Maladie

Qualche sera fa, durante la presentazione di un libro scritto da un’amica di lunga data, mi è tornata in mente zia Mimì. Una delle cugine di mia madre aveva avuto, in gioventù, la tubercolosi. Si era in guerra, tutto scarseggiava, Mimì era di salute cagionevole e si ammalò. La mandarono in un sanatorio di montagna, lontanissima da casa, lontanissima da quei pettegolezzi sorti intorno alla sua persona, lontanissima dai possibili fidanzati che avrebbe potuto avere e che non ebbe. Come un’eroina romantica alle prese con una malattia che allora non perdonava, non ebbe tuttavia ne’ il conforto di un’opera lirica dedicata, ne’ tantomeno la pietà o la compassione dei compaesani perchè, una volta tornata a casa, perfettamente guarita, fu scansata come se fosse affetta ancora dal mal di petto che l’aveva tormentata da ragazza. Anche in famiglia il male fu tenuto “ al guinzaglio “, nessuno ne parlava era qualcosa che “ faceva vergogna “. Seppi da mia madre, moltissimi anni dopo e dopo che zia Mimì sposò un ricco vedovo di un paese vicino al suo, che la tubercolosi non aveva avuto la meglio su quella donna. Mi fu raccontata tutta la storia di Mimì, alla sua morte avvenuta in tarda età, in barba alle maldicenze e ai pettegolezzi. Perchè, dunque, mi è tornata alla memoria Mimì? La presentazione del libro dell’amica è stata una di quelle occasioni durante le quali si raccolgono intorno all’autrice e al relatore, un nutrito gruppo di amici e conoscenti già al corrente di quanto è raccontato nel libro e perchè. Non vedevo A. da tempo e solo per caso ho saputo di questo suo approccio alla scrittura. Il libro racconta della malattia del marito che una mattina si è svegliato completamento paralizzato, affetto dalla sindrome di Guillain Barré. La disperazione iniziale dell’amica ha dato spazio alla speranza, nonostante le conseguenze e lo stato di infermità invalidante, del suo compagno di vita, che ancora è presente. La scrittura, sotto forma di diario, riporta le riflessioni di una donna dalla vita normale, per certi versi banale, madre e moglie a tempo pieno, la cui vita si trova in una mattina qualsiasi nel pieno di un dramma. Perchè Mimì, allora? Perchè l’approccio alla malattia è diventata esperienza da consumare, quasi da sbandierare. Mimì ha dovuto nascondere come una colpa la sua esperienza di vita, adesso invece si racconta di tutto e con dovizia di particolari. La scrittura vale come catarsi, la scrittura è liberatoria, ma sono convinta che il dolore di una malattia debba portare con sè un minimo di pudore e la disperazione debba trovare il tempo di stemperare in tempi lunghi quando tutto assume il contorno di un ricordo.

Ciò che non va detto

In un tempo così, pieno di parole scritte ed opinioni espresse con virulenta arroganza, urlate dagli scranni della politica, sbattute in faccia dagli occhielli dei socialcosi – opinioni espresse senza giudizio, sempre, per il puro gusto di dire la prima corbelleria che ti passa per la testa – in un tempo così viene semplice chiudere la bocca e tacere. E se queste pagine sono state aperte in tempi lontani per riportare impressioni, quasi sempre, giudizi, spesso, ora riposano in un limbo di insofferenza per la scrittura di quella minuteria di cui si compone il vissuto banale di ogni giorno. Sarebbero necessari altri tempi e tempi forti per ricominciare a pensare e a scrivere. Intanto il tramonto rasserena l’umore e gli animi, con buoni colori e buona musica…

Numeri ( per l’otto marzo )

I numeri nella loro infinita sequenza, nella loro estrema semplicità e crudezza, raccontano molte  più storie di quante potremmo raccontarne voi ed io, di qui all’eternità. Attingo informazioni dal sito di “ Save the children “: 

Nei paesi in via di sviluppo più di 16 milioni e mezzo di ragazze partoriscono tra i 15 e i 19 anni, 2,5 milioni prima di compierne 16. Oltre a comportare gravi rischi per la salute delle mamme bambine e dei loro neonati, le complicazioni durante la gravidanza e il parto precoce sono la prima causa di morte per le giovani donne globalmente, con una stima annuale di 70.000 decessi tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni.

Salute e qualità della vita sessuale e riproduttiva rischiano di essere compromesse per un numero ancora più ampio di giovani donne. Sono infatti 30 milioni quelle esposte, secondo le stime relative al periodo 2016-2026, al rischio di subire una mutilazione genitale e le sue conseguenze, 12 milioni ogni anno quelle che si sposano prima di compiere 18 anni, e sono 2,6 miliardi le ragazze e donne che vivono ancora oggi in paesi dove lo stupro coniugale non è considerato di fatto un crimine.

Anche l’accesso a una risorsa fondamentale come la scuola è precluso a circa 62 milioni di loro e per una su 4 scuola ed educazione rimarranno un sogno per tutto l’arco della vita. […] Oltre un terzo delle giovani donne in paesi in via di sviluppo è fuori dal circuito scolastico e lavorativo. C’è inoltre l’alto rischio di tratta e sfruttamento sessuale e lavorativo per quelle giovani in cerca di una vita migliore, che seguono false promesse per poi ritrovarsi intrappolate nel circuito criminale della prostituzione. Su 21 milioni di vittime di lavoro forzato in tutto il mondo, più di un quarto sono minori e soprattutto di sesso femminile, si tratta in gran parte di vittime di tratta e sfruttamento sessuale.

Dietro ai numeri immaginate le storie, immaginate le bambine e le donne, immaginate e riflettete sui numeri. Otto marzo, festa della donne, sì, ma quali donne?

Il racconto delle cose e dei fatti – adolescenti, ennesima puntata!

I ragazzi sono esseri curiosi, ma prevedibili nelle scelte.  Come sempre quando arriviamo in terza media, l’argomento cardine sul quale poi girano tutti i discorsi è l’adolescenza e i suoi ” disturbi “. Sui temi e sulle discussioni fatte in classe ho sempre raccontato con dovizia di particolari in anni non proprio recenti – sono ciclica e prevedibile anch’io: così come variano gli anni scolastici, apparentemente vario nel dire e nel fare e mi ” accomodo ” sugli argomenti di tendenza, ma gli argomenti si ripetono quasi uguali a se stessi e così i miei racconti – ma tant’è, senza divagare, parlavamo di adolescenza stamani in classe, e di tutto quello che ne consegue. Italiano, non più quello di un tempo, ma una collega più giovane e con figli ancora da tirare grandi, vive di prima mano le difficoltà di una preadolescente in famiglia con l’aggravante di ventisette preadolescenti  a scuola, da tirare anche quelli per le orecchie, come si vorrebbe fare, ma non si può. Così dall’esporre sul tema che sarà considerato tra qualche giorno, in un incontro pubblico contro la violenza sulle donne al quale parteciperà tutta la classe, siamo ” approdati ” sui ricordi dell’adolescente ” tardiva “, la me che cercava di inculcare nelle belle testoline di tutti, gli specchiati esempi di comportamenti corretti e di rispetto e di umana tolleranza verso quei poveri ” disgraziati ” genitori e in generale verso l’umanità tutta. Ho appena accennato a quanto fossi arrabbiata da adolescente e a quanto non mi piacessero le imposizioni, a quanto tutto fosse riconducibile ad un nero e bianco, senza mezze misure e senza colori. Ho evitato di dir loro che alcune scelte mi sono costate care, ma mi hanno aiutata ad essere come sono adesso. Erano tutti attentissimi e pieni di curiosità e di domande. Alla fine, ripensandoci, mi sono chiesta se avesse senso utilizzare le misure di protezione che usiamo anche con i figli, quel sostituirci ad oltranza che spinge figli adulti a comportarsi come ragazzini. Ma i discorsi fatti e quelli che faremo fanno parte del gioco delle parti, loro sono gli adolescenti e noi, per quanto ancora lungi dal ” diventare grandi “, siamo gli adulti dalle belle parole.

Desfado

Il destino vuole che io non creda al destino
ed il mio fado è non avere nessun fado
cantarlo bene senza neanche averlo sentito
sentirlo come nessuno, ma non avere nessun senso 2
Ahi che tristezza questa mia allegria
ahi che allegria questa così grande tristezza
sperare che un giorno io non speri neanche un giorno in più
per quello che mai viene e che qua fu presente
Ahi che nostalgia sento
di avere nostalgia
nostalgia di qualcuno
che non è qua e non esiste
sentirmi triste
soltanto per sentirmi così bene
e allegra, sentirmi bene
soltanto per essere così triste
 Oh, se non potessi cantare “oh se potessi”
E vorrei non avere più rimpianti
Forse avrei ascoltato nel silenzio che ho fatto
Una voce che era mia per cantare qualcuno.
Ahi che sfortuna questa fortuna che mi assiste
ahi ma che fortuna che io viva così sfortunata
nell’ incertezza che niente per certo esiste più
al di là della grande incertezza di non essere sicura di niente

 

  • 1.il fado è il genere musicale ma anche il ‘fato’
  • 2.gioco di parole: in portoghese ‘sentido’ vuol dire  “sentito” e “senso “

Quale storia vuoi che io racconti…

E. Manet, Le chemin de fer

 

Lo sguardo fermo e diretto verso chi guarda, le labbra ancora chiuse. La giovane donna dai capelli rossicci, ha sollevato gli occhi che fino a poco prima erano intenti a scorrere le pagine del libro poggiato in grembo, non ancora chiuso, con le dita a tenere il segno. L’espressione del viso è incerta, la donna ancora non sa che cosa aspettarsi dall’insistente permanere del flâneur che ha di fronte e che la scruta. Durante la sua passeggiata mattutina, ha trovato rifugio a ridosso della cancellata che costeggia la ferrovia. È ferma lì da un po’ di tempo, tanto che il cucciolo di cane che l’ha accompagnata, ha avuto modo di acquietarsi e di addormentarsi tranquillo. Il libro e il cucciolo formano una larga macchia chiara sullo scuro dell’abito severo che la donna indossa. Dalle maniche larghe dell’abito spunta il bordo della camicia arricchita dal plissé della stoffa, chiara anche quella, in pendant con il bordo leggero del merletto che allieta in alto il colletto di un abito troppo scuro e troppo pesante per la bella stagione. In testa un cappellino fiorito, come conviene che una giovane donna borghese indossi, quando si reca fuori casa. Il cappellino scuro, dalla curiosa forma di un cestino rovesciato, imprigiona la sommità dei riccioli   che altrimenti spunterebbero sulla fronte bianca, ampia e spaziosa della donna. L’uomo vorrebbe porle delle domande, chiederle: Mi scusi madame, sa dirmi l’ora? Una scusa, è evidente, una scusa per poterle parlare. Ma la donna non ha al polso un orologio e l’uomo non sa nemmeno se la donna che ha di fronte è sposata oppure è vedova e per quanto fuori dagli schemi sia il suo carattere, sa bene che una donna borghese non può essere avvicinata con una scusa banale. E ancora, l’uomo sa bene che ora è quella, sa quando gli sbuffi del treno a vapore, che parte della Gare de Saint-Lazare, riempiono l’aria tersa di giugno, quando sferragliando la macchina riempie di suoni metallici lo spazio intorno. Molte volte è stato lì ad osservare, a dipingere, molte volte durante quella vita che ora sa sfuggirgli dalle mani. Ma la donna non parla, anche se a guardare meglio i suoi occhi sembrano dire: Quale storia vuoi che io racconti, vuoi che ti dica chi sono stata? Vuoi sentire della bambina che ero, la stessa che adesso, di spalle, vedi intenta a guardare oltre la cancellata, quello che succede al di là della ferrovia? La bambina però è l’immagine di un pensiero proiettato nella realtà, il ricordo di speranze lontane, la rappresentazione di un passato remoto, ricco di promesse mai mantenute. La bambina aggrappata al nero del ferro è la donna qual era, e la giovane non può usarla per raccontare qualcosa di sé che è ben difficile da raccontare. I pochi attimi, quelli che intercorrono tra l’essere osservati e l’osservare volgono al termine. L’uomo va oltre e la donna riprende a leggere, scuotendo leggermente la testa per far fuggire via i pensieri che poco prima l’hanno abitata.

Sarà capitato anche a voi

La prima volta fu l’amico di famiglia che doviziosamente ritenne di poter dire a una ragazzina, appena dodicenne, quanto interessante fosse un corpo acerbo appena sbocciato e quanto quel corpo facesse breccia nei suoi pensieri di adulto sporcaccione. La volta successiva fu il Cos’è?!? della compagna di classe a distoglierci dallo svagato camminare verso la fermata dell’autobus. Ad attenderci un orco solitario munito di un giornale con il quale copriva quello che poi scopriva al sopraggiungere di quel gruppo vociante di ragazzine al primo anno della scuola superiore, appena più grandi, ma ancora assurdamente impreparate a metabolizzare uno schifoso esibizionista. Poi furono le mani dello zio che agguantavano quel che capitava, quando nessuno vedeva, interesse maniacale applicato in maniera seriale a tutte le nipotine. E ancora sconosciuti  che abbordavano per strada con un Dobbiamo conoscerci! dove la conoscenza non comprendeva un urbano scambio di generalità, ma un passaggio diretto ad un approccio decisamente biblico. In molti si sono sentiti in dovere di dire la loro a proposito di una tale parte del corpo che avevano di fronte, piuttosto che su un’altra, esprimendo la loro preziosa opinione, generosi valutatori di carne, neanche se avessero a che fare con una mucca al pascolo invece che con una ragazza. Il più romantico, incrociando per strada la ignara suscitatrice di pensieri bucolici, espresse un Come ti vorrei sognare! tutta la sua voglia di conoscenza diretta. Interrompo l’elenco perché queste sono le storie che ricordo meglio, le altre le ho dimenticate, oppure ho voluto dimenticarle. Queste storie hanno permesso che potessi vergognarmene, come se la capacità di provare imbarazzo e disagio e timore, fosse una mia preoccupazione solitaria piuttosto che il contrario. Sono storie che allora non ho raccontato a nessuno, che a nessuno raccontavamo, perché non avremmo neppure saputo trovare le parole per raccontare gli atti e gli affronti, perché nessuna madre, donna, ti metteva in guardia da quello che gli uomini, certi uomini, facevano e dicevano. Le madri avrebbero dovuto raccontare il sesso per quello che era, qualcosa di positivo se supportato da conoscenza, rispetto e amore, una brutalità senza senso altrimenti. La mia forse è stata l’ultima generazione fornita di madri nemiche, ostili a loro volta verso se stesse oltre che per i loro attributi di femmine, inchiodate ad una condizione di subalterne a vita. Così siamo cresciute, nel bene e nel male di storie senza molte scelte, capitate sicuramente alle più di noi, ragazze prima, donne poi. E a sentire quello che succede le cose si ripetono sempre uguali, da una parte uomini avidi di sesso brutale, dall’altra donne che devono darsi delle possibilità. Se avessi avuto una figlia le avrei detto quello che andava detto. Ai miei figli racconto le mie storie e gli insegno il rispetto verso le persone e verso le donne. Credo di averne fatto degli uomini gentili.

Senilità

Sono una persona, sempre la stessa, ogni giorno. Certo il tempo passa, ma io sono una persona che sta al mondo, coltiva interessi, va al lavoro, viva e vive come tutti, come chiunque. Sono sempre quella vi assicuro, cambia il tempo, ma io sono io. E invece no, a sentire i sondaggi, per quelli sono una persona definibile anziana – anziana?!? anziana sarà sua nonna, mi consenta! – poiché una soglia numerica mi colloca nella fascia senile, anzi che no! Così se un momento prima me ne faccio una ragione – una ragione che comprende improperi all’indirizzo dei sondaggisti e buon pro gli faccia – subito dopo divento una persona che deve – imperativo assoluto! – essere in grado di far fronte ancora ad una quantità abnorme di anni di lavoro, poiché senile o no devo necessariamente lavorare fino ad una età davvero senile. Una tale dissociazione, una schizofrenia sociale che meriterebbe uno studio approfondito dagli eruditi del settore! ( Poi c’è un certo signor ministro che si rammarica del fatto che abbiamo l’ardire di invecchiare senza morire il prima possibile, perdinci! Se proprio devo dirla tutta, signor ministro, lei davvero bacucco e anziano per aspetto ed età, faccia il piacere al mondo dei senili a cui appartengo, ci mandi a casa a coltivare le cipolle, non potremmo che esserne finalmente appagati! E faccia in modo da mandare  a lavorare i nostri figli prima che anche quelli diventino argomento senile di sondaggi, senza neppure passare dalla casella dell’abilità al lavoro. É davvero una cosa semplice da capire, o no? )

Giacche

Portavo allora un eskimo innocente recitava il poeta e, fedele alla linea, portavo anch’io giacche da uomo. Ne avevo una, bellissima, di un tessuto spigato un po’ ruvido, grande abbastanza perché potesse contenere tutta la mia voglia di essere diversa, controcorrente. Le maniche un po’ lunghe a coprire, in parte, mani sempre diacce, bavero alzato per proteggermi da temperature non ancora primaverili, andavo così impavida, convita che una sola giacca potesse fare la differenza. Ma l’oggetto dei miei sogni, la Giacca con la maiuscola, era quella che a volte mi capitava di vedere sulle copertine dei vinili, indossata dai miei eroi cantautori. Era di pelle scamosciata, del colore caldo della terra argillosa, la portava un giovanissimo Dylan, in una New York innevata, con a fianco Suze, fidanzata inconsapevole, quanto può esserlo una ragazza al cospetto del mito non ancora rivelato. La intuivi fredda, la giacca, in tanto freddo; inadatta all’inverno della costa orientale, ma bella quanto quei due abbracciati per strada. Non ho mai avuto una giacca di pelle scamosciata, forse perché ho smesso di essere una ragazza per età anagrafica, forse.

 

My back pages

A ricordarmi che c’è un blog, che ci sono state delle pagine scritte con il sorriso sulle labbra – le idee a riempire lo spazio bianco, le parole scritte spesso con rabbia, i pensieri che si sono involuti in un mondo virtuale, ma che sono stati pensati sempre in contesti reali – a ricordarmi tutto questo ogni volta che entro in questa casa fatta di niente, c’è un elenco di pagine cercate per motivi che intuisco, ma che non corrispondono mai al ricordo che io stessa ho di quelle pagine, del momento in cui le ho scritte. Mi incanta, però, la casualità della ricerca, mi sollecita il rileggerle, il tornare indietro come se in quel momento anche il tempo si potesse riavvolgere e rileggere come pagine scritte nel tempo.

Ma come fanno gli scrittori

Non credo sia una novità assoluta asserire di avere a che vivere una stagione estiva fuori dell’ordinario, ondate di caldo più che africano si susseguono ad ondate di altrettanto caldo, se non di più! Così nelle appiccicose giornate si scivola in un totale e obnubilato rincitrullimento, e nel mentre il pensiero più intelligente che si affaccia alla mente è: Datemi da bere! Inondatemi d’acqua purché non abbia più voglia di scollarmi la pelle dal corpo! Così è. In un barlume di credibile e ragionante pensiero mi chiedo, ma gli scrittori come fanno? Come riescono a formulare frasi intelligenti e credibili co’ ‘sto caldo? Come fanno a mettersi seduti davanti ad un tavolo o/e un PC ed inanellare intrecci di interessante lettura futura? C’hanno la bagnarola piena di cubetti di ghiaccio a portata di piedi e di testa? Hanno vinto una lotteria che permette loro di pagarsi le bollette della luce, gravate da consumi stratosferici per l’uso smodato dei condizionatori sparati a palla? Sono a domicilio coatto al Polo Nord presso gli orsi, lontani cugini della buonanima nonna baffuta e pingue? A me non restano che le curiosità, oltre che il caldo, a meno che, qualche scrittore di passaggio, non voglia prendersi la briga di sollevarmi dai dubbi e dalle incertezze. Dal caldo non credo, mi sembra un’impresa impossibile!

In una sera qualsiasi di metà luglio

É raro ascoltare alla radio una voce che narra poesie – narrare, non declamare, c’è meno enfasi e le parole si aggiungono alle sensazioni della notte quasi come un vento leggero che culla la mente e il cuore – d’estate dopo un concerto di Raiz con i Radicanto, in una piazza scombinata di un paese ai confini del nulla.

La poesia è di Jorge Teillier e si intitola Lettera a Mariana

Che film ti piacerebbe vedere?
Che canzone vorresti ascoltare?
Stasera non ho nessuno
A cui porre queste domande.

Mi scrivi da una città che detesti
Alle nove e mezza di sera.
Certo, io stavo bevendo,
Mentre tu ascoltavi Bach pensando di volare.

Non pensavo che ti avrei ricordato
Non credevo che ti saresti ricordata di me.
Perché mi hai scritto questa lettera?
Non posso andare da solo al cinema.

È certo che faremo l’amore
E lo faremo come piace a me:
Un giorno intero di persiane chiuse
Finché il tuo corpo rimpiazzerà il sole.

Ricordati che il mio segno è Cancro,
Piccola Acquario, salice piangente.
Leggeremo libri di astrologia
Per inventare nuove superstizioni.

Mi scrivi che prenderemo una casa
Anche se io ho perduto tante case.
Anche se tu pensi tanto a volare
E io bevo troppo con gli amici.

Ma tu non torni dalla città che detesti
E stai con chissà quale cattiva compagnia,
Mentre qui ci sono troppe poche persone
A cui porre queste semplici domande:

“Che canzone vorresti ascoltare?
Che film ti piacerebbe vedere?
E con chi vorresti sognare
Dopo le nove e mezza di sera?”.

(da Per un paese fantasma, 1978)

Distorsioni

5FDB41CA-73FA-423C-837C-E1B9BC281EA1Molto spesso vien detto in ogni dove – se per ogni dove intendiamo quei posti in cui ci sono tanti a concionare della cronaca quotidiana e su questa armano congetture, pontificano pareri, esprimono lapidarie conclusioni – in quei posti, dove tutto è chiaro e scuro senza mezze misure, trovano spazio quelle gratuite convinzioni per le quali la scuola, gli insegnanti debbono insegnare, oltre che tutto lo scibile umano, soprattutto l’educazione, come se l’educazione sia qualcosa che attiene esclusivamente all’insegnamento scolastico duro e puro. Naturalmente a nessuno viene mai in mente che l’educazione, quella misura per la quale sei una persona che sa come stare con gli altri, che conosce i valori fondamentali del vivere con se stesso e con gli altri, che non ruba, non ammazza, non si comporta come un delinquente, be’ quell’educazione la si apprende con il latte materno, in casa con gli esempi, se serve con qualche ceffone, a mo’ d’esempio anche quello. A scuola l’educazione viene rafforzata, se esiste di già. Per dire banalmente, se Pasqualino a scuola si diverte tanto, ma tanto, a sgambettare il compagno mentre passa per andare in bagno, oppure a spintonarlo per strada rischiando di farlo finire sotto un autobus, Pasqualino deve essere redarguito dagli insegnanti anche se la nota disciplinare serve davvero a poco vi assicuro; è fondamentale, in questo caso,  l’intervento dei genitori di Pasqualino che intanto dovrebbero necessariamente chiedersi dov’è che hanno clamorosamente toppato se il proprio figlio compie  gesti da gradasso. Conosco la domanda che vi sta passando per la testa, che vuoi che sia uno sgambetto? Se è un fatto limitato al momento va di lusso se il compagno che cade non si fa nulle e passi, e non è comunque qualcosa che possa scusare il gesto in sè, ma se diventa un gesto reiterato e non censurato, Pasqualino avrà l’eterna convinzione che ogni cosa compiuta secondo l’estro del momento sia ammissibile. Il racconto della sciocchezza di Pasqualino, fatto dallo stesso, provoca due diverse reazioni: a scuola un insegnante qualsiasi punirà Pasqualino con le armi spuntate a disposizione e avrà l’accortezza che Pasqualino non possa più ripetere il gesto – perlomeno a scuola! – a casa è probabile che il gesto venga vagliato con una risata, perché fa tanto ridere un compagno che cade, ammesso che Pasqualino stesso abbia voglia di raccontare una cosa così alla mamma impegnata a chattare su whatsapp o al babbo impegnato in una partita di calcetto con i suoi coetanei adolescenti di quarant’anni. Il discorso cambia se l’insegnante convoca i genitori per quello che Pasqualino ha fatto. Le reazioni dei genitori sono spesso molteplici: c’è chi non si capacita di una cosa del genere e stenta a credere che il frutto dei propri lombi sia un pezzo di cretino che si diverte in maniera sciocca a far del male a chiunque; c’è chi invece è visibilmente scocciato del richiamo perchè mette in evidenza la propria incapacità ad educare Pasqualino; c’è chi promette punizioni esemplari che si limitano a lasciare Pasqualino senza smartphone per mezza giornata. E se il Pasqualino di turno è quello che con un bastone ha ammazzato di botte, insieme ad altri Pasqualini come lui, un povero cristo che è lì per strada a guadagnarsi il pane quotidiano, ammazzato per una pistola da rivendere al mercato nero, allora come si comporta il genitore del Pasqualino, che cosa ha da dire, cosa ha da giustificare se stesso di fronte al mondo intero, se intervistato vestito di una maglietta sulla quale campeggia la scritta “ narcos “, l’unica cosa visibile della sua persona – dichiarazione di intenti? – ricorre al solito, non posso credere che sia stato mio figlio e dà credito al Pasqualino malvagio e assassino che gli chiede di tirarlo fuori di galera. Mi viene da pensare che in galera sarebbe conveniente ci mettessero anche il padre incapace di educare un figlio degenere o tutti coloro che, a vario titolo, si sono resi partecipi sui vari social cosi di considerazione per la “ disgrazia “ capitata a Pasqualino, come se ammazzare una persona sia un gesto che possa trovare delle attenuanti, possa essere commentato come un qualsiasi sgambetto.  È considerare il mondo a propria immagine, questo modo di fare, è una visione distorta della vita che non comprende nessun tipo di educazione.

Mimose

Il primo ad accorgersi di quella stranezza fu un gatto randagio che, perso com’era dietro la traccia odorosa che aveva lasciato il furgone che trasportava i pesci al mercato, si soffermò a curiosare  un momento, prima di riprendere il suo cammino di cacciatore. Avvicinò una zampa a saggiare il soffice delle palline gialle, infilò il muso al centro dei rami e, dopo aver fatto un sonoro starnuto per via del polline che gli si era attaccato alle vibrisse, fece un balzo all’indietro e, indispettito, scomparve dietro l’angolo. Poco più tardi il piccolo della signora del primo piano, bardato come un guerriero giapponese, con un copricapo che oltre a coprirgli il capo, appunto, gli copriva parzialmente anche gli occhi – strani giorni quelli di inizio marzo, freddi al mattino come non mai… ragion per cui la giovane mamma del guerriero lo aveva coperto in modo inverosimile.  Il piccolo, dicevamo, nonostante l’impedimento li vide, appena ebbe messo il naso fuori dal portone verde  – e solo quello gli spuntava dalla montagna di lana guerriera! – si spenzolò dal passeggino e prese ad indicarli con strani mugugni, non sapendo dire altro. La mamma preoccupata che potesse cadere e non riuscendo a capire cosa mai di così urgente avesse da dirle quel suo figlio bardato, lo prese per le spalle e sistematolo alla bell’e meglio nel passeggino, prese la salita che li avrebbe portati al nido, infinocchiandolo, per distrarlo, con una filastrocca appena imparata ad uso e consumo nei momenti critici. Non poteva certo fermarsi a guardare ciò che il piccino le indicava, i suoi minuti contati non glielo permettevano, avrebbe fatto tardi al lavoro. La strada prese vita con il passare del tempo. Cominciò a muoversi, cantando a mezza voce, il verduraio. Dispose le sue cassette colorate fuori dall’uscio della bottega, accatastò sui banchi di legno le verdure appena innaffiate per dare l’impressione che fossero state appena colte, impilò come se fossero piramidi d’Egitto le mele, rosse e gialle.  Una mela cadde dal mucchio e rotolò, fermandosi, davanti al portone verde. Per un attimo fugace, prima che il verduraio la potesse raccogliere per metterla insieme alle sorelle egiziane, la mela gialla – altoatesina, insomma, altro che egiziana! – scambiò un’occhiata con il giallo che vedeva di fronte a sè. Si convinse di essere senz’altro più rotonda e gialla e in forma di quelle piccole palline – evanescenti, le venne di dire, quasi senza forma, ecco! – e si complimentò della fortuna che aveva avuto ad essere nata mela. Il verduraio notò, dunque, quasi subito la mela fuggitiva. Senza una parola si avvicinò e la raccolse, senza badare a cosa avesse di fronte quella sfacciata, e tornò al suo da fare. La sistemò in cima alla piramide, ma repentinamente cambiò idea. Strofinata sulla manica del maglione, lucida come non mai, la grassa e boriosa mela gialla altoatesina, finì i suoi giorni come colazione del verduraio. Con il passare delle ore, furono tante le storie che si intrecciarono davanti al portone verde. Passò anche il venditore ambulante di cover per cellulari che non aveva un quartiere fisso, ma si muoveva secondo l’estro del momento  o sulle indicazioni che il suo meticcio gli forniva, quando seguiva una pista. Andavano con il carrozzino colorato pieno di cianfrusaglie inutili, ma che gli permettevano di vivere senza rubare, poichè di cianfrusaglie avevano bisogno gli altri intorno a loro. Si misero seduti un momento sul gradino davanti al portone verde, l’umano stanco per la mattinata passata per le strade che salivano verso la parte alta della città vecchia, il meticcio accondiscendente ma ancora pieno di energia e di voglia di annusare la vita intorno. Poggiò il suo muso sulle gambe dell’uomo, ma quando vide che non reagiva al suo scondinzolio, capì che era chiedergli troppo e rivolse la sua curiosità verso l’angolo di quel vecchio portone. Si accorse così del giallo anche lui, non proprio giallo vedeva, ma sentiva, altrochè!, un odore strano che pizzicava il tartufo, non proprio spiacevole, però. Sapeva, l’odore, di primavera, di sole nel cielo, di erba alta, gli ricordava casa, l’angolo di giardino in cui la sua mamma, una giovane meticcia anche lei, bionda e al primo parto, lo aveva dato alla luce con altri tre cuccioli. Che giorni felici furono quelli, prima di essere catturato e messo in un canile! Per fortuna il suo umano, un uomo solo e lontano da casa, così come lui lontano mille ricordi dalla sua vita di prima, lo aveva preso con sè e dividevano i giorni e le stagioni e la strada. Distogliendo il tartufo dal passato che quelle piccole palline gialle avevano portato, sospirò, cosa che destò il suo umano dai suoi mille pensieri. L’uomo gli pose una mano sul capo e gli fece capire che era il momento di andare di nuovo. Quando Miss Fletcher le notò passando e le fotografò, incuriosita lei sola e attenta, tra i tanti distratti che erano passati, solo in quel momento, si resero consapevolmente conto di esserci e di essere state poggiate lì, a ridosso del portone verde, da chissà chi perchè prese come erano state dai tanti cambiamenti avvenuti nel volgere di qualche ora si sentivano frastornate e avviate all’appassimento precoce. Recise dall’albero dal quale avevano assorbito la linfa vitale fino a poco prima, e poi messe in bella mostra nella vetrina di un fioraio si erano convinte di essere destinate a miglior vita, magari nel salotto buono di qualche dama, e con tanta acqua, si sperava, in un bel vaso di porcellana. Invece eccole lì, accantonate e in debito d’acqua, solleticate da qualche tartufo curioso, invece che dal nasino di una signorina felice di averle ricevute in dono. Scontente della loro sorte di trascurate non si resero conto di essere state guardate a vista, per tutta la giornata, da due occhi miti che appartenevano ad un vecchio pensionato, dirimpettaio del portone verde. Le aveva comprate lui, le mimose, convinto di far colpo sulla vedova dell’ultimo piano, con quel mazzolino giallo odoroso di primavera, in quel giorno freddo e ventoso. Si era ripromesso di portargliele a casa, di presentarsi alla sua porta così, senza essere inviato, per avere finalmente la possibilità di parlare con quella donna che vedeva uscire ogni giorno dal portone verde, bella e in forma, nonostante l’età più vicina alla sua di quanto non osasse immaginare. Poi si era sentito incerto, preso da mille perplessità aveva rinunciato al suo proponimento, aveva poggiato le mimose al portone verde, in un angolo,  e si era messo di guardia alla finestra, sperando che la donna, uscendo di casa, potesse incuriosirsi alle sue mimose, per poi portarle a casa. Sarebbe stato come esserci anche lui in quella casa, finalmente, insieme al giallo dei fiori. Infine la donna uscì, notò subito le mimose ormai avvizzite e, seccata, commentò a voce alta sulla maleducazione di certe persone abituate ad imbrattare con la loro sporcizia ogni dove. Poi prese il mazzolino di fiori, si incamminò verso il contenitore delle cartacce e vi infilò le mimose, con malgrazia.

La forma della diversità

Uscita dalla sala dove si proiettava, la tizia fastidiosa che avevo di fianco  – munita di uno smartphone acceso e illuminato per tutto il tempo della proiezione – ha commentato: Pensavo fosse un film serio! Probabilmente l’aver visto “ La forma dell’acqua “ scambiandolo per un fantasy deve averla tratta in inganno. Ma è più probabile che il fatto di essere distratta dal suo smartcoso possa averla indotta a non capire, oppure ad ignorare vistosamente  quello che il film ha saputo sapientemente raccontare in termini di bellezza e poesia. Il film è un racconto d’amore tra persone considerate diverse e dunque disprezzabili in una America piena di smarrimenti per le possibili invasioni aliene, per le insicurezze politiche dovute alla paura dei  “ Rossi “, l’America arrogante e proterva del Maccartismo, quella che assomiglia terribilmente ad una certa America di oggi. Ti accorgi, guardandolo, che la solitudine dei protagonisti si sublima in una vita fatte di cose piccolissime e riesce a trovare spazi enormi di espressione in eventi inaspettati che riempiono di immenso una vita ordinaria. L’amore che tutto può, rende perfetti anche coloro che per nascita e aspetto perfetti non sono  – agli occhi dei più. Bellissimo film con la regia di Guillermo del Toro e Sally Hawkins, Octavia Spencer e  Richard Jenkins attori bravissimi, film da vedere e rivedere.

Incognite

Le iscrizioni scolastiche sono, per le segreterie,  come le contrattazioni del calcio mercato a Milanello – almeno dal punto di vista della contabilità nuda e bruca…i numeri per intenderci! Cambia il punto di vista se hai di fronte un genitore che deve iscrivere il frutto dei propri lombi nella tua scuola.  Quante mani ho stretto in questo periodo, quanti occhi ansiosi di mamme ho guardato e quante rassicurazioni sono uscite dalla mia bocca? Tante vi assicuro e non sono stata la sola a prestare ascolto e a tranquillizzare. Da mamma con un passato di figli da iscrivere ai vari ordini di scuola – delirio esaurito, per mia fortuna! – non potevo certo rifiutarmi di elencare, forse per la trecentesima volta, la bontà dei miei colleghi, e il tanto che di interessante e bello si può fare e vedere nella nostra scuola – molta verità, qualche piccola bugia a fin di calma ansia. Però, che succede a iscrizioni terminate? – oggi l’ultimo fatidico giorno per compiere il gran passo. Succede che entrano in gioco i contabili, quelli che non pensano alla scuola come ad un luogo abitato dalle otto e un quarto alle tredici e un quarto da persone, adulti e nani, no.  La scuola è un X numero, una incognita, stabilita a priori e calata dall’alto, da sacrificare sull’altare del risparmio di risorse, umane in questo caso. Più alunni si stipano in una classe e meno docenti avrà quella scuola, meno gente da impiegare. E non gli interessa niente, ai contabili, se in una classe con venticinque oppure ventisette ragazzi – che sono tanti vi assicuro, ma tanti, anche solo a guardarli e ad impararne i nomi e cognomi! – bisogna provare ad inserire una persona disabile e a volte anche due, più innumerevoli anime con Bisogni Educativi Speciali, e tanti casi che provocano le ansie materne e a volte – ma che a volte, sempre più spesso! – le intemperanze paterne. Gli uffici dei contabili sembrano mondi a sé, ai confini della realtà scolastica, una realtà dove si vive come in una festa a sorpresa, una realtà dove non sai mai qual è il fatto di cronaca che potrebbe vederti coinvolta in prima persona! Ma anche l’essere sfregiata o malmenata può essere utile e interessante, ci sarà sempre un presidente del consiglio a riceverti a palazzo!