Estate

solitudine-degli-anziani-estateChi asserisce che l’estate sia una stagione che porta in sé la spensieratezza e la gioia di vivere, del godere del sole e del mare e dell’aria aperta – che con questo caldo meglio starsene chiusi all’ombra di un ventilatore o di un condizionatore, please – chi ha da dire questo ed altro dell’estate è un millantatore. Nei risvolti pubblicitari di un gelato che raffredda uno stuolo di fanciulle discinte e di aitanti giovanotti, si legge una realtà fatta sempre più di persone che l’età adulta l’hanno affrontata da un pezzo e consumano, loro sì, i gelati della pubblicità, seduti ad una panchina di una villa comunale oppure sul balcone di casa, in attesa. Stamattina mi guardavo intorno, nell’uscire, e vedevo già le mie canute dirimpettaie salutarmi – Vai al mare? Io non posso più, non ce la faccio da sola. E quelle altre che mi aspettano al mare sotto l’ombrellone, la più giovane sui settanta. E consumano i giorni, uno dietro l’altro, con un gelato in mano d’estate, senza più prospettive o vita sociale che le conforti, col sole o con la pioggia. In attesa dei figli o dei nipoti, quando ci sono. In attesa di un passaggio definitivo, quello sì uguale per tutti, che spezza l’attesa e pareggia i conti di una vita.

Sic et simpliciter

Indonesia Bambini saltano in mare vicino alla spiaggia di SusupuÉ qualche giorno che guadagno la gloria del mare e la calma relativa di un frangiflutti “ un po’ più in là “ rispetto alla confusione delle camminatrici acquatiche con vene varicose, bambini vocianti e giocanti, ragazzi pallonanti  e tutto l’ambaradam che costituisce la varietà di genere estivo e balneare. E ieri, mentre stazionavo spiaggiata colà come una foca monaca – non dico sirenetta perché potrebbe non essere adatto, come epiteto, poiché non ci siamo più né come taglia, né come età – allora dicevo buttata sullo scoglio, piedi in acqua corpo al sole, ecco arrivare due fanciulline loro sì sirenette e pescioline. Insomma le due, con poca grazia devo dire, tentavano di guadagnare uno scoglio qualsiasi – fine frangiflutti – per provare a tuffarsi in acqua senza molto danno. La più risoluta tentava l’altra con un, Prova di qui! un’operazione che mi stava costando un’ansia incredibile perché già le vedevo entrambe spiaccicate giù di sotto su scogli sommersi e puntuti. Sicché le ho messe sull’avviso e ho detto loro, facendo la parte dell’impicciona sicuramente, quale fosse la posizione più corretta, lo scoglio meno pericoloso. Hanno per fortuna seguito il mio consiglio e si sono tuffate, di pancia ma non fa niente. Più volte hanno ripetuto l’operazione poi stanche sono andate via. Senza salutare, ma non mi aspettavo le lodi! Stamattina stessa cosa, io mi adagio sullo scoglio e dopo poco le vedo arrivare a nuoto. Stavolta seguite da una banda di ragazzi, miscuglio di età e taglie. Tutti all’arrembaggio dello scoglio che la risoluta di ieri indicava loro per tuffarsi facilmente in acqua. Arrivato quello pari d’età la risoluta lo ha amabilmente apostrofato con un, É qui che devi tuffarti, ri@@hione! E lo stesso in vena di scambio di amorosa cortesia una volta in acqua le ha risposto, Adesso tuffati tu, tr@ia! Proprio così. Che sia una nuova forma di corteggiamento estivo? L’amore balneare 2.0 dell’estate 2015? Confortatemi con testimonianze di ordinaria e banale gioventù, please.

Alberghi ( voci nell’ombra )

Stanza-a-New-York-1932-Courtesy-Sheidon-Museum-of-artLa porta si chiude, ancora una volta, alle spalle di quei due che lasciano la stanza in un disordine privo di oggetti, solo lenzuola spiegazzate testimoni memori dei corpi che vi hanno abitato, l’armadio socchiuso – si intravedono le coperte non usate, un cuscino informe e abbandonato, qualche gruccia per appendere abiti che non sono stati appesi, appendiabiti di risulta, diversi tra loro, come se qualcuno li avesse ricevuti in dono da negozianti distratti e disordinati e messi lì, a condividere individualmente un armadio, rigide armature in attesa. Per qualche tempo la stanza è stata la scena aperta di una storia che si racconta attraverso gli oggetti quotidiani, storia nota, conosciuta però solo da coloro che si raccontano da protagonisti attraverso gli oggetti poggiati qua e là nella stanza, senza una logica se non quella della necessità del momento: una valigia sul tavolo e la lampada piccola da tavolo compagna di un posacenere di un vetro spesso e azzurrino, abiti poggiati sulla sedia vicina al tavolo, una guida turistica vicino alla tivù, biglietti usati, un orologio poggiato sul comodino, attento guardiano di un cellulare sempre acceso, asciugamani umidi dell’acqua di una doccia fatta per lavare via la stanchezza del viaggio. Solo due spazzolini trovano casa in un contenitore che assomiglia a quello di tanti contenitori casalinghi. Gli spazzolini non sentono il disorientamento che provano quei due, uomo e donna, insonni tra le lenzuola spiegazzate, estranei in un luogo che non conoscono. Proveranno a vigilare nella notte, come sempre fanno sul sonno dei due , uomo e donna, appaiati e complici come i due sul letto, sentinelle attente e abituali. E quando tutto è compiuto e la porta viene aperta e chiusa un’ultima volta, nella stanza di un vuoto disordine e nuovamente in ombra, un brusio leggero racconta le storie di chi in quella stanza è passato, racconta di uomini e donne insonni, racconta di amplessi, di chiacchiericci sommessi, di litigate furibonde fatte a mezza voce, di passaggi giornalieri e di lunghe soste, racconta le storie vissute che si aggiungono alle quattro pareti come sinopie sbiadite dal tempo. Racconta di oggetti sparsi a caso per ricreare la parvenza di una stanza che non sapremo riconoscere, che non sapremo raccontare se non attraverso le voci riposte nell’ombra.

Volevo essere un tuffatore

Flavio-Giurato-640Un immarcescibile luogo comune vuole che si debba cantare spesso e di buona lena sotto la doccia – perché poi sotto la doccia? perché finalmente si detergono via i peccati del mondo dei quali i nostri atti quotidiani rappresentano una piccola parte? peccati veniali, per carità, mandiamo in acqua cosa? odori non proprio odorosi perlopiù e cellule morte, azioni in un lavacro a base liquida e schiumogena. Insomma godiamo della doccia, almeno credo, e cantiamo. Sì, è così, ma io non canto sotto la doccia. E se lo facessi ci penserebbero bene i coinquilini a smorzare l’ardore ardito e acquatico. Zitta, dunque. Semmai rimugino e comunque godo dell’acqua, di questi tempi, e con temperature che già iniziano ad essere sfacciatamente estive. Ma appena esco di casa la faccenda assume un altro aspetto. Oltre al rimuginìo mi adopero nel rispolvero di vecchie canzoni che vanno da “ Papaveri e papere “ a “ tu chiamale se vuoi, emozioni “. Be’ ma stamattina, per una ingarbugliata associazione di idee, cantavo altro, cose che avevano a che fare con l’acqua e il mare, luogo di aspirazioni ancora lontane, visto che ogni santo giorno mi reco ancora sul luogo del delitto e qualcuno vi venga a dire che i docenti godono di tre mesi di ferie estive all’anno che gli rifilo un manrovescio che manco Cassius Clay! Insomma canticchiavo “ Volevo essere un tuffatore con l’altezza sotto al naso e il gonfio del costume, Volevo essere un tuffatore che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune “ quando su “ gonfio del costume “ sono stata beneficiata di uno sguardo assassino del mio dirimpettaio di transumanza che, già meravigliato del fatto che vista da lontano avevo l’aspetto di una pazza che parla da sola, arrivato alla mia longitudine ha confermato l’opinione che si era fatto poco prima, con l’aggravante che “ il gonfio del costume “ non è propriamente e visibilmente oggetto da attribuire ad una fanciulla pazza! Mi ha rimandato un sorrisetto di sufficiente circostanza ed è andato oltre verso un suo destino di perfetto silenzio, forse spezzato, probabilmente, da canzoni che come luoghi comuni lui canta sotto la doccia.

N.d.a. La canzone in oggetto è di Flavio Giurato, fratello del più famoso giornalista  – lui sì pazzo, per davvero ! – Luca Giurato – di quest’ultimo qualcuno ricorderà, forse, gli occhiali dalla montatura rossa e l’assurda voce, colonna sonora dei talk show mattutini della RAI. Il buon Flavio ha inciso, forse, tre dischi tra la fine dei ’70 e gli ’80 del secolo scorso. Poteva essere una promessa del  cantautorame italiano, ma è sparito nel nulla o quasi. L’unico ellepì di Giurato in mio possesso si chiama proprio “ Il Tuffatore “. Ha una bella copertina dai toni verde e azzurro – è rappresentata in modo schematico  una maniglia, uguale a quelle che avevo alle porte nella mia vecchia casa – e la contro copertina riporta una foto dell’autore – bello come un dio greco, al contrario del fratello! –  sbracato  su un divano. Ahhhh… sospiro.

C’è qualcosa di vecchio in Danimarca

Vincent-van-Gogh.-Un-paio-di-scarpe.-Una-scarpa-rovesciata-1887-olio-su-tela-cm.-375-x-415.-Collezione-privata-courtesy-of-Eykyn-MacleanLa mia attenzione sembra essersi focalizzata sulle pubblicità, negli ultimi tempi. Oppure sono i pubblicitari che ambiscono a sollecitare la mia attenzione, negli ultimi tempi. Oppure sono le pubblicità che giurano vendetta nei miei confronti, negli ultimi tempi. Sia come sia, ne guardo una su un “ cartaceo “, qualche giorno fa. In bella mostra un paio di “ sneakers “ nere – che già nere mi fanno specie – sformate e consunte – stone washed e dirty a volerla dire tutta –  come fossero ridotte così dall’uso inverecondo e inveterato di calzate quotidiane e protratte nel tempo. Be’ e allora che c’è di strano, direte voi? Che c’è di strano?!? C’è che una persona che abbia un minimo di pudore non può e non deve comprare un paio di scarpe che fanno sciatto ancor prima di mettersele ai piedi. Sì lo so, qualcuno di voi avrà ancora un maggiordomo in casa che calza lo stesso vostro numero di scarpe e che all’occorrenza ve le mette in forma, come è buon uso presso le persone di mondo – che orrore le scarpe lucide e intonse dei demi- monde! Ma attenzione, le mette in forma, con grazia e rispetto, come si conviene quando si è a servizio di persone di alto profilo e di lignaggio elevato, non le bistratta e consuma come le “ sneakers “ nere  di cui sopra! E del mocassino indossato a piede nudo e/o con “ fantasmino “ salva piede, nonché salva scarpa, per l’assorbimento della  sudorazione coatta e puzzosa dei mesi estivi, parliamone. Un candidato sindaco nei giorni precedenti all’ultimo ballottaggio, si è presentato così ad una tribuna elettorale, per appellarsi al buon senso dei cittadini, pensando di essere tanto figherrimo e di tendenza, lui, con pantalone arrotolato sulla caviglia grassoccia e  a piedi nudi nell’erba. Non è stato votato, per nostra fortuna e per la salvezza dei venditori di calzini e collant!E dei jeans di tendenza che hanno più strappi che stoffa ne vogliamo parlare? E sì che con tutte quelle prese d’aria in estate si va che una bellezza, però… gli strappi si pagano cari, pertugio per pertugio, e d’estate meglio essere una donna con la gonna, magari nuova, a discapito del vecchio in Danimarca.

Giardini segreti

Salerno - Giardino della Minerva
Salerno – Giardino della Minerva

Viluppi verde tenero mi solleticano il braccio mentre passo frettolosa verso l’affollata e comune mattina di lavoro. Sembra un richiamo. Mi affaccio curiosa a guardare di sotto; protetto dalle alte mura interrate un giardino d’aranci fa mostra di sé. Le foglie di un verde più scuro, puntute e cerose ancora proteggono i frutti arancioni e i fiori bianchi. É un giardino per ciechi, dove l’odore intenso e persistente delle zagare incrocia con quello dell’erba che comincia ad essere gialla e secca e al quale si aggiunge in fondo, con persistente nota dissonante, il buio odore di un mucchio di foglie che marciscono. Vien voglia di addentrarsi tra i rami bassi e intricati, viene voglia di abbandonarsi all’avventura e all’esplorazione, viene voglia di raccogliere un frutto arancione che apre le porte di un mondo parallelo dove vive una donna che in quel momento passa anch’essa, lasciandosi sfiorare dai viluppi verde tenero di una siepe di vite del Canada. E la donna che passa osserva, con dovuto distacco, un’altra donna che passa oltre, in fretta, e che sembra raccogliere per poco la percezione di un mondo parallelo.

Quando stai stirando con la tivù accesa, perché ti faccia compagnia, e ti scappa la riflessione.

20150526_21184720150526_212041Stirare è una faccenda noiosa. Spesso mi sembra tempo perso, anzi mi sembra tempo perso tout court. Per distrarmi dalle pieghe impossibili di una camicia che sembra messa apposta lì per farmi dispetto – cose che neanche l’inventore dell’appretto si aspetterebbe di trovare sulla sua strada – a mo’ di sottofondo sonoro accendo la tivù. Perché non la musica, sento dire da qualche parte. La musica no, merita attenzione e rispetto. Stirare è una faccenda noiosa e casalinga. Nell’atto ammetto anche la pubblicità, che solitamente evito come la peste. Passa una pubblicità di famiglie che guardano la tivù. Mi incuriosisco e presto attenzione. Le immagini quelle solite della pubblicità, bella gente, belle situazioni, una bimba bionda con il suo papà seduti sul divano, entrambi felici di essere lì a fare qualcosa insieme. Un gruppo di amici, eterogenei, niente solo maschi o solo femmine, che decidono democraticamente di vedere un film scegliendolo tra tanti – beati loro, che possono e riescono nelle scelte democratiche, nella vita reale pare che la forma più antica di consapevolezza politica e sociale popolare, ce la siamo giocata a tavolino, come in una pessima partita di calcio. Poi due amici fanno la stessa cosa, così come una coppia etero, ma formata da un uomo di colore e da una bionda WASP e altre situazioni nel breve volgere del tempo canonico di una qualsiasi pubblicità, con la “ réclame “ finale che consiglia l’abbonamento alla tivù a pagamento capace di cementare persone e situazioni. Che c’è di strano, tanto da attirare la mia attenzione casalinga? La bimba bionda è una persona con sindrome di Down. É la prima volta che mi succede di vedere una persona Down impegnata in una pubblicità che non sia specifica e che non promuova associazioni o giornate mondiali a loro dedicate. I due amici sono evidentemente una coppia omosessuale, una famiglia omosessuale. Bello, mi sono detta. Però mi è venuto il sospetto che si occhieggi a situazioni fuori dell’ordinario – in campo pubblicitario – proprio per risultare “ friendly “, perché una bambina Down o una persona omosessuale possano sentirsi appagati dal comparire in pubblicità, belli e felici, così come nella vita reale probabilmente stentano ad essere. Che la strada verso l’accettazione comune del diverso e non pubblicitaria mi sembra ancora tutta in salita. Chissà se la casalinga comune, mentre stira, fa caso e riflette su quanto le passa sotto gli occhi. Chissà.