Boxes

scatoloneIn un qualsiasi film americano – cinema, cinema ossessione! – il protagonista, licenziato, si allontana dall’ufficio dove fino a poco prima aveva imperato in un delirio di onnipotenza con in mano uno scatolone di cartone. A sbirciare dentro, a sbirciare nello scatolone, ci si accorge che la vita, quella vissuta dal protagonista, quella che potrebbe essere anche la rappresentazione della vita reale di ognuno di noi nella stessa situazione, può condensarsi a volte, nell’estensione fisica di qualche oggetto che come simbolo ci rappresenta e ci racconta: una fotografia, uno sfogliacarte, un fiore secco tra le pagine di un libro, cose così. Una vita, ricordi, che riescono ad essere racchiusi in spazi ristretti, in quel caso,  ma che possono moltiplicarsi per molti, tanti scatoloni, quando la vita longeva di due persone deve essere racchiusa necessariamente dalle circostanze. Allora non è una scrivania che devi sgomberare o pochi cassetti che devi svuotare, ma sono armadi e mobili, la vita di due persone esposta nella tangibilità di cose e abiti e documenti e oggetti che si sono accumulati nel tempo, stratificati nel tempo, caricati di valenze importanti per le due persone che hanno posseduto quegli stessi oggetti, valenze sconosciute ai più, una follia fatta caos momentaneo e assoluto, tanto da toglierti il sonno, da occupare per intero i tuoi pensieri e le tue giornate. E nel tentativo, spesso infruttuoso, di non farti coinvolgere dall’emotività che la vista di quegli oggetti ha su di te, sul tuo olfatto – l’odore di mia madre, ancora!, nella sua parte di armadio, le mille cravatte di mio padre sempre annodate, conservate così, cappi colorati non disfatti dalla ” necessità ” di non rifare il nodo tutte le volte, una vecchia sottogonna di tulle rosa, simbolo di una giovinezza lontana, le fasce di stoffa arrotolate con le quali mia madre ha fasciato la sua prima bambina nata viva, una piccola me, la lampada rotta dai nipotini vocianti e amorosamente incollata dalle mani di una nonna sempre paziente e accondiscendente, i tanti ” pizzini ” vergati dalla grafia d’altri tempi di mio padre sempre più incerta mano a mano che si avvicinava il tempo della suo deterioramento fisico e mentale – racconti di vita strappati, inscatolati, selezionati per ” utilità “, buttati via, spesso, perché alla fine sono solo oggetti. E ti viene da considerare che è da folli pensare di trascorrere l’intera esistenza nell’ansia di avere, di pensare che tutto può esserti utile e che tutto può essere apprezzabile e indispensabile, se poi alla fine non ti porti che la foto di tua figlia primogenita nata senza vita – ultima volontà terrena di mia madre, otto anni fa, rispettata dalla compassione della figlia in vita – e un piccolo tozzo di pane – per accompagnare mio padre, l’ultimo desiderio non soddisfatto. Tristezza e malinconia racchiuse anche quelle, nel cuore, senza scatoloni che possano contenerle.

Trash

sanSiamo così condizionati – sono così condizionata – dalle informazioni sul cibo, quello giusto e quello non, quello che ti intasa le arterie oppure quello che vanta benefici che manco la fontana dell’eterna giovinezza, da rovinarmi per sempre con fortissimi sensi di colpa la scorpacciata di patatine industriali, piene di insane schifezze – lo so, lo so! – che sto portando a termine in questo momento. Le guardo, in modalità dissociativa, ne prendo una consapevole del rischio e dico che mi sto facendo del male, ma chi se ne infischia dice l’altra parte della mia mente, mangiale e sentiti perversa, assapora quel misto di olio industriale  e grassi idrogenati, tanto che male vuoi che ti faccia un pacco di patatine? Non oso pensare al responso della bilancia – le trasgressioni pesano! – non oso pensare al responso di analisi ravvicinate. Finisco e giuro che mai più trash chips, fino alla prossima volta!😉

Fiori

orchidea biancaLo so, è stato il caldo di quel giorno. Improvviso. Un vento di scirocco, afoso e plumbeo, una coltre grigia a coprire ogni cosa. E’ stato il caldo a far appassire di colpo e improvvisamente i fiori bianchi dell’orchidea che mi avevi regalato una domenica, quando eri venuto per stare con noi, come tutte le domeniche, un appuntamento al quale non rinunciavi. Una telefonata nel nulla di un pomeriggio di caldo improvviso si è accompagnata al tuo lasciarti andare definito e assoluto. É stato il caldo, lo so. Ma voglio dar voce al cuore e voglio pensare che tu quel giorno ti sia ripreso indietro i fiori perché fossero tuoi compagni di viaggio, per non sentirti solo e piccolo e indifeso come eri diventato. Babbo, è stato solo il caldo, ma io e te sappiamo che non è così.

Cose che mi fanno ” ragionevolmente ” diventare irragionevole e arrabbiata

Lucy-Van-Pelt-Peanuts-Rabbia-Featured-Ieri mi chiama la collaboratrice scolastica          < Prof c’è una signora che chiede di te > la collaboratrice scolastica mi dà del tu, siamo state compagne di scuola. All’ingresso trovo una donna dall’aspetto dimesso e la figlia adolescente. Riconosco la ragazza, perché è stata una nostra alunna qualche anno fa. Anche lei si ricorda di me, così ci salutiamo affettuosamente. Esauriti i convenevoli chiedo alla signora in che cosa posso esserle utile. Lei mi dice di aver iscritto la figlia più piccola da noi e che ha la necessità di parlarmi di questa, poiché fisicamente è in una situazione particolare. Capisco che la signora ha chiesto di me perché sono la referente del sostegno e che dunque, la nuova iscritta, dovrebbe avere la necessità di essere seguita da una insegnante specializzata. Faccio accomodare la signora in vicepresidenza e lei, cavando dalla borsa delle fotocopie dove si certifica che la piccola è affetta da una certa patologia ed è dunque in una situazione di grave handicap, comincia a sciorinarmi una serie di informazioni circa la situazione scolastica della ragazza che contraddicono la certificazione e quello che la signora va asserendo. La prima cosa che tiene a chiarire è la manifesta difficoltà della figlia a scuola, dal punto di vista didattico. Precisa che la fa seguire a casa, nel pomeriggio, da un’insegnante privata per cercare di recuperare quello che a scuola non riesce a seguire. Le chiedo allora se la bambina è guidata da una insegnante di sostegno. Come risposta ricevo un indignato < Mia figlia non ha bisogno del sostegno e comunque non vuole una persona vicina in classe! > Poi, dopo tutta una serie di riflessioni che cerco di farle fare, mi dice che sua figlia in classe si ” appoggia ” all’insegnante di sostegno che segue un’altra compagna di classe e che, anzi, lei è venuta apposta da noi proprio perché vorrebbe che sua figlia continuasse a fruire dello stesso ” trattamento” nella stessa classe dove si è iscritta l’altra ragazza, disabile dichiarata e seguita. Spiego alla signora, con la santissima pazienza di cui mi munisco in questi casi, che la scuola media non è come alle elementari, che gli insegnanti sono tanti e si avvicendano per poche ore, a volte, alla settimana, che non tutti avranno modo e maniera di seguire in maniera ” particolare ” la figlia, non in quella ” maniera particolare ” che lei vorrebbe. E che l’insegnante di sostegno potrebbe non voler seguire anche sua figlia, oltre la bimba che le sarà affidata. Insomma, tutta una serie di ragioni ” ragionevoli ” che dovrebbero farla riflettere. Poi le spiego la nostra maniera di stare in classe, come insegnanti di sostegno, la discrezione, l’approccio misurato, l’integrazione costante e bla bla bla. E comunque, dopo tanto parlare, le chiedo la cortesia di portarmi la documentazione che possiede, in modo da rendermi conto se c’è la possibilità perché la bimba possa essere seguita da una insegnante di sostegno – sempre con  discrezione, integrata in classe ecc. ecc. ecc. La signora, in ultimo, aggiunge che la figlia è stata visitata, come è uso, da un neuropsichiatra infantile e che ha un’età mentale di circa quattro anni. A quel punto mi sembra assolutamente indispensabile che la ragazza sia seguita da una di noi. Stamattina intravedo la signora nell’atrio, la vedo parlare con il preside, ma non fa nessuno cenno verso di me. Chiedo informazioni, più tardi, al preside. Mi dice che la signora gli ha semplicemente parlato delle problematiche fisiche della figlia, di questa patologia particolare da cui è affetta, ma nonostante questo, a suo dire, la figlia è una ragazza ” geniale “; però non gli ha lasciato nessun documento e non ha fatto accenno al nostro incontro di ieri. Anzi ha ricordato al dirigente che vorrebbe che la figlia frequentasse la stessa classe della compagna disabile Tizia e Caia, così, con una fenomenale faccia di ku…0w! Posso essere comprensiva sulla difficoltà ad accettare la disabilità in un figlio, non è semplice, per niente. Posso essere comprensiva sul non essere perfettamente convinta dell’indispensabilità di una insegnante di sostegno – a volte non ne sono convinta anch’io, quando vedo e sento storie su certi colleghi – posso essere concorde su tutto, ma sull’essere presa in giro così non concordo, per niente. Ritengo d’essere una persona con limiti, ma corretta. Dico chiaramente quello che faccio e garantisco anche per gli altri – è il mio compito specifico. Ma quando mi trovo di fronte ad una tale malafede, alla millanteria fatta persona, penso che mi piacerebbe per una volta, una sola volta, avere la possibilità di dire alla signora < Mi faccia il piacere, vada affa… in un’altra scuola dove le possono dare tutte le possibili garanzie! > E forse sarebbe meglio consigliarle di rivolgersi direttamente al Padreterno e/o in alternativa ad un’agenzia di assicurazioni.

Ue’, come Gion Béz!

joanAd un tratto, so il come e il perché, mi innamorai perdutamente di Joan Baez. Di sicuro dovevo averla sentita alla radio, passata in una di quelle trasmissioni che allora ascoltavo disposta a fare anche le ore piccole per ascoltarle – Massarini, dove sei? E il perché, ah il perché si fa presto a dirlo, Joan era – lo è ancora – antimilitarista militante, cantava con una voce cristallina ballate incredibilmente tristi ed era una moderna madonna laica scalza. Così comparve nella mia stanza, su un campo arancione intenso, il colore che avevo scelto per dipingere i muri, un grandissimo poster di una ragazza di qualche anno più grande di me, con i capelli corvini sciolti sulle spalle, il viso intenso e bellissimo, una chitarra imbracciata a suonare quello che io ascoltavo continuamente suonare dal mio mangianastri. E quello che ascoltavo era il concerto tenuto a Milano nel 1965, all’arena, dove la giovanissima Joan, salita sul palco scalza, si era ribellata a gran voce all’ingresso dei carabinieri che volevano presiedere il concerto, convinti com’erano che gli antimilitaristi avrebbero potuto provocare disordini da non dirsi. Era quello il concerto che imparai a memoria e che a memoria imparò anche mia madre, costretta ad ascoltare suo malgrado – o forse no? però ricordava ancora dopo tanti anni, quel ” C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e Rolling Stones “, cantata in italiano dalla voce adamantina di Joan, con il suo buffo accento americano. Poi vennero altri ascolti, ma Joan rimane per sempre nel mio cuore. Portai ad un suo concerto, qualche anno fa, la copertina del primo vinile che ho comprato perché potessi farmelo autografare – un concerto bellissimo precedette l’incontro, è con le lacrime agli occhi che ascoltai ” Forever Young “. Nella notte lei comparve tra i suoi musicisti, piccola e magra, come non immaginavo fosse, ancora splendida. Senza dir nulla le porsi la copertina che la ritraeva. Lei la guardò, mi guardò sorridendo e, cercando di non coprire in alcun modo con l’autografo la sua immagine si firmò, Joan Baez.

A sua imitazione anch’io, a volte, giravo per la città a piedi nudi, in estate… il titolo del post è mutuato da una frase che Enzo Jannacci durante un suo spettacolo, pronunciò, a giustificare il fatto che si era presentato scalzo. Quando gli fu chiesto il perché rispose: Uè, come Gion Bez!

Portavo una coscienza immacolata o dell’iniziazione amorosa

i ragazzi che si amanoFrancese, collega nell’anno di prova, nonostante abbia fatto il suo ingresso nella scuola, come insegnante a tempi indeterminato, alla verde età di quaranta e passa anni, è, come si dice in gergo, motivata. Le piace insegnare quello che sa e sa tanto e per non annoiare i ragazzi escogita sempre un qualcosa che leghi la lingua all’attuale – con il francese è un po’ più difficile, poiché l’anglofonia è imperante ma lei ci riesce, anche con l’aiuto di Maître Gims, maestro pure lui? chissà. Ma l’altra mattina, ah l’altra mattina, ha superato se stessa proponendo ai ragazzi, come compito in classe una poesia di Jaques Prevert. E cosa poteva proporre, lei animo gentile e romantico, a dei brufolosi preadolescenti preinnamorati precoci? La sempiterna “Les enfants qui s’aiment “, il loro compito della mattina, da leggere, tradurre e spiegare nel questionario che Francese aveva preparato per loro. Testo francese alla mano dal lontano della mia memoria e della mia coscienza immacolata di allora, la coscienza di una ragazzina di dodici anni, ho declamato la poesia in italiano così come la conoscevo. I ragazzi mi hanno guardato, Francese mi ha guardato e i primi hanno aggiunto: ‘ssore’ la sa a memoria! Ma certo che conosco a memoria ” I ragazzi che si amano “!, ho aggiunto. Cosa credete che succeda ad una ragazzina quando si imbatte per la prima volta nella sua vita in versi liberi, senza punteggiatura, che raccontano senza enfasi e con purezza il primo amore, i baci dati, l’amore per l’amore? La sua coscienza immacolata impara e si libera e vola, con lo stupore per un racconto felice e sognante, la sua coscienza immacolata apprende che esiste qualcosa che va al di là del mondo infantile, esiste un mondo adulto dove c’è spazio per i sentimenti, dove l’apparente realtà si coniuga con la poesia dei versi e dei gesti. E così

I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte e i passanti che passano li segnano a dito…

Il comune senso del pudore

ultimo tangoIl marito mi comunica a fine pranzo – probabilmente con l’intento di farmi digerire le lenticchie? chissà… Stasera trasmettono ” Ultimo tango a Parigi ” in tivù. Dove? gli chiedo per dovere di cronaca, convinta come sono – e sbaglio grossolanamente – che il film ” passi ” su uno dei canali della paytivù in dotazione. Su Rai Movie. Poi aggiunge, Sul tardi. Ah! Sulla Rai?!? il mio commento meravigliato. Per chi, come me, ha vissuto l’epopea di ” Ultimo tango “, che fu accompagnato all’ uscita dalla morbosa curiosità dei benpensanti, non si può che rimanere non stupiti, no, ma perplessi sì, è la parola giusta. Andai al cinema, allora, doverosamente accompagnata dai miei genitori – non censuravano niente, loro, ma probabilmente non si erano resi conto, per bene, che cosa avremmo visto. Ci andai in loro compagnia perché avevo sedici anni e il film era scandalosamente vietato ai minori di diciotto anni – e non capitava dalla notte dei tempi! Quello che vidi, quello che il film raccontava, non mi lasciò indifferente. Amai profondamente la musica di Gato Barbieri,  che accompagnava i gesti e le parole di Jeanne e di Paul. Amai Jeanne, volutamente ribelle, ma assolutamente calata nel ruolo di giovane donna borghese. L’amai per la sua libertà cercata e folle e cieca e pericolosa, ma che si lasciava condizionare dalla follia ancora più grande e rabbiosa di Paul, un Marlon Brando ai limiti dell’accettabile. Amai entrambi per la condizione di amanti senza conoscenza, senza passato o futuro, ma che si lasciavano poi piegare dal gioco stupido del quotidiano. Amai ” l’aria che c’era “, Parigi delle strade, la decadenza sfatta delle case senza mobili. Amai il racconto del suicidio – il film si apre sul sangue lavato via da una vasca da bagno, dove si sono consumate le ultime ore della moglie francese di Paul. Quello che di apparente e appariscente il film mostrava rimane. La leggenda vuole che Bertolucci non informò preventivamente Maria Schneider, Jeanne, di quello che avrebbero girato di lì a poco, lei sottomessa alla voglia improvvisa di Paul che la sodomizza sulla moquette lurida dell’appartamento che entrambi frequentano da amanti. E non mi scandalizzò il gesto in sé, quanto la violenza delle parole dette da Paul e ripetute da Jeanne, costretta a farlo in una condizione pressante e avvilente. Pare che fosse stata un’idea di Marlon Brando, quella della scena che creò poi lo scandalo successivo. Il film fu messo al rogo, il regista Bertolucci condannato per aver offeso ” il comune senso del pudore “. Solo diversi anni dopo, grazie alle poche copie salvate, il film passò nuovamente nelle sale, nelle rassegne cinematografiche, per approdare in televisione. Fino ad oggi. Il film rimane quello, il racconto è salvo. Cosa è cambiato da allora? Per che cosa siamo disposti, ora, a scandalizzarci per fare salvo il nostro comune senso del pudore?

Madre Russia

madrerussiaHo ricevuto, ieri, una telefonata da mia cugina. Ciao, come stai? Il racconto dei suoi ultimi problemi di salute, il passaggio successivo, la ” salute ” della famiglia. Mia cugina ha un figlio disabile ormai adulto. Quasi superfluo dire che la cura di suo figlio, che la impegna quotidianamente, aggiunge angoscia presente al dolore passato, mai realmente passato, anzi. Mi esprimeva un pensiero, quello che ogni genitore con un figlio disabile esprime nel suo cuore e a tutti coloro che hanno cura di ascoltare, Mio figlio, quando non ci sarò più, che fine farà? – il padre/marito è scomparso anni fa e adesso è lontano un oceano da loro, l’Atlantico, e vive a New York una vita da mantenuto. Rispondere è pressoché impossibile, si ascolta. Mi aggiungeva che, quando è impegnata a scuola – anche lei insegna – una signora si prende cura di suo figlio. È una signora che viene dalla Russia, ha precisato, molto dolce e materna ed F. sta bene con lei. Poi ci siamo salutate, l’ho abbracciata virtualmente e le ho detto di prendersi cura soprattutto di se stessa, visto che il suo obbligo pressante è quello di non accelerare il tempo in cui suo figlio rimarrà da solo e per sempre. Ho pensato ad R. a lungo ieri sera, alla mia spericolata compagna di tante estati in Calabria, perché è lì che lei abita, in un piccolo paese in provincia di Cosenza. Ad un tratto mi è ritornata in mente l’informazione che mi ha dato circa la signora che si prende cura di suo figlio. È russa, mi ha detto. Una russa in Calabria? In un paese che conta, a far bene, cinquemila anime? Come c’è arrivata lì? Ci si aspetta di trovare badanti russe, rumene, albanesi e di ogni altra possibile etnia nelle città, nei centri più piccoli, ma non così piccoli. Era quello che credevo fino a ieri. Mi è venuta voglia di conoscere la storia della signora, capitata dalla madre Russia in Calabria. Che vie ha percorso, qual è la sua storia? Rifletto sulla condizione di queste donne, lontane da casa, dagli affetti, da quello che conoscono per badare con dolcezza e senso materno ad anziani e disabili, rifletto sulla condizione di mia cugina, madre sola di un figlio disabile, e mi sento piccola e ” inutile “.