Aprile, amore(?)

meEra d’aprile. Guarda, era un giorno sicuramente più caldo di oggi – soffia dal mattino una tramontana che porta via ogni cosa, anche i pensieri, e non accenna a diminuire d’intensità. Era caldo, lo ricordo. Lo vedo da quello che indossavo, pantaloni chiari e pullover di cotone scuro a coste. É possibile aggiungere un particolare che può sembrare ininfluente, però mi interessa raccontartelo: sorridevo

“ Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi, se per caso avevo ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non guardavi ”

Sorridevo altrove, senza guardare. La prima volta che non andavo a scuola deliberatamente, non per un evento estraneo, non per una festa comandata, non c’ero andata perché era aprile e il meglio per me, quel giorno, era stare nel sole e sorridere senza guardare, stagliata nel cielo, le mani tra i capelli, felice per un giorno di vacanza inaspettato, felice per un amore che si annunciava. Era aprile, era amore(?)

Baciami adesso se vuoi

gelosia_garrel_foto3Sono giovane, oh sì, assurdamente ragazza, assurdamente stolida da pensare a te che sembri fuoriuscito da un libro sull’esistenzialismo, la barba incolta, i maglioni a collo alto e le Gauloises a portata di mano, un sorriso smozzicato e l’aria stropicciata di uno che ha vissuto, ma solo una manciata di anni più dei miei. Sei all’ultimo anno ed io al primo, stolida, – l’ho già detto? – al tuo corteggiamento tutto sguardi e poche parole, rispondo offrendoti un’esperienza che non ho e che non posso avere, perché sono una giovane, giovanissima ragazza – detto anche questo – senza ricordi che sostengano un presente nebuloso e accattivante. Così ti rispondo che sì, oh sì, sono disposta ad uscire con te, folle – a questo punto –  che non sono altro, con te che sei un perfetto sconosciuto, neanche il tempo di conoscerci meglio, esco con te e non so cosa succederà, esco con te e non so che cosa aspettarmi perché sono giovane e folle e curiosa. E preparo un’uscita che sarà fatta di poco tempo, un’uscita serale di prima sera, impensabile un altro tempo che vada oltre il consentito di una bugia – vado a studiare dalla mia amica. Così tu arrivi con un autobus e io sono lì alla fermata ad aspettarti, ad aspettare la tua meraviglia nel vedermi. È troppo piccola, non verrà, non le permetteranno d’uscire, mi dici questo mentre camminiamo appaiati nelle vie della mia città, cammino al tuo fianco e spero di essere trasparente, spero di non incontrare nessuno che mi conosca, spero e tremo al pensiero che anche gli alberi possano riconoscermi e parlare e segnare a dito la mia folle passeggiata in una sera appena iniziata, con uno sconosciuto. Così camminiamo senza meta e, ad un tratto, mi chiedi: Dove andiamo? Devo avere uno sguardo da stupida se subito dopo decidi tu dove condurmi, in un luogo che probabilmente ti è noto perché ci già sei stato con una tua fiamma occasionale, oppure con una ragazza tua pari, e non come adesso che stai per portarci una piccola e folle ragazza. È su una spiaggia di sassi a ridosso di un muraglione che ci protegge dagli sguardi di chi non ha nulla da nascondere, che sediamo al buio di quella prima sera. Nell’ombra distante altri ragazzi, con altre storie, probabilmente simili a questa che sta per diventare nostra, che si avvia ad essere un ricordo nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Il buio aiuta gli audaci e coloro che sanno applicare le regole del vissuto, invece l’oscurità mi rende come di sale e muta. Con garbo mi cerchi le mani, te le affido come se fossero qualcosa che non mi appartiene.

In questa lontananza fatta di anni e di altre storie penso alla fatica che avrai fatto, penso a quali saranno stati i tuoi pensieri al cospetto di quella folle. Come avrai avuto il coraggio di baciarmi, poi? Di sicuro con la stessa stolida determinazione che ti ha portato ad uscire in una prima sera con una giovane, giovanissima, ragazza. Fu un bacio sottratto all’inesperienza, se avessi avuto più coraggio ti avrei detto : Baciami adesso se vuoi, perché volevo che tu mi baciassi, a fior di labbra, in una sera del mio lontanissimo ricordo.

Amori tossici

picasso francoiseI palinsesti televisivi sono governati da strane regole e da strane ragioni. È casuale la scelta di relegare le trasmissioni più importanti dal punto di vista culturale in spazi risicati e orari improponibili? Penso proprio di no. Immagino che genericamente non sia la Storia quella che accade e finisce nei libri, a condizionare le scelte dei programmatori. Sono più propensa a credere che sia una storia ben più minuscola a dettare, nelle menti dei perversi, scalette mortificanti a base di ” tette&culi ” in prima serata. Ma tant’è, non sono i palinsesti ad impressionarmi. Nel pomeriggio ho dato fondo ad un programma registrato qualche notte fa. Si parlava di Picasso e della sua bulimica vita di artista e di tombeur. L’artista, artista eccezionale per creatività, ingegno, estro, prendeva vita in filmati famigliari dove era vivido e profondo lo sguardo, dove la vitalità altrimenti convogliata nelle opere, si proponeva in una dimensione più raccolta ma allo stesso tempo incredibilmente stretta per quella grandezza – per quanto lui fosse piccolo – della sua straripante fisicità. Compiaciuto del benessere poco artistico e molto borghese che la sua arte aveva saputo commutargli, Picasso esibiva moglie e figlio negli spazi del giardino di casa, delle case piene di opere, in continuo fermento, mai appagato. Così l’artista Picasso, operoso nell’arte, non inibisce la sua natura più schiettamente animale e con l’idea di avere bisogno di continui stimoli e di continue muse per ispirarsi -a mio parere una sicura e compiaciuta ” pezza a colori ” di giustifica per un comportamento altrimenti poco giustificabile – a quarantasette anni, sposato con Olga e padre di Pablo, circuisce la giovanissima diciassettenne Marie-Thérèse con la quale procrea Maya. Si separa da Olga – che cadrà in depressione e morirà decisa di mantenere il titolo di unica e sola signora Picasso – e ritiene di dover procurare a se stesso un’amante all’amante, allacciando una relazione con Dora. Dopo una manciata di anni è la volta di Françoise, ” soffiata ” all’amico Matisse. Con lei oltre a convogliare la sua arte in sculture ” ecologiche ” ante litteram, ottenute con oggetti di risulta, e ceramiche bellissime, ” produce ” due figli, Paloma e Claude, finiti anche loro come soggetti nelle opere paterne. A casa Picasso, a quel punto, si ritrova una famiglia estremamente allargata, con il figlio di primo letto, la figlia Maya che adora i fratellini, e a detta di Françoise –  anche se non presenti – la moglie e le amanti.Françoise stufa della situazione lascia un incredulo Picasso, che trova da consolarsi ormai sui settant’anni, tra le braccia di Jacqueline, che diventerà la seconda signora Picasso. La donna, molto più giovane, rimarrà con lui fino alla sua morte, avvenuta nel 1972. Jacqueline si sparerà qualche mese dopo e dopo quattro anni anche Marie-Thérèse si impiccherà. Alla fine mi sono ritrovata a considerare quanto, in termini umani, gioca a sfavore delle donne. Che cosa ha indotto le due suicide ad abbandonare l’idea di rimanere al mondo senza l’uomo Picasso –  che non avevano in ” esclusiva ” ma che dovevano comunque condividere con altre, tante troppe? Sì è vero non ha senso parlare di esclusività nei rapporti, ma questo è attaccamento morboso, è malattia. Certo l’artista era un uomo fuor dell’ordinario, un genio, ma umanissimo negli appetiti, bulimico come ho detto. Mi ha molto impressionato la morte per suicidio non di una, ma di due. Erano donne ” segnate ” dal genio? Plagiate fino a morirne? Amori unilaterali che diventano tossici. Terribile. Al di là del valore artistico delle opere dinanzi alle quali mi inchino, per il resto l’uomo Picasso mi è sembrato un tessitore di fumo.

Senza trucco né parrucco – anything for love

anything for loveIl post precedente era volto al biasimo della parrucca per nascondere la calvizie determinata dalla malattia e dalla conseguente cura della stessa – che una si chiede, in questa circostanze, situazione che ho mal vissuto di rimando, se è peggio la malattia oppure il rimanere calve per la cura… ma è un discorso lungo e anche doloroso e non è quello che desidero raccontare ora. Dicevo dunque, del fastidio percepito nel guardare tutte quelle parrucche variamente utilizzate per ” adornare ” teste pelate. É stato qualcosa che non mi ha affatto commossa. Nella malattia è del sostegno tangibile di chi ti ama che hai bisogno e quello era un film, neppure granché bello. Mentre nella vita di tutti i giorni succede che una donna malata di tumore e curata con la chemio perde tutti i capelli – situazione comune a quella del film e comune a tante altre storie che conosciamo o che accadono. La donna reale, Gerdi Mckenna, ha tante amiche, belle amiche che le vogliono bene. Cosa può fare un’amica per te, per mostrare tutto l’amore che nutre nei tuoi confronti nel caso della malattia? Certo è difficile ammalarsi per empatia e poi chi lo vorrebbe? Ecco questo gruppo d’amiche ha deciso allora di ” lavorare ” sugli effetti della malattia. Gerdi è diventata calva per la chemio e le sue amiche sono ” diventate calve ” per amore di Gerdi. È così che avviene tra persone che si amano profondamente. Mi ha commosso questa storia, così come mi ha commosso vedere il video che le amiche hanno voluto realizzare per Gerdi.

Adolescenti

sesso senza amoreIeri pomeriggio, dopo una riunione scolastica, ci siamo ritrovate a festeggiare due Antonie in un bar. Solite chiacchiere post scolastiche, commenti, organizzazione di un dono per le colleghe che quest’anno entrano nei ruoli, cose così. Mentre ci attardavamo a parlare di figli, M. ci ha detto: Non so proprio come devo fare con mia figlia, oggi mi ha fatto due domande… L’abbiamo guardata cercando di capire se fosse possibile aiutarla a risolvere qualcosa di relativo ad una ragazza di quindici anni – tanti sono gli anni di sua figlia. In pratica la sua ” piccola ” quest’estate va in Irlanda per studiare l’inglese e tra i bagagli fatti di cose relative ad un ambito strettamente materiale – i cambi di indumenti, le scarpe – la bimba ha infilato un come si usa il preservativo e si può fare sesso orale già la prima volta che si sta con un ragazzo. M. ci ha spiegato che, a parte l’imbarazzo a parlare con sua figlia di queste cose, quello che più l’ha sconvolta è stata la mancanza di attenzione al fattore innamoramento. Sicché prima di ogni cosa ha cercato di far capire alla ragazza il suo punto di vista, il fatto che a quindici anni il passaggio tra il dire e il fare è comprensivo di una fase intermedia basata sul provare quella sensazione di vaghezza, di totale evanescenza dalla realtà reale, per legarsi ad uno stato di grazia e farfalle nello stomaco. Ma la piccola non ha voluto sentir ragioni, quasi che a quell’età non s’avesse più il tempo materiale per fare un’esperienza così poco gratificante come innamorarsi – e spesso dolorosa se l’amore non è ricambiato – a favore di qualcosa che rende subito l’idea di quello che sarà una vita fatta di sesso senza fastidi. M. ha aggiunto che molte compagne di scuola della figlia hanno già all’attivo tanta esperienza e sapienza – più o meno sapiente – delle cose e dei fatti; s’è sentita obbligata, dunque, a correggere il tiro di certe informazioni deformate da presunte e sbagliate conoscenze. Abbiamo cercato di consolare M. dicendole che tutto sommato è stata già una fortuna che sua figlia glielo abbia detto e soprattutto che sia stata avveduta, preoccupandosi di attrezzarsi per questa evenienza. Male sarebbe stato se la ragazza fosse andata in Irlanda, senza mezzi e senza nessun tipo di protezione, in tutti i sensi. Fuori da ipocrisie abbiamo ricordato le nostre esperienze, le prime, precoci o meno. Le nostre hanno avuto un comune denominatore nell’amore, quello con la A maiuscola senza il quale nessuna cognizione sarebbe sembrata utile e gratificante. Per le quindicenni d’adesso siamo davvero così datate e fuori tempo quando pensiamo al sesso come fare all’amore? Qualche giorno fa scrivevo di sesso orale, riferendo l’oralità al racconto. Ma questi adolescenti poco raccontano, se non casi eccezionali, ma a quanto pare, molto fanno.

Tutte pazze per amore

Degas- donna con crisantemiE’ primavera – be’, quasi… – gli alberi gemmano, i prati primulano, le mosche ronzano – le uniche che non vorresti sono le prime a risorgere come l’araba fenice, che pa@@e! E qui siamo alla descrizione naturalistica di fenomeni tutto sommato ciclici e nella norma. E’ primavera dunque e anche Matematica pare abbia serie intenzioni di applicare a se stessa la capacità di germogliare come i semi di soia – però quelli son buoni in insalata, Matematica, dubito… in insalata?!? ma è coriacea!! 😀 Be’ però Matematica stamani s’è presentata tutta in tiro, con un mini vestito – una di quelle cose buone da legghins, ma lei l’ha applicato a calze velate e stivale – una novità primaverile, per l’appunto – e solo per spiegare il teorema di Pitagora?  Boh…Però Matematica alla ricreazione mi ha mollato la classe per andare a prendere un caffè – non alla macchinetta della ciofeca, bensì al bar dei ” fruscianti “. Niente di strano, è vero, non mi sono dichiarata incapace di intendere e di volere e mi sono sciroppata i pulzelli in modalità ricreativa – per dire, fauves. Però poi mi sono ricordata che Matematica alla terza sarebbe stata in ora libera, perché dunque guadagnare frettolosamente la pausa caffè? Mah…Incontri primaverili interno bar? 😉  Più tardi ero anch’io in ora libera e sono andata in segreteria per ritirare un documento. Vi avevo parlato dei pellegrinaggi alle soglie della scrivania di F. il tombeur…  e giusto per cambiare ho assistito alla solita scenetta della delusa e poco considerata Sostegno, vestita come una violacciocca, con gonna plissé blu elettrico strusciante alla caviglia, fusciacca da far invidia ad un divano a tinte audaci, entrare e guadagnare il soglio pontificio. Con una faccia di kulow impressionante le ho detto: Come sei elegante! – e lo so, quando voglio riesco ad essere una vera stro@@a! 😀 E lei: Il preside mi ha detto poco fa che assomigliavo ad una hippie! A quel punto il tombeur s’è leggermente sollevato dalla sedia, ha squadrato Sostegno da capo a piedi e ha commentato: Sta attenta a non avvicinarti troppo alle uova di Pasqua! Se la stronz@@@ine fosse persona quella sarebbe un maschio con troppe api intorno! 😀

Acronimi immortali

La pessima abitudine ad utilizzare acronimi per dichiarare il proprio affetto è una prassi usuale e consolidata: fa specie negli adulti, ma è spesso sopportata quando si tratta di ragazzi – e poi dice che sono in aumento i casi di dislessia… questa è un’altra storia e ve la racconto in un altro momento. Allora dicevo, gli acronimi. Stamani, considerata la disponibilità di tempo, ho deciso di andare al cimitero per evitare la ressa di domattina. Fatte le soste solite, quelle che erano un’abitudine quando al cimitero ci andavo con mia madre – è un modo per sentirmi ancora con lei, per rispettare la sua idea che la portava a volerci con sé, piccoli, in quel luogo ritenuto dai più triste e pieno di melanconia: < I morti vanno rispettati, ne va coltivata la memoria > diceva. Poco prima di andar via mi sono recata nel campo, in fondo al cimitero, che un tempo era terra sconsacrata, il luogo dove venivano sepolti i bambini non battezzati. Fu posta lì la mia sorellina, nata morta, primogenita, la figlia sempre ricordata da mamma. Di lei non rimane più nulla se non il ricordo condiviso e poiché lei portava dei fiori per ricordare quell’esordio doloroso, per ricordare se stessa diciannovenne impaurita e traumatizzata da una tragedia, anch’io porto dei fiori ad una terra spoglia e all’acronimo sul muro che recita” R.C. ” . Quella è l’idea della mia inesistente sorella, la memoria scavata in quel muro di tufo da mia madre, un giorno che la scritta precedente era quasi scomparsa. Un acronimo che un adulto ha utilizzato, perché ci si possa ricordare di chi c’era; una dichiarazione d’amore che sa di immortalità. 

Il muro del pianto

Ve be’ che siamo defilati rispetto al resto della strada, che l’ingresso di casa mia offre un comodo paravento per occhi indiscreti, fatto sta che da qualche tempo assistiamo a scene che manco nel melodramma! Quasi ogni sera una giovane coppia ha modo di litigare oppure di recidere ogni tipo di contratto – e di contatto! – con pianto o dell’uno o dell’altra come da copione che si rispetti. E non ci si limita al pianto, spesso si passa all’invettiva: Qualche tempo fa all’accorato: Marilù, non mi lasciare, non fare la pazza! è seguito un: Vaffa’ altrettanto accorato! 😀 Bene, oggi pomeriggio dall’alto leggevo questo

vorrà dire qualcosa? 😀

Genesi di un amo’

Mi piacerebbe conoscerti. Mi piacerebbe sapere quando e come è iniziata. Com’eri quella mattina quando hai deciso? Ti sentivi particolarmente spigliata e con gli ormoni aggigliatissimi? Eri consapevole di quanto stava per accadere oppure è stato un attimo, un lampo che ti ha attraversato la mente? E ti doveva schiantare la cucuzza e la lingua, quel lampo, accidenti a te a al tuo amo’! Perchè questa mortificazione di un sostantivo che di per sè è così breve: amore! Troppo spreco di fiato, eh? Così ti sei inventata l’orrido amo’ – amo’ e non tornò, verrebbe da tirarti dietro! Non sapevi, brutta macaca, che per un amo’ che nasce ce ne sono mille ad imitazione – pessima! – che seguono? Prova ad immaginare se ci fosse stato prima di te qualcun altro con questa genialata nel dna, fai conto un qualsiasi paroliere, un menestrello dell’amore: ” Amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’, amo’ tu dici sempre… “. Brrrrrrrrrrr…

( Perchè al femminile? Mi sono fatta l’idea che deve essere stata una di noi, una sciaguratissima innamorata persa ad inventarsi amo’… negli abbagli amorosi noi donne siamo capaci di qualsiasi nefandezza! 😀 )