Forever ( il Maestro è nell’anima )

Un Oceano di Silenzio scorre lento
Senza centro né principio
Cosa avrei visto del mondo
Senza questa luce che illumina
I miei pensieri neri.

(Der Schmerz, der Stillstand des Lebens
Lassen die Zeit zu lang erscheinen)

Quanta pace trova l’anima dentro
Scorre lento il tempo di altre leggi
Di un’altra dimensione
E scendo dentro un Oceano di Silenzio
Sempre in calma.

(Und mir scheint fast
Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt
Ich hatte in fernen Zeiten
Dort oben oder in Wasser gelebt)

Il glicine

Eccolo, ero morto?, sui
bastioni del Vascello - irreali
come quest’aria che non conosco da piccolo,
o questa lingua di italici
pagani o servi di chierici - i bui
festoni dei glicini. Il quartiere ricco
n’è pieno, dappertutto. Spiccano
viola nel viola delle nuvole e dei viali.
Assurdo miracolo, per un’anima 
per cui contano, gli anni,
che sono stati per lei ogni volta immortali.
Questi che ora nascono, sono
i glicini morti, non i loro figli barbarici
- dico barbarici se cupamente nuovo
è il loro essere, muto il loro monito...


Ma lo ripeto: non sono vergini
alla vita, sono dei calchi funerei,
che imitano la barbarie del dire
senza ancora possedere
parola, puro viola sopra il verde...
Io ero morto, e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
Com’è dolce questa tinta del cadavere
che copre i muraglioni di Villa Sciarra,
predestinato, prefigurato, alla
fine del tempo che si fa sempre più avido... 
Maledetti i miei sensi,
che sono, e sono stati, cosi abili,
ma non mai tanto perché, solo se recenti,
le antiche fioriture non li tentino!


Maledico i sensi di quei vivi,
per cui, un giorno, nei secoli tornerà aprile:
coi glicini, con questi chicchi lilla,
trepidi in carnali file,
quasi senza colore, quasi, direi, lividi...
E tanto dolci, contro i loro muri d’argilla
o travertino, misteriosi come camomilla,
tanto amici per i cuori che nascono con loro.
Maledico quei cuori, che tanto amo,
perché ancora non sanno, non solo
la vita, ma neanche la nascita!
Ah, la vita solo vera, è ancora
quella che sarà: vergine lascia
solo ai nascituri, il glicine, il suo fascino!


E io qui, con questa scheggia
immateriale in cuore, quest’involuta
coscienza di me, che si ridesta a un attimo
della stagione che muta.
Insufficienza ormonica in cui vaneggiano
i sensi? Indebolimento dei battiti
del cuore, o eccesso dei vitali atti
dell’intelligenza? Ah, certo qualcosa
che va in rovina. Questo fiore è segno,
nel mio intimo, del regno
della caducità - della religiosa
caducità - nient’altro.
La sua è una gioia dolorosa,
e, nel dolore di quel lilla quasi bianco,
a esaltarci è la ragione del pianto.


Ma è ridicolo, non posso
straziarmi qui su questa pallida ombra
sia pure stracarica di spasimi,
questa leggera onda
lilla che trapunge il muraglione rosso
con l’impudica ingenuità, l’afasica
festa degli eventi selvaggi!
Non posso: io che da anni prèdico
che tutto ciò non esiste, ch’è atto
di alienata volontà,
di cecità che non conosce altro rimedio
che morire nel cuore
del mondo avuto in dono nascendo,
di incosciente possesso della storia,
di coscienza solamente retorica...


E ora, per un misero glicine
fiorito agli angoli di Monteverde,
son qui a ragionare di sconfitta.
Ma chi è che mi perde?
Dio redivivo, la colpa felice?
Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima
di cosa? D’una storia apocalittica,
non di questa storia. Mi contraddico.
Rendo ridicola una mia lunga passione
di verità e ragione.
Passione... Sì, perché c’è un cuore antico,
preesistente al pensiero:
e un corpo - o fiorente o ferito,
povera vita mai certa davvero
di resistere alla vita informe dei nervi.


Da questo inesprimibile attrito
nasce la prima larva della Passione:
tra il corpo e la storia, c’è questa
musicalità che stona,
stupenda, in cui ciò ch’è finito
e ciò che comincia è uguale, e resta
tale nei secoli: dato dell’esistenza.
II confine tra la storia e l’io
si fende torto come un ebbro abisso
oltre cui talvolta, scisso,
alla deriva, è il glorioso brusio
dell’esistenza sensuale
piena di noi: dinnanzi a questa fisica
miseria non può che ritornare
ogni storico atto irrazionale...


o non so cosa sia
questa non-ragione, questa poca-ragione:
Vico, o Croce, o Freud. mi soccorrono,
ma con la sola suggestione
del mito, della scienza, nella mia abulia.
Non Marx. Solo ciò che ormai è parola
la sua parola muta, non il chiarore,
non il buio che c’è prima, povero glicine!
Quanto in te vive - e in me per te trema - 
resta represso gemito
di cui non si sa, di cui non si dice.
Ma è possibile amare
senza sapere cosa questo vuol dire? Felice
te, che sei solo amore, gemello vegetale,
che rinasci in un mondo prenatale!


Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco d’un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce...


E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto - arido
nella mia nuova rabbia,
puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
Qualcosa ha fatto allargare
l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,
inaridito, riaperto le ferite...


Un mostro senza storia,
feroce della ferocia barbarica
che compie le sue persecuzioni
nella stampa libera, nei miti confessionali,
brucia passioni, purezze, dolori,
che accetta la morte con crudeltà quasi ironica,
suo malgrado stoica, che non ha religione
se non quella di imporne una legale
con le sue regole, che non ha amore
se non quello che vuole
tutti uguali, nel bene e nel male,
che non conosce pietà,
perché per ognuno il conquistare
la vita è una tacita scommessa che lo fa
cieco padrone di tutto ciò che sa:


tutto questo ho trovato
nascendo, e subito mi ha dato dolore:
Ma un dolore glorioso, quasi, tanto
m’illudevo che il cuore
potesse trasformare ogni dato,
dentro, in un amore unificante:
da Cristo a Croce, che cammino consolante!
E poi, la speranza della Rivoluzione.
E ora eccomi qui: ricopre il glicine
le rosee superfici
d’un quartiere ch’è tomba d’ogni passione,
agiato e anonimo, caldo
al sole d’aprile che lo decompone.
Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo
più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro...


Altre mode, altri idoli,
la massa, non il popolo, la massa
decisa a farsi corrompere
al mondo ora si affaccia,
e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video
si abbevera, orda pura che irrompe
con pura avidità, informe
desiderio di partecipare alla festa.
E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.
Muta il senso delle parole:
chi finora ha parlato, con speranza, resta
indietro, invecchiato.
Non serve, per ringiovanire, questo
offeso angosciarsi, questo disperato
arrendersi! Chi non parla, è dimenticato.


Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità, disgregata, pietà
spaurita, desiderio di morte...


Ho perduto le forze;
non so più il senso della razionalità;
decaduta si insabbia
- nella tua religiosa caducità –
la mia vita, disperata che abbia
solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia.


Pier Paolo Pasolini Il glicine in La religione del mio tempo (1961), anche in Tutte le poesie, p.591.

Prime

Preceduto da un “ Barbiere “ rossiniano, ieri l’altro all’Opera di Roma, in un inusuale allestimento scenico – e come può avere carattere di “ usualità “ date le circostanze? – e nell’alternarsi di musica e poesia e immagini e canto e danza è andato in scena, ieri sera alla Scala, lo “ spettacolo “. Godibilissimo, per fasto e sensazioni e “ colore “. Forse meglio di una prima “ prima “?

Labirinti

Lynnkarlinphoto.com

ricordi,  sui quali di tanto in tanto ci si affaccia, con curiosità, fanno dei nostri pensieri un labirinto, con stanze composte di intrecci e diramazioni e punti di non uscita, a volte. Nel labirinto sono stanti le persone che hanno attraversato la nostra vita, coloro che si sono affiancati a quello che siamo, a volte con discrezione, altre volte con prepotenza, in tempi più o meno brevi. Nel labirinto la connotazione di ognuno è ben precisa, è, di sicuro, quella che  noi siamo stati disposti a definire nel tempo. E sempre, coloro che del labirinto sono entità assolute, si cristallizzano come età e come aspetto, al tempo della conoscenza e questo tempo non muta mai. Quasi che ci fosse un obbligo di immortalità, nel ricordo, da rispettare; un obbligo che mette al riparo da qualsiasi sorpresa. Così se ti succede di comparare il reale con quello che il ricordo ti presenta, con l’immortalità della persona nel ricordo, ti accorgi che ci sono delle evidenti sfasature, qualcosa che non torna. F. ha lasciato l’immortalità per sempre, per andare verso una dimensione crudelmente reale, che la aggiunge ai tanti che in questi giorni non sono più. F. nel ricordo, aveva modi gentili e un sorriso sempre disposto a mostrarsi, F. nel ricordo, era colei che mi aveva spesso accolto nella sua casa di giovane sposa e poi di mamma. Saperla adesso in un altrove che io non posso più collocare in nessun ricordo, in nessun pensiero vissuto, mi rende davvero incredula e triste. Che la terra ti sia lieve, cara amica.

Quotidianità

I gesti del muoversi in casa, sin dal mattino, sono quelli di sempre. In apparenza non è cambiato nulla. In apparenza è come un giorno qualsiasi di vacanza. Non c’è scuola, il tempo scivola in lentezza, viene cancellato l’affanno del prepararsi al mondo. Ma il quotidiano è solo finzione, un inganno dettato dall’insidia invisibile che inchioda a paure remote ognuno di noi. Un giorno che verrà sapremo raccontarci tutto questo.

Ragazze

Mi capita spesso di pensare a te, specie quando ho in mente quelle canzoni che hanno punteggiato i nostri anni insieme. Erano parole che mandavamo a memoria e le cantavamo nelle notti delle nostre uscite, sempre fuori, sempre per strada, impossibile per noi rimanere nella stanza dove si viveva e dove ci eravamo conosciute. Il caso ci aveva fatte incontrare, entrambe in cerca di un posto dove dormire. Avevamo trovato, tramite un annuncio su “ La Nazione “, il letto gemello nella stessa stanza. Tu venivi da Londra dove avevi fatto la ragazza alla pari, avevi necessità di studiare la lingua, volevi provare a fare la hostess. Io ero iscritta all’accademia di belle arti, corso di scenografia, volevo provare a fare cosa, non so. A pelle ci siamo trovate giuste e comunque non avevamo scelta, eravamo lì e non sapevamo dove altro cercare un posto per vivere. Ricordo la tua prima affermazione “ Scusami se non sono molto espansiva, ma ho mal di denti “ detta a una che di mal di denti aveva una certa esperienza. Così, facendo considerazioni di quanto male facesse il trapano del dentista, più del mal di denti stesso, cominciò la nostra storia. Ti feci parlare tanto, facendoti domande infinite sulla tua vita londinese, su quello che facevi a Firenze mentre aspettavi di cambiare la tua vita in meglio. Alla fine mi confermasti quello che sapevo per esperienza, il mal di denti era stato dimenticato. Così, in quella stanza essenziale, abbiamo lasciato una parte di noi, una parte di una storia che torna, difficile da dimenticare.

Gatte morte

A sedici anni si è fermamente convinti dell’assoluta inviolabilità dell’amore. Essere innamorati a sedici anni significa credere in un sentimento assoluto che disconosce qualsiasi altra forma di sentimento che non sia quello dell’amore per l’amore. Almeno si finisce per credere che sia così, che ci sia una corrispondenza di amorosi sensi e animo e cuore e tutto. E se nell’amore, il tuo almeno, credi profondamente, ti sembra quantomeno strano che la persona sulla quale stai riversando tutto questo amore per amore un pomeriggio qualsiasi, dei tuoi sedici anni, decida di non vederti, dopo tutta una lunga teoria di pomeriggi passati insieme, vicini vicini. Il preambolo serve a ricordarmi i fatti e la storia, dopo che, per caso, qualche giorno fa, cercavo di elencare, mentalmente, i nomi delle mie compagne di scuola di allora. Tra queste c’era I. essere insignificante, bruttina, con i capelli rossi, una “ gatta morta “. Non so come mai e perchè I. cominciò a provare interesse per il mio stesso “ interesse “ e così un pomeriggio, quel pomeriggio, insospettita dal mancato appuntamento, mi ritrovai a fare da terzo incomodo – insomma qualcosa che aveva a che fare con “ e io tra di voi “. Meravigliata, mi rigirai sulle mie polacchine d’ordinanza e tornai a casa. Non feci scenate di gelosia, non si è capaci, non ero capace, di farne a sedici anni, neppure adesso, la verità. Non rivolsi mai più la parola alla mia compagna interessata, convinta del suo tradimento. Con il senno della mia età, invece, penso che non avrei dovuto rivolgere mai più la parola al soggetto delle mie attenzioni, che pensò bene di prendersi, lui, una “ pausa di riflessione “ durante l’estate successiva. Tornò ad aspettarmi, pentito, alla fermata dell’autobus che mi riportava a casa da scuola, durante l’autunno. L’accolsi a braccia aperte ( ? ) ma era trascorso un altro anno, i sedici anni erano andati, e con loro la meraviglia dell’amore assoluto. Un giorno chiaro di settembre con il cielo terso di maestrale, pulito dalle nuvole, feci pulizia anche nel mio cuore.

L’odore degli oleandri

48A48262-075E-4D9D-9430-1E2C5AB9E94DRifletti sui tempi frenetici della vita che ogni giorno ti tocca vivere quando, una mattina qualsiasi, attraversi la strada vicino casa e ti accorgi dell’odore, quell’odore che fino a qualche giorno prima, nella stessa strada, era inesistente. Si insinua prepotente a ricordarti che quella strada era stata “ pensata “ agli inizi del secolo scorso, il corso di        “ rappresentanza “ che taglia la città dalla stazione verso il mare. Una strada pensata per i tempi lunghi di allora, segnata, a distanza di qualche metro uno dall’altro, da alberi di oleandro. Ora è noto che gli oleandri sono arbusti e che tirarli su come alberi è una bella impresa, impresa che certo non deve aver spaventato gli amministratori di allora, capaci di ordinare una passeggiata cittadina con piante tenaci, ma dal “ passo lungo “. Una benedizione per la vista e l’olfatto, il corso del Novecento, che ancora oggi mostra il meglio di sé in questi giorni di gran caldo, quando l’odore si “ arrotonda “ e i fiori                “ scoppiano “ dai colori che vanno dal bianco al rosa tenue e al rosa più carico e prezioso.