Quelle bambine bionde

sognoadoccQuanto dura la stagione della svagatezza e dell’ignoranza – se per ignoranza si intende il vivere leggero e in maniera consona alla virtù primordiale della verginità d’animo e di cuore, all’incorruttibile senso di fanciullezza – poiché basta un nulla a stringerti d’assedio? E quando il nulla è rappresentato dalle parole di un adulto che media la richiesta del ragazzino più in là, di colui che mosso dalla curiosità nei tuoi confronti vuole conoscerti, tutto cambia di senso e di ragione. E non vale il pudore che dovrebbe appartenere ad entrambi – il curioso imberbe e la biondina dodicenne dell’ombrellone di fronte – perché qualcosa viene corrotta e spezzata come in un gioco troppo audace che appartiene ad un mondo adulto e distorto. Alle bambine bionde dell’ombrellone di fronte avrei voluto dire di non prestare ascolto alle parole del bagnino, foriero di stupide richieste, adulto sciocco a prestarsi ad un gioco bambino. Alle bambine bionde avrei voluto dire tappatevi le orecchie e il cuore, aspettate e godete di sguardi e di mare, fate vostra la vita a piccole dosi, piuttosto che ridere come sciocche, passate in poche parole dalla bionda svagatezza al verminoso pensiero.

Caporali, ancora

mizaar:

Nel 2011 scrivevo della piaga del caporalato in Puglia. Nel 2015 nulla è cambiato se ancora donne e uomini continuano ad andare per terre e se per quel lavoro terribile e sfiancante, sotto un sole che non concede requie, muoiono. Adesso, forse, qualcuno a Roma prenderà provvedimenti trattando i caporali come i mafiosi che sono, confiscando loro beni e mezzi. E’ possibile che generalmente non si abbia idea di quanto questi delinquenti guadagnino sulla pelle delle tante come Paola Clemente, morta il 13 luglio nelle campagne di Andria sotto un tendone d’uva, di quel frutto che è il vanto della nostra regione. Per ogni persona che hanno sotto “ contratto “ prendono dieci euro al giorno che si moltiplicano per un minimo di cinquanta persone ad un massimo di duecento. Ogni giorno. Per tutto il tempo che dura la raccolta dei pomodori, e poi quella dell’uva e poi le olive, tutto quello che la terra produce e che ingrassa le tasche di simili sfruttatori e di coloro, i “ padroni “, che con i caporali hanno connivenze per evidenti motivi di lucro. Vorrei non dover scrivere ed indignarmi, mi piacerebbe poter scrivere di una terra dove si produce e si raccoglie nel rispetto reciproco e nel rispetto della legge. Utopia. Sicuramente.

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Non mi tornavano tutte quelle donne che, al mattino presto, salivano chiacchierando in quel dialetto sonoro che adoravo, salivano su un pulmino Wolkswagen guidato da un uomo. Donne che nel resto della giornata non avrebbero avuto modo di promiscuità con quello o qualsivoglia uomo, perchè non c’era modo, perchè era proibito e sconveniente andare da sole con un uomo, eccetto che in quella occasione. Erano donne uguali nei gesti e nei modi alle loro mamme e alle loro nonne. Donne che lavoravano a giornata, nei campi di pesche della piana di Sibari. Erano gli anni ’60 e, bambina, chiedevo al nonno perchè. Mi diceva: < Quello è il caporale, le accompagna al lavoro > Ma non sapevo allora che il caporale le sfruttava. Procacciava loro il lavoro presso un padroncino e, per il suo servizio, prendeva una percentuale e insieme a quella tante libertà con le più giovani. Ma non…

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il popolo dei bar

caffé_diabeteAnche solo passandoci accanto ti assale l’aroma intenso dei caffè, che così intenso e prolungato finisce per infastidirti. Cerchi di scansare l’odore, allora, allontanandoti in cerca di aria più respirabile; una misura insufficiente perchè, poco più in là, è l’aspro odore dei gas di scarico ad accoglierti. Sono le mille auto dei frequentatori dei bar a movimentare l’aria del mattino. Il popolo dei bar si sposta in auto, con l’auto andrebbe anche in capo al mondo, se dovesse avere la necessità di andare a prendere il caffè nel bar di grido, quello frequentato dai simili cercatori di bar alla moda a Capo Nord. Il popolo dei bar con l’auto entrerebbe anche nel bar stesso per farsi servire il caffè al banco – Prego, desidera? Un caffè ristretto, grazie… e non dimentichi una pulita ai vetri! In mancanza di opportunità del genere il popolo dei bar parcheggia… be’ parcheggia è un verbo insufficiente a spiegare i mille modi ” creativi ”  con i quali il popolo dei bar ama far sostare la propria appendice motorizzata. Si crea intorno all’unica macchina ferma accanto al marciapiedi in sosta canonica un’accozzaglia informe di auto dai colori più disparati, ma dalle dimensioni attestate  al medio esagerato – il popolo dei bar ama il fuoristrada, il Van Von Caravan, il ” ce l’ho io il più grosso ” riferito ad uno sproporzionatissimo  monovolume costoso nella forma e nella sostanza! E grasso che cola se tu, con la tua utilitaria striminzita, riesci a crearti un corridoio umanitario tra tanta esagerazione. E sono doppie e triple e multi file a farti imprecare come un camallo genovese all’indirizzo del tipico rappresentante del popolo dei bar, appena smontato dal cavallo, pardon dal SUV in dotazione, conciato come neppure un abitante delle Hawai si concerebbe. E se passando a millimetro nella strettoia che l’hawaiano ha creato giusto per te in quel momento ti dovesse venire in mente di santificare la santa anima di su’ nonna lo vedresti con la faccia stranita, come a dire: Ma che ho fatto di male? Perchè il popolo dei bar vive nella convinzione che l’economia è salva solo grazie al suo indefesso rito quotidiano. Amen.

Dialogo surreale in una notte di metà agosto

Numerose scariche elettrostatiche introducono la voce: Carabinieri, dica. Pronto, sono @@@@@. Ho un problema e al momento non so a chi rivolgermi. Sono ferma dopo lo svincolo che da M. porta a B. La mia auto si è fermata e non dá segni di vita… Un attimo le passo la stazione più vicina… Attesa. Carabinieri di B… Pronto, sono @@@@@. Ho un problema. La mia auto é ferma sulla strada che da M. va verso  B. e non riparte… Ma siete tutte donne in macchina? Attimo di perplessità. No, non siamo tutte donne. Ci sono io con un marito  e una cognata. Cosa cambia, mi scusi? Ho bisogno di soccorso e non mi viene in mente nessuno a cui rivolgermi. Mi può aiutare, per cortesia? Mi vuole spiegare cosa le è successo? Ripetizione della dinamica del ” fermo ” per la terza volta. Ma che macchina avete? Una @@@@. Ah… Benzina? No è un diesel. Ma non è possibile che un diesel si sia fermato così. Avete provato a smuovere i fili della batteria? sará un contatto sicuramente. Faccia così… Obiezione dall’altra parte. Senta, siamo fermi su una strada a scorrimento veloce. Siamo praticamente sulla carreggiata e non su una piazzola di sosta. C’è buio pesto e rischiamo ogni secondo di essere travolti da un qualche deficiente ubriaco. Ho bisogno di aiuto… Ma io sto cercando di capire perché la sua macchina si è fermata! No, guardi, lei non deve capire, mi deve solo aiutare, se le è possibile! Mi può fornire il numero di un carro attrezzi più vicino? Risposta con voce infastidita… Va bene, le do il numero di un soccorso di B. Poco dopo. Pronto, sono ecc. ecc. Ah, ma sono il guardiano. Non so se possono venire. Devo chiamare il titolare. Chiamami tra cinque minuti. Cinque minuti dopo. No, mi hanno detto che non possono venire. Rabbia furente. Ma che razza di soccorso stradale siete? Date la disponibilità ai carabinieri e poi non volete prestare soccorso? Ma andate al diavolo!

Morale: se dovesse capitarvi di fermarvi nel buio pesto di una strada ad agosto, fate in modo di essere tutte donne, di avere a portata di mano il numero del soccorso stradale Aci – quello che è arrivato dopo un’ora circa e dopo ulteriori telefonate – e, se non fosse strettamente indispensabile, impeditevi di chiamare il 112. Ci potrebbe essere sempre un carabiniere in agguato che vuole capire.

Alberghi ( voci nell’ombra )

Stanza-a-New-York-1932-Courtesy-Sheidon-Museum-of-artLa porta si chiude, ancora una volta, alle spalle di quei due che lasciano la stanza in un disordine privo di oggetti, solo lenzuola spiegazzate testimoni memori dei corpi che vi hanno abitato, l’armadio socchiuso – si intravedono le coperte non usate, un cuscino informe e abbandonato, qualche gruccia per appendere abiti che non sono stati appesi, appendiabiti di risulta, diversi tra loro, come se qualcuno li avesse ricevuti in dono da negozianti distratti e disordinati e messi lì, a condividere individualmente un armadio, rigide armature in attesa. Per qualche tempo la stanza è stata la scena aperta di una storia che si racconta attraverso gli oggetti quotidiani, storia nota, conosciuta però solo da coloro che si raccontano da protagonisti attraverso gli oggetti poggiati qua e là nella stanza, senza una logica se non quella della necessità del momento: una valigia sul tavolo e la lampada piccola da tavolo compagna di un posacenere di un vetro spesso e azzurrino, abiti poggiati sulla sedia vicina al tavolo, una guida turistica vicino alla tivù, biglietti usati, un orologio poggiato sul comodino, attento guardiano di un cellulare sempre acceso, asciugamani umidi dell’acqua di una doccia fatta per lavare via la stanchezza del viaggio. Solo due spazzolini trovano casa in un contenitore che assomiglia a quello di tanti contenitori casalinghi. Gli spazzolini non sentono il disorientamento che provano quei due, uomo e donna, insonni tra le lenzuola spiegazzate, estranei in un luogo che non conoscono. Proveranno a vigilare nella notte, come sempre fanno sul sonno dei due , uomo e donna, appaiati e complici come i due sul letto, sentinelle attente e abituali. E quando tutto è compiuto e la porta viene aperta e chiusa un’ultima volta, nella stanza di un vuoto disordine e nuovamente in ombra, un brusio leggero racconta le storie di chi in quella stanza è passato, racconta di uomini e donne insonni, racconta di amplessi, di chiacchiericci sommessi, di litigate furibonde fatte a mezza voce, di passaggi giornalieri e di lunghe soste, racconta le storie vissute che si aggiungono alle quattro pareti come sinopie sbiadite dal tempo. Racconta di oggetti sparsi a caso per ricreare la parvenza di una stanza che non sapremo riconoscere, che non sapremo raccontare se non attraverso le voci riposte nell’ombra.

Estate – odori

gabbianiA pelo d’acqua si percepisce l’odore più intimo del mare d’agosto. A distanza la spiaggia, dove l’odore è quello unto degli abbronzanti. Nuotando nel blu profondo è la salsedine che ti incontra, un misto di alghe verdi e di mareggiate. A dividere il mare con te i gabbiani, in sfilate galleggianti, si spiumano e si tuffano, fanno versi come i bambini.

Estate – gesti

trabucco-di-molinellaNon so quanto di inconsapevole e svagato ci sia in un gesto che sa di distratto ed intimo, ma viene sbandierato ai quattro mari, con puntuale e femminile quotidianità. Emergono dall’azzurro, puntellando la linea d’orizzonte del colore dei loro costumi da bagno, donne, quasi sempre di una certa età. Ancora gocciolanti portano le mani al seno e strizzano la parte superiore dell’indumento in lycra, come se l’avessero appena deterso nel lavandino di casa, strizzano per far gocciolare il liquido in eccesso, con un senso di fastidio verso l’acqua del mare che poco prima le aveva accolte. Il gesto si accompagna alle parole che rovesciano addosso all’amica che immancabilmente le accompagna, una a sorreggere l’altra con la sola presenza, ché mai e poi mai andrebbero in acqua da sole. Un gesto noncurante e poco aggraziato, ma che viene ripetuto con convinzione. La necessità del sentirsi “ a posto “ prima di tutto, come quando davanti ad uno specchio inesistente, ci si mette le mani ai capelli per sistemare il ciuffo sfuggito alla cotonatura démodé.

Vita nuova

scarpineSapete come capita nei blog di lungo corso, c’è un titolare dell’impresa, una persona che non ha di meglio da fare che scrivere cose, vedere – idealmente – gente, vivere una vita fatta di parole, pensieri e omissioni e poi ci sono gli altri, persone che vanno e vengono e, per contro,  coloro che stanziano, quelli che costituiscono lo “ zoccolo duro “ dei commentatori abituali. A quest’ultima categoria appartengono le amiche e gli amici, coloro che pur non conoscendo fisicamente senti che appartengono ad un mondo fatto di stesse parole, quasi, emozioni simili, pensieri disuguali, ma che si riconoscono e si salutano come fanno due persone ai finestrini di treni in corsa. Succede così che di queste persone ti capita di avere notizie ” famigliari “, che ti legano per ulteriore empatia, perché sapere che esiste un altrove reale che contiene reali accadimenti, bene ti compensa dell’idea che forse non è del tutto sbagliato avere un blog da gestire. Quando poi la notizia è di quelle che ti commuovono – perché al di là di ogni cosa, la nascita di una bimba commuove sul serio – allora è quasi un obbligo festeggiare l’evento e dare il benvenuto ad una vita appena iniziata, augurare tutto il bene possibile a Josephine Zelda, vecchia solo di una manciata di giorni, ma già grandissima nei cuori dei suoi genitori, di mamma Cle’ e di papà Puccio. JoZe, dolcezza cresci in fretta, ti aspetta un futuro radioso da blogger. Noi, intanto, ti teniamo uno spazio a disposizione!