Il Patatoso

Presa da furor sacro – simile a quello che muoveva le gesta della (in)dimenticata Marie Kondo… ve la ricordate, no, quella curiosa signora che aveva come unico obiettivo il KonMari o del riordino felice? – insomma emula dei diktat konmareschi mi sono attrezzata a far diventare carta da macero un bel po’ di circolari scolastiche vetuste come il cucco, agende che ricordavano le guerre puniche – esagero, suvvia! – e altre reminiscenze in formato carta scritta. Nel separare i fogli usati di un’agenda del 2014, da quelli buoni per fare i pizzini, in fondo alla pagina del dieci marzo trovo scritto “ Sei brutta Sei propio tu “. L’autore del piccato giudizio, il Patatoso! Che tenerezza nel ricordarlo e che carattere il mio dolce D.!
Ad ogni mio invito a fare secondo una regola, mi opponeva regolarmente una volitiva negazione e quando non riusciva a spuntarla, di nascosto mi sottraeva l’agenda e scriveva frasi che dovevano punirmi, Sei brutta, Sei cattiva, salvo poi pentirsi e chiedermi imbronciato di aiutarlo a fare qualcosa, in segno di rappacificazione. Di lui ho parlato molte volte nei post del 2014. Quello fu il suo ultimo anno di scuola media e aveva tredici anni, adesso, fatti due conti, ne ha ventuno. Un adulto che la società condanna ad un’eterna adolescenza senza che possa in autonomia cercare casa, pensare ad un futuro condiviso, così come è capitato a Milano qualche giorno fa.
La diversità spaventa, in qualsiasi modo si manifesti, ancora di più se si svela in maniera apparente, così da costringere i molti a fare confronti e paragoni, in modo da costringere gli stessi molti a rifiutare una diversità che li arricchirebbe. Davvero triste.

Nadia

Fu il caso che combinò la nostra conoscenza. La pensione in cui eravamo alloggiate – “Rosa Thea “, romantico nome per definire un posto piuttosto caotico, gestito da una famiglia di friulani affezionati al buon Chianti – affacciava su una tra le tante belle piazze di Firenze, grande e verde di tigli, piazza Indipendenza. Sotto il naso di Bettino Ricasoli un gruppo di ragazzi americani giocava ogni giorno con un frisbee e noi ogni giorno eravamo ferme a guardare, mentre parlavamo del tempo che passava e degli esami, gli ultimi, che ci avrebbero portate fuori da quella piazza e da quel tempo da ragazze. La pensione aveva camere per due persone, due letti, un lavandino e un bidè nascosti da un paravento, un armadio da condividere, un piccolo tavolo per studiare. Io vi arrivai dopo aver cambiato alloggio innumerevoli volte, ormai pronta per tornare a casa di lì a poco. Mi ci portò Maria Grazia, ospite fissa della pensione da tempo. Accettavano, i friulani, solo ragazze, tali eravamo, sembrava di stare in collegio. La domenica si stava tutte assieme in una delle stanze più grandi, a preparare pranzi che non prevedevano cotture, ad ascoltare storie di amori complicati, di amori corrisposti, di amori distanti, di amori comunque. Tu eri la mia coinquilina, Nadia, scelta dal caso. Venivi dall’Iran e come te, allora, a Firenze, ce n’erano tante di ragazze e tanti ragazzi, di famiglie sicuramente benestanti che pensavano così di garantirvi un futuro lontani da un paese dove la situazione politica non era tra le più chiare. Quando ti chiesi di raccontarmi la tua città, Teheran, e dello scià e di come viveva la tua famiglia, prendesti dall’armadio le foto che ti eri portata in Italia e mi mostrasti i tuoi cari, la bella villa dove abitavate, lontani dalla miseria e dal clamore delle proteste contro quello che allora era un regime, ma che non lasciava presagire ciò che sarebbe stato dopo. Eri bella allora, Nadia, lo sarai ancora adesso, ne sono certa. Avevi capelli lunghi e neri, non coperti da veli, vestivi come me, vivevi come vivevo io. Rimaneva, però, il retaggio della tua religione, presente nel guanto di spugna che rimaneva perennemente poggiato sul bidè. Quando te ne chiesi la ragione, mi rispondesti che il guanto ti serviva per lavarti i genitali, ché per religione non potevi toccare a mani nude. Mi faceva un po’ arrabbiare il fatto che avevi l’abitudine di infilare nell’armadio comune i tuoi stivali appena levati, certo non puliti e sicuramente non odorosi, ma bastava aprirlo, quell’armadio, quando tu non c’eri e mi sembrava, quello che facevi, un peccato veniale, da poterti perdonare. Ogni pomeriggio uscivi per andare a studiare, così mi raccontavi, dal tuo ragazzo, un fiero persiano antico nell’aspetto, insieme eravate davvero belli. Un giorno, ricordo ancora il tuo imbarazzo, mi raccontasti che avevi fatto all’amore con il tuo ragazzo per la prima volta, ma temevi di rimanere incinta. Mi chiedesti come fare per non cacciarti nei pasticci, quali anticoncezionali usare, come fare per procurarteli. Di lì a poco ti trasferisti definitivamente a casa del tuo persiano e di te non ho saputo più nulla. In seguito, quando il tuo paese entrò in quella spirale di ossessione maniaco-religiosa che dura ancora e che sembra non avere fine, mi sei sempre venuta in mente. E quando sento di quelle ragazze, così come eravamo noi, e vedo di come sono torturate e uccise e di quanto livore e odio verso le donne persegue il governo di fascisti che il tuo paese ha adottato, vestendosi di un credo religioso che serve solo per reprimere e ammazzare, allora cerco di immaginarti. Mi chiedo se vivi ancora qui, al sicuro, libera di essere te stessa, oppure sei tornata nel tuo paese, se hai una figlia, se lotti perché tu e lei possiate essere consapevoli del vostro destino, senza che altri decidano per voi. Mi piace pensare che tu possa aver continuato a scegliere, come facesti allora chiedendomi di aiutarti, mi piace crederti in lotta insieme alle altre donne, con fatica e terrore. Ché la lotta delle donne è più dura, sotto tutti i cieli, ché quello che le donne conquistano costa lacrime e sangue, sempre.

Amicizia

Un rapporto tra esseri pensanti quando può essere definito, esattamente, con il termine di amicizia? Quando l’essere conoscenti ti induce a credere, anche per consuetudine linguistica, che si è amici? Frequentarsi assiduamente, come può essere in un luogo di lavoro, raccontarsi del più e del meno e, all’occorrenza asserire che quella persona che vedi e con la quale parli è tua amica/o ha valenza di amicizia?
L’avere consapevolezza che da qualche parte c’è un uomo o una donna, persone, con le quali hai condiviso parte della tua vita, con le quali hai parlato, e parli, facendo ricorso ad una lingua complice ed emozionale, con le quali i ricordi sono racconti da svelare nel riso e nel pianto, quelle persone sono scelte dal tuo cuore per avere un accesso privilegiato ai tuoi sentimenti, sono coloro che ti hanno accettato per quello che sei, che sono dalla tua parte, che ti sostengono nel bene e nel male.
E non ha importanza quanto siano distanti fisicamente, la quantità delle volte che, nel tempo, si sono spese parole per dire anche banalità, non importa, la certezza di “ saperle “ amiche è ciò che conta.

Amicizia : Vivo e scambievole affetto fra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima. Nella filosofia greca il termine a. (ϕιλία) si incontra dapprima come concetto fisico in Empedocle con il significato di forza cosmica, e insieme anche di divini che spinge in armonica unità gli elementi (aria, acqua, terra, fuoco)… ( da l’Enciclopedia Treccani )

Amicizia come “ forza cosmica e insieme anche di divinità “… incredibili i filosofi greci!

Il serpente che danza

Kamille Corry’s painting
O quant’amo vedere, cara indolente,
delle tue membra belle,
come tremula stella rilucente,
luccicare la pelle!
Sulla capigliatura tua profonda
dall’acri essenze asprine,
odorosa marea vagabonda
di onde turchine,
come un bastimento che si desta
al vento antelucano
l’anima mia al salpare s’appresta
per un cielo lontano.
I tuoi occhi in cui nulla si rivela
di dolce né d’amaro
son due freddi gioielli, una miscela
d’oro e di duro acciaro.
Quando cammini cadenzatamente
bella nell’espansione,
si direbbe, al vederti, che un serpente
danzi in cima a un bastone.

Charles Baudelaire

Conosco delle barche

Trani, porto

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Conosco delle barche – Jacques Brel

Vanno, anche le cose vanno…

Da uno a dieci quanto sarebbe stato “ conveniente “ aggiungere voce alle mille voci che hanno imperversato in ogni dove, in ogni luogo, in ogni storia, aggiungere voce alle voci che hanno raccontato di covid e scuola e storie personali e guarigioni e esperienze in tempi di covid? Insomma, ho taciuto. Perché insopportabilmente infastidita, perché insopportabilmente occupata ad occuparmi di non essere contagiata, perché non ci fossero contagiati in casa e in altri luoghi, amen. Così le cose sono andate, con cambiamenti tanti, con impedimenti, con imposizioni di impedimenti ad altri: di fatto classi intere da impedire, con ragazzi a distanza oppure in vicinanza, straniamento nel fare lezione ad una manciata di persone in una scuola di fatto vuota. Le cose sono andate. Spesso con grande fatica, sempre per abitudine – ché è possibile abituarsi anche a situazioni “ estreme “.
Da uno a dieci quanto sarebbe stato conveniente estremizzarsi ancora e ancora, per chissà quanto altro tempo?
È così che ho pensato di scrivere all’omino dell’ ufficio scolastico regionale, al signor Inps, per chiarire con loro, uno su tutti, il pensiero di pensarmi diversamente occupata altrove, invece che in un’aula scolastica. Sono al terzo giorno di quella condizione che chiamano “ essere in pensione “.
Al momento tutte le cose vanno…

Ma la mente mi autorizza a credere
Che una storia mia, positiva o no
È qualcosa che sta dentro alla realtà…

Forever ( il Maestro è nell’anima )

Un Oceano di Silenzio scorre lento
Senza centro né principio
Cosa avrei visto del mondo
Senza questa luce che illumina
I miei pensieri neri.

(Der Schmerz, der Stillstand des Lebens
Lassen die Zeit zu lang erscheinen)

Quanta pace trova l’anima dentro
Scorre lento il tempo di altre leggi
Di un’altra dimensione
E scendo dentro un Oceano di Silenzio
Sempre in calma.

(Und mir scheint fast
Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt
Ich hatte in fernen Zeiten
Dort oben oder in Wasser gelebt)

Il glicine

Eccolo, ero morto?, sui
bastioni del Vascello - irreali
come quest’aria che non conosco da piccolo,
o questa lingua di italici
pagani o servi di chierici - i bui
festoni dei glicini. Il quartiere ricco
n’è pieno, dappertutto. Spiccano
viola nel viola delle nuvole e dei viali.
Assurdo miracolo, per un’anima 
per cui contano, gli anni,
che sono stati per lei ogni volta immortali.
Questi che ora nascono, sono
i glicini morti, non i loro figli barbarici
- dico barbarici se cupamente nuovo
è il loro essere, muto il loro monito...


Ma lo ripeto: non sono vergini
alla vita, sono dei calchi funerei,
che imitano la barbarie del dire
senza ancora possedere
parola, puro viola sopra il verde...
Io ero morto, e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
Com’è dolce questa tinta del cadavere
che copre i muraglioni di Villa Sciarra,
predestinato, prefigurato, alla
fine del tempo che si fa sempre più avido... 
Maledetti i miei sensi,
che sono, e sono stati, cosi abili,
ma non mai tanto perché, solo se recenti,
le antiche fioriture non li tentino!


Maledico i sensi di quei vivi,
per cui, un giorno, nei secoli tornerà aprile:
coi glicini, con questi chicchi lilla,
trepidi in carnali file,
quasi senza colore, quasi, direi, lividi...
E tanto dolci, contro i loro muri d’argilla
o travertino, misteriosi come camomilla,
tanto amici per i cuori che nascono con loro.
Maledico quei cuori, che tanto amo,
perché ancora non sanno, non solo
la vita, ma neanche la nascita!
Ah, la vita solo vera, è ancora
quella che sarà: vergine lascia
solo ai nascituri, il glicine, il suo fascino!


E io qui, con questa scheggia
immateriale in cuore, quest’involuta
coscienza di me, che si ridesta a un attimo
della stagione che muta.
Insufficienza ormonica in cui vaneggiano
i sensi? Indebolimento dei battiti
del cuore, o eccesso dei vitali atti
dell’intelligenza? Ah, certo qualcosa
che va in rovina. Questo fiore è segno,
nel mio intimo, del regno
della caducità - della religiosa
caducità - nient’altro.
La sua è una gioia dolorosa,
e, nel dolore di quel lilla quasi bianco,
a esaltarci è la ragione del pianto.


Ma è ridicolo, non posso
straziarmi qui su questa pallida ombra
sia pure stracarica di spasimi,
questa leggera onda
lilla che trapunge il muraglione rosso
con l’impudica ingenuità, l’afasica
festa degli eventi selvaggi!
Non posso: io che da anni prèdico
che tutto ciò non esiste, ch’è atto
di alienata volontà,
di cecità che non conosce altro rimedio
che morire nel cuore
del mondo avuto in dono nascendo,
di incosciente possesso della storia,
di coscienza solamente retorica...


E ora, per un misero glicine
fiorito agli angoli di Monteverde,
son qui a ragionare di sconfitta.
Ma chi è che mi perde?
Dio redivivo, la colpa felice?
Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima
di cosa? D’una storia apocalittica,
non di questa storia. Mi contraddico.
Rendo ridicola una mia lunga passione
di verità e ragione.
Passione... Sì, perché c’è un cuore antico,
preesistente al pensiero:
e un corpo - o fiorente o ferito,
povera vita mai certa davvero
di resistere alla vita informe dei nervi.


Da questo inesprimibile attrito
nasce la prima larva della Passione:
tra il corpo e la storia, c’è questa
musicalità che stona,
stupenda, in cui ciò ch’è finito
e ciò che comincia è uguale, e resta
tale nei secoli: dato dell’esistenza.
II confine tra la storia e l’io
si fende torto come un ebbro abisso
oltre cui talvolta, scisso,
alla deriva, è il glorioso brusio
dell’esistenza sensuale
piena di noi: dinnanzi a questa fisica
miseria non può che ritornare
ogni storico atto irrazionale...


o non so cosa sia
questa non-ragione, questa poca-ragione:
Vico, o Croce, o Freud. mi soccorrono,
ma con la sola suggestione
del mito, della scienza, nella mia abulia.
Non Marx. Solo ciò che ormai è parola
la sua parola muta, non il chiarore,
non il buio che c’è prima, povero glicine!
Quanto in te vive - e in me per te trema - 
resta represso gemito
di cui non si sa, di cui non si dice.
Ma è possibile amare
senza sapere cosa questo vuol dire? Felice
te, che sei solo amore, gemello vegetale,
che rinasci in un mondo prenatale!


Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco d’un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce...


E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto - arido
nella mia nuova rabbia,
puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
Qualcosa ha fatto allargare
l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,
inaridito, riaperto le ferite...


Un mostro senza storia,
feroce della ferocia barbarica
che compie le sue persecuzioni
nella stampa libera, nei miti confessionali,
brucia passioni, purezze, dolori,
che accetta la morte con crudeltà quasi ironica,
suo malgrado stoica, che non ha religione
se non quella di imporne una legale
con le sue regole, che non ha amore
se non quello che vuole
tutti uguali, nel bene e nel male,
che non conosce pietà,
perché per ognuno il conquistare
la vita è una tacita scommessa che lo fa
cieco padrone di tutto ciò che sa:


tutto questo ho trovato
nascendo, e subito mi ha dato dolore:
Ma un dolore glorioso, quasi, tanto
m’illudevo che il cuore
potesse trasformare ogni dato,
dentro, in un amore unificante:
da Cristo a Croce, che cammino consolante!
E poi, la speranza della Rivoluzione.
E ora eccomi qui: ricopre il glicine
le rosee superfici
d’un quartiere ch’è tomba d’ogni passione,
agiato e anonimo, caldo
al sole d’aprile che lo decompone.
Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo
più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro...


Altre mode, altri idoli,
la massa, non il popolo, la massa
decisa a farsi corrompere
al mondo ora si affaccia,
e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video
si abbevera, orda pura che irrompe
con pura avidità, informe
desiderio di partecipare alla festa.
E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.
Muta il senso delle parole:
chi finora ha parlato, con speranza, resta
indietro, invecchiato.
Non serve, per ringiovanire, questo
offeso angosciarsi, questo disperato
arrendersi! Chi non parla, è dimenticato.


Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità, disgregata, pietà
spaurita, desiderio di morte...


Ho perduto le forze;
non so più il senso della razionalità;
decaduta si insabbia
- nella tua religiosa caducità –
la mia vita, disperata che abbia
solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia.


Pier Paolo Pasolini Il glicine in La religione del mio tempo (1961), anche in Tutte le poesie, p.591.