Desfado

Il destino vuole che io non creda al destino
ed il mio fado è non avere nessun fado
cantarlo bene senza neanche averlo sentito
sentirlo come nessuno, ma non avere nessun senso 2
Ahi che tristezza questa mia allegria
ahi che allegria questa così grande tristezza
sperare che un giorno io non speri neanche un giorno in più
per quello che mai viene e che qua fu presente
Ahi che nostalgia sento
di avere nostalgia
nostalgia di qualcuno
che non è qua e non esiste
sentirmi triste
soltanto per sentirmi così bene
e allegra, sentirmi bene
soltanto per essere così triste
 Oh, se non potessi cantare “oh se potessi”
E vorrei non avere più rimpianti
Forse avrei ascoltato nel silenzio che ho fatto
Una voce che era mia per cantare qualcuno.
Ahi che sfortuna questa fortuna che mi assiste
ahi ma che fortuna che io viva così sfortunata
nell’ incertezza che niente per certo esiste più
al di là della grande incertezza di non essere sicura di niente

 

  • 1.il fado è il genere musicale ma anche il ‘fato’
  • 2.gioco di parole: in portoghese ‘sentido’ vuol dire  “sentito” e “senso “
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Quale storia vuoi che io racconti…

E. Manet, Le chemin de fer

 

Lo sguardo fermo e diretto verso chi guarda, le labbra ancora chiuse. La giovane donna dai capelli rossicci, ha sollevato gli occhi che fino a poco prima erano intenti a scorrere le pagine del libro poggiato in grembo, non ancora chiuso, con le dita a tenere il segno. L’espressione del viso è incerta, la donna ancora non sa che cosa aspettarsi dall’insistente permanere del flâneur che ha di fronte e che la scruta. Durante la sua passeggiata mattutina, ha trovato rifugio a ridosso della cancellata che costeggia la ferrovia. È ferma lì da un po’ di tempo, tanto che il cucciolo di cane che l’ha accompagnata, ha avuto modo di acquietarsi e di addormentarsi tranquillo. Il libro e il cucciolo formano una larga macchia chiara sullo scuro dell’abito severo che la donna indossa. Dalle maniche larghe dell’abito spunta il bordo della camicia arricchita dal plissé della stoffa, chiara anche quella, in pendant con il bordo leggero del merletto che allieta in alto il colletto di un abito troppo scuro e troppo pesante per la bella stagione. In testa un cappellino fiorito, come conviene che una giovane donna borghese indossi, quando si reca fuori casa. Il cappellino scuro, dalla curiosa forma di un cestino rovesciato, imprigiona la sommità dei riccioli   che altrimenti spunterebbero sulla fronte bianca, ampia e spaziosa della donna. L’uomo vorrebbe porle delle domande, chiederle: Mi scusi madame, sa dirmi l’ora? Una scusa, è evidente, una scusa per poterle parlare. Ma la donna non ha al polso un orologio e l’uomo non sa nemmeno se la donna che ha di fronte è sposata oppure è vedova e per quanto fuori dagli schemi sia il suo carattere, sa bene che una donna borghese non può essere avvicinata con una scusa banale. E ancora, l’uomo sa bene che ora è quella, sa quando gli sbuffi del treno a vapore, che parte della Gare de Saint-Lazare, riempiono l’aria tersa di giugno, quando sferragliando la macchina riempie di suoni metallici lo spazio intorno. Molte volte è stato lì ad osservare, a dipingere, molte volte durante quella vita che ora sa sfuggirgli dalle mani. Ma la donna non parla, anche se a guardare meglio i suoi occhi sembrano dire: Quale storia vuoi che io racconti, vuoi che ti dica chi sono stata? Vuoi sentire della bambina che ero, la stessa che adesso, di spalle, vedi intenta a guardare oltre la cancellata, quello che succede al di là della ferrovia? La bambina però è l’immagine di un pensiero proiettato nella realtà, il ricordo di speranze lontane, la rappresentazione di un passato remoto, ricco di promesse mai mantenute. La bambina aggrappata al nero del ferro è la donna qual era, e la giovane non può usarla per raccontare qualcosa di sé che è ben difficile da raccontare. I pochi attimi, quelli che intercorrono tra l’essere osservati e l’osservare volgono al termine. L’uomo va oltre e la donna riprende a leggere, scuotendo leggermente la testa per far fuggire via i pensieri che poco prima l’hanno abitata.

Sarà capitato anche a voi

La prima volta fu l’amico di famiglia che doviziosamente ritenne di poter dire a una ragazzina, appena dodicenne, quanto interessante fosse un corpo acerbo appena sbocciato e quanto quel corpo facesse breccia nei suoi pensieri di adulto sporcaccione. La volta successiva fu il Cos’è?!? della compagna di classe a distoglierci dallo svagato camminare verso la fermata dell’autobus. Ad attenderci un orco solitario munito di un giornale con il quale copriva quello che poi scopriva al sopraggiungere di quel gruppo vociante di ragazzine al primo anno della scuola superiore, appena più grandi, ma ancora assurdamente impreparate a metabolizzare uno schifoso esibizionista. Poi furono le mani dello zio che agguantavano quel che capitava, quando nessuno vedeva, interesse maniacale applicato in maniera seriale a tutte le nipotine. E ancora sconosciuti  che abbordavano per strada con un Dobbiamo conoscerci! dove la conoscenza non comprendeva un urbano scambio di generalità, ma un passaggio diretto ad un approccio decisamente biblico. In molti si sono sentiti in dovere di dire la loro a proposito di una tale parte del corpo che avevano di fronte, piuttosto che su un’altra, esprimendo la loro preziosa opinione, generosi valutatori di carne, neanche se avessero a che fare con una mucca al pascolo invece che con una ragazza. Il più romantico, incrociando per strada la ignara suscitatrice di pensieri bucolici, espresse un Come ti vorrei sognare! tutta la sua voglia di conoscenza diretta. Interrompo l’elenco perché queste sono le storie che ricordo meglio, le altre le ho dimenticate, oppure ho voluto dimenticarle. Queste storie hanno permesso che potessi vergognarmene, come se la capacità di provare imbarazzo e disagio e timore, fosse una mia preoccupazione solitaria piuttosto che il contrario. Sono storie che allora non ho raccontato a nessuno, che a nessuno raccontavamo, perché non avremmo neppure saputo trovare le parole per raccontare gli atti e gli affronti, perché nessuna madre, donna, ti metteva in guardia da quello che gli uomini, certi uomini, facevano e dicevano. Le madri avrebbero dovuto raccontare il sesso per quello che era, qualcosa di positivo se supportato da conoscenza, rispetto e amore, una brutalità senza senso altrimenti. La mia forse è stata l’ultima generazione fornita di madri nemiche, ostili a loro volta verso se stesse oltre che per i loro attributi di femmine, inchiodate ad una condizione di subalterne a vita. Così siamo cresciute, nel bene e nel male di storie senza molte scelte, capitate sicuramente alle più di noi, ragazze prima, donne poi. E a sentire quello che succede le cose si ripetono sempre uguali, da una parte uomini avidi di sesso brutale, dall’altra donne che devono darsi delle possibilità. Se avessi avuto una figlia le avrei detto quello che andava detto. Ai miei figli racconto le mie storie e gli insegno il rispetto verso le persone e verso le donne. Credo di averne fatto degli uomini gentili.

Senilità

Sono una persona, sempre la stessa, ogni giorno. Certo il tempo passa, ma io sono una persona che sta al mondo, coltiva interessi, va al lavoro, viva e vive come tutti, come chiunque. Sono sempre quella vi assicuro, cambia il tempo, ma io sono io. E invece no, a sentire i sondaggi, per quelli sono una persona definibile anziana – anziana?!? anziana sarà sua nonna, mi consenta! – poiché una soglia numerica mi colloca nella fascia senile, anzi che no! Così se un momento prima me ne faccio una ragione – una ragione che comprende improperi all’indirizzo dei sondaggisti e buon pro gli faccia – subito dopo divento una persona che deve – imperativo assoluto! – essere in grado di far fronte ancora ad una quantità abnorme di anni di lavoro, poiché senile o no devo necessariamente lavorare fino ad una età davvero senile. Una tale dissociazione, una schizofrenia sociale che meriterebbe uno studio approfondito dagli eruditi del settore! ( Poi c’è un certo signor ministro che si rammarica del fatto che abbiamo l’ardire di invecchiare senza morire il prima possibile, perdinci! Se proprio devo dirla tutta, signor ministro, lei davvero bacucco e anziano per aspetto ed età, faccia il piacere al mondo dei senili a cui appartengo, ci mandi a casa a coltivare le cipolle, non potremmo che esserne finalmente appagati! E faccia in modo da mandare  a lavorare i nostri figli prima che anche quelli diventino argomento senile di sondaggi, senza neppure passare dalla casella dell’abilità al lavoro. É davvero una cosa semplice da capire, o no? )

Giacche

Portavo allora un eskimo innocente recitava il poeta e, fedele alla linea, portavo anch’io giacche da uomo. Ne avevo una, bellissima, di un tessuto spigato un po’ ruvido, grande abbastanza perché potesse contenere tutta la mia voglia di essere diversa, controcorrente. Le maniche un po’ lunghe a coprire, in parte, mani sempre diacce, bavero alzato per proteggermi da temperature non ancora primaverili, andavo così impavida, convita che una sola giacca potesse fare la differenza. Ma l’oggetto dei miei sogni, la Giacca con la maiuscola, era quella che a volte mi capitava di vedere sulle copertine dei vinili, indossata dai miei eroi cantautori. Era di pelle scamosciata, del colore caldo della terra argillosa, la portava un giovanissimo Dylan, in una New York innevata, con a fianco Suze, fidanzata inconsapevole, quanto può esserlo una ragazza al cospetto del mito non ancora rivelato. La intuivi fredda, la giacca, in tanto freddo; inadatta all’inverno della costa orientale, ma bella quanto quei due abbracciati per strada. Non ho mai avuto una giacca di pelle scamosciata, forse perché ho smesso di essere una ragazza per età anagrafica, forse.

 

My back pages

A ricordarmi che c’è un blog, che ci sono state delle pagine scritte con il sorriso sulle labbra – le idee a riempire lo spazio bianco, le parole scritte spesso con rabbia, i pensieri che si sono involuti in un mondo virtuale, ma che sono stati pensati sempre in contesti reali – a ricordarmi tutto questo ogni volta che entro in questa casa fatta di niente, c’è un elenco di pagine cercate per motivi che intuisco, ma che non corrispondono mai al ricordo che io stessa ho di quelle pagine, del momento in cui le ho scritte. Mi incanta, però, la casualità della ricerca, mi sollecita il rileggerle, il tornare indietro come se in quel momento anche il tempo si potesse riavvolgere e rileggere come pagine scritte nel tempo.

Ma come fanno gli scrittori

Non credo sia una novità assoluta asserire di avere a che vivere una stagione estiva fuori dell’ordinario, ondate di caldo più che africano si susseguono ad ondate di altrettanto caldo, se non di più! Così nelle appiccicose giornate si scivola in un totale e obnubilato rincitrullimento, e nel mentre il pensiero più intelligente che si affaccia alla mente è: Datemi da bere! Inondatemi d’acqua purché non abbia più voglia di scollarmi la pelle dal corpo! Così è. In un barlume di credibile e ragionante pensiero mi chiedo, ma gli scrittori come fanno? Come riescono a formulare frasi intelligenti e credibili co’ ‘sto caldo? Come fanno a mettersi seduti davanti ad un tavolo o/e un PC ed inanellare intrecci di interessante lettura futura? C’hanno la bagnarola piena di cubetti di ghiaccio a portata di piedi e di testa? Hanno vinto una lotteria che permette loro di pagarsi le bollette della luce, gravate da consumi stratosferici per l’uso smodato dei condizionatori sparati a palla? Sono a domicilio coatto al Polo Nord presso gli orsi, lontani cugini della buonanima nonna baffuta e pingue? A me non restano che le curiosità, oltre che il caldo, a meno che, qualche scrittore di passaggio, non voglia prendersi la briga di sollevarmi dai dubbi e dalle incertezze. Dal caldo non credo, mi sembra un’impresa impossibile!

In una sera qualsiasi di metà luglio

É raro ascoltare alla radio una voce che narra poesie – narrare, non declamare, c’è meno enfasi e le parole si aggiungono alle sensazioni della notte quasi come un vento leggero che culla la mente e il cuore – d’estate dopo un concerto di Raiz con i Radicanto, in una piazza scombinata di un paese ai confini del nulla.

La poesia è di Jorge Teillier e si intitola Lettera a Mariana

Che film ti piacerebbe vedere?
Che canzone vorresti ascoltare?
Stasera non ho nessuno
A cui porre queste domande.

Mi scrivi da una città che detesti
Alle nove e mezza di sera.
Certo, io stavo bevendo,
Mentre tu ascoltavi Bach pensando di volare.

Non pensavo che ti avrei ricordato
Non credevo che ti saresti ricordata di me.
Perché mi hai scritto questa lettera?
Non posso andare da solo al cinema.

È certo che faremo l’amore
E lo faremo come piace a me:
Un giorno intero di persiane chiuse
Finché il tuo corpo rimpiazzerà il sole.

Ricordati che il mio segno è Cancro,
Piccola Acquario, salice piangente.
Leggeremo libri di astrologia
Per inventare nuove superstizioni.

Mi scrivi che prenderemo una casa
Anche se io ho perduto tante case.
Anche se tu pensi tanto a volare
E io bevo troppo con gli amici.

Ma tu non torni dalla città che detesti
E stai con chissà quale cattiva compagnia,
Mentre qui ci sono troppe poche persone
A cui porre queste semplici domande:

“Che canzone vorresti ascoltare?
Che film ti piacerebbe vedere?
E con chi vorresti sognare
Dopo le nove e mezza di sera?”.

(da Per un paese fantasma, 1978)