Estate, mare

gabbianiMarisa mi aspettava per fare insieme una nuotata, l’altra mattina. In acqua l’ho raggiunta, ciao mi ha detto, ciao, in risposta. Mare piatto, sensazione di fresco appena preso il largo, qualche filo di posidonia, sentore di mare pulito, i gabbiani sui frangiflutti a guardare l’orizzonte come fossero vecchi marinai in attesa. Nel nostro movimento pigro sono comprese le chiacchiere, quasi sempre. Dal racconto quotidiano al ricordo in successione. Così le ho raccontato di Mary e del suo tentato suicidio in una notte di quasi estate, quarant’anni fa. Mary ci aveva ceduto una stanza del sottotetto in subaffitto e con questa tutta la sua supponenza di artista bolognese. Evitavamo le sue chiacchiere copiose e inconcludenti, ma non la evitammo quella notte in cui la facemmo emergere da un limbo fatto di pillole e alcol, una notte in cui ci sentimmo adulte senza saperlo, come se fosse normale per due di vent’anni salvare la vita di una triste Mary a  suon di caffè amaro e di svegliati!. Poi cambiammo casa per non sottostare al suo riconoscente attaccamento, alla bovina devozione per lo scampato pericolo. Non la rivedemmo più e non ne parlammo quasi mai, se non per caso come l’altra mattina. Marisa meravigliata mi ha detto, ricordi ogni cosa, come fai?

Cose che mi fanno ” ragionevolmente ” diventare irragionevole e arrabbiata

Lucy-Van-Pelt-Peanuts-Rabbia-Featured-Ieri mi chiama la collaboratrice scolastica          < Prof c’è una signora che chiede di te > la collaboratrice scolastica mi dà del tu, siamo state compagne di scuola. All’ingresso trovo una donna dall’aspetto dimesso e la figlia adolescente. Riconosco la ragazza, perché è stata una nostra alunna qualche anno fa. Anche lei si ricorda di me, così ci salutiamo affettuosamente. Esauriti i convenevoli chiedo alla signora in che cosa posso esserle utile. Lei mi dice di aver iscritto la figlia più piccola da noi e che ha la necessità di parlarmi di questa, poiché fisicamente è in una situazione particolare. Capisco che la signora ha chiesto di me perché sono la referente del sostegno e che dunque, la nuova iscritta, dovrebbe avere la necessità di essere seguita da una insegnante specializzata. Faccio accomodare la signora in vicepresidenza e lei, cavando dalla borsa delle fotocopie dove si certifica che la piccola è affetta da una certa patologia ed è dunque in una situazione di grave handicap, comincia a sciorinarmi una serie di informazioni circa la situazione scolastica della ragazza che contraddicono la certificazione e quello che la signora va asserendo. La prima cosa che tiene a chiarire è la manifesta difficoltà della figlia a scuola, dal punto di vista didattico. Precisa che la fa seguire a casa, nel pomeriggio, da un’insegnante privata per cercare di recuperare quello che a scuola non riesce a seguire. Le chiedo allora se la bambina è guidata da una insegnante di sostegno. Come risposta ricevo un indignato < Mia figlia non ha bisogno del sostegno e comunque non vuole una persona vicina in classe! > Poi, dopo tutta una serie di riflessioni che cerco di farle fare, mi dice che sua figlia in classe si ” appoggia ” all’insegnante di sostegno che segue un’altra compagna di classe e che, anzi, lei è venuta apposta da noi proprio perché vorrebbe che sua figlia continuasse a fruire dello stesso ” trattamento” nella stessa classe dove si è iscritta l’altra ragazza, disabile dichiarata e seguita. Spiego alla signora, con la santissima pazienza di cui mi munisco in questi casi, che la scuola media non è come alle elementari, che gli insegnanti sono tanti e si avvicendano per poche ore, a volte, alla settimana, che non tutti avranno modo e maniera di seguire in maniera ” particolare ” la figlia, non in quella ” maniera particolare ” che lei vorrebbe. E che l’insegnante di sostegno potrebbe non voler seguire anche sua figlia, oltre la bimba che le sarà affidata. Insomma, tutta una serie di ragioni ” ragionevoli ” che dovrebbero farla riflettere. Poi le spiego la nostra maniera di stare in classe, come insegnanti di sostegno, la discrezione, l’approccio misurato, l’integrazione costante e bla bla bla. E comunque, dopo tanto parlare, le chiedo la cortesia di portarmi la documentazione che possiede, in modo da rendermi conto se c’è la possibilità perché la bimba possa essere seguita da una insegnante di sostegno – sempre con  discrezione, integrata in classe ecc. ecc. ecc. La signora, in ultimo, aggiunge che la figlia è stata visitata, come è uso, da un neuropsichiatra infantile e che ha un’età mentale di circa quattro anni. A quel punto mi sembra assolutamente indispensabile che la ragazza sia seguita da una di noi. Stamattina intravedo la signora nell’atrio, la vedo parlare con il preside, ma non fa nessuno cenno verso di me. Chiedo informazioni, più tardi, al preside. Mi dice che la signora gli ha semplicemente parlato delle problematiche fisiche della figlia, di questa patologia particolare da cui è affetta, ma nonostante questo, a suo dire, la figlia è una ragazza ” geniale “; però non gli ha lasciato nessun documento e non ha fatto accenno al nostro incontro di ieri. Anzi ha ricordato al dirigente che vorrebbe che la figlia frequentasse la stessa classe della compagna disabile Tizia e Caia, così, con una fenomenale faccia di ku…0w! Posso essere comprensiva sulla difficoltà ad accettare la disabilità in un figlio, non è semplice, per niente. Posso essere comprensiva sul non essere perfettamente convinta dell’indispensabilità di una insegnante di sostegno – a volte non ne sono convinta anch’io, quando vedo e sento storie su certi colleghi – posso essere concorde su tutto, ma sull’essere presa in giro così non concordo, per niente. Ritengo d’essere una persona con limiti, ma corretta. Dico chiaramente quello che faccio e garantisco anche per gli altri – è il mio compito specifico. Ma quando mi trovo di fronte ad una tale malafede, alla millanteria fatta persona, penso che mi piacerebbe per una volta, una sola volta, avere la possibilità di dire alla signora < Mi faccia il piacere, vada affa… in un’altra scuola dove le possono dare tutte le possibili garanzie! > E forse sarebbe meglio consigliarle di rivolgersi direttamente al Padreterno e/o in alternativa ad un’agenzia di assicurazioni.

Vita

ilriccioR375_26dic09Vennero a stare nel piccolo appartamento a piano rialzato, riservato, nell’intenzione di chi aveva dato loro l’incarico, ad una piccola famiglia di custodi. Vennero ed erano una tribù,  sembravano davvero calati come Unni dalle montagne dell’avellinese da dove erano partiti, pieni di usanze e superstizioni, forniti dell’immagine sacra della Madonna di Montevergine, venerata ai limiti dell’idolatria. In due stanze si erano accomodati figlie e genitori, un paio di bambini e nessun altro uomo, a parte il patriarca. Per entrare nel palazzo bisognava suonare al loro campanello. Con fare chiassoso, curioso, venivano ad aprire e con uno strano e sonoro accento ti chiedevano: Dove vai? Dopo le prime volte sapevano bene che sarei andata al terzo piano, dove condividevo i compiti e le opere di Verdi con la mia compagna di scuola, N. Così ci abituammo in fretta al folklore dei custodi, agli odori intensi e saporiti che si infilavano per le scale alle quali loro accedevano solo per le pulizie. Non c’erano finestre in quelle due stanze e l’unica apertura, l’ingresso della guardiola, non riusciva a trattenere nessun tipo di intemperanza, con grande fastidio dei ” signori ” del primo piano, loro datori di lavoro. Li vedemmo andar via chiassosi, così come erano venuti, in un primo pomeriggio d’estate. Commentavano tra loro, ad alta voce, quella partenza forzata, tra le masserizie accatastate e le tante parole anche qualche invettiva indirizzata ai ” signori ” del primo piano. Si venne a sapere più tardi, io e N. ascoltammo non viste, che la figlia più piccola, intraprendente più delle altre evidentemente, aveva iniziato ad incrementare i magrissimi introiti famigliari, ” facendo la vita “. Pensai allora che vivere costituisse un grave pregiudizio per poter mantenere un lavoro, un curioso caso di contraddizione nei termini: per poter vivere bisognava lavorare, ma facendo la vita, vivendo di fatto, il lavoro lo perdevi. ( Tutta la storia m’è venuta in mente stamani, mentre una signora bionda, non più giovane, al braccio di un’altra che poteva essere forse la figlia, mi ha attraversato la strada intanto che tornavo a casa in macchina. É lei, mi sono detta, quella che ” faceva la vita “. )

Stendi una relazione

Antoine-Laurent_Lavoisier_(by_Louis_Jean_Desire_Delaistre)Tempo d’esami. I miei sono quelli dei miei pulzelli ormai arrivati in terza. Qualche giorno fa abbiamo iniziato con il canonico scritto di italiano – prima prova, quella che pietosamente ci illudiamo che sappiano fare tutti con facilità, tanto chi vuoi che non sappia infilare due parole, sensate, di fila, in uno scritto… due parole sensate in uno scritto, seee… insomma Italiano, la titolata titolare, raccomanda e rassicura poi, voilà, legge le tracce. Scrivi una lettera o una pagina di diario, un classico delle patrie lettere degli esami di terza media, una seconda traccia sulle memorie personali e in ultimo viene fuori un Stendi una relazione su un argomento di studio… stendi una relazione?!? Si stende la pasta col matterello, si stende una tovaglia bagnata al sole di giugno – al sole qualche volta sì, qualche volta no – si stende un avversario al tappeto, se proprio si deve, tutto si stende, ma una relazione pare brutto. Ho espresso la mia perplessità sulla brutta espressione e Italiano con il broncetto da Italiano dura e pura mi fa: Ma è un termine tecnico! O bellina, il termine tecnico si crea, si distrugge e si trasforma – e scusami tanto signor Lavoisier se  ho creato e distrutto in un solo istante, senza neppure passare dalla trasformazione, la legge della conservazione delle masse! Lì per lì ho pensato ad un Relaziona su un argomento di studio oppure Scrivi una relazione o, addirittura, Presenta una relazione tanto per far felice il signor Treccani. Volendo ce n’è per tutti i gusti, ma stendi una relazione merita uno stendi un velo pietoso. Sì, quella è la morte della relazione stesa all’ignoranza di giugno.

H 24

h24Da sempre mi risulta oscura la dinamica che trasforma una espressione banale e poco significativa dal punto di vista lessicale in un modo di dire largamente diffuso e (ab)usato. Ora non è che uno si aspetti  da una dirigente scolastico la summa linguistica, il linguaggio aulico e forbito che la denunciano quale discendente di Dante, Petrarca, Boccaccio e collaterali, no no, ci mancherebbe, però non è che una se ne può venir fuori nel quantificare il lavoro che svolge da mane a sera con un ” Il lavoro che facciamo nella scuola è acca ventiquattro “! Precisiamo, intanto non sei il papa e neppure Berlusconi e non ti puoi permettere il plurale di maestà e questo è un fatto. Non secondaria è l’ovvia oggettività dell’ammettere che, nell’osservarti, a tutto assomigli fuorché ad un orologio digitale – solo quello possiede la possibilità di decidere se la modalità dell’orario debba essere espressa in h 24, appunto, oppure suddividendo le h 24, sempre loro, in 12 am e 12 pm. Ma il bello è che nell’usare questa barbarie c’è qualcun altro che si sente autorizzato a ripetere la stessa espressione, nel giro di pochissimo tempo, nello stesso consesso, come se l’acca ventiquattro fosse un atto di fede. Mi viene quasi da pensare che nelle loro acca ventiquattro non abbiano di meglio da fare che sacrificarsi in modalità ventiquattro acca per il bene della comunità scolastica, amen. Che peccato!

Rapporti e proporzioni

gatto_nero1Qual è il rapporto che intercorre tra un gatto nero e un gruppo di studenti in gita? E tra questi e un’auto di qualsiasi genere e cilindrata? Meglio se un piccolo autobus? Apparentemente nessuno o meglio il gruppo degli studenti potrebbe aver adottato il gattino, portandolo a bordo dell’autobus alla volta di casa, quale casa dei tanti non si sa… potrebbe, ma non è questo il giusto rapporto. Allora fate finta di andare per strada di notte, con i fari della vostra auto accesi – per forza, è notte! – andate tranquilli, la strada è libera, state ascoltando il vostro programma preferito alla radio oppure ascoltate la vostra musica preferita – niente conversazioni telefoniche, mi raccomando! – quando ad un tratto dal nulla spunta fuori un gatto che sta per attraversare impunito la strada. Voi andate a velocità moderata, per fortuna – siete persone ligie alle indicazioni dei cartelli stradali che dettano i trenta all’ora su quasi tutte le strade del regno, sgrunt! – e potete frenare per tempo, o quasi, basandovi su quello che sapete dell’istinto gattesco che dovrebbe suggerire la fuga al gatto nero, forse. Invece quello che fa? Si ferma immobile, ipnotizzato dai fari della vostra auto che alla fine s’è fermata, l’auto, per evitare il peggio – un gatto spiaccicato non è che sia un bel vedere, figuriamoci uscire fuori strada per salvare una delle sette vite del gatto, per non parlare degli istrici come ben sa la mia amica Susanna, ma questa è un’altra storia. Bene, il gatto scemo rimane lì immobile e voi anche, sperando che nel frattempo non arrivi il solito distrattone che, cellulare alla mano, sta rispondendo alle mille stupidaggini che gli scrive la fidanzata appena acquisita – Mi ami? Ma quanto mi ami, amo’? – e al quel punto potreste fare voi la fine che avrebbe fatto il gatto,  se non vi foste fermati. Però, tutto è bene ciò che finisce bene,  il gatto si ravvede dopo la vostra strombazzata per scuoterlo dallo stato ipnotico che lo ha attanagliato per qualche minuto e, bon, voi andate verso casa e il gatto per i suoi casi e amen. Stessa identica cosa succede quando un gruppo di studenti in gita sfarfallanti e distrattissimi si addensa e si divide come un gruppo di amebe nel brodo di coltura – ce le avete presenti, no, voi amici di Piero Angela? E’ partita l’aria sulla quarta corda di Super Quark? Bene, siamo didascalici e soprattutto didattici, come conviene! Allora il gruppo sta lì, in attesa del piccolo autobus che li condurrà verso il giardino inglese nella Reggia di Caserta. Vanno, vengono, mangiano – ma quanti panini mangiano i ragazzi in gita? – parlano cellulare con la mamma, la zia, la sorella, rimaste a casa. Parlano con la compagna di merende, giocano al pallone mentre giocano a ” merda ” – eh, così – vanno e vengono senza soluzione di continuità. Intanto il piccolo autobus arriva, l’autista tenta in qualche modo di affiancarsi al bordo del viale per prendere a bordo – sempre di  bordi si tratta! – le amebe. E quelle, guardano e rimangono lì impalate senza spostarsi. E nonostante non sia notte e l’autista non ha fari accesi, e non si tratta di gatti ma di ameb…ehm ragazzi, ecco quelli lo stesso rimangono basiti e inamovibili, in trance – la potenza ipnotica di un pulmino… bisognerebbe scrivere all’ AIPI, Associazione Internazionale Psichiatri Ipnotisti, e consigliare loro la tecnica innovativa! – così dopo qualche minuto di impasse l’autista che fa? Strombazza, of course!, all’indirizzo delle amebe che scosse dal loro torpore postprandiale e postgiocale, si allargano come il Mar Rosso davanti a Mosè e permettono all’autista di compiere il suo dovere e amen pure qua. Le ameb… i ragazzi sciamano, poi, all’assalto del pulmino che, come nelle Metamorfosi di Ovidio passano dalla stato amebale – si dirà così? – allo stato di cavallette coprendo ogni spazio possibile e provocando, con ciò, un immediato senso di schifiltudine nell’unica turista americana messa nell’angolo dalle amebe che neppure Griffith nei suoi anni migliori! Questo è quanto. Ah, sì il rapporto c’è, tanto da riuscire ad impostare anche una proporzione: il gatto nero sta all’auto come il gruppo di studenti sta al pulmino. Applicate la proprietà fondamentale e ditemi se non è vero. Fatto?:-)

Boxes

scatoloneIn un qualsiasi film americano – cinema, cinema ossessione! – il protagonista, licenziato, si allontana dall’ufficio dove fino a poco prima aveva imperato in un delirio di onnipotenza con in mano uno scatolone di cartone. A sbirciare dentro, a sbirciare nello scatolone, ci si accorge che la vita, quella vissuta dal protagonista, quella che potrebbe essere anche la rappresentazione della vita reale di ognuno di noi nella stessa situazione, può condensarsi a volte, nell’estensione fisica di qualche oggetto che come simbolo ci rappresenta e ci racconta: una fotografia, uno sfogliacarte, un fiore secco tra le pagine di un libro, cose così. Una vita, ricordi, che riescono ad essere racchiusi in spazi ristretti, in quel caso,  ma che possono moltiplicarsi per molti, tanti scatoloni, quando la vita longeva di due persone deve essere racchiusa necessariamente dalle circostanze. Allora non è una scrivania che devi sgomberare o pochi cassetti che devi svuotare, ma sono armadi e mobili, la vita di due persone esposta nella tangibilità di cose e abiti e documenti e oggetti che si sono accumulati nel tempo, stratificati nel tempo, caricati di valenze importanti per le due persone che hanno posseduto quegli stessi oggetti, valenze sconosciute ai più, una follia fatta caos momentaneo e assoluto, tanto da toglierti il sonno, da occupare per intero i tuoi pensieri e le tue giornate. E nel tentativo, spesso infruttuoso, di non farti coinvolgere dall’emotività che la vista di quegli oggetti ha su di te, sul tuo olfatto – l’odore di mia madre, ancora!, nella sua parte di armadio, le mille cravatte di mio padre sempre annodate, conservate così, cappi colorati non disfatti dalla ” necessità ” di non rifare il nodo tutte le volte, una vecchia sottogonna di tulle rosa, simbolo di una giovinezza lontana, le fasce di stoffa arrotolate con le quali mia madre ha fasciato la sua prima bambina nata viva, una piccola me, la lampada rotta dai nipotini vocianti e amorosamente incollata dalle mani di una nonna sempre paziente e accondiscendente, i tanti ” pizzini ” vergati dalla grafia d’altri tempi di mio padre sempre più incerta mano a mano che si avvicinava il tempo della suo deterioramento fisico e mentale – racconti di vita strappati, inscatolati, selezionati per ” utilità “, buttati via, spesso, perché alla fine sono solo oggetti. E ti viene da considerare che è da folli pensare di trascorrere l’intera esistenza nell’ansia di avere, di pensare che tutto può esserti utile e che tutto può essere apprezzabile e indispensabile, se poi alla fine non ti porti che la foto di tua figlia primogenita nata senza vita – ultima volontà terrena di mia madre, otto anni fa, rispettata dalla compassione della figlia in vita – e un piccolo tozzo di pane – per accompagnare mio padre, l’ultimo desiderio non soddisfatto. Tristezza e malinconia racchiuse anche quelle, nel cuore, senza scatoloni che possano contenerle.

Trash

sanSiamo così condizionati – sono così condizionata – dalle informazioni sul cibo, quello giusto e quello non, quello che ti intasa le arterie oppure quello che vanta benefici che manco la fontana dell’eterna giovinezza, da rovinarmi per sempre con fortissimi sensi di colpa la scorpacciata di patatine industriali, piene di insane schifezze – lo so, lo so! – che sto portando a termine in questo momento. Le guardo, in modalità dissociativa, ne prendo una consapevole del rischio e dico che mi sto facendo del male, ma chi se ne infischia dice l’altra parte della mia mente, mangiale e sentiti perversa, assapora quel misto di olio industriale  e grassi idrogenati, tanto che male vuoi che ti faccia un pacco di patatine? Non oso pensare al responso della bilancia – le trasgressioni pesano! – non oso pensare al responso di analisi ravvicinate. Finisco e giuro che mai più trash chips, fino alla prossima volta!😉