Estate: scampoli di fine stagione

whatappLa chat di servizio è incandescente da una buona mezz’ora. I commenti alla richiesta di una delle colleghe, una delle più ” ingenue ” evidentemente, sono costanti e salaci come si conviene alla domanda davvero fuori dell’ordinario della stessa. Il quesito verte sulla quantità delle prestazioni sessuali medie di un sessantenne in presunta buona salute fisica e con una pessima salute mentale, nello specifico pare proprio evidente, la pazzia. Il sessantenne in questione, amico (?) dell’ingenua, millanta tre in sol giorno – forse con l’aiuto dello Spirito Santo e della Santa Pillola Blu. L’ingenua chiede al consesso delle ” esperte “: a voi che sembra, è plausibile?  Non è capace di controbattere, la candida, poiché è a corto di esempi concreti per una datata mancanza di ” materia prima “. Vi sembra un uso improprio di chat scolastica? Perlomeno si ride. Tra poco, pochissimo, sarà tutta ‘na tristezza, garantito!

Cupping

michael-phelps-4-435Cara Nonna, dall’alto dei cieli ti starai chiedendo perché stasera mi sia venuto in mente di interpellarti in memoria, pensieri, parole e opere ( e senza neppure il mea culpa! ). Lo so, la parola che ho scritto nel titolo, e che mi ha indotto a ricordarti, ti sembrerà una cosa troppo ” americana ” – con tutto il disprezzo che tu avevi per le cose americane. Parola, peraltro, che non avresti saputo neppure leggere, visto che i numeri avevano un loro perché nella tua vita, ma le parole scritte erano inutili sgorbi vergati sulla carta per confonderti, quando ormai da grande, ma grande! avevi preso a frequentare la scuola serale – una perdita di tempo! bofonchiavi spessissimo e indispettita. Ma sai come vanno le cose, cara Nonna, nei luoghi che niente hanno a che vedere con la pace assoluta dei cieli, si vive e si sopravvive, cercando, di tanto in tanto, la maniera di mettere a nuovo cose che una – io – immagina relegate per sempre in un canto della propria memoria. Perché Nonna, devi sapere, che la magarìa del ” coppo ” che facevi a quelli che ti chiedevano di farlo, perché in preda ai dolori per la fatica che si fa nei campi, be’ quel ” coppo ” viene praticato,  pensa un po’ tu, anche agli atleti che vanno alle Olimpiadi, anche ad uno, Phelps Michael americano,  che non avresti esitato a mandare a zappare la terra, in considerazione della notevole stazza e della possanza fisica – un ciuccio da fatica, cara Nonna! Non lo avresti disprezzato, Nonnina, penso proprio di no, nonostante il peccato originale dell’essere nato in America, e glielo avresti fatto il ” coppo ” come sapevi farlo tu, con i bicchieri piccoli di vetro e le candele. L’unica cosa, No’, in tempi ” no global ” come ca@@arola facevi ad eseguire il ” coppo ” che è una pratica della medicina cinese del secondo secolo dopo Cristo?

Lector in fabula ( e figurine )

Auguste Toulmouche, Dans la Bibliothèque
Auguste Toulmouche, Dans la Bibliothèque

Faccio collezione di figurine. No, non quelle dei calciatori o dei Pokémon, per quanto con quest’ultime potrei pavoneggiarmi con stuoli di cercatori di incrollabile e infaticabile fede e dall’età variabile. Faccio collezione di figurine virtuali. Il santo web permette raccolte di immagini che in altri tempi sarebbero risultate impossibili, salvo l’accensione di un mutuo ventennale spendibile nell’acquisto delle figurine Panini – e neppure quelle visto che a me dei calciatori non mi sconfinfera un bel niente. Colleziono, secondo il mio interesse e l’ingegno del caso, immagini di persone che leggono – e non solo. Nella scelta delle figurine non sono selettiva, tutto è accettato e accettabile. Si va dal manifesto grafico al preziosissimo quadro, dove la madama di turno è colta nell’atto della lettura oppure presa mentre è momentaneamente ferma, con il libro aperto tra le mani, e osserva il pittore che la ritrae in un gioco di vedi? sono istruita anch’io! In realtà, mettendo insieme alcune informazioni visive, vengono fuori delle riflessioni interessanti. Le signore dell’Ottocento amavano farsi ritrarre con un libro in mano: condizione manifesta del loro grado di istruzione, come dicevo poco prima? Oppure dello status che prevedeva, come corredo sociale, il possesso di una biblioteca casalinga? Sia come sia, una bella affermazione di (apparente) interesse verso la nobilissima arte della lettura – che attiene propriamente alle donne, perché le donne leggono più degli uomini e questo non lo dico io sola, la verità! Le donne dell’Ottocento e del Novecento leggevano senza distrazioni, lettrici dure e pure. Le fotografie più recenti di donne in lettura prevedono un corredo che, francamente, mi fa girare non poco le figurine: per risultare lettrici credibili, attualmente, bisogna avere all’attivo, nei pressi del luogo prescelto per dedicarsi alla nobile arte – il luogo è quasi sempre un bovindo, oppure una poltrona confortevole ammantata di un plaid in cashmere, il letto disfatto che fa pensare ad un prima e ad un dopo – l’immancabile tazza da mug con tisana, of course, maglioni oversize, il gatto acciambellato alla bisogna e il broncio assorto della lettrice incallita. Nel confronto mi sembrano più credibili, e in fabula, le madame d’altri tempi. Sarà la patina preziosa della rappresentazione artistica  a rendere accattivante l’idea delle donne lettrici credibili per sempre?

Estate, suoni

fuochiAlcune sere sono riempite  dai ” botti “, il suono fortissimo che accompagna i fuochi sparati nel cielo che, meraviglia, formano in successione enormi fiori nel nero di fondo. Il pubblico devoto commenta l’abilità dei pirotecnici  estrosi, capaci di far nascere cuori o piccoli cerchi in un susseguirsi di colpi sempre più sonori fino al parossistico finale quando, da terra, le luci non sono che fumo colorato e rumore. Il santo di turno è così venerato nel più laico e confusionario dei modi.

Estate, strade

golden-retriever-carattereUna donna e un cane percorrono pigri un tratto di strada davanti a me. Il cane annusa il selciato e gli angoli, in cerca di conferme, delle tracce di altri cani in infiniti passaggi, una geografia sconosciuta all’umana che lo accompagna. Sembra compiaciuto di ciò che annusa, di tanto in tanto guarda la donna e sembra dirle, aspetta, vedi come sono impegnato? Lei non ha fretta, si intendono, il rituale dell’abitudine li unisce sicuramente da tempo. Poi il cane sembra aver trovato finalmente la ragione di quella strana passeggiata, con fare frenetico si dispone a lasciare in un punto preciso ciò che non trattiene più. Compiuto l’atto, si allontana per quanto consentito dal guinzaglio che lo lega alla donna. L’umana estrae dalla borsa una busta e dei guanti e pazientemente raccoglie ciò che il cane ha appena lasciato in terra. Il biondo golden retriever, da quella piccola distanza, si gira e con una espressione assolutamente poco canina sembra dirle, no guarda, ti sbagli, non so proprio chi l’ha appena fatta! strappandomi una risata mattutina a strada aperta.

Estate, mare

gabbianiMarisa mi aspettava per fare insieme una nuotata, l’altra mattina. In acqua l’ho raggiunta, ciao mi ha detto, ciao, in risposta. Mare piatto, sensazione di fresco appena preso il largo, qualche filo di posidonia, sentore di mare pulito, i gabbiani sui frangiflutti a guardare l’orizzonte come fossero vecchi marinai in attesa. Nel nostro movimento pigro sono comprese le chiacchiere, quasi sempre. Dal racconto quotidiano al ricordo in successione. Così le ho raccontato di Mary e del suo tentato suicidio in una notte di quasi estate, quarant’anni fa. Mary ci aveva ceduto una stanza del sottotetto in subaffitto e con questa tutta la sua supponenza di artista bolognese. Evitavamo le sue chiacchiere copiose e inconcludenti, ma non la evitammo quella notte in cui la facemmo emergere da un limbo fatto di pillole e alcol, una notte in cui ci sentimmo adulte senza saperlo, come se fosse normale per due di vent’anni salvare la vita di una triste Mary a  suon di caffè amaro e di svegliati!. Poi cambiammo casa per non sottostare al suo riconoscente attaccamento, alla bovina devozione per lo scampato pericolo. Non la rivedemmo più e non ne parlammo quasi mai, se non per caso come l’altra mattina. Marisa meravigliata mi ha detto, ricordi ogni cosa, come fai?

Vita

ilriccioR375_26dic09Vennero a stare nel piccolo appartamento a piano rialzato, riservato, nell’intenzione di chi aveva dato loro l’incarico, ad una piccola famiglia di custodi. Vennero ed erano una tribù,  sembravano davvero calati come Unni dalle montagne dell’avellinese da dove erano partiti, pieni di usanze e superstizioni, forniti dell’immagine sacra della Madonna di Montevergine, venerata ai limiti dell’idolatria. In due stanze si erano accomodati figlie e genitori, un paio di bambini e nessun altro uomo, a parte il patriarca. Per entrare nel palazzo bisognava suonare al loro campanello. Con fare chiassoso, curioso, venivano ad aprire e con uno strano e sonoro accento ti chiedevano: Dove vai? Dopo le prime volte sapevano bene che sarei andata al terzo piano, dove condividevo i compiti e le opere di Verdi con la mia compagna di scuola, N. Così ci abituammo in fretta al folklore dei custodi, agli odori intensi e saporiti che si infilavano per le scale alle quali loro accedevano solo per le pulizie. Non c’erano finestre in quelle due stanze e l’unica apertura, l’ingresso della guardiola, non riusciva a trattenere nessun tipo di intemperanza, con grande fastidio dei ” signori ” del primo piano, loro datori di lavoro. Li vedemmo andar via chiassosi, così come erano venuti, in un primo pomeriggio d’estate. Commentavano tra loro, ad alta voce, quella partenza forzata, tra le masserizie accatastate e le tante parole anche qualche invettiva indirizzata ai ” signori ” del primo piano. Si venne a sapere più tardi, io e N. ascoltammo non viste, che la figlia più piccola, intraprendente più delle altre evidentemente, aveva iniziato ad incrementare i magrissimi introiti famigliari, ” facendo la vita “. Pensai allora che vivere costituisse un grave pregiudizio per poter mantenere un lavoro, un curioso caso di contraddizione nei termini: per poter vivere bisognava lavorare, ma facendo la vita, vivendo di fatto, il lavoro lo perdevi. ( Tutta la storia m’è venuta in mente stamani, mentre una signora bionda, non più giovane, al braccio di un’altra che poteva essere forse la figlia, mi ha attraversato la strada intanto che tornavo a casa in macchina. É lei, mi sono detta, quella che ” faceva la vita “. )