Come quella volta che ci ubriacammo ( e non era neppure l’otto marzo! )

Come ogni anno, come ogni volta, come sempre in pratica, i telegiornali sciorinano tutto il repertorio relativo all’otto marzo nella giornata dell’otto marzo. Si va dall’intervista alla malmenata che ci ha messo sei anni per denunciare il mentecatto – ma quanto è difficile? – alle domande cretine alle donne in sciopero – la nonna, la figlia e la nipote in fila, tutte dalla stessa parte – fino all’elencazione di numeri che fanno veramente arrabbiare. Nella regione Lombardia,  la ” civile ” Lombardia, il novanta per cento dei medici è anti abortista, tutti obiettori di coscienza, tutti cattolici e convinti? E quando sento parlare di medici anti abortisti e di donne alle quali viene negato un diritto così elementare come quello di decidere della propria vita, mi torna in mente A. e le altre donne che ho conosciuto e che hanno deciso di non aver un figlio, in quel momento della loro vita, nel pianto, nella tristezza, ma nella determinazione di non poterlo avere. A. me lo confessò in una notte, una lunga notte di parole e bevute, che sfociarono in una solenne ubriacatura – se così si può dire di due che si ubriacarono con una mezza bottiglia di Martini bianco, uno schifo di sapore dopo! Lei lo fece rischiando di finire in carcere ” complice ” di Giorgio Conciani, il primo medico ad uscire allo scoperto, abortista e radicale, uno dei promotori storici della legge 194. In altre situazioni, con altre donne, alla disattesa applicazione della legge in ospedale seguì l’applicazione della stessa cosa in uno studio privato dietro compenso, lauto, per l’opera dell’obiettore ipocrita. E dopo così tanti anni sapere che stiamo tornando indietro di tanti, troppi anni, è qualcosa che mi fa venire voglia di urlare. Agli amministratori della sanità nella ” civile ” Lombardia, un suggerimento: assumete medici che facciano il loro dovere, solo quello, come è successo a Roma al San Camillo. Checché ne dicano la Lorenzin, la CEI , Ruini e i baciapile!

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Gastronomia mestruata

logo-inlineChe cosa siamo noi donne, verso le dodici a.m. di ogni giorno, le trasformiste della parola, le Fregoli del verbo, le saltatrici di palo in frasca? Oggi, nei pressi del bancone della gastronomia del solito supermercato. La prima sciroccata alla seconda sua sodale, dopo i convenevoli d’uso

Madonna questi non si spicciano mai! – all’indirizzo dei poverini dietro il banco alle prese del taglio di culatelli, mortadelle, formaggi filati, porchetta d’Ariccia e via elencando – A quest’ora dovremmo essere a casa a cucinare e invece stiamo tutte qua in attesa… stamattina sono uscita per accompagnare mia figlia a scuola, sai è in prima media! – la Spalla annuisce con l’aria di dire E chi te l’ha chiesto! – la prima continua ammiccante E a quest’ora non sono ancora rientrata a casa! – Signora si trovi un alibi e un buon avvocato, dalle 9,00 alle 12,00 può aver fatto commesso qualsiasi nefandezza! La Scappata di casa chiede alla Spalla Quanti anni ha tua figlia? Uh, undici come la mia! Ti ricordi? – la faccia della Spalla è di quelle che non ricorda – Ho anche un figlio di quindici anni, un pezzo di ragazzo.. ma tu che devi prendere?  Senza aspettare risposta Ah io faccio zucchine e speck… sai lo speck devi tagliarlo a striscioline – che se la sente Cracco fa lei a striscioline! Si dice a listarelle, macaca! – e… intanto squilla il cellulare della Scappata Sì pronto, sì ti avevo chiamata perché Tizia voleva il tuo numero di telefono per... – e nel frattempo ordina – Un etto e mezzo di speck tagliato a striscioline – e dalle! – per spedirti… il tagliatore di speck si gira allarmato Dobbiamo spedire lo speck?!?  No no lo speck rimane qui – e meno male! –… si va be’ ci sentiamo nel pomeriggio. Allora ti dicevo – rivolta alla Spalla – mia figlia ha già le sue cose – le sue cose, ma si sente?!? La Spalla ad un tratto interessata Poverina! La Scappata Sì sì già in quarta aveva le tettine, ma anche mio figlio a nove anni aveva già i peli sulle gambe – oddio, avrà partorito la scimmia di Tarzan! – E la Spalla partecipe Però così presto… e tu a che età le hai avute? Io a dodici anni. Però adesso, dopo le gravidanze, mi vengono solo per un giorno… abbondanti eh, e poi basta. Ah, e il ginecologo cosa ti ha detto, inizia già la menopausa?  Mi ha salvato il numero 5 del salvacoda, perché a quel punto io e la porchetta di Ariccia avevamo già preso accordi per fuggire all’estero, pur di non sentire quale fosse la marca degli assorbenti della Scappata di casa!

Estate – gesti

trabucco-di-molinellaNon so quanto di inconsapevole e svagato ci sia in un gesto che sa di distratto ed intimo, ma viene sbandierato ai quattro mari, con puntuale e femminile quotidianità. Emergono dall’azzurro, puntellando la linea d’orizzonte del colore dei loro costumi da bagno, donne, quasi sempre di una certa età. Ancora gocciolanti portano le mani al seno e strizzano la parte superiore dell’indumento in lycra, come se l’avessero appena deterso nel lavandino di casa, strizzano per far gocciolare il liquido in eccesso, con un senso di fastidio verso l’acqua del mare che poco prima le aveva accolte. Il gesto si accompagna alle parole che rovesciano addosso all’amica che immancabilmente le accompagna, una a sorreggere l’altra con la sola presenza, ché mai e poi mai andrebbero in acqua da sole. Un gesto noncurante e poco aggraziato, ma che viene ripetuto con convinzione. La necessità del sentirsi “ a posto “ prima di tutto, come quando davanti ad uno specchio inesistente, ci si mette le mani ai capelli per sistemare il ciuffo sfuggito alla cotonatura démodé.

Raqqa viene massacrata silenziosamente

LAPIDAZIONEIl titolo, delirante e crudele, commenta il video pubblicato in queste ore sui siti web di tutto il mondo. Il filmato, girato ad Hama in Siria, mostra una donna di spalle, velata, che viene accusata di adulterio da alcuni militanti dell’Isis in compagnia di un uomo anziano sedicente padre della donna. Come è noto l’adulterio viene perseguito dai pazzi fondamentalisti islamici, applicando alla lettera la legge coranica, la Shariʿah. In pieno delirio i militanti, rivolti al padre della donna, gli dicono che questa ha peccato e che dunque deve essere punita, ma non si capisce come, si dicono disposti a perdonarla e chiedono al padre il suo giudizio a proposito. Dopo diverse sollecitazioni da parte dei barbuti il “ padre “ irremovibile decreta la morte della donna per lapidazione. Quindi lui stesso la lega e la conduce in un fosso scavato di proposito e inizia a lanciarle delle pietre seguito dagli altri. Descrivere quello che si vede fa montare una grande rabbia, guardare il video fa inorridire e rende inutile ogni possibile considerazione razionale. Che il video possa essere una “ montatura “ per mettere sull’avviso le donne sui loro doveri di donne islamiche è una possibilità che andrebbe tenuta in considerazione – altrimenti proprio non si capisce come mai i militanti, feroci in mille altre occasioni, si abbandonino ad una blanda giustizia e si disponino al perdono della donna, comunque giustiziata da un padre che figura come quello a cui preme l’onore della famiglia e tira la prima pietra. Che si vogliano dipingere meno cruenti con le loro donne, ma non troppo? Fatto sta che la regola di sangue applicata in questa situazione e in altre, a base di decapitazioni, fa di questi esseri – impossibili da definire persone – un arcaico miscuglio di estrema brutalità, di ignoranza assoluta, di barbara pazzia. Ancora una volta si mette in evidenza l’inutilità del ruolo femminile in un contesto che le vuole asservite e devote, adatte alla sola procreazione, superflue socialmente. Quale uomo ha peccato con Raqqa? Perché non viene giudicato colpevole secondo quella legge che vuole le donne adultere lapidate? Situazione estrema e terribile, ma se ci fermiamo a riflettere un momento, quante volte nel nostro comodo modo occidentale si giudica, certo in maniera più blanda e solo a parole, per fortuna, una donna “ colpevole “ di adulterio? Si è adulteri in due, fino ad essere capaci di dimostrare il contrario. E penso ancora, rabbrividendo, a quanto è stato detto non molto tempo fa sull’utilità di stabilire un dialogo con questi forsennati, poiché combattendo nei termini e con le modalità che sono sotto gli occhi del mondo intero, non fanno altro che manifestare la loro legittima protesta contro il corrotto mondo occidentale. Ma di che cosa stiamo parlando? ( cit. )

Amori tossici

picasso francoiseI palinsesti televisivi sono governati da strane regole e da strane ragioni. È casuale la scelta di relegare le trasmissioni più importanti dal punto di vista culturale in spazi risicati e orari improponibili? Penso proprio di no. Immagino che genericamente non sia la Storia quella che accade e finisce nei libri, a condizionare le scelte dei programmatori. Sono più propensa a credere che sia una storia ben più minuscola a dettare, nelle menti dei perversi, scalette mortificanti a base di ” tette&culi ” in prima serata. Ma tant’è, non sono i palinsesti ad impressionarmi. Nel pomeriggio ho dato fondo ad un programma registrato qualche notte fa. Si parlava di Picasso e della sua bulimica vita di artista e di tombeur. L’artista, artista eccezionale per creatività, ingegno, estro, prendeva vita in filmati famigliari dove era vivido e profondo lo sguardo, dove la vitalità altrimenti convogliata nelle opere, si proponeva in una dimensione più raccolta ma allo stesso tempo incredibilmente stretta per quella grandezza – per quanto lui fosse piccolo – della sua straripante fisicità. Compiaciuto del benessere poco artistico e molto borghese che la sua arte aveva saputo commutargli, Picasso esibiva moglie e figlio negli spazi del giardino di casa, delle case piene di opere, in continuo fermento, mai appagato. Così l’artista Picasso, operoso nell’arte, non inibisce la sua natura più schiettamente animale e con l’idea di avere bisogno di continui stimoli e di continue muse per ispirarsi -a mio parere una sicura e compiaciuta ” pezza a colori ” di giustifica per un comportamento altrimenti poco giustificabile – a quarantasette anni, sposato con Olga e padre di Pablo, circuisce la giovanissima diciassettenne Marie-Thérèse con la quale procrea Maya. Si separa da Olga – che cadrà in depressione e morirà decisa di mantenere il titolo di unica e sola signora Picasso – e ritiene di dover procurare a se stesso un’amante all’amante, allacciando una relazione con Dora. Dopo una manciata di anni è la volta di Françoise, ” soffiata ” all’amico Matisse. Con lei oltre a convogliare la sua arte in sculture ” ecologiche ” ante litteram, ottenute con oggetti di risulta, e ceramiche bellissime, ” produce ” due figli, Paloma e Claude, finiti anche loro come soggetti nelle opere paterne. A casa Picasso, a quel punto, si ritrova una famiglia estremamente allargata, con il figlio di primo letto, la figlia Maya che adora i fratellini, e a detta di Françoise –  anche se non presenti – la moglie e le amanti.Françoise stufa della situazione lascia un incredulo Picasso, che trova da consolarsi ormai sui settant’anni, tra le braccia di Jacqueline, che diventerà la seconda signora Picasso. La donna, molto più giovane, rimarrà con lui fino alla sua morte, avvenuta nel 1972. Jacqueline si sparerà qualche mese dopo e dopo quattro anni anche Marie-Thérèse si impiccherà. Alla fine mi sono ritrovata a considerare quanto, in termini umani, gioca a sfavore delle donne. Che cosa ha indotto le due suicide ad abbandonare l’idea di rimanere al mondo senza l’uomo Picasso –  che non avevano in ” esclusiva ” ma che dovevano comunque condividere con altre, tante troppe? Sì è vero non ha senso parlare di esclusività nei rapporti, ma questo è attaccamento morboso, è malattia. Certo l’artista era un uomo fuor dell’ordinario, un genio, ma umanissimo negli appetiti, bulimico come ho detto. Mi ha molto impressionato la morte per suicidio non di una, ma di due. Erano donne ” segnate ” dal genio? Plagiate fino a morirne? Amori unilaterali che diventano tossici. Terribile. Al di là del valore artistico delle opere dinanzi alle quali mi inchino, per il resto l’uomo Picasso mi è sembrato un tessitore di fumo.

Leone

Segugio_lepreLa foto del giovane uomo seduto era posta a vigilare il pianerottolo di mezzo della nuda scala di pietra che portava al piano di sopra. Quell’immagine un poco intimoriva anche Rosaria che ne stava lontana; quando saliva di sopra teneva giù la testa per non guardarla. Il giovane uomo era stato colto dal destino su un campo di guerra, la prima, mondiale. Nessuno aveva ritrovato il corpo e, prima disperso, poi dichiarato morto, viveva nella casa di quella sorella timorosa e memore, nel bianco e nero dell’immagine che non piaceva a nessuno. La faccia seria, il vestito buono, il giovane posava in quella foto senza un fondo. Era rappresentato in modo che sfumasse in un vago contorno, come una volta venivano raffigurati i morti, quasi che la morte regalasse ad ognuno di loro uno stato di indeterminatezza manifesta nello sfumato. Lui era il fratello più grande di quattro figli. Quello rimasto aveva beneficiato della morte del grande mancando all’appuntamento con la storia: non aveva fatto il militare, non era andato a fare la guerra successiva. Rimasto a guardia di due sorelle presto date in sposa per non incappare in fastidi, s’era sposato a sua volta con Luigina. Lui bello con gli occhi azzurri come l’acciaio, taglienti e sospettosi, teneva fede a quel nome, Leone, nell’atteggiamento e nei modi di fare – un nome strano, in verità, così dissimile da quelli usati abitualmente al paese. Faceva il massaro, mestiere che era stato della madre e del quale aveva beneficiato, come del resto, in assenza del fratello morto in guerra. Luigina, la sposa che gli aveva dato una teoria infinita di figli maschi nati morti, gli aveva poi partorito, infelicemente per lui che ci teneva, tante figlie femmine che tuttavia erano andate via presto di casa, come le sorelle cedute ad altre potestà, quando non erano neppure maggiorenni. Luigina era una sposa perfetta per lui, piccola, con le gambe arcuate da un principio di rachitismo, allegra quello sì, una sposa che non l’avrebbe mai tradito, vista la mancanza di attrattive, non come facevano quelle che lui era abituato a frequentare. Era tentato dalle altre spose, nei letti delle quali si infilava disinvoltamente in mancanza dei legittimi proprietari, andati in guerra, la seconda, mondiale, la stessa che lui aveva scampato grazie al fratello morto. E così in un tutto quel traffichìo continuo anche Luigina aveva saputo che la caccia alle lepri non era l’unico diversivo alla vita di famiglia nel piccolo paese, ma c’erano anche altre lepri con meno pelliccia, ma sicuramente più disponibili a lasciarsi catturare. Leone le coglieva a volte nei campi, dove andava a vigilare che il lavoro fosse fatto per il meglio. In quelle occasioni sentiva forte il diritto di usare la terra, le bestie e le persone a suo piacimento, più e meglio di quel padrone che viveva a Roma e che, se tutto fosse andato bene, avrebbe rivisto a fine della guerra. All’inizio le comari furono discrete nel riferire le attività nei campi. Andarono a casa di Rosaria la sorella di Leone, maritata per prima poiché era la più grande, la custode della memoria del fratello morto.  Così, così, così, dissero quelle con dovizia di particolari e di nomi. Ma Rosaria non si scompose e alzando le spalle disse loro, Uomo è! Le comari andarono via sapendo che l’ambasciata sarebbe comunque arrivata alla destinataria. Così fu che Rosaria salì l’altra scala di pietra che separava le due case, la sua e quella del fratello rimasto, pensando al possibile destino di Leone  scampato è vero alla guerra, ma probabile candidato a morire di morte violenta per mano di qualche soldato in licenza, marito di una sciagurata e occasionale lepre da campo. Luigina pianse la sua sorte e quella delle sue figlie tutte femmine. Neanche un maschio a difenderla e senza fratelli per affrontare il suo bel marito sciagurato. Gridò contro Rosaria, le rinfacciò che il vizio del tradimento era, evidentemente, un vizio di famiglia in considerazione del fatto che anche l’altra sorella, la più piccola, appena il marito era emigrato in Argentina, aveva pensato bene di ” farsi rifare ” la vita, entrando a servizio in casa di un ricco notabile del paese. A sua discolpa c’era da dire che il marito emigrato era sparito nel nulla e che il notabile era un giovanottino di primo pelo che le era poi rimasto fedele, facendole fare un mucchio di figli, oltre coloro che il marito argentino le aveva lasciato in casa, bocche da uccellini da sfamare. Però sempre tradimento era!, pensava e diceva Luigina. Ma Rosaria aveva argomenti validissimi da contrapporre alla furia di quella cognata così piccola e sgraziata, poverina. Le disse che Leone era un uomo e si comportava come tale – indiscutibile e inoppugnabile argomento, in un paese dove le donne valevano quanto il due di picche. E poi dove sarebbe andata con tutte quelle figlie femmine? La puttana, alla fine, sarebbe stata lei invece delle lepri da campo. Luigina ammise e convenientemente tacque. La guerra infine finì e tornarono gli uomini. Qualcuno fu messo sull’avviso da qualche compare – tra i fumi dell’alcol all’osteria, si parla e si sparla. Ci furono lepri bastonate e altre ignorate. Alla fine tutto tornò ad essere come era sempre stato, in cambio di cibo per sfamare anche gli uomini tornati dall’orrore della guerra, la seconda, mondiale, che Leone aveva scampato, le lepri si facevano catturare nel cavo di un ulivo secolare oppure a ridosso di un casolare, tra il frinire delle cicale e il caldo bollente dell’estate.  E quei figli maschi che Luigina non aveva saputo fare, erano le lepri che li partorivano tra i dolori, soddisfatte di avere la testimonianza di quegli occhi azzurri come acciaio, occhi vogliosi all’occorrenza, sotto gli occhi, tutti i giorni, a ricordar loro l’estate e la gola riarsa dalla voglia. Così Leone passò con possanza una buona parte della sua vita con Luigina sempre al suo fianco. Quando i capelli castani cominciarono ad imbiancare Leone si invaghì di una donna molto giovane, forse l’unica che gli avesse fatto perdere la testa davvero. Le affittò una casa in paese a due passi dalla casa dove viveva sua moglie; con il tempo e gli acciacchi, però, non fu più in grado di spostarsi agevolmente come prima e chiese all’altra di abitare con lui la casa di Luigina. Arrivò gravida di otto mesi, salendo le scale a fatica. Come sempre la moglie convenientemente tacque. Dove sarebbe andata a finire ora che, anziana, aveva guadagnato anche il disprezzo delle figlie? Finì per affezionarsi a quella disgraziata che le aveva occupato la casa e che aveva anche lei avuto la sfortuna di mettere al mondo una lepre con gli occhi azzurri, come il padre massaro. Morì di crepacuore per quello che la sorte le aveva ricamato come sudario. L’altra la compose sul letto di morte e pianse per il suo destino di donna mai amata. Una mattina di agosto, con le cicale che facevano rumore come in quelle giornate in cui andava a caccia di lepri, Leone ebbe un infarto. Tentando di sorreggersi ad una mensola, fece cadere la foto della moglie morta, sfumata anche lei nell’indeterminatezza di uno sfondo inesistente, come quel giovane cognato che non aveva mai conosciuto se non in fotografia, la foto di un morto. Tra i vetri aguzzi Luigina sorrideva mesta, come aveva sempre fatto. Un lamento flebile uscì dal petto di Leone trafitto da dolori lancinanti. Il rumore richiamò anche l’altra che stava impastando il pane. Lei guardò l’uomo in terra tra i vetri della foto, con indifferenza; guardò Luigina persa nel vago dello sfumato e le sorrise. Poi si pulì le mani al grembiule che le cingeva i fianchi, lo slacciò, si ravvivò i capelli e uscì di casa.

Sul finire di un altro otto marzo

MondrianL_sstGr_ssenStamattina. C’era questa signorina – Signora? le ho detto. Ma lei con un vezzo tutto femminile, mi ha risposto, celando le labbra dietro una mano: Signorina. Sono ancora come mamma mi ha fatta e ho ottant’anni. Poi ha aggiunto: Ma siamo tutte signore, dopo una certa età, no? Non so se siamo generalmente signore, ma certamente siamo donne, stamattina alle prese ognuna con le sue misure della spesa quotidiana, l’acquisto del cibo per sfamare noi stesse, i nostri cari, figli , mariti, compagni. Ogni giorno, a volte più volte al giorno. Che ci si dimentica come può essere noioso il dover pensare a cosa acquistare, in prospettiva del pranzo o della cena, si dimentica perché impegnate in mille altri pensieri. Chiodo schiaccia chiodo, pensieri che si sovrappongono a comporre uno strano mosaico mentale. Noi donne abbiamo in testa un quadro di Mondrian, certe volte. E ancora non smetteva di parlare, la signorina, piccola e piena di vita. Una donna che ha iniziato a lavorare a dieci anni, una donna che ha lavorato e adesso bada a se stessa. Che ci si dimentica a volte come sia noioso il dover lavorare e non solo quel lavoro che si svolge fuori di casa, quando si è fortunate ad averlo un lavoro fuori di casa, piuttosto quella ripetizione di gesti domestici, il lavorio delle mani, delle gambe, del corpo che strofina, lava, pulisce, rassetta, cucina. Poco più in là una donna, un’altra tra le tante, con un bimbo piccino nel passeggino e un altro nel ventre, il viso stanco e tirato ma presente a formare un insieme di donne, con uomini e figli, compagni buoni o cattivi, violenti o amorevoli. Donne. In una mattina dell’otto marzo, così come sono state oggi, uguali a se stesse ieri e come lo saranno domani. Fuori di retorica, solo donne.