmi, pentito, alla fermata dell’autobus che mi riportava a casa da scuola, durante l’autunno. L’accolsi a braccia aperte ( ? ) ma era trascorso un altro anno, i sedici anni erano andati, e con loro la meraviglia dell’amore assoluto. Un giorno chiaro di settembre con il cielo terso di maestrale, pulito dalle nuvole, feci pulizia anche nel mio cuore.

L’odore degli oleandri

48A48262-075E-4D9D-9430-1E2C5AB9E94DRifletti sui tempi frenetici della vita che ogni giorno ti tocca vivere quando, una mattina qualsiasi, attraversi la strada vicino casa e ti accorgi dell’odore, quell’odore che fino a qualche giorno prima, nella stessa strada, era inesistente. Si insinua prepotente a ricordarti che quella strada era stata “ pensata “ agli inizi del secolo scorso, il corso di        “ rappresentanza “ che taglia la città dalla stazione verso il mare. Una strada pensata per i tempi lunghi di allora, segnata, a distanza di qualche metro uno dall’altro, da alberi di oleandro. Ora è noto che gli oleandri sono arbusti e che tirarli su come alberi è una bella impresa, impresa che certo non deve aver spaventato gli amministratori di allora, capaci di ordinare una passeggiata cittadina con piante tenaci, ma dal “ passo lungo “. Una benedizione per la vista e l’olfatto, il corso del Novecento, che ancora oggi mostra il meglio di sé in questi giorni di gran caldo, quando l’odore si “ arrotonda “ e i fiori                “ scoppiano “ dai colori che vanno dal bianco al rosa tenue e al rosa più carico e prezioso.

Gentiluomini d’altri paesi

Bovino, Foggia
Panorama dal Castello

Bovino è un paese arroccato sui monti Dauni, a confine con il nulla. In realtà confina con tanti altri paesi accomunati da uguale cultura, aspetto, colore delle case e pale eoliche – una selva, ormai! Confina anche con territori che digradano verso la Campania e la Basilicata, tanto verde, vallate e alture piene di grano, quello di qualità. Ieri gita fuori porta a Bovino. Siamo saliti in alto, panorama bellissimo, peccato per il tempo che aveva deciso di offuscare i colori e di spegnere il verde. E nel mentre del giro turistico per le viuzze, R. ha esternato il suo urgente bisogno. Smarriti ci siamo guardati intorno, niente bar per approfittare della toilette, niente di niente. Davanti a me un vigile urbano che stava chiudendo a chiave le porte del Municipio. Con un sorriso gli ho chiesto se nei dintorni ci fosse stato il servizio che stavamo cercando. Senza pensarci un momento, quell’uomo “ benedetto “ ha riaperto il portone appena chiuso a chiave e ci ha indicato il posto di cui avevamo necessità. Ne abbiamo approfittato in diversi. A “ cuor “ leggero lo abbiamo ringraziato, quasi increduli – ma non più – per tanta gentilezza, degna di una educazione d’altri tempi. Paese che vai , gentiluomini che trovi!

Andare per Sepolcri

Chiesa di Ognissanti, Trani
Altare della reposizione

Ti prende, poi, “ l’atmosfera “ pasquale, senza neppure tu ne abbia coscienza. Ieri sera, per dire, m’è venuta nostalgia dei “ sepolcri “. Costretto il figlio a farmi da chaperon, abbiamo fatto un giro di chiese, aperte, abbellite per l’occasione, piene di gente, presenti perché così è d’obbligo fare, per tradizione? per convinzione? Insomma, tant’è, eravamo lì anche noi. In alcune siamo incappati nella messa “ in cena Domini “ e dunque, via, con il figlio che scalpitava “ allergico “ par mio, ci siamo sottratti ai molti che assistevano alla lavanda dei piedi. In cattedrale il “ sepolcro “ era buio e inaccessibile per via di un omino vestito a festa a fare da impedimento. Usciti, un tramonto fastoso dava lustro alle pietre bianche della facciata. Perso il sepolcro, conquistata la luce. A Santa Teresa, la bellissima “ Addolorata “ troneggiava su un piedistallo di centinaia di rose, madre di ogni madre nella sofferenza, in attesa della processione notturna. Poco più in là, ad Ognissanti, nella chiesa dei Templari, una vera sorpresa. Nel buio totale, una croce, illuminata dal basso, coperta da un velo bianco e affiancata da due “ Templari “, un allestimento “ cinematografico, molto suggestivo. Poi che si fa, ci siamo detti? Poche chiese del centro storico aperte, siamo andati al Carmine, nella chiesa dei marinai. In una cappella laterale un’altra sorpresa, una marina a fare da sfondo, canne di palude e una barca rovesciata come altare della reposizione, il tabernacolo circondato da fiori bianchi a simulare le onde del mare. Un’atmosfera verde e acquatica. Una piccola processione, all’uscita, di confratelli vestiti di bianco come tradizione vuole, si avviavano ad anticipare il rito della notte dell’Addolorata.

Piccole donne

Millet, Jean Francois (1814-1875): The Gleaners Paris Musee d’Orsay *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Le donne che sono state, nella mia famiglia, parte attiva di un mondo che non è fatto di sola casalinghitudine, sono il mio continuo monito, esempio lineare di comportamento. Nonna Rosaria, madre massima, donna di tantissimo carattere e di decisioni estreme e irreversibili, sposò giovanissima un orfano, altrettanto giovane e soprovveduto, che le fece fare dieci figli. Figli non tutti maschi, figlie anche, da sorvegliare e da sistemare in maniera adeguata. Il marito, mio nonno, partì per la guerra d’Africa, e lei che di figli aveva esperienza cominciò ad aiutare altre donne a partorire, si proclamò ostetrica pur non avendone titoli, ma per competenza. Fece da balia a tanti bambini del paese, fece la contadina aiutando sua madre, la bisnonna, che era esperta e pratica di mezzadria e comandava su uno stuolo di aiutanti, mestiere che praticò in mancanza d’uomini tutti impegnati nella “ sacralità “ di una guerra che ne lasciò parecchi morti o dispersi. Le figlie di Rosaria, mia madre e le sue sorelle, non ebbero modo mai di oziare in casa, che nella casa di mia nonna c’era sempre uno stuolo di bambini più piccoli da accudire, un terreno da andare a spigolare, un orto da zappare, una tela da tessere o ricamare – quest’ultime attività erano state il grande “ privilegio “ concesso a mia madre, di costituzione “ delicata “, inadatta alla vita dei campi come la sorella più grande. Mia madre sposò un uomo che venne da lontano, almeno per la misura del tempo, mio padre. Insieme si “ inventarono “ un mestiere, un commercio, affidato ad una ragazza di paese che non sapeva nulla del mondo, che praticò per tutta la vita con l’indole della ribelle, con interesse e passione e curiosità. Quando lasciò il suo lavoro costretta  dalla circostanza della sua malattia, quando fu obbligata a non essere parte attiva di quel mondo che aveva creato dal nulla, cominciò a morire disperandosi per non poter più essere la donna che era stata. Intorno a me ho sempre avuto loro, la mia fonte inesauribile di esempi concreti. Non ho mai pensato a me stessa come ad una persona che doveva dipendere da qualcuno, uomo padre o marito che fosse. Da piccola vedevo mia madre lavorare e provvedere in ugual misura a tutti noi in famiglia, mille cose da fare tutti i giorni, e mi “ faceva strano “ veder passare per strada l’amico di mio padre che invece, con una moglie casalinga, si recava a fare la spesa disponendo dei mezzi economici adeguati per farlo, ma impedendo di fatto che fosse la moglie a decidere gli acquisti da fare, il cibo da mangiare, una sudditanza dettata solo dalla dipendenza economica e sociale, dalla mancata emancipazione di una persona nata  “ disgraziatamente  “ femmina in un mondo volto al maschile. Pensavo a tutte le donne che ho amato, a tutte le donne che avrebbero voluto costrette e limitate e invece, per una serie di circostanze non lo sono mai state. Pensavo a questo disgraziatissimo reflusso di idee, del ritorno al mondo di una mentalità gretta che vuole le donne sottomesse a ruoli di comprimarie, del voler ad ogni costo reprimere e soffocare ogni indipendenza femminile da parte di maschi che hanno disprezzo per le loro compagne, che ripetutamente violentano in mille modi, che ripetutamente uccidono. Pensavo a quante donne non credono in quello che sono e in quello che fanno o che tentano ogni giorno di fare, perchè c’è qualcuno che dice loro che se sono state violentate è da verificare se non si tratta di un fenomeno di isterismo, che il loro ruolo sociale è quello di procreare a tutti i costi e se chiedono tutela politica perchè un maschio, di cui si sono fidate, le ha sbeffeggiate pubblicamente mettendo in piazza i loro affari privati,  be’ cosa vogliono, se la sono cercata. A questi pensieri mi dico, allora, fortunata.  Fortunata dell’essere nata da una generazione di piccole donne forti, fortunata dell’essere quella che sono, la nipote di Rosaria, la figlia di mia madre.

Happy birthday, little boy

L’occhio del poeta oscenamente vede
la rotonda superficie del mondo
coi suoi tetti ubriachi
oiseaux di legno sui bucati
e maschi e femmine di argilla
con gambe di fuoco e petti in boccio
su letti a muro
e alberi pieni di mistero
e parchi della domenica e statue mute
e la sua America
con le città fantasma e le deserte Isole Ellis
e il suo paesaggio surrealista di
praterie senza pensiero
sobborghi da supermercato
cimiteri scaldati dal vapore
giorni sacri da cinerama
e cattedrali della protesta
un mondo sterilizzato di sedili plasticati da toelette tampax
e tassì
cowboy smidollati e vergini di Las Vegas
indiani diseredati e fanatiche del cinema
senatori non-romani e non-obiettori di coscienza
e tutti i fatali sparsi frammenti
del sogno avverato dell’immigrante
smarrito
tra i bagnanti al sole

Lawrence Ferlinghetti   “ Coney Island della mente “