Labirinti

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ricordi,  sui quali di tanto in tanto ci si affaccia, con curiosità, fanno dei nostri pensieri un labirinto, con stanze composte di intrecci e diramazioni e punti di non uscita, a volte. Nel labirinto sono stanti le persone che hanno attraversato la nostra vita, coloro che si sono affiancati a quello che siamo, a volte con discrezione, altre volte con prepotenza, in tempi più o meno brevi. Nel labirinto la connotazione di ognuno è ben precisa, è, di sicuro, quella che  noi siamo stati disposti a definire nel tempo. E sempre, coloro che del labirinto sono entità assolute, si cristallizzano come età e come aspetto, al tempo della conoscenza e questo tempo non muta mai. Quasi che ci fosse un obbligo di immortalità, nel ricordo, da rispettare; un obbligo che mette al riparo da qualsiasi sorpresa. Così se ti succede di comparare il reale con quello che il ricordo ti presenta, con l’immortalità della persona nel ricordo, ti accorgi che ci sono delle evidenti sfasature, qualcosa che non torna. F. ha lasciato l’immortalità per sempre, per andare verso una dimensione crudelmente reale, che la aggiunge ai tanti che in questi giorni non sono più. F. nel ricordo, aveva modi gentili e un sorriso sempre disposto a mostrarsi, F. nel ricordo, era colei che mi aveva spesso accolto nella sua casa di giovane sposa e poi di mamma. Saperla adesso in un altrove che io non posso più collocare in nessun ricordo, in nessun pensiero vissuto, mi rende davvero incredula e triste. Che la terra ti sia lieve, cara amica.

Quotidianità

I gesti del muoversi in casa, sin dal mattino, sono quelli di sempre. In apparenza non è cambiato nulla. In apparenza è come un giorno qualsiasi di vacanza. Non c’è scuola, il tempo scivola in lentezza, viene cancellato l’affanno del prepararsi al mondo. Ma il quotidiano è solo finzione, un inganno dettato dall’insidia invisibile che inchioda a paure remote ognuno di noi. Un giorno che verrà sapremo raccontarci tutto questo.

Che cos’è l’amor

immagine di Stephen B. Whatley

È da tempo che G. sembra essersi smarrito in chissà quali pensieri, nascosto dal ciuffo biondo riccioluto che gli rimane calato sugli occhi e dal suo sodale di poco avanti che lo copre alla mia vista e non di poco. Qualche giorno fa sostituisco Italiano e chiedo, che facciamo oggi? tutti mi consegnano all’unica alternativa possibile, almeno per me, interrogarli in storia. Sicché guardo G. e gli chiedo di parlarmi di Bismarck. Di tutta risposta mi sento dire, Prof non ho studiato perché non ho capito. Perplessa gli dico che è impossibile che non abbia capito e mi dispongo ad aiutarlo, leggendo “ l’incomprensibile “ paragrafo. Leggo soffermandomi su quanto mi sembra necessario e spiego, cercando di far riflettere G. e i suoi compagni. Qualcuno alla fine mi dice che spiego bene – meno male! – e chiedo a G. se adesso finalmente ha compreso. All’assenso del suo ciuffo biondo faccio seguire una neanche tanto larvata minaccia, domani ti interrogo. Il giorno seguente, dopo il puntualmente, G. hai studiato? Blonde on blonde mi fa: Prof non ho studiato, sono innamorato! Pare brutto da dire, ma m’è venuto da ridere – insomma G. ha pure tredici anni e se penso ai miei infantili tredici anni senza pensieri, mi sembra “ anomalo “ un tredicenne innamorato perso, invece che perdersi a giocare dietro ad un pallone per strada. Poi chiedo, curiosa come non mai, chi è “ l’oggetto “ delle sue attenzioni. Mi dice che si chiama G. stessa iniziale, ma nomi diversi, e che frequenta la prima classe delle superiori. Commento invidioso dei compagni di classe, Prof è una “ vecchia “! Mi intenerisce G. alle prese, anzitempo, con l’amor. Stamattina alla mia richiesta di aggiornamenti sullo stato delle cose, G. mi dice, Prof l’ho lasciata. E il compagno di banco, comprensivo, aggiunge, É una ragazza “ leggera “. Pesa poco?  il mio commento.

Che cos’è l’amor
È un sasso nella scarpa
Che punge il passo lento di bolero…

Ruoli

 

 

 

 

 

 

 

Durante il compito di grammatica, stamattina, ricevo un messaggio. Italiano mi scrive: Ho un problema qui in seconda, ho bisogno di una vice. La raggiungo di lì a poco. La vice in questione sono io, che ancora stento a crederci. È una condizione strana e curiosa, almeno per me, quella dell’essere vicaria nella mia scuola – sì, insomma, essere vicaria corrisponde al vecchio ruolo di vice preside, per dire. Non so per quale strana ragione mi percepisco sempre dall’altra parte, sono quella che dev’essere redarguita non quella che redarguisce, ma tant’è, sono stata eletta a furor di preside e in qualche modo dovrò entrare nel personaggio, prima o poi. In realtà i “ compiti “ a scuola e a casa sono sempre quelli, ma in più mi tocca il “ pronto soccorso “ pedagogico. Mi affaccio in seconda e, dopo un discorso ampio, ampissimo, sul portare a scuola il telefonino, sulle regole, sul bla bla bla, Italiano mi dice del problema: M. appena rientrato da una “ turnè “ casalinga di cinque giorni – sospeso dal grande capo per aver sottratto del denaro ad Arte, ma restituito – non contento del trattamento, ha filmato qualcosa in classe con il cellulare, non consegnato, come fanno gli altri, durante la prima ora. Dico ad M. che il telefonino va lasciato nello scatola predisposta, poiché è quella la regola che i suoi genitori hanno approvato il giorno in cui lo hanno iscritto a scuola e, dunque, gli dico di alzarsi dal banco e di mostrarmi il contenuto del suo cellulare, visto che Italiano sostiene la tesi del video girato in classe. M. mi guarda e obietta un diritto alla privacy che francamente gli tirerei sulla cocuzza, se la privacy fosse un qualsiasi oggetto contundente. Per sostenere il mio ruolo gli dico che sono costretta a sequestrargli il cellulare e che dovrò restituirlo ai suoi genitori dopo averli convocati. Al che M., un ca@@one grande e grosso, abbassa la testa sulle braccia e inizia a piangere. A quel punto, capita la situazione, gli dico di uscire fuori dall’aula perché voglio parlargli da “uomo ad uomo “. M. nicchia per qualche minuto, poi convinto dai compagni, viene fuori. M. mi supera di una spanna buona – è un pluri “ laureato “, quanti anni avrà, ‘sto stupido? – gli dico di prendere il cellulare che ha la sua prof, di portarlo fuori e, davanti a me, di cancellare il filmato fatto poco prima. M. felice dell’àncora che gli appena lanciato vi si aggrappa, e cancella un filmato del pavimento (?!?! ). Lo guardo, almeno credo di farlo, visto che i suoi occhi sono coperti da una coltre di capelli che lo fanno assomigliare ad un cane da pastore. Seria, gli dico di non riprovarci più. Torna in classe, felice? Speriamo bene.

E non abbiamo ancora iniziato!

Mi ha impressionato, e non poco, l’affermazione di A.  stamattina a scuola: Ci vuole tutto il caratteraccio di “ quella “ per far fronte ad un assembramento scolastico fatto di sole donne o quasi! – dove “ quella “ sta per una ben nota dirigente scolastica dal carattere decisamente sopra le righe, diciamo così.  Ora, non che abbia una particolare considerazione per la “ categoria “ alla quale appartengo di fatto; non mi piace avvallare comportamenti generalmente “ sciatti “ e dalla  tendenza a fare poco e male, che alcune di noi coltivano come fossero fiori rari. Tuttavia penso che siamo persone  e che certi modi di fare sono dettati dalla superficialità e dalla poca voglia di impegnarsi in qualcosa che si considera come un “ lavoro “ – e al nome “ lavoro “ potete dare una valenza qualsiasi, quella che più vi viene spontanea, per associazione. Dunque la superficialità nel fare le cose, un fare disdicevole, che non attiene, però, alla sola categoria insegnanti, ma che è riscontrabile, dati alla mano, in molti “ lavori “ – eccetto, forse, quei mestieri in cui se ti distrai ne va della tua integrità fisica oppure di quella delle persone che hai sotto i ferri, penso ai chirurghi, bontà loro. Tornando al “ caratteraccio “ della dirigente, sono convinta che applicare su larga scala modi di fare e di essere che rasentano la dittatura, siano controproducenti. Non abbiamo attraversato trent’anni di femminismo per arrivare ad essere le pessime copie di omuncoli qualsiasi. Fare del proprio modo di vita uno spauracchio per i più è solamente sterile desiderio di onnipotenza, la “ paura “ di non saper guadagnare il rispetto e la stima degli altri, se non attraverso il “ terrore “, da applicare soprattutto alle altre, le sottoposte, quelle che si considerano inferiori – mi chiedo se, nel momento in cui si partecipa e si vince un concorso da dirigente scolastico ti cambiano anche il cervello, in peggio, oltre che la qualifica! Tanta educazione e rispetto da applicare a larghe mani, la cura, in tutte le situazioni. Per i casi refrattari le fustigazioni corporali – scherzo! 😁