Les jeux sont faits

fortuna ciecaIn una stamattina sonnacchiosa e post natalizia, post stefanina, e post l’ira di Giove, sono entrata in una tabaccheria per acquistare un francobollo. Convinta che le tabaccherie sono, per proprietà di linguaggio, i luoghi dove si compra il tabacco declinato in tutte le sue forme e poco altro, mi sono resa conto che tutto forniscono fuorché il tabacco o meglio, forniscono di straforo anche quello e tanto altro. Il tanto altro ha a che fare con il gioco, anche quello declinato in tutte le sue forme più moderne e astruse. E a differenza del sonnacchioso di fuori, nella tabaccheria, dietro un vetro – blindato? – due signore non più in età da non ho l’età, conducevano trattative febbrili. La controparte, una decina di altrettante agguerrite vetuste, un occhio alla tivù che sciorinava numeri che neanche il Fibonacci e un occhio al tagliando appena prodotto dalle croupiers, menavano all’aria come fendenti ambi, terni e quaterni su ruote singole, multiple e full game. Un delirio! Ho provato a mia volta ad aprirmi un varco per l’acquisto del francobollo e mi sono sentita rispondere: Non ne abbiamo, non ci conviene tenerli! Ma visto che c’è, vuole giocare qualche numero? Ma va’, va’!

In fondo il Natale cos’è? *

Lorenzo Lotto - Adorazione dei pastoriEcco metti il Natale, come ogni anno di questi tempi. L’hai considerato? Riesci a capire cos’è? Per accettazione, quasi sempre, per consuetudine, sempre, decliniamo un evento accaduto lontano da noi nel tempo e nello spazio con tutti i possibili sentimenti, chi ama il Natale e chi non, chi ama a Natale e chi non, e non solo a Natale. Faccio parte dei non amanti, il tempo non ha smussato gli spigoli, magari ne ha aggiunti. Mi sono risparmiata una settimana di “ passione “ natalizia per un anticipo di influenza che mi ha tenuta a casa tutto il tempo. Ho evitato un “ open day natalizio “ scolastico, ho evitato colleghe stizzose, ragazzi vocianti, mercatino solidale e, tutto sommato, decente. Ho letto “ Natale è quel periodo dell’anno in cui ti ricordi di avere parenti che pensavi fossero stati rapiti dagli alieni “. I parenti a Natale. I parenti, mioddio. A Natale, i parenti. Inevitabili come il Natale stesso, come gli acquisti di Natale, come le luci di Natale, come gli alberi di Natale, come lo spirito del Natale, come il Natale passato e il Natale che sarà. Ho capito cos’è, il Natale. La litania del mio umore che diventa di vetro e snocciola piccoli pezzi di ghiacciato fastidio, frammenti che cadono solo dentro di me, perché fuori vesto i panni del Natale e dispenso auguri e sorrisi. In fondo il Natale cos’è, se non augurare bene e serenità e felicità(?) che vorresti costante, che immagini costante. L’augurio resta costante e immutato negli anni, ma il bene e la serenità e la felicità quasi mai, forse sprazzi così, di tanto in tanto, piccoli momenti in un immenso tempo lungo fatto di affanni e pensieri e fatica di vivere. Ma non sono qui a vendere la pelle del Natale, sono qui a immaginare il tempo in cui ci sarà anche una resa. La mia. Mi arrenderò al Natale, perché in fondo ho imparato a conoscerlo. Da molto vecchia mi dirò che è un giorno che inizia e termina, come gli altri. Con molto colore e l’albero e il presepe.

( Come sempre sono riuscita ad essere più scorbutica di uno Sgrooge. Anche quest’anno. Però vi auguro davvero tutto quello che avete in mente da sempre e, soprattutto, vi auguro che tutto ciò abbia, prima o poi, un aspetto reale e pratico. Vi lascio un bambinello fuori dell’ordinario, un piccolo Gesù che gioca con una pecorella. Mi è sembrata una bella immagine. Buon Natale!

*Pubblicato un altro Natale fa, mi sembra ancora attuale e lo ripropongo.

Xmas blues

natale bluesSe avessi la capacità di scrivere una canzone, quella di Natale avrebbe le note scure di un blues. Come tutti gli anni in questo periodo  io falling in blues, appunto, come ben sanno gli habitué di questa casa virtuale. Fronteggio i panettoni al supermercato, il primo albeggiare di luci, decori, finta neve, renne e Babbi, i centometristi del regalo ad oltranza con un sano e pragmatico rifiuto del Natale stesso. Sul lettino di uno strizza cervelli alla domanda: perché? è probabile che possa venirmi spontaneo rispondere: perché no? Le luci, le atmosfere, l’affannarsi all’acquisto hanno quella patina di abbagliante che tanto assomiglia alle lucine di Natale, proprio quelle, ammiccanti nel buio, ma che al mattino mostrano tutto il filo verde di plastica che le sorregge nel percorso a spirale intorno al finto abete… ops, all’abete ecologico. Tutto così, finzione fino a santo Stefano. E nei giorni che precedono il clou dell’evento degli eventi ti ricordi ad un tratto che andar per la spesa quotidiana diventa una impresa di Giobbe, costretta tra le mille terribili vecchine carrello munite che si aggirano stupite tra montagne di panettoni in offerte speciale, incapaci di scegliere tra quello ricoperto di glassa mandorlata oppure quell’altro disseminato come un campo minato di appiccicoso cioccolato fuso. E così nella staticità delle scelte altrui che a volte rasentano Guiness dei primati, tu sempre di fretta maturi propositi di fuga al Polo Nord dove, al cospetto del titolare, sapresti come fare a convincerlo ad andare in pensione, considerando che ad occhio e croce l’età della ragione deve averla raggiunta da un pezzo. Insomma aspetto con ansia il post, visto che il pre mi bluesizza non poco!

B – side

Qualche tempo fa A. amica ” stretta “, come si dice qui, era venuta a cercarmi in classe e con fare cospiratorio mi aveva messo a parte di qualcosa che l’aveva turbata non poco: il boss, poco prima, le aveva rivolto parola e, con sguardo intenzionale da vecchio sporcaccione, l’aveva apostrofata: Venere callipigia! Il commento dell’amica, nel momento in cui mi riferiva l’accaduto, dava un margine di tolleranza benevola a Venere – sia pure! – ma callipigia? Insomma, aveva continuato, sarà mica un’offesa? L’avevo tranquillizzata, forse dei miei studi d’arte, e le avevo svelato l’arcano: il tizio sempre da sporcaccione, ma con eleganza, le aveva detto di apprezzare il suo lato B paragonandola ad una plurirappresentata dea dell’antica Grecia. Al che la mia buona A. aveva ribadito dando del vecchio porco al latore del complimento, seccata del fatto che occhi laidi si fossero posati intenzionalmente su una parte che a torto a a ragione le risultava di complicata gestione. Tutta questa storia mi è tornata alla memoria mentre andavo al lavoro, stamattina. Avevo poco davanti un baldanzoso lato B a fare da apripista, esibito, che dico, esibitissimo! al quale avrebbe fatto sicuramente piacere un apprezzamento anche meno elegante, ma cercato visto l’impegno a presenziare il campo visivo di chiunque con tanto vigore, nonostante non ci fosse nessun paragone tra una callipigia e il lato B della fattispecie. E mi chiedevo ancora, quando e dove era andato a finire il pensiero comune che ci induceva tutte a nascondere il lato B, parte ammessa nell’immaginario ma censurato in sostanza da palandrane e ampi e lunghi maglioni, quando erano in auge gambe e lati A? Come succedeva alle stagioni di una volta il sentire collettivo cambia, cambiano le mode e le preferenze, cambia la percezione di coloro che devono percepire, chè in fondo di quello si tratta. Tuttavia rimane il fatto che detto tra noi, con tutta l’obiettività di donna a donna, la mia A. è davvero una callipigia!

Le case che abbiamo abitato

american_gothicLeggo una frase che non sfigurerebbe  su gli incarti di un cioccolatino: la casa è il luogo dove abitano gli affetti. In parte mi sembra una affermazione fornita di senso, di sicuro per chi condivide la propria vita e dunque la propria casa con altri esseri viventi. La casa potrebbe essere  un luogo dove gli affetti hanno una dimora, ma per chi vive in solitudine? La casa rimane, dunque, il luogo fisico dove trascorri o hai trascorso più o meno del tempo. Casa è dove sei nata, il posto dove hai vissuto con i tuoi, casa è il letto in una stanza dove il letto gemello è abitato da una ragazza come te, sconosciuta fino al momento in cui le rivolgi il primo sorriso e per la quale provi subito vicinanza – atteggiamento tipico di chi si trova catapultata lontana, tanto, dalla  casa degli affetti e deve trovare in breve un surrogato di casa, un posto dove non provare smarrimento, casa non convenzionale ma casa comunque, dove tornare nelle sere immense di una città straniera. E in successione, molte case dopo, trovarsi in una casa nuova nuova, voluta da te e dalla persona che ha scelto di condividere la tua vita, una casa che ha mobili, oggetti, angoli senza storia se non nel momento in cui la storia comincia. Al senso di stupore iniziale – cosa ci faccio qui? – si sovrappone nel tempo il racconto della casa, dettato dai gesti, dalla memoria delle parole dette da coloro che entrano ed escono dalla vita della casa. Perché, in fondo, le persone vanno, ma le case e le loro storie restano.

Alpacca

categoria_alpaccaL’alpacca è una lega,  un combinato di metalli poco ” nobili ” con la tendenza a voler essere quello che non sono, preziosi; in realtà un insieme nella giusta proporzione per imbrogliare l’osservatore poco accorto, convinto di imbattersi nella gloria di un ricco metallo. Simile all’alpacca è l’ attitudine di certi  che fanno politica: un combinato di poca nobilità e di quello che volete: siano intenti o furberie, vociare di piazza o populismi, tutto è disposto con la giusta dose per l’abbaglio comune e duraturo. Ma come succede per l’alpacca, basta scorticare la patina e si scopre il nero sottostante.