Vuoti di memoria

vuoti di memoria

La mente, la mente gioca a rimpiattino coi ricordi e confonde il presente di un viso noto, ma sconosciuto. E la considerazione è che ” i momenti intensi … li ho persi già “. Così la mente rende libero il presente, così, semplicemente.

Troppo cerebrale per capire
che si può star bene senza complicare il pane,
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote
ma doppiate.
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l’aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare,
lasciami sognare in pace…
Liberi com’eravamo ieri,
dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e
andare fuori
come Mastroianni anni fa,
come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire
che si può star bene senza calpestare il cuore,
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi
come sulle aiuole.
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l’odio,
Torre di controllo aiuto,
sto finendo l’aria dentro al serbatoio…
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’e’
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma,
rimane la cera e non ci sei più…
Vuoti di memoria, non c’e’ posto
per tenere insieme tutte le puntate di una storia,
piccolissimo particolare,
ti ho perduto senza cattiveria…
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l’aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace…
Libero com’ero stato ieri,
ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi,
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori…
come Mastroianni anni fa,
sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c’e’ niente che mi sposta
o vento che mi sposterà…
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’e’
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma,
rimane la cera e non ci sei più… non ci sei più… ( Giudizi Universali – Samuele Bersani )

Riflessioni di menti pericolose

keith-haringChe in giro ci sia gente egoista e con un potenziale di idiozia dettato dall’ignoranza profonda e gretta mi sembra, ahimè, un dato di fatto. Sulla ” Cirinnà ” ho sentito ” cose che voi umani…  ” tanto da credere che la gente non abbia meglio da fare nella vita che ” sparare cazzate ” – giusto per fare un’altra citazione.  In definitiva qual è il problema di fondamentale e vitale importanza? Il disconoscere qualsiasi altra forma di unione che non sia quella propria a propria immagine e somiglianza – come se la somiglianza alla propria condizione coniugale, che a volte si palesa in rapporti affettivi che tutto hanno fuorché l’affetto, sia l’assoluta perfezione. Ma tant’è il rapporto etero, tra uomo e donna è sano e ammissibile perché benedetto dalla Chiesa – e quando è benedetto da un sindaco o un assessore qualsiasi, come la mettiamo? Perché il problema è anche questo, come se non bastasse il resto, si mette sul piano degli esempi la famiglia, uomo/ donna , con tutta l’arroganza possibile dell’imporre ad una intera nazione un unico ” modello ” possibile, come se il resto, cioè le famiglie di soli uomini o di sole donne, fosse l’abominio assoluto; è un curioso caso di negazionismo neanche bonario – se nego che siano famiglia scompaiono dalla mia vista, dalla mia stessa esistenza sociale? E come quando ci sia arrampica sugli specchi e ci sia accorge che sì, tutto sommato, forse ” quelli ” ce la fanno a farsi riconoscere gli stessi diritti sociali di qualsiasi altra coppia di persone, allora ci si butta sul trucido e si tirano in ballo i figli e già, i figli, signori e signore, in Italia so’ piezz’e core! L’altra sera, nel solito talk show in notturna, due beoti ponevano l’esempio che loro due, famiglia benedetta, avevano provato ad iscrivere in anticipo il pargolo alla scuola materna,  e si erano visti rifiutare l’iscrizione perché portatori di due stipendi – e quindi in grado di pagarsi in tutta tranquillità anche un asilo privato – mentre era stato iscritto il figlio di una madre nubile, ma facente parte di una coppia omosessuale, perché lo stato non riconosce il nucleo famigliare composto da due persone dello stesso sesso, ma senza relazione di parentela; magari anche l’altra famiglia avrà avuto le stesse opportunità economiche, ma nessuno gliele ha riconosciute. La  reazione indignata della coppia etero era sorretta da una riflessione da mente altamente pericolosa: ci rubano i posti all’asilo con i loro figli impuri, privano le nostre sacre famiglie dei diritti che ci spettano per volontà divina! È lo stesso ragionamento che si sente fare mille volte al giorno quando si assiste agli sbarchi dei migranti in tivù, ci rubano i posti di lavoro, dobbiamo anche mantenerli nei centri di raccolta, vanno respinti. Egoismo sociale manifesto in parole durissime e cattive. E come se non bastasse il fatto che un bambino possa crescere in una famiglia con due mamme o con due papà, e crescere bene e sano, non è neppure lontanamente concepibile. Penso a quei bambini reietti, figli di famiglie ” regolari “, regolarmente negati e picchiati, sante famiglie dove magari vengono abusati, luoghi santi dove si predica bene e si razzola malissimo. Non dico che non ci siano problemi anche in famiglie omosessuali, ma sono più propensa a credere che quando ci si conosce bene l’un l’altro, quando non ci sia pone in contrapposizione – io sono il maschio e comando, tu femmina subisci e stai zitta – penso che sia diverso anche il rapporto che si è creato e i figli, di conseguenza, ne beneficiano.  Non posso pensare di porre degli obblighi sociali a qualsiasi persona che non mi assomigli o per idee diverse dalle mie, oppure perché ha un diverso orientamento sessuale, altrimenti perché ha l’alluce valgo! E quando si tira in ballo la costituzione – dove si parla di famiglia, è vero, ma non si dice che per famiglia si intende una società di mutuo soccorso basata sulla comunanza tra un uomo e una donna, non c’è scritto proprio da nessuna parte –  per supportare il delirio si citano dunque articoli di legge  e ci si dimentica che quanto è stato scritto allora era dettato da una visione del mondo appena definita da una guerra e il rientrare in una ” normale ” consuetudine era quanto mai auspicabile. Allora mi viene da pensare, tanti auguri alle menti pericolose, che abbiano figli maschi e benedetti e magari omosessuali, non perché quest’ultima possibilità sia una punizione per la loro grettezza, ma perché avere a che fare con la diversità, con le tante diversità che ci circondano, non può che  renderci migliori.

E non indurla in tentazione

article-2337096-1A33270C000005DC-765_306x550É possibile che possa iniziare con un: Fermiamoci a guardare quest’altra vetrina, l’ossessiva compulsività dello sciopping a tutti i costi che si intensifica in periodo di saldi. E posso capire se l’ossessività viene perpetrata ai danni della compagna di merende che, maggiorenne e vaccinata, si ” sacrifica ” alla bisogna e come novella Maria Goretti si sottomette alla disamina di tutto quanto acquistabile nella suddetta vetrina. Posso capire se al laccio si è accalappiato un novello Paperone disponibile, per propensione all’abnegazione e al sacrificio suo proprio e delle sue finanze, a fissare consenziente coatto quanto di lì a poco si vedrà costretto a pagare, posso capire. Ma se il: Fermiamoci a guardare quest’altra vetrina è rivolto ad una bimbetta di scarsi otto anni che, recalcitrante, vorrebbe guadagnare la via dei cartoni animati delle sette di sera, be’ insomma pensateci. Quella, la creatura, non ci vuole niente a diventare grande e ce l’avete presente come diventano le bambine al raddoppio degli otto anni? In questo caso ho molta esitazione a capire, ma figuratevi voi a capire i sedici anni di una figlia emula di Carrie Bradshaw!

Lo zio

I_promessi_sposi-362Entrò a far parte della famiglia sposando la terzultima delle sorelle. A memoria d’uomo non s’era mai visto un nobile, sia pure spiantato e decaduto, sposare una contadina, ma tant’è anche i nobili hanno appetiti e tutti terreni come la famiglia dei contadini ebbe modo di verificare in seguito. Spalleggiato dal padre conte era stato mandato a studiare all’estero, all’accademia delle belle arti, come si addiceva a quel figlio che non solo di arte ma anche di parte mostrava non averne. Aveva così sperperato denaro, tanto, anche le doti delle sorelle che, senza più nulla da offrire se non la spocchia nobile, non avevano avuto occasione di maritarsi e avevano scelto di rimanere zitelle piuttosto che ripiegare su un matrimonio di convenienza come l’unico e invidiato fratello. Gli anni all’estero dello zio erano passati in fretta tra le lenzuola di  talune prezzolate incontrate nei caffè dove amava rifugiarsi e di qualche compagna di studi più intraprendente. Ne aveva ricavato un senso di onnipotenza che molto aveva a che fare con il contenuto dei suoi calzoni, ritenuto a ragione, la sua, come qualcosa di irresistibile di cui andar fiero, convinto com’era che le donne apprezzassero e tanto. In realtà quelle stesse ritenevano più interessanti i mezzi più materiali e visibili di cui lo zio era prodigo, convinte anche loro che la fortuna di una ragazza risiede tutta in quelle stesse parti basse, bassissime in realtà se si considera la venialità con cui certi ragionamenti venivano messi a punto dall’una e dall’altra parte. Ragionamenti simmetrici, tuttavia, mossi da un interesse tutto momentaneo e terreno. Mentre la terzultima sorella sembrò non rendersi conto dei calcoli e dei ragionamenti, anzi. La meschina, lusingata da tante attenzioni galanti, si innamorò perdutamente del bel tomo ritornato in quel paese dimenticato da Dio, con l’aura di quello che aveva conosciuto il mondo e tanto bastava ad entrambi. Intanto lo zio, elevato a tale rango di parentela stretta dallo status maritale, lui sì aveva avuto modo di rendersi conto quasi subito di quante e quali gonnelle ci fossero nella famiglia contadina e con tale consapevolezza aveva considerato giusta la scelta di sposare una di quelle gonnelle. Le sorelle erano tante, ma anche le nipoti acerbe e meno acerbe, e si affacciavano alla vita rispettose della parentela e taciturne su certe preferenze dello zio. Allo zio piacevano tutte e con le sorelle della moglie contadina faceva valere la galanteria, il corteggiamento per posa, appreso come arte nella famiglia di origine. Aveva, però, mantenuto una facciata da schiatta nobiliare e aveva separato la moglie contadina dalle altre, portandosela ad abitare in città. Abbandonata a se stessa nella casa del marito, grande e disadorna e mal messa, pativa la lontananza dalle sorelle e la solitudine, poiché suo marito passava le giornate nei circoli privati a sperperare quel poco che rimaneva del patrimonio di famiglia e a rendere interessanti, dunque pieni di interessi, i pomeriggi di certe donnine. Quando seppe dello stato, quello sì davvero interessante, della moglie, decise che sarebbe stato conveniente rispedirla a casa dalle sorelle. Le fece visita un paio di volte, giusto in tempo per passarle un fastidio che gli era stato regalato durante la permanenza nella dimora più visitata e chiacchierata della città. Durante il soggiorno nella casa contadina della moglie gli sembrava di essere in un stato continuo di ebbrezza, gli era sufficiente allungare una mano per cogliere la rotondità di un seno acerbo nascosto alla vista ma non al tatto, l’arrendevolezza vergognosa delle ragazze, nipoti della moglie gravida, che scambiavano le sue calcolate e pruriginose attenzioni per una forma di interessamento affettuoso, senza però avere il coraggio di raccontarle, quelle carezze, ad anima viva, meno che mai alle madri, circuite a loro volta dalle chiacchiere del bel tomo. Nacque una bimba, buona sola ad aprire le gambe, fu il commento paterno dello sciagurato. Finì che un medico presso il quale si era rivolto per via di quell’antico fastidio che di tanto in tanto tornava a ravvivarsi, visitandolo, gli diagnosticò un male incurabile, proprio all’oggetto costante delle sue passioni. Si sentì tradito come se un vecchio compagno d’avventura gli avesse voltato le spalle. Tornato a casa, presa da un cassetto la vecchia pistola di suo padre, sparò un colpo al traditore. Mancò le parti vitali per poco. Operato d’urgenza gli fu rimosso anche il tumore, con quel che rimaneva. Passò il resto della sua vita a ricordare, innocuo e senza più desideri.

E dentro, nevica!

nevePuntuale come ogni anno la forfora… pardon, la neve, ha ripreso a nevicare all’interno del blog, giusto per ricordarmi che tra una manciata di giorni siamo a Natale, con tutto quello che ne consegue – ah sì è vero, posso eliminare l’impiccio visivo, ma ho dimenticato come si fa quindi me la tengo, la forfora…sì, la neve! Giusto per non ripetermi potrei elencarvi una serie di articoli precedenti che hanno imperversato in lungo e in largo a proposito del Natale e delle sue conseguenze sul mio umore, ma tant’è, cliccando sugli archivi le geremiadi sono bell’e pronte e a portata di lettura. Però, proprio qualche giorno fa, parlando con il figlio più piccolo, facevo una rassegna pseudo psicologica sulle possibili motivazioni valide a giustificare la mia avversione verso il Natale. Dev’essere iniziata presto, quando il Natale casalingo era sempre attraversato da un vento lieve di malinconia dovuto a mia madre che, lontana dalla casa paterna dove il Natale si festeggiava tra tanti, zie, cugini, nonni, qui si ritrovava senza il supporto chiassoso di famiglie allargate a dismisura. Ed erano sempre Natali minimalisti, i nostri, fatti di piccole cose, rami di abete decorati da agrumi odorosi e aranciati, regali quasi inesistenti e tutti utili, dei calzettoni di lana gialli come mandarini, un piccolo cerbiatto di peluche con un meccanismo a molla che gli faceva vorticare la piccola coda e muovere ritmicamente il capo da un lato e l’altro.  Solo più tardi, tantissimi anni dopo, il dono ambito fu un bambolotto della dimensione di un bambino vero, poi ” seviziato ” da un vendicativo fratello più piccolo che in mancanza di meglio da fare tagliò le labbra al povero bambino! Unica concessione al ricordo, per mia madre, e forse al rimpianto, erano quei dolci fritti e passati nel miele e nelle codette colorate che venivano conservati in ” conchette ” di creta marezzata di verde e bianco, spesso coperti e messi a domicilio su un armadio, per via delle dimensioni davvero fuori misura del contenitore. Forse quelli dell’elaborazione dei dolci, erano gli unici momenti di ” festa ” personale, il momento in cui molto dopo fui coinvolta anch’io, le uniche due in casa in possesso della magia del fare odore di vaniglia e cannella, del passare piccole rose di pasta fritta nell’asprezza ubriaca e consistente del vino cotto. E adesso che il tempo è passato e la malinconia, anche quella, è passata di mano, come un testimone in una gara a staffetta, il vento è, a volte, una vera bufera che impera e si accompagna alla neve che dentro cade.

Tre al prezzo di qualcosa che non ha prezzo

Torniamo al racconto quotidiano non privo di una certa follia. Allora vi ricordate ” la Buona Scuola “? Vi ricordate le sbandierate immissioni in ruolo dei docenti precari in fase A e fase B? – neanche avessero avuto in mente la costruzione di un articolato palazzo a molteplici piani. Insomma alle fasi A e B ne è seguita una C. Ma prima che quest’ultima fosse messa in atto tutte le scuole, sulla base delle reali e necessarie esigenze dell’utenza – si dice utenza,  senza remissione di peccati verbali, amen – su queste basi ogni commissione p-o-f – piano dell’offerta formativa  – doveva elaborare una lista di ” preferenze “. A quanti e quali docenti permettere l’accesso alla propria scuola? Ci siamo così adoperate, in un pomeriggio sonnacchioso, a raccontarci quello che sappiamo da sempre: chiediamo un italiano, un matematica, i due capolista, di seguito un musica, un educazione fisica e un arte, per una squadra di tutto rispetto. Inviata la lista della spesa… al mercato? Nooo, all’ufficio scolastico regionale, abbiamo avuto il responso qualche giorno fa, due musica e un arte! E l’italiano e la matematica? E ai due di musica che gli facciamo fare? Un musical? Un coro di voci bianche e voci colorate? Li mandiamo a X Factor con gli alunni migliori? Gli facciamo intraprendere un seminario di cento lezioni con approfondimenti filologici sulla musica dal basso medioevo al barocco compreso? Magari anche con un’appendice sulla storia dell’arte coeva tanto da non scontentare educazione artistica che potrebbe prendersela a male… ma si può essere presi in giro in questo modo? Le graduatorie di italiano e matematica si sono esaurite nella precedente immissione in ruolo? Allora ditelo! Ditelo che vi sono ” avanzati ” solo docenti bric-á-brac che dovete in qualche modo sistemare, senza che vi si facciano richieste prive di qualsiasi senso. Ah, e la notiziona è che probabilmente le amene figure albergheranno per tre anni sempre nella stessa scuola e con le stesse modalità. Domani devo ricordare al dirigente se possiamo eventualmente fare a scambio di figurine con qualche altra scuola… ce l’ho, ce l’ho, non ce l’ho, me ne avanza uno, tu che mi dai? E come colonna sonora volevo un gatto nero nero nero tu me l’hai dato bianco e io non ci sto più! ” La buona scuola “, eh? Senza prezzo!

Benedetto sia Umberto e la nave di Teseo

s-la-nave-di-teseoRiporto integralmente l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica di oggi. É una lunga intervista a Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi, che, insieme a Sandro Veronesi, Hanif Kureishi, Tahar Ben Jelloun hanno deciso di abbandonare l’orrido ” Montazzoli ” per fondare una nuova casa editrice, ” La nave di Teseo “. Il ” vecchio ” Eco, scrittore di 83 anni , che ha come prospettiva di vita partire da zero in un’avventura dal futuro incerto, in un’Italia poco incline alla lettura. Vale per tutto il suo ” Perché si deve “. Grazie di cuore a questo manipolo di ” eroi ” per avermi salvata dall’ennesimo acquisto mandadoriano!

Il punto della massima chiarezza è stato anche quello della massima oscurità, quando, racconta Umberto Eco, “si sono incontrate per non capirsi Elisabetta Sgarbi e Marina Berlusconi”, non donne incompatibili e incomunicabili per ideologia, ma per antropologia. È da quell’incontro che è nata ” La Nave di Teseo”, due legni arcuati e all’insù come simbolo, la nuova case editrice finanziata dagli scrittori, a partire dai due milioni di Umberto Eco che a 83 anni fa progetti con l’entusiasmo e i rischi di un ragazzo: “Perché il progetto è l’unica alternativa alla Settimana Enigmistica, il vero rimedio contro l’Alzheimer”. Velleitari? “Peggio, siamo pazzi”.

Ci mettono soldi anche un finanziere-scrittore, il dottor Brera (“sì, sono un parente alla lontana”) e Jean-Claude Fasquelle, un altro giovanotto di 85 anni, l’enigmatico ” grande vecchio” dell’editoria francese, noto per i suoi interminabili silenzi e per l’abilità nello schivare le interviste: lo chiamano “l’homme de l’ombre”. E infatti anche adesso, qui in casa di Elisabetta Sgarbi non c’è né lui né sua moglie “perché stanno perfezionando l’uscita dal vecchio lavoro” dice Eco in tono protettivo. La casa di Elisabetta è ricca di cose belle ma non preziose, è il lusso che non luccica. E l’intervista è il contrario di una conferenza stampa: con un unico giornalista, povero e solo, e una bella folla di conferenzieri, colti e famosi.

Capitale totale della nuova casa editrice? “Dai cinque ai sei milioni”. Dice Elisabetta: “Entro l’anno prevediamo 51 titoli”. Precisa la direttrice amministrativa: “Il peggio è previsto fra tre anni”. La sede sarà in via Jacini “generosamente messa a disposizione da Francesco Micheli”. La distribuzione e i servizi commerciali? “Gruppo Feltrinelli e Messaggerie, grazie a Carlo Feltrinelli e a Stefano Mauri”.

Di fronte a Eco ci sono Sandro Veronesi ed Edoardo Nesi. Accanto a Eco, come sempre, c’è Furio Colombo, un altro vecchio con i calzoni corti: “È una vita che io e Umberto ci dimettiamo, sin dagli anni Cinquanta. Io per esempio quando arrivò Berlusconi al governo lasciai l’Istituto di cultura italiana di New York”. E poi c’è Sergio Claudio Perroni, il Cellini degli editor, lo scrittore appartato che non è certo un magnate. Dice Veronesi: “Io lo faccio perché tengo famiglia. Ai miei cinque figli voglio lasciare un’eredità importante, una case editrice infatti è molto più dei miei libri e può davvero cambiare il paese. Rischio i soldi, certo, ma ne vale la pena”. Interviene ancora Eco: “Mio nipotino mi ha chiesto: Nonno, perché lo fai?. Gli ho risposto: Perché si deve” .

Ma non temete “l’effetto cooperativa”, quell’angustia di orizzonti culturali da mensa dei poveri, da “alternativi” all’ultima cena? “Non siamo improvvisatori”, dice Eugenio Lio, che è un altro azionista, il tecnico giovane, l’editore-talpa. Spiega: “Abbiamo una struttura professionale, mestieri, competenze, un presidente che è un commercialista, direttori e marketing. Siamo una società srl. Altro che cooperativa” .

Eco ammette che sanno di rischiare il magnifico fallimento. L’editoria infatti è il modo più elegante per dissipare i propri risparmi, magari in modo lento, ma sicuro. Inoltre in un’epoca non creativa, l’editore può essere destinato all’impotenza. Forse – osservo – un momento più brutto non potevate sceglierlo. Risponde Mario Andreose, che del catalogo della Bompiani è la storia, il Mendel di Zweig, l’artista che ha messo in opera le opere, da Brancati a Sciascia, da Campanile a Bufalino… Andreose crede nella catastrofe come risorsa e racconta che “Valentino Bompiani fondò la casa editrice nell’anno del crollo di Wall Street, nel terribile 1929”. E viene fuori che “Zio Vale” era il nome alternativo a “La nave di Teseo”. Racconta Eco, che con Valentino ha lavorato: “Ci davamo del lei. Tutti lo chiamavano ‘il dottore’. Ma dottore ero anche io. Per ovvie ragioni non potevo chiamarlo ‘conte’, come faceva la sua segretaria. Dunque gli dissi: “Io, in tutti questi anni, non l’ho chiamata mai e ora che vuoi il tu, ti chiamerò come i tuoi nipoti: zio Vale”. Tra i nomi bocciati ci sono anche Cyrano, Caratteri Mobili, Renzo e Lucia, Garamond… Vasa “che è il nome – spiega Eco – di un galeone svedese, ma non è stato accettato perché la casa editrice sarebbe diventata ”il Vasa da notte” .

Azionisti sono anche Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose ed Eugenio Lio, tre campioni di “un mestiere che non si impara” come spiegava bene Kurt Wolff ( Memorie di un Editore, Giometti& Antonello) al quale Kafka diceva: “La ringrazierò sempre di più per i libri che mi boccia che per quelli che mi pubblica”. Dice Edoardo Nesi: “L’editore è una persona, non un’azienda. È un amico che ti segue e ti coccola, non un amministratore che firma contratti e stacca assegni. È il pastore delle tue opere: per 15 anni Elisabetta ha pubblicato libri miei che non avevano neppure l’ombra del successo, e senza mai rimproverarmelo. Non mi ha mai abbondonato. Come potrei non stare qui con lei, adesso? Come potrei non salire sulla Nave di Teseo?” .

Guardando Elisabetta, dico allora ad Eco: “Chi è Arianna?”. E qui il semiologo prevale sul maestro di ironia: “Teseo è solo un pretesto, un nome come un altro. L’importante è la nave, non Teseo”. Ed Elisabetta legge, come a teatro, il passo di Plutarco dove la nave di Teseo è quella che perde e sostituisce pezzi. Adesso nella bella stanza di casa Sgarbi è tutto un discutere di identità, che è il grande tema dell’architettura e delle città, è l’imbroglio delle religioni, e il rifugio delle migrazioni… A un tratto però Eugenio Lio dice pure che “Magris definisce Teseo colui che si alza e se ne va” . E a Eco piace: “C’è anche Magris tra gli autori Bompiani che sono pronti a seguire Elisabetta” . E Tahar Ben Jelloun racconta di un profumiere che aveva comprato la casa editrice che pubblicava i suoi libri: “Mi sono trovato senza un vero editore. Di che parlavo? Di fragranze, di nasi, di muschi? Elisabetta è un editore, la Mondadori–Rizzoli non è nemmeno un profumiere”. Ma ecco che, in collegamento Skype, interviene in casa Sgarbi, nientemeno che… Michael Cunningham. Anche lui seguirà il filo di Arianna. E così Nuccio Ordine, con tutte le sue traduzioni di Giordano Bruno, il don Quijote e il Montaigne che ha venduto 15000 copie: “Un’enormità per un classico”. E poi ci sono il triestino di Roma Mauro Covacich, la giovane e speciale neo-nevrotica Viola Di Grado, e Hanif Kureishi, che ha scoperto le periferie ben prima di Renzo Piano, e Lidia Ravera che sta volando ancora, e “l’abbandonologa” Carmen Pellegrino, la longseller Susanna Tamaro e, ça va sans dire, Vittorio Sgarbi, capra-capra-capra. Chiedo dei bestseller Paulo Coelho, Houellebecq e Piketty: “Mi sono dimessa stamattina, dammi il tempo di tessere il mio filo”.

Ecco dunque che Teseo è anche un filo da seguire. Ed è labirinto la libreria, come insegna Borges. E in Teseo c’è l’idea dell’amicizia che è la vecchia Einaudi, la Sellerio di Sciascia… lo statuto morale di ogni casa editrice. Infine c’è il mare che è l’avventura, il pericolo ma anche il porto che mescola le identità. Domando: siete tutti di sinistra? Eco si gira e prende la mano di Pietrangelo Buttafuoco: “In questo momento, tu sei di destra o di sinistra?”. E Buttafuoco: “Quando governa la destra sono di sinistra, quando governa la sinistra sono di destra”. E racconta: “Il mio primo lavoro è stato il libraio. So dunque quanto fanno male le super concentrazioni alla diffusione dei libri”.

Marina Berlusconi ha tentato di trattenervi? “Non ha capito – racconta Elisabetta – perché ce ne andiamo. E soprattutto non ha accettato la possibilità di una nostra autonomia editoriale e gestionale. Neppure comprende a cosa possa servirci. Eppure le abbiamo offerto in cambio l’opera omnia di Eco, di cui Mondadori vorrebbe fare il Meridiano”. Eco racconta che rimarranno in mani nemiche Il nome della Rosa sino al 2020, e il Pendolo sino al 2018. Dice Veronesi: “Invece il mio Caos calmo è libero”. E Buttafuoco: “Anche il mio Le uova del drago è libero”. Dicono in coro Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi: “Non è contro Berlusconi che ce ne andiamo. Ed Elisabetta l’ha detto chiaro a Marina. Se il mega proprietario fosse Nichi Vendola o Fausto Bertinotti per noi non cambierebbe nulla”. Elisabetta ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

E torna la contrapposizione dei tipi, che sono opposti per stile e per educazione, due donne- capitano che non possono stare sulla stessa barca, anzi sulla stessa nave, Elisabetta su quella di Teseo, il fragile e felice legno degli scrittori, e Marina sulla barca dell’industria culturale più grande e più decaduta d’Italia. E infatti l’una parlava di umanesimo cosmopolita e l’altra di azienda, l’una di autori da allevare e l’altra di vendite che non aumentano. Ed Elisabetta fa imbizzarrire Umberto Eco mentre Marina si consulta con Alfonso Signorini.

La libertà di Elisabetta significava l’autonomia della Bompiani, dalla quale non voleva proprio staccarsi, “perché

sono monogamica, non mi separo se non quando sono abbandonata”. Crede nell’editore come lingua di un’epoca: tradurre e ristampare ma soprattutto scovare e covare. Inizierete presto a litigare? “Abbiamo smesso solo per te. Speriamo di ricominciare presto”.