Piccole donne

Millet, Jean Francois (1814-1875): The Gleaners Paris Musee d’Orsay *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Le donne che sono state, nella mia famiglia, parte attiva di un mondo che non è fatto di sola casalinghitudine, sono il mio continuo monito, esempio lineare di comportamento. Nonna Rosaria, madre massima, donna di tantissimo carattere e di decisioni estreme e irreversibili, sposò giovanissima un orfano, altrettanto giovane e soprovveduto, che le fece fare dieci figli. Figli non tutti maschi, figlie anche, da sorvegliare e da sistemare in maniera adeguata. Il marito, mio nonno, partì per la guerra d’Africa, e lei che di figli aveva esperienza cominciò ad aiutare altre donne a partorire, si proclamò ostetrica pur non avendone titoli, ma per competenza. Fece da balia a tanti bambini del paese, fece la contadina aiutando sua madre, la bisnonna, che era esperta e pratica di mezzadria e comandava su uno stuolo di aiutanti, mestiere che praticò in mancanza d’uomini tutti impegnati nella “ sacralità “ di una guerra che ne lasciò parecchi morti o dispersi. Le figlie di Rosaria, mia madre e le sue sorelle, non ebbero modo mai di oziare in casa, che nella casa di mia nonna c’era sempre uno stuolo di bambini più piccoli da accudire, un terreno da andare a spigolare, un orto da zappare, una tela da tessere o ricamare – quest’ultime attività erano state il grande “ privilegio “ concesso a mia madre, di costituzione “ delicata “, inadatta alla vita dei campi come la sorella più grande. Mia madre sposò un uomo che venne da lontano, almeno per la misura del tempo, mio padre. Insieme si “ inventarono “ un mestiere, un commercio, affidato ad una ragazza di paese che non sapeva nulla del mondo, che praticò per tutta la vita con l’indole della ribelle, con interesse e passione e curiosità. Quando lasciò il suo lavoro costretta  dalla circostanza della sua malattia, quando fu obbligata a non essere parte attiva di quel mondo che aveva creato dal nulla, cominciò a morire disperandosi per non poter più essere la donna che era stata. Intorno a me ho sempre avuto loro, la mia fonte inesauribile di esempi concreti. Non ho mai pensato a me stessa come ad una persona che doveva dipendere da qualcuno, uomo padre o marito che fosse. Da piccola vedevo mia madre lavorare e provvedere in ugual misura a tutti noi in famiglia, mille cose da fare tutti i giorni, e mi “ faceva strano “ veder passare per strada l’amico di mio padre che invece, con una moglie casalinga, si recava a fare la spesa disponendo dei mezzi economici adeguati per farlo, ma impedendo di fatto che fosse la moglie a decidere gli acquisti da fare, il cibo da mangiare, una sudditanza dettata solo dalla dipendenza economica e sociale, dalla mancata emancipazione di una persona nata  “ disgraziatamente  “ femmina in un mondo volto al maschile. Pensavo a tutte le donne che ho amato, a tutte le donne che avrebbero voluto costrette e limitate e invece, per una serie di circostanze non lo sono mai state. Pensavo a questo disgraziatissimo reflusso di idee, del ritorno al mondo di una mentalità gretta che vuole le donne sottomesse a ruoli di comprimarie, del voler ad ogni costo reprimere e soffocare ogni indipendenza femminile da parte di maschi che hanno disprezzo per le loro compagne, che ripetutamente violentano in mille modi, che ripetutamente uccidono. Pensavo a quante donne non credono in quello che sono e in quello che fanno o che tentano ogni giorno di fare, perchè c’è qualcuno che dice loro che se sono state violentate è da verificare se non si tratta di un fenomeno di isterismo, che il loro ruolo sociale è quello di procreare a tutti i costi e se chiedono tutela politica perchè un maschio, di cui si sono fidate, le ha sbeffeggiate pubblicamente mettendo in piazza i loro affari privati,  be’ cosa vogliono, se la sono cercata. A questi pensieri mi dico, allora, fortunata.  Fortunata dell’essere nata da una generazione di piccole donne forti, fortunata dell’essere quella che sono, la nipote di Rosaria, la figlia di mia madre.

Il comune senso della bellezza ovvero se sei brutta non ti stuprano!

Abbiamo disimparato a stupirci, ormai da tempo, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che concorre a renderci consapevoli che c’è sempre da mettere in conto la variabile umana. I fatti: si celebra un processo per stupro,  qualche anno fa nelle Marche. La vittima una ragazza peruviana,  la parte avversa due connazionali il primo coinvolto di fatto, l’altro il palo. Condannati entrambi a qualche anno di prigione, si appellano alla sentenza. I tre magistrati       “ donne “ decidono che non c’è stato stupro perchè la vittima è troppo brutta e mascolina per non essere stata consenziente ad un rapporto sessuale con lo stupratore. La “ brutta “ decide di andare in cassazione e lì si accorgono che le tre magistrate devono aver creduto di partecipare ad un concorso di bellezza piuttosto che ad un processo per stupro. Viene dunque da porsi una sola domanda, perchè? Perchè tre donne che dovrebbero tutelare un’altra donna prima di ogni altra considerazione, decidono invece di denigrarla? Forse convinte dell’essere investite dal ruolo di magistrate “ dure e pure “ decidono di far trionfare una giustizia di stampo maschilista? Oppure a vario titolo imparentate con i condannati decidono di graziarli? – perchè solo una mamma, una zia e una sorella potrebbero essere in grado di giustificare l’ingiustificabile con un “ tanto è brutta! “! La mente dell’uomo è assai complessa e tortuosa nei ragionamenti, quella della donna evidentemente di più. Non c’è da indirizzare che un solo pensiero alle tre delle Marche, vergognatevi!

Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio!

Adele Faccio ed Emma Bonino – manifestazione degli anni 70 del Novecento.

Le ragazze che andavano in sposa nell’Ottocento avevano come monito assoluto, sulle camicie della prima notte di nozze ricamato tutto intorno al pertugio praticato ad arte, quello che per gli uomini che le avevano sposate  era una “ garanzia “, per le ragazze stesse il divieto di pensare a sė come corpo in senso stretto. “ Non lo fo per piacer mio “ serviva ad annullare ogni possibile pensiero carnale, semmai ci fosse stato, e quel “ ma per dare un figlio a Dio “ la certezza per gli uomini di continuare la stirpe, una discendenza terrena fatta di figli maschi, se possibile, da pretendere sempre. Dunque erano gli uomini a disporre dei corpi femminili, le donne concorrevano ad assecondare qualcosa che era ritenuto proprietà esclusiva dei padri prima, dei mariti dopo. Passaggi di consegna di una “ femmina “, capretti da portare al macello per un rituale arcaico, una festa pagana per celebrare il “ dio maschio “. È passato del tempo, le donne hanno capito molto, hanno fatto tanto per se stesse, ma è cambiato sostanzialmente qualcosa? Se decido di piantare un uomo, compagno o marito che sia, per incompatibilità di carattere, perchè è un uomo violento, perchè mi sono innamorata di un altro uomo, devo aspettarmi di morire per questo? Succede che ci siano “ buone “ possibilità che finisca di vivere per mano “ amica “ perchè da donna non posso decidere di me stessa, perchè non posso essere autodeterminata nella scelta di stare lontana da quell’uomo che mi professa amore eterno e mi uccide. E mi uccidono due volte quando una sentenza della corte d’appello diminuisce la condanna, in termini di pena detentiva, per una “ tempesta emotiva “ dell’uomo che, dopo appena un mese di conoscenza, pretendeva di avere su di me, sul mio corpo, potere assoluto. Succede che se decido di non portare a termine una gravidanza, perchè magari frutto di una violenza carnale o comunque perchè non è quello il momento in cui desidero essere madre, negli ospedali ai quali mi rivolgo ci sono medici maschi obiettori di coscienza, e dunque padroni di decidere che io, quel grumo nel mio grembo, devo farlo diventare un bambino non voluto, non amato perchè non desiderato. Il non essere madre mi trasformerà in una reietta, in una persona non degna di considerazione, perchè sono stata io a decidere di me stessa. Per contro se è un maschio a costringermi all’aborto è accettabile il suo punto di vista, condivisibile da qualsiasi altro maschio. Se sono nata in un paese africano o del medio oriente, il mio destino sarà quello di una donna mutilata, i miei genitali ricuciti, evirati, ridotti,  per rendermi “ controllabile “ sessualmente. Esempi limite? Non direi, basta guardarsi intorno, basta leggere la cronaca quotidiana. Il diritto e la libertà di scegliere in autonomia tutto quanto riguarda il proprio corpo è un diritto fondamentale e inalienabile, che qualsiasi essere umano dovrebbe avere. Autogovernare se stesse, la propria persona, senza che ci siano maschi padroni, padri e mariti e compagni a decidere per te dovrebbe essere l’imperativo per tutte le donne, giovani o vecchie che siano.

Per approfondire:

La battaglia tutta al femminile per la body autonomy non smette di dividere (anche sui social)

Why body autonomy is The future of feminism 

Uomini du du du ( seconda parte )

 

 

 

 

 

Cartella “ Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi “ – Lui è piacevole e piacente. Con una precoce ma ancora leggera eh!, tendenza a “ stare in piazza “, appesantito quanto basta per “ agguantarti meglio, piccino mio! “ è sempre a contatto con le ragazze, per mestiere. Alle stesse dispensa, con abbondanza di mezzi, il suo allure – io vorrei – dando a credere di essere interessato, ma con riserva,  come un giocatore di serie promozione in panchina – non vorrei.  In realtà l’interesse primario del nostro è quello di farsi ammirare in tutta la sua splendida e splendente e sberluccicante gloria di maschio alfa – ma se vuoi! Non è impallinare l’adorante di turno il suo fine primario, ma farsi adorare – quanto gli piace, signora mia! In fondo è un essere innocuo, se debitamente ignorato. Se si desidera conservarlo, coglierlo in un attimo di distrazione e impalmarlo; il nostro, successivamente, non se ne accorgerà neppure. In caso contrario abbandonarlo tra gli scaffali di un centro commerciale alla sezione “ profumi e balocchi “.

Sottocartella “ Mamma, solo per te la mia canzone vola “ – Quanti sono i danni che mettono a segno le genitrici? Uno su tutti, il danno primario, è quello di permettersi di coltivare, come una tenera piantina, la tendenza all’appiccicaticcio del figlio maschio prediletto, meglio se unico e solo. Dietro apparenze perfettamente normali, è quasi sempre in agguato il mammone. Costui è un essere subdolo che sa ben celare, con modi urbani e cortesie d’altri tempi, la predisposizione al confronto – mia madre è più brava di te, mia madre è più capace di te, mia madre eccetera eccetera, fino alla fine dei giorni – vostri! Se avete in mente di intraprendere la grande avventura di alloggiarlo nella vostra vita, avete una sola possibilità, ingoiare il rospo ad ogni proclama del mammone. Eliminare la suocera non serve, si finirebbe per santificarla sull’altare del figliolo, senza neppure lo Spirito Santo. Altrimenti mandarlo immediatamente a ramengo? No, dalla mamma!

Cartella “ Mestruazioni perenni “ – Lui è un capitone arrotolato su se stesso, con la tendenza a sfuggirti di mano. Sfugge ad ogni sguardo diretto, sfugge ad ogni sollecitazione diretta, sfugge. Quando non sfugge, a testa bassa, sbraita improperi epocali con fuga sua – fisica  – immediata. La sua testa è un coacervo uterino in perenne contrazione – colpa della gastrite? delle emorroidi? delle scie chimiche? il peso delle responsabilità?  Si accettano ipotesi. Fuggire a spron battuto da un simile tifone, non prima di averlo messo in salamoia per il cenone di fine anno!

Sottocartella “ Quelli che… oh yes! “ – L’età anagrafica, quella dichiarata dalla carta d’identità, è importante. Tutto del suo aspetto ci racconta una vita che ormai ha superato il giro di boa. Tutto bene dunque? Macchè! Costui immagina d’avere grosso modo cinque anni e il rischio, serio, che vi riempia la casa di Lego, MicroMachine e altre quisquilie del genere è realmente reale! Ama vestire come un ragazzino alla prima cotta, la felpona con la scritta coatta e il jeans occhiellato, è la sua divisa d’ordinanza, lo smartphone cementato alla mano. Appartengono alla stessa categoria anche fini intellettuali, professionisti affermati, scrittori d’emblée, tutti accomunati dalla condivisione, in gruppi allargati di individui simili, della passione per il calcetto, per le “ pizzate “, per le goliardie e per se stessi. Mantenere il soggetto solo se si è realmente supportati da una incrollabile vocazione alla maternità, altrimenti desistere. Da lasciare, all’occorenza, presso il primo negozio di giocattoli, senza remore.

Che per quanto li amassi per i loro difetti
Come per i loro pregi,
I miei amici non erano che nemici sui trampoli
Con la testa fra nuvole d’astuzia!

 

Uomini, du du du ( ovvero come applicare il KonMari all’intera categoria e vivere felici )

Secondo il metodo Marie Kondo – KonMari – mettere in ordine la casa aiuta a mettere in ordine la vita. Il disordine degli oggetti è il riflesso di un certo caos interiore. Al contempo, questo labirinto esterno genera una sensazione di sconforto. Entrambi gli aspetti sono fortemente relazionati tra loro.

Oh sì sì, certo, noi ragazze siamo esseri sensibili al caos esterno e a quello interiore, amiamo ordinare. E dunque perché non mettere ordine nella nostra vita, anche, oltre che nelle nostre stanze e decidere poi che cosa tenere o cosa buttar via nel primo cassonetto sotto casa? Madamine, il catalogo è questo:

Cartella  “ Richard Gere “ – É quel lui che, vestito di tutto punto come un cameriere, smonta da una scala mobile con una rosa rossa in mano, un incantevole sorriso, e vi invita a ballare ( ma dove, per l’amor del cielo, alla Rinascente?!? ) apprezzabile tanto, non fosse altro per lo charme,  ma improbabile nella vita reale, sta bene solo ad Hollywood. Se si desidera conservarlo, masterizzarlo su un Cd e visualizzarlo a piacimento mentre si stira. Ci sono poi:

Sottocartella “ Marito Forever “ – Il soggetto tende a scrivere deliziosi bigliettini natalizi allegati ad un dono, asserisce che sarai per sempre la sua ragazza, ti regala maglioni, anche se non è più Natale, azzeccando taglia e colore, rimane in macchina con te anche se fa un freddo boia, per ascoltare quella canzone alla radio che ti ricorda la tua adolescenza. Se si desidera conservarlo cercare altrove, di questo esemplare la scrivente detiene la quota maggioritaria!

Cartella “ Tombeur seriale “ – Raramente di aspetto accettabile, il più delle volte è un individuo francamente brutto che stranamente piace. Catalogato dall’età della ragione in questa cartella, egocentrico, possiede capacità dialettiche normalmente nella media, ma in taluni casi si può registrare un’impennata verso il plagio verbale, a causa di alcune sprovvedute che lo considerano una sorta di maître à penser de noantri. All’occorenza è in grado di dispensare parole, parole, parole che tombano  – è il caso di dire – definitivamente le sventurate. Assolutamente inaffidabile, sollecita però, le stesse, con continue richieste di ogni tipo, al limite dello stolkeraggio. Ha affidato, in tempi lontani, la gestione della cosa pubblica al suo compagno di merende che sbriga le amene faccende nei bassifondi. L’errore più comune è pensare  che il tombeur sia la mente e il compagno di merende l’esecutore. Chi pensa e comanda, in realtà, è il piccoletto nello scantinato che, con la tendenza ad essere ossessivo compulsivo, detta legge in ordine ad orari, preferenze, specialità e gusti. Con la supponenza di chi crede di restare impunito a vita, tende come un sibarita antico, a creare degli harem – dieci ragazze per me posson bastare? Rifuggire dal testè descritto, come la peste. Non vale neppure il pensiero di recuperarlo, troppa fatica. Si ritiene comunque improbabile il recupero del compagno di merende presso un centro per malati mentali. Si consiglia di cambiare numero di cellulare, casa, città, nazione, paese, dopo aver abbandonato il soggetto nell’indifferenziata.

Sottocartella “ Farfallone amoroso “ – Questo lui presenta analogie con il caso precedente, senza avere però la capacità di disporre a piacimento delle malcapitate – sfigato?  Tendenzialmente verboso, millanta una comprensione del gentil sesso, ponendo se stesso come un paladino del femminismo d’antan, con parole, pensieri e opere che ha appreso grazie ad una lunga militanza politica. Signorino per indole e predisposizione mentale, sceglie le sue prede floreali tra coloro che vivono momenti di debolezza e di parziale obnubilamento. È tra le signore che il farfallone cerca conforto e comprensione, insofferente alla convivenza coatta che una unione stabile gli porterebbe in dote. Se si desidera conservarlo, neutralizzarlo con le sue stesse parole. Valutare attentamente, tuttavia,  l’ipotesi del mantenimento. Nel caso cestinarlo tra gli elementi che gli sono più affini, giornali e vecchi libri di autori impegnati.

( continua…)

L’amica geniale

Ē geniale l’amica che, al mattino e di buon’ora, ti chiama al telefono ed esordisce con un “ ti tengo poco perchè devo uscire per delle commissioni “  e poi rimane a parlare, di ogni cosa, per circa due ore, mentre il tuo “ piccolo “ ridacchia apertamente, facendo segno sull’orologio, per il tempo che passa e per quei frammenti di conversazione che gli giungono di tanto in tanto e che lo fanno divertire! Perchè due amiche che parlano al telefono hanno un linguaggio speciale, sono complici, sono parte della stessa storia, una storia lunga di tanti anni e di tanta vita vissuta insieme e dalla stessa parte. Un’amica geniale è colei che ti cambia la giornata in meglio per una semplice telefonata fatta di buon’ora.

Volevo essere un tuffatore

Contemplation ( 1903 ) particolare John William Godward

Quante volte il desiderio di essere qualcun altro vi sarà balenato in mente? Un’aspirazione legittima che non ha costi, certamente, un sognare impossibile dato che siamo quel che siamo e non c’è, nella nostra storia, neppure una fata Turchina a scombinare le carte del “ siamo così “. Ci pensavo ieri guardando una bella immagine dipinta di una donna bruna, una immagine che ho fatto mia, visto che bruna non sono e mai potrò esserlo. I miei caratteri genetici mi hanno regalato occhi chiari, pelle che tende al pallido – a volte fin troppo! Faccio la fortuna dei venditori di maquillage, specie per lo spaccio di terre coloranti. Delle donne brune mi piace la carnagione che ben si accorda con capelli che hanno sfumature dell’azzurro cupo, la voce spesso corposa, piena, sensuale. Magari non tutte le brune sono così, alcune avranno anche una voce gracchiante, simile al suono prodotto dalla puntina di un giradischi impazzito, i capelli geneticamente modificati da un pessimo parrucchiere, la faccia butterata dai pori dilatati. Ma il mio ideale rimane quello, impossibile, dell’essere una donna bruna. Il titolo? Preso a prestito da una canzone di Flavio Giurato “ volevo essere un tuffatore che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune “. Come rendere esplicito un desiderio impossibile.

Come quella volta che ci ubriacammo ( e non era neppure l’otto marzo! )

Come ogni anno, come ogni volta, come sempre in pratica, i telegiornali sciorinano tutto il repertorio relativo all’otto marzo nella giornata dell’otto marzo. Si va dall’intervista alla malmenata che ci ha messo sei anni per denunciare il mentecatto – ma quanto è difficile? – alle domande cretine alle donne in sciopero – la nonna, la figlia e la nipote in fila, tutte dalla stessa parte – fino all’elencazione di numeri che fanno veramente arrabbiare. Nella regione Lombardia,  la ” civile ” Lombardia, il novanta per cento dei medici è anti abortista, tutti obiettori di coscienza, tutti cattolici e convinti? E quando sento parlare di medici anti abortisti e di donne alle quali viene negato un diritto così elementare come quello di decidere della propria vita, mi torna in mente A. e le altre donne che ho conosciuto e che hanno deciso di non aver un figlio, in quel momento della loro vita, nel pianto, nella tristezza, ma nella determinazione di non poterlo avere. A. me lo confessò in una notte, una lunga notte di parole e bevute, che sfociarono in una solenne ubriacatura – se così si può dire di due che si ubriacarono con una mezza bottiglia di Martini bianco, uno schifo di sapore dopo! Lei lo fece rischiando di finire in carcere ” complice ” di Giorgio Conciani, il primo medico ad uscire allo scoperto, abortista e radicale, uno dei promotori storici della legge 194. In altre situazioni, con altre donne, alla disattesa applicazione della legge in ospedale seguì l’applicazione della stessa cosa in uno studio privato dietro compenso, lauto, per l’opera dell’obiettore ipocrita. E dopo così tanti anni sapere che stiamo tornando indietro di tanti, troppi anni, è qualcosa che mi fa venire voglia di urlare. Agli amministratori della sanità nella ” civile ” Lombardia, un suggerimento: assumete medici che facciano il loro dovere, solo quello, come è successo a Roma al San Camillo. Checché ne dicano la Lorenzin, la CEI , Ruini e i baciapile!

Gastronomia mestruata

logo-inlineChe cosa siamo noi donne, verso le dodici a.m. di ogni giorno, le trasformiste della parola, le Fregoli del verbo, le saltatrici di palo in frasca? Oggi, nei pressi del bancone della gastronomia del solito supermercato. La prima sciroccata alla seconda sua sodale, dopo i convenevoli d’uso

Madonna questi non si spicciano mai! – all’indirizzo dei poverini dietro il banco alle prese del taglio di culatelli, mortadelle, formaggi filati, porchetta d’Ariccia e via elencando – A quest’ora dovremmo essere a casa a cucinare e invece stiamo tutte qua in attesa… stamattina sono uscita per accompagnare mia figlia a scuola, sai è in prima media! – la Spalla annuisce con l’aria di dire E chi te l’ha chiesto! – la prima continua ammiccante E a quest’ora non sono ancora rientrata a casa! – Signora si trovi un alibi e un buon avvocato, dalle 9,00 alle 12,00 può aver fatto commesso qualsiasi nefandezza! La Scappata di casa chiede alla Spalla Quanti anni ha tua figlia? Uh, undici come la mia! Ti ricordi? – la faccia della Spalla è di quelle che non ricorda – Ho anche un figlio di quindici anni, un pezzo di ragazzo.. ma tu che devi prendere?  Senza aspettare risposta Ah io faccio zucchine e speck… sai lo speck devi tagliarlo a striscioline – che se la sente Cracco fa lei a striscioline! Si dice a listarelle, macaca! – e… intanto squilla il cellulare della Scappata Sì pronto, sì ti avevo chiamata perché Tizia voleva il tuo numero di telefono per... – e nel frattempo ordina – Un etto e mezzo di speck tagliato a striscioline – e dalle! – per spedirti… il tagliatore di speck si gira allarmato Dobbiamo spedire lo speck?!?  No no lo speck rimane qui – e meno male! –… si va be’ ci sentiamo nel pomeriggio. Allora ti dicevo – rivolta alla Spalla – mia figlia ha già le sue cose – le sue cose, ma si sente?!? La Spalla ad un tratto interessata Poverina! La Scappata Sì sì già in quarta aveva le tettine, ma anche mio figlio a nove anni aveva già i peli sulle gambe – oddio, avrà partorito la scimmia di Tarzan! – E la Spalla partecipe Però così presto… e tu a che età le hai avute? Io a dodici anni. Però adesso, dopo le gravidanze, mi vengono solo per un giorno… abbondanti eh, e poi basta. Ah, e il ginecologo cosa ti ha detto, inizia già la menopausa?  Mi ha salvato il numero 5 del salvacoda, perché a quel punto io e la porchetta di Ariccia avevamo già preso accordi per fuggire all’estero, pur di non sentire quale fosse la marca degli assorbenti della Scappata di casa!

Estate – gesti

trabucco-di-molinellaNon so quanto di inconsapevole e svagato ci sia in un gesto che sa di distratto ed intimo, ma viene sbandierato ai quattro mari, con puntuale e femminile quotidianità. Emergono dall’azzurro, puntellando la linea d’orizzonte del colore dei loro costumi da bagno, donne, quasi sempre di una certa età. Ancora gocciolanti portano le mani al seno e strizzano la parte superiore dell’indumento in lycra, come se l’avessero appena deterso nel lavandino di casa, strizzano per far gocciolare il liquido in eccesso, con un senso di fastidio verso l’acqua del mare che poco prima le aveva accolte. Il gesto si accompagna alle parole che rovesciano addosso all’amica che immancabilmente le accompagna, una a sorreggere l’altra con la sola presenza, ché mai e poi mai andrebbero in acqua da sole. Un gesto noncurante e poco aggraziato, ma che viene ripetuto con convinzione. La necessità del sentirsi “ a posto “ prima di tutto, come quando davanti ad uno specchio inesistente, ci si mette le mani ai capelli per sistemare il ciuffo sfuggito alla cotonatura démodé.