Vedo gente, faccio cose

Le strade di Natale, si sa, sono piene di gente – per non parlare dei supermercati, ma di quelli ve ne ho già parlato a iosa in altri momenti. Qualche giorno fa – vigilia di Natale oppure antivigilia, non ricordo bene… i ricordi ad una certa età si fanno confusi 😉 – camminavo per strada, presa dal ruolo di vivandiera natalesca, quando mi sono bloccata per un momento a guardare stupita  due persone in avanti con gli anni. Andavano senza una meta precisa, facevano evidentemente una passeggiata sul corso,  la donna a braccetto di suo marito, il compagno di una vita. Lui impettito, preso dal ruolo di accompagnatore, vestito con gli “ abiti buoni “ della domenica, una camicia bianca con la cravatta scura, il cappotto nuovo, le scarpe tirate a lucido. Lei, non da meno, indossava un capo con il collo di pelliccia e la borsetta al gomito. Così distinti, così distanti dagli standard abituali che vedono anche le persone anziane essere sempre più sciatte e meno curate nell’aspetto. Ho pensato che bisognerebbe ripristinare per legge la cura per se stessi, come forma di abitudine mentale.

In fondo il Natale cos’è? *

Lorenzo Lotto - Adorazione dei pastoriEcco metti il Natale, come ogni anno di questi tempi. L’hai considerato? Riesci a capire cos’è? Per accettazione, quasi sempre, per consuetudine, sempre, decliniamo un evento accaduto lontano da noi nel tempo e nello spazio con tutti i possibili sentimenti, chi ama il Natale e chi non, chi ama a Natale e chi non, e non solo a Natale. Faccio parte dei non amanti, il tempo non ha smussato gli spigoli, magari ne ha aggiunti. Mi sono risparmiata una settimana di “ passione “ natalizia per un anticipo di influenza che mi ha tenuta a casa tutto il tempo. Ho evitato un “ open day natalizio “ scolastico, ho evitato colleghe stizzose, ragazzi vocianti, mercatino solidale e, tutto sommato, decente. Ho letto “ Natale è quel periodo dell’anno in cui ti ricordi di avere parenti che pensavi fossero stati rapiti dagli alieni “. I parenti a Natale. I parenti, mioddio. A Natale, i parenti. Inevitabili come il Natale stesso, come gli acquisti di Natale, come le luci di Natale, come gli alberi di Natale, come lo spirito del Natale, come il Natale passato e il Natale che sarà. Ho capito cos’è, il Natale. La litania del mio umore che diventa di vetro e snocciola piccoli pezzi di ghiacciato fastidio, frammenti che cadono solo dentro di me, perché fuori vesto i panni del Natale e dispenso auguri e sorrisi. In fondo il Natale cos’è, se non augurare bene e serenità e felicità(?) che vorresti costante, che immagini costante. L’augurio resta costante e immutato negli anni, ma il bene e la serenità e la felicità quasi mai, forse sprazzi così, di tanto in tanto, piccoli momenti in un immenso tempo lungo fatto di affanni e pensieri e fatica di vivere. Ma non sono qui a vendere la pelle del Natale, sono qui a immaginare il tempo in cui ci sarà anche una resa. La mia. Mi arrenderò al Natale, perché in fondo ho imparato a conoscerlo. Da molto vecchia mi dirò che è un giorno che inizia e termina, come gli altri. Con molto colore e l’albero e il presepe.

( Come sempre sono riuscita ad essere più scorbutica di uno Sgrooge. Anche quest’anno. Però vi auguro davvero tutto quello che avete in mente da sempre e, soprattutto, vi auguro che tutto ciò abbia, prima o poi, un aspetto reale e pratico. Vi lascio un bambinello fuori dell’ordinario, un piccolo Gesù che gioca con una pecorella. Mi è sembrata una bella immagine. Buon Natale!

*Pubblicato un altro Natale fa, mi sembra ancora attuale e lo ripropongo.

Xmas blues

natale bluesSe avessi la capacità di scrivere una canzone, quella di Natale avrebbe le note scure di un blues. Come tutti gli anni in questo periodo  io falling in blues, appunto, come ben sanno gli habitué di questa casa virtuale. Fronteggio i panettoni al supermercato, il primo albeggiare di luci, decori, finta neve, renne e Babbi, i centometristi del regalo ad oltranza con un sano e pragmatico rifiuto del Natale stesso. Sul lettino di uno strizza cervelli alla domanda: perché? è probabile che possa venirmi spontaneo rispondere: perché no? Le luci, le atmosfere, l’affannarsi all’acquisto hanno quella patina di abbagliante che tanto assomiglia alle lucine di Natale, proprio quelle, ammiccanti nel buio, ma che al mattino mostrano tutto il filo verde di plastica che le sorregge nel percorso a spirale intorno al finto abete… ops, all’abete ecologico. Tutto così, finzione fino a santo Stefano. E nei giorni che precedono il clou dell’evento degli eventi ti ricordi ad un tratto che andar per la spesa quotidiana diventa una impresa di Giobbe, costretta tra le mille terribili vecchine carrello munite che si aggirano stupite tra montagne di panettoni in offerte speciale, incapaci di scegliere tra quello ricoperto di glassa mandorlata oppure quell’altro disseminato come un campo minato di appiccicoso cioccolato fuso. E così nella staticità delle scelte altrui che a volte rasentano Guiness dei primati, tu sempre di fretta maturi propositi di fuga al Polo Nord dove, al cospetto del titolare, sapresti come fare a convincerlo ad andare in pensione, considerando che ad occhio e croce l’età della ragione deve averla raggiunta da un pezzo. Insomma aspetto con ansia il post, visto che il pre mi bluesizza non poco!

E dentro, nevica!

nevePuntuale come ogni anno la forfora… pardon, la neve, ha ripreso a nevicare all’interno del blog, giusto per ricordarmi che tra una manciata di giorni siamo a Natale, con tutto quello che ne consegue – ah sì è vero, posso eliminare l’impiccio visivo, ma ho dimenticato come si fa quindi me la tengo, la forfora…sì, la neve! Giusto per non ripetermi potrei elencarvi una serie di articoli precedenti che hanno imperversato in lungo e in largo a proposito del Natale e delle sue conseguenze sul mio umore, ma tant’è, cliccando sugli archivi le geremiadi sono bell’e pronte e a portata di lettura. Però, proprio qualche giorno fa, parlando con il figlio più piccolo, facevo una rassegna pseudo psicologica sulle possibili motivazioni valide a giustificare la mia avversione verso il Natale. Dev’essere iniziata presto, quando il Natale casalingo era sempre attraversato da un vento lieve di malinconia dovuto a mia madre che, lontana dalla casa paterna dove il Natale si festeggiava tra tanti, zie, cugini, nonni, qui si ritrovava senza il supporto chiassoso di famiglie allargate a dismisura. Ed erano sempre Natali minimalisti, i nostri, fatti di piccole cose, rami di abete decorati da agrumi odorosi e aranciati, regali quasi inesistenti e tutti utili, dei calzettoni di lana gialli come mandarini, un piccolo cerbiatto di peluche con un meccanismo a molla che gli faceva vorticare la piccola coda e muovere ritmicamente il capo da un lato e l’altro.  Solo più tardi, tantissimi anni dopo, il dono ambito fu un bambolotto della dimensione di un bambino vero, poi ” seviziato ” da un vendicativo fratello più piccolo che in mancanza di meglio da fare tagliò le labbra al povero bambino! Unica concessione al ricordo, per mia madre, e forse al rimpianto, erano quei dolci fritti e passati nel miele e nelle codette colorate che venivano conservati in ” conchette ” di creta marezzata di verde e bianco, spesso coperti e messi a domicilio su un armadio, per via delle dimensioni davvero fuori misura del contenitore. Forse quelli dell’elaborazione dei dolci, erano gli unici momenti di ” festa ” personale, il momento in cui molto dopo fui coinvolta anch’io, le uniche due in casa in possesso della magia del fare odore di vaniglia e cannella, del passare piccole rose di pasta fritta nell’asprezza ubriaca e consistente del vino cotto. E adesso che il tempo è passato e la malinconia, anche quella, è passata di mano, come un testimone in una gara a staffetta, il vento è, a volte, una vera bufera che impera e si accompagna alla neve che dentro cade.

In fondo il Natale cos’è?

Lorenzo Lotto - Adorazione dei pastoriEcco metti il Natale, come ogni anno di questi tempi. L’hai considerato? Riesci a capire cos’è? Per accettazione, quasi sempre, per consuetudine, sempre, decliniamo un evento accaduto lontano da noi nel tempo e nello spazio con tutti i possibili sentimenti, chi ama il Natale e chi non, chi ama a Natale e chi non, e non solo a Natale. Faccio parte dei non amanti, il tempo non ha smussato gli spigoli, magari ne ha aggiunti. Mi sono risparmiata una settimana di “ passione “ natalizia per un anticipo di influenza che mi ha tenuta a casa tutto il tempo. Ho evitato un “ open day natalizio “ scolastico, ho evitato colleghe stizzose, ragazzi vocianti, mercatino solidale e, tutto sommato, decente. Ho letto “ Natale è quel periodo dell’anno in cui ti ricordi di avere parenti che pensavi fossero stati rapiti dagli alieni “. I parenti a Natale. I parenti, mioddio. A Natale, i parenti. Inevitabili come il Natale stesso, come gli acquisti di Natale, come le luci di Natale, come gli alberi di Natale, come lo spirito del Natale, come il Natale passato e il Natale che sarà. Ho capito cos’è, il Natale. La litania del mio umore che diventa di vetro e snocciola piccoli pezzi di ghiacciato fastidio, frammenti che cadono solo dentro di me, perché fuori vesto i panni del Natale e dispenso auguri e sorrisi. In fondo il Natale cos’è, se non augurare bene e serenità e felicità(?) che vorresti costante, che immagini costante. L’augurio resta costante e immutato negli anni, ma il bene e la serenità e la felicità quasi mai, forse sprazzi così, di tanto in tanto, piccoli momenti in un immenso tempo lungo fatto di affanni e pensieri e fatica di vivere. Ma non sono qui a vendere la pelle del Natale, sono qui a immaginare il tempo in cui ci sarà anche una resa. La mia. Mi arrenderò al Natale, perché in fondo ho imparato a conoscerlo. Da molto vecchia mi dirò che è un giorno che inizia e termina, come gli altri. Con molto colore e l’albero e il presepe.

( Come sempre sono riuscita ad essere più scorbutica di uno Sgrooge. Anche quest’anno. Però vi auguro davvero tutto quello che avete in mente da sempre e, soprattutto, vi auguro che tutto ciò abbia, prima o poi, un aspetto reale e pratico. Vi lascio un bambinello fuori dell’ordinario, un piccolo Gesù che gioca con una pecorella. Mi è sembrata una bella immagine. Buon Natale! )

Le donne della mia vita

harem-suare_144580A. dolce e affettuosa amica, mi ha regalato per Natale Rosso Istanbul  di Ferzan Ozpetek, un romanzo che ha il sapore dell’autobiografia senza esserlo. Il libro, in terza pagina, riporta un aforisma tratto da Harem Suarè, il secondo film del regista. Dice:

Non dimenticate mai che la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.

Se penso al racconto di una vita, una qualsiasi, mi vengono in mente solo donne: mia madre, le sue sorelle, la nonna materna, alcune zie. Avevano il dono del racconto – quelle ancora in vita continuano a raccontare – e sapevano affascinare con parole semplici. Il racconto degli sbagli, dei dolori e della morte diventava, nel loro dire, una favola a volte amara, sempre piena di compassione verso chi aveva sbagliato, una tolleranza affettuosa che aveva radici nel quotidiano superare gli ostacoli, nella caparbia volontà di farcela, nonostante tutto. Ogni banale evento famigliare assumeva il tono e il colore di una saga d’altri tempi, dove i nomi e le appartenenze a questa o a quella famiglia rimanevano impressi nella mia memoria di bambina per l’uso di denominare con soprannomi curiosi, dall’origine sconosciuta, uomini burberi, altre donne invise, accostando al loro aspetto nomignoli buffi che facevano pensare ad un aperto dileggio, ma che in fondo servivano solo all’utilità del raccontare. Raccontavano per il gusto di farlo, senza essere consapevoli per le emozioni che riuscivano a suscitare con il loro dire, per le immagini che riuscivano ad evocare nella mente di chi sentiva. Da loro ho imparato l’arte dell’ascoltare e soprattutto il gusto del raccontare. Per quanto ordinarie tutte le vite andrebbero raccontate; mi piacerebbe un giorno scrivere di loro, perché non si perdano le loro tracce e la loro storia.

Natale è un altro giorno, si vedrà…

merry christmasI figli… se non ci fossero bisognerebbe inventarli! Il figlio piccolo oggi mi fa: Ro’ guarda questo! e mi passa la tavoletta connessa su You Tube. Il video in questione è quello che ora, probabilmente, state vedendo anche voi; abbiamo riso insieme per tutta la sua durata. I figli sono anche questo. La condivisione delle sciocchezze riescono a renderti meno antipatico il Natale, riesci a pensare ad una specie di pacificazione verso questa festa avversata con gente impazzita o che impazzisce proprio perché è Natale. Ma sopravviverò anche stavolta, ne sono certa; mi basterà pensare che tutto sommato è un altro giorno. A voi pellegrini dell’etere i miei auguri felici affinché il vostro Natale non si trasformi in un incubo culinario oppure in un insopportabile evento famigliare. Auguri sempre e comunque chè gli auguri, si sa, fanno sempre bene. Buon Natale!

Natale fatto a mano

natale ornitologicoQualche giorno fa leggevo una considerazione di Chit. Si chiedeva, il buon Claudio, per quale ragione coloro che non credono nel Natale, fossero così ipocriti da dispensare ugualmente auguri a destra e a manca. Lì per lì gli ho risposto che, sicuramente, il gesto è dettato dalla ” necessità ” di non passare per ” cafuncelli di muntagna ” 😀 ; pensandoci, adesso, mi viene in mente che l’atto di rivolgere degli auguri, di qualsiasi genere siano, è sempre un gesto propiziatorio, che serve ad incrementare nella persona che ti fronteggia l’idea o l’impressione che tutto possa essere facile e semplice, una specie di antica magia, un rituale che si perpetua da sempre. Fate conto che in questo momento possa incontrare ognuno di voi: vi direi ” Buon Natale! ” se ne avete voglia e ci credete, ma anche: Auguri ché tutto possa essere tranquillo, in questi giorni a casa. Che non ci siano screzi o litigi, che abbiate intorno l’affetto dei vostri cari, l’amicizia delle persone che conoscete con le quali condividete le ore di lavoro e quelle di svago. Auguri affinché il cenone di stasera non vi faccia ingrassare di un solo grammo e, se lo avete cucinato, che i vostri commensali siano soddisfatti perché di rimborsarli non c’è proprio maniera – co’ ‘sti chiar di luna! 😀 Auguri perché tutti i vostri affanni siano dimenticati e se proprio non è possibile, in pausa almeno per due giorni. Auguri ché il viaggio che vi siete regalati non sia funestato dal cattivo tempo e, se siete in montagna, che possa nevicare come si deve, altrimenti che Natale è? 😀 Auguri ai bimbi, ai vostri figli, che possano credere ancora in quella magia fatta di rosso e di ” OH OH “! 😀 E ancora auguri ai figli più grandi, in modo particolare a Bab, – se le diciamo forte ” AUGURI! ” tutti insieme, la magia si avvera e il tempo da passare in ospedale si accorcia e svanisce! 😀 Auguri dunque, e che i miei auguri di un Natale fatto a mano vi sia propizio. Perché fatto a mano? Come credete abbia fatto l’uccellaccio che segue? 😀 

 

Il sale della vita

il sale della vitaItaliano mi ha regalato un piccolo libro per Natale – anch’io gliene ho regalato uno, che aveva già letto, sicché ne ho ordinato un altro, ma arriverà post Natale… cose che capitano. Il libro che Italiano ha scelto per me, non mi era neppure noto. Probabilmente non avrebbe costituito motivo d’interesse neppure per lui se non per il fatto che Italiano è un assiduo lettore delle pagine letterarie di Liberazione e dell’Unità. Il libro era stato recensito o dall’uno o dall’altro giornale, non so, pertanto degno di attenzione – poiché quello che si recensisce colà è motivo di interesse per Italiano… questa è cattiveria, ma grosso modo è così! 😀 Insomma il libro è stato scritto da una africanista, Françoise Héritier, allieva di Lévi -Strauss – ehi, non quello dei jeans 😀  bensì l’antropologo di ” Tristi Tropici “. 

«Ci sono momenti di leggerezza e di grazia nella nostra esistenza, al di là delle occupazioni, al di là dei sentimenti forti, al di là degli impegni, piccole cose che tutti possiamo gustare: è il sale della vita… mi vengono alla mente foto di film, emozioni o rappresentazioni del passato che si rapportano a quello che ho appena visto. Le vacanze, i libri, gli amici, un pranzo in riva al mare, la maionese fatta in casa, un film con Audrey Hepburn, la tromba di Chet Baker, un caffè al sole, le dune di Dakar, una foto in bianco e nero di tanto tempo fa, una serata speciale sotto la pioggia sottile di Parigi… Si tratta di un’esperienza allo stesso tempo simile e diversa per tutti»

L’idea di scrivere questo lungo elenco di vita, nasce dall’aver ricevuto una cartolina dall’isola di Skye dal dottore che l’ha in cura. Nel saluto che l’uomo scrive parla di una “settimana rubata”.

«Questa parola,“rubata”, mi ha letteralmente bloccato il cuore. Ho cominciato a pensare come quest’uomo che ha consacrato tutta la vita alla ricerca e agli altri potesse pensare che una settimana di vacanza fosse una settimana “rubata”. Se considerate il vostro tempo come rubato da qualcuno non potete apprezzare più niente della vita. Non potete più apprezzare quelle cose che danno il sale alla vita. Allora ho cominciato a contarle. Cose come l’opera, i concerti, una gita fuori porta, un museo. E mi sono resa conto che sarei potuta andare avanti a scrivere per sempre». 

Non è detto, ne ” Il sale della vita ” – questo il titolo del libro – il perché di ciò che emoziona o incanta, ma per novanta pagine vengono elencate le piccole cose, i piacere più semplici, la vita che conosciamo, quella che tutti viviamo ogni giorno. Un libro che ognuno di noi può scrivere, senza che alcun editore abbia l’idea di pubblicarlo, di sicuro, poiché nessuno di noi è professore onorario al Collège de France, ma tant’è! Nel libro ci sono: …le risate a crepapelle, le chiacchiere al telefono, le lettere scritte a mano, i pranzi in famiglia ( non tutti ) o con gli amici, la birra alla spina, il calici di vino rosso o bianco, il caffè al sole, le pennichelle all’ombra, mangiare ostriche in riva al mare o ciliegie direttamente sull’albero, arrabbiarsi, ma non sul serio… e via così. E voi, qual è il vostro sale della vita? 

Natale è sempre Natale ( pork jud! :-( )

Come la neve in Lapponia e la tramontana in Terronia, a dicembre torna il Natale… sempre! 😦  Con un che di categorico nel genere e un che di fastidioso nel numero, Natale ingenera una morfologia dicembrina nel collega di Italiano, che in ogni periodo avventizio – l’aggettivo fa riferimento all’Avvento, non alla provvisorietà, poiché il Natale tutto è fuorché provvisorio – sfodera immancabilmente la sua vena tematica e propone, da tempi immemori, sempre la stessa fotocopia di una vignetta di Altan – dove il solito personaggio, nasone e panzone, fa una sarcastica e amara considerazione sul Natale. Mò, dico io, se proprio devi avere a che fare con il Natale che sia zuccheroso e caramelloso come conviene! Invece eccolo lì ieri mattina, dare la fotocopia ad un ” ripetitore ” – per tacitarlo e mantenerlo calmo per un lasso di tempo relativo… tecnica subliminale che richiederebbe generose e costanti applicazioni quotidiane! 🙂 – e chiedergli di colorare in rosso l’abito del nasone. Secondo voi come poteva venire una parte di fotocopia scura colorata in rosso? Per dirla alla Fantozzi: una cagata pazzesca!! –  lo dice Fantozzi non io! 😀 Presa in mano la situazione mi sono adoperata perché, per cambiare, la fotocopia avesse un aspetto più ” sano ” e meno rigoroso. A Italiano il suggerimento di smetterla con questa pessima abitudine, considerando anche il fastidio di dover spiegare, ai pulzelli, il significato della frase proferita dallo pseudo Babbo Natale! 😦  Natale, eh? :-I

altan babbo natale