Lessico famigliare

Fichi d’India

fichi d'indiaFatto settembre, all’uscita del Supercinema, stazionava il carretto carico di fichi d’India. Tra la fine del primo spettacolo e l’inizio di quello delle dieci, un uomo vendeva i frutti spinosi già mondati. Con una tecnica che gli apparteneva per la lunga pratica, li spazzolava e incideva la corteccia spessa e carnosa con un piccolo coltello a serramanico. Cavava poi il frutto umido e colorato di arancio carico divaricando i lembi incisi, quasi una operazione a cielo aperto, come estrarre un figlio dal grembo materno. Davanti all’uomo, in attesa, incantati dai gesti sapienti e veloci, gli avventori già pregustavano il momento in cui avrebbero affondato i denti nella polpa cedevole, composta da quei semi minuscoli impossibili da masticare. Avrebbero comprato due, tre, quanti frutti? Tanti quanti il senso di sazietà ne avrebbe tollerati, tanti quanti l’attesa ne avrebbe consentito. Poi, così come erano venuti, andavano, e l’uomo rimaneva in attesa della seconda uscita dal cinema, quella notturna. Allora gli avventori erano meno pazienti e avevano fretta di guadagnare le strade illuminate dai lampioni. Anche l’uomo si poneva come bestia da soma tra i bracci del carretto di legno e tornava a casa, le mani che odoravano di selvatico e di spine.

Santa Lucia

SantaluciaEsterina era vivace come un maschio. Così diceva sua nonna quando la vedeva correre senza ragione apparente tra i campi davanti casa, insieme ai suoi compagni di giochi, i figli di Biasu il confinante. Giocava con loro perché non c’erano compagnucce e perché era piccola, ancora. Le altre sorelle più grandi la guardavano con disprezzo e molta invidia, a loro non era permesso stare con i ragazzi, ormai avevano obblighi da adulte, aiutare la mamma non era cosa da poco. E per quanto non ci fosse una così grande differenza d’età, le altre erano costrette in casa dalla convenzione mentre Ester godeva di una libertà egoista e spensierata. Molte volte, però, Esterina s’era cacciata nei pasticci per via di quell’indole da selvaggia. Sempre glielo diceva suo padre di smetterla: Uno di questi giorni vedrai cosa ti capita, l’ammoniva bonario. E il giorno si presentò, come chiamato all’appello. Era estate. Il padre cuoceva in una fornace la calce viva, spegnendola in parte in una grande vasca piena d’acqua. La calce gli sarebbe servita per purificare la casa, imbiancandola. Esterina correva e correva. La nonna la richiamò più volte, ma Ester non ascoltò o forse finse di non ascoltare. Quell’enorme calderone bianco le sembrava l’antro dell’inferno fatto compiuto, lo stesso che ricorreva nei racconti della nonna quando, per frenarla presso di sé, l’ammaliava con quelle storie fatte di fuochi e di diavoli, tanto da sembrarle, l’inferno, un posto divertente dove sicuramente si sarebbe trovata a suo agio – così rifletteva anche la vecchia, peccando, forse, per avere simili considerazioni su quella piccolina. Il pensiero distrasse la vecchia perché, in quel preciso momento, sentì la nipote urlare e subito dopo suo figlio imprecare. Lo vide correre verso la vasca della calce spenta. Esterina, bianca da capo a piedi era nella calce e si dibatteva come una mosca prigioniera in un bicchiere di latte. Suo padre continuò ad imprecare verso se stesso e verso quel diavolo di figlia; in un attimo la sollevò e prese a cacciarle via dal volto tutto quel bianco, liquido e gocciolante. Ma la bambina spaventata e piangente urlava ai quattro venti che non riusciva a vedere più. La nonna le lavò immediatamente il volto, ma la bambina continuava a non vedere. Accorsero tutti quelli che stavano in casa, i vicini, i figli di Biasu. Quest’ultimo disse al padre: Portiamola al paese, dal dottore. Fu una corsa all’impazzata con la vecchia moto Guzzi del confinante, Esterina bianca a chiazze, il viso spaventato lavato dall’acqua e dalle lacrime, stretta tra suo padre e Biasu. Il medico la visitò con scrupolo e poi decretò per quella piccola la cecità. La calce, spiegò, le aveva bruciato gli occhi. Il padre con quelle mani enormi da contadino prese a schiaffeggiarsi per non essere stato capace di tenere a freno la bambina, di non essere stato capace di legarla, anche, se fosse servito a non rendere inferma sua figlia. La portarono a casa, così come erano andati. Piansero tutti, disperati. Piansero anche le sorelle confuse, convinte che l’invidia che avevano provato per Esterina avesse provocato l’incidente – l’invidia, ben sapevano, è un peccato grave che mai bisognerebbe provare, così ammoniva la nonna. Da quel giorno la nonna prese a portare la bambina in chiesa ogni giorno, chiedendo la grazia a santa Lucia, la santa della luce. L’immagine campeggiava su un altare secondario; su una grande tela era raffigurata una giovanetta con un vassoio in mano, sul quale erano compostamente adagiati due bulbi oculari. Nell’altra mano una palma, simbolo di martirio. Furono le prime cose che Esterina vide il tredici dicembre, durante la recita del rosario per celebrare la gloria della santa. Mentre la nonna sgranava, come tutti i giorni, le litanie per la salvezza della nipote, Esterina chiese alla donna: Nonna perché quella ha in mano un piatto con gli occhi? facendo segno verso l’altare. La donna guardò sgomenta quella nipote che, per quanto fosse piccola, ancora ricordava l’immagine della santa, guardata, forse, quando ancora aveva la grazia della vista. Le rispose distrattamente impegnata a non perdere il filo delle preghiere. Poi si fermò. Un pensiero le balenò nella testa, un pensiero che riteneva quasi impossibile da formulare, figurarsi se poteva dar conto a se stessa della fondatezza di quell’illuminazione blasfema. Tuttavia provò a chiedere alla bambina di che colore fosse il vestituccio che le aveva messo per andare in chiesa quella mattina. Esterina rispose: Rosso, nonna, come le fiamme dei diavoli! A quel punto la vecchia fu travolta da una gioia che non poteva tenere a freno e gridò concitata: Miracolo è! Miracolo, mia nipote vede! Le donne presenti si fecero vicine e contagiate dalla sacralità di quel momento presero a toccare la bambina e a segnarsi, nella convinzione di poter essere toccate anche loro dalla grazia di quell’evidente e sbandierato miracolo. Accorse il parroco che in sagrestia aveva sentito le donne vociare. L’uomo, convinto di doverle richiamare al silenzio che il luogo richiedeva, si ritrovò a gestire un’onda che andava e veniva, ora presso la nonna e la nipote, subito dopo vicina al prete. Le parrocchiane si erano assunte all’istante la funzione che ha il coro nelle tragedie greche, tutte insieme gridavano, tutte insieme piangevano, tutte insieme ridevano. Il sant’uomo dovette faticare non poco per venire a capo di quel delirio e aprendosi un varco nell’onda anomala, come Mosè al cospetto del Mar Rosso, guadagnò la prima fila davanti a nonna e nipote. Seduto, prese a calmare la bambina che nel frattempo scalciava e gridava davvero come un’ indiavolata a causa delle mille mani che le toccavano il corpo. Le regalò l’ immaginetta di santa Lucia proponendosi di fare un discorso a quattr’occhi con quest’ultima, in considerazione del notevole scompiglio che aveva provocato nella sua chiesa per il millantato miracolo. Un po’ di discrezione, che diamine! Magari palesare il gesto compiuto in sua presenza, durante la messa, gli sarebbe sembrata una cortesia, altro non fosse per tutto quello che aveva fatto per il triduo in suo onore. Si era in guerra ed era stata una vera impresa trovare dei fiori freschi per adornare l’altare della santa. Ma tant’è, adesso aveva il coro da tenere a freno e doveva cercare di sapere bene come erano andate le cose. Prese ad interrogare la nonna e poi la bambina mentre le altre ascoltavano in superstizioso silenzio. Quando ebbe chiara la situazione lui stesso si convinse che il miracolo era tale, prese la bambina in braccio e la condusse in processione attraverso la navata maggiore, con le prefiche dietro. Giunto sulla soglia della chiesa decretò ai quattro venti l’avvenuto miracolo di santa Lucia, a beneficio dello sparuto gruppo di vecchietti che, seduti in piazza, tentavano di riscaldarsi alla luce di un infreddolito sole di dicembre. Allo stesso tempo le donne uscirono senza aspettare che il parroco celebrasse messa e corsero a casa per vantarsi di aver assistito ad un miracolo. Quando altro mai sarebbe ricapitata loro una tale enormità su cui spettegolare? Per giorni e giorni e mesi e anni, Esterina beneficiò dell’appellativo di miracolata, ma la sua vita sociale si impoverì. I figli di Biasu provarono vergogna a giocare a giochi vastasi con una quasi santa, le sorelle continuarono ad invidiarla a distanza. Provò a mettere a frutto la grazia del miracolo sposando dopo qualche anno un forestiero che, intuito il guadagno che poteva derivarne, la promosse a santona, chiedendole di ricevere durante le feste di paese, in un improvvisato tendone, tutti coloro che volevano essere a diretto contatto con una miracolata, imbrogliando quelli che volevano essere imbrogliati. Rimpianse per tutta la vita di non essere stata capace di dire la verità quel giorno in cui fu condotta dal medico del paese: è vero, gli occhi le bruciavano, ma riusciva a distinguere il volto preoccupato del dottore. Ma quando mai si deve pretendere la verità da una indiavolata?

Sette ottavi

Heidi901Bice era una delle cugine di mio padre. Figli di una sorella e di un fratello non avevano avuto modo di frequentarsi se non in età adulta, quando il caso volle che avessimo casa a distanza di pochi passi. Bice faceva la sartina in casa. Era stata mandata da piccola da una maestra e dunque, da signorina, fu capace di gestire una piccola clientela fatta di donne con poche pretese. Minuta e dall’aspetto mite, Bice si vendicava del destino maligno, malignando e pettegolando sugli altri. Non avvezza ad uscire di casa difficilmente avrebbe potuto attingere notizie su cui arzigogolare dall’esterno, ma la sua fonte di informazioni – a volte meglio di un qualsiasi quotidiano – erano le sue clienti abituali e le vicine che, ogni giorno, sedevano sulla mezza sedia che Bice aveva a portata di Singer, e le raccontavano tutto quello che si svolgeva al di là delle persiane verdi perennemente appannate. Comunque anche spalancate, le persiane le avrebbero dato più fastidio che altro; la luce che pioveva dalla porta finestra, affacciata sul balcone pieno di begonie, era insufficiente, tanto valeva tenere le persiane in quel modo, si poteva guardare fuori, all’occorrenza, senza essere spiate dalla strada. Bice era una signorina grande. Il destino maligno, aggettivo che la soccorreva quando doveva definire la sua vita con chiunque le chiedesse, perché? veniva tirato in ballo per giustificare quella zitellanza mal digerita e mal vista in famiglia. Emanuele il fratello più grande, era la causa della sua condizione. Da ragazzo era stato malato di nervi e non s’era più riavuto. Ricoverato in ospedale i medici avevano consigliato di internarlo in manicomio; la famiglia non era in grado di gestire un giovane uomo che aveva iniziato a parlare con persone esistenti solo nella sua testa e così se ne sbarazzarono. Allo stesso momento si sbarazzarono del problema di accasare Bice, che bella non era e neppure fornita di una dote cospicua. Chi l’avrebbe voluta in moglie adesso che il fratello era diventato pazzo da manicomio? Quindi il padre, un contadino piccolo di statura e di cervello, taciturno quasi sempre, aveva decretato, in poche parole, la sua morte civile e l’aveva relegata in casa ad accudire a lui e a sua moglie, madre priva del diritto di replica. E anche se Bice da principio piangeva e sospirava, la madre finse di non sentire e si dimenticò di quella figlia, se non quando doveva comandarle la fattura di nuovi vestiti, uno o due all’anno, di più non se ne potevano permettere e poi sarebbe stato uno spreco per quella famiglia avara di tutto, di parole e di affetto, soprattutto. Così iniziò la sua vita fatta di piccole cose, del rumore della macchina da cucire che si muoveva al ritmo delle sue gambe magre mai incerte nel pedalare, delle gugliate di filo colorato disseminate sulla gonna di un panno sempre di colore marrone oppure grigio, degli occhi azzurri, i suoi, un po’ sporgenti, intenti a seguire la stoffa che si muoveva sotto il piedino che reggeva l’ago, del tavolo dove tagliava le stoffe con i modelli di carta velina e il gesso bianco, del ferro da stiro riscaldato sulla cucina economica che, messo sul panno bianco umido delle rifiniture, sfrigolava e le ricordava l’inverno quando la madre, poco più in là in cucina, faceva rosolare nella padella nera dei fritti il pane per condire le cime. A noi bambine Bice piaceva, perché era piccola di statura così come eravamo piccole noi, e ci insegnava a fare le imbastiture. Quando qualcuna in casa scocciava per mancanza di attenzione, le madri distratte si liberavano con un: Vai da Bice e fatti dare mezzo chilo di intrattieni. Questa esotica merce definita intrattieni ci sapeva di presa in giro, ma a noi piaceva stare al gioco, perché il mondo di Bice era colorato e pieno di stoffe; era un intrattieni tutto da esplorare. Così succedeva che Bice al limite della pazienza ci dava in mano, finalmente, due pezzi di stoffa, un ago infilato e ci diceva come fare una imbastitura. Fare quei punti lenti e lunghi con il filo bianco sulla stoffa colorata era una magia, l’intreccio che metteva insieme il nulla, per trasformarlo in una gonna di bambola – quello ci sembrava in certi momenti il ritaglio di stoffa – oppure in un paletò. In quel posto di intrattieni si parlava una lingua da grandi, ma diversa da quella dei genitori; venivano signore a provare i taier e in primavera i soprabiti sette ottavi dubel feis che Bice cuciva per la domenica delle Palme. Erano color confetto, colori che ricordavano a Bice i fiori che sbocciavano sul suo piccolo balcone nella stessa stagione dei taier. Così, a furia di confezionare quei paletò sette ottavi, le rimase attaccato addosso, come i fili sulla sua gonna di panno, il nomignolo che definiva la lunghezza sopra al ginocchio di un soprabito primaverile. Anche quando, anni dopo, seppi della sua morte da una vicina di casa, venne fuori malignamente un Bice sette ottavi.

Angelina che visse tre vite

gelsominaie2Andava per gli otto anni quando sua madre le disse che l’indomani mattina sarebbe andata “fora “, in campagna, con Zia Cummara. E la scuola? chiese con la coscienza di quella che stava scampando ad una disgrazia per miracolo. Non serve che tu vada a scuola, le rispose Rosaria. Sei capace di mettere la firma, aggiunse, e fare i conti, io non so fare neppure quello. E poi sei femmina, concluse senza aspettarsi repliche, non ti serve la scuola. Angelina condivise silenziosamente il pensiero di sua madre e pensò allegramente alle compagnucce che, il giorno seguente, avrebbe incontrato al Farneto. Zia Caterina, la sua madrina di battesimo, venne all’alba. Rischiarava appena e ancora assonnata, senza lavarsi nemmeno, si infilò gli abiti e le scarpe grosse che erano state di suo fratello, ormai passate di numero a lui, ma grandi per i suoi piccoli piedi. Zia Cummara le diede fretta avevano tanta strada da fare a piedi; l’asino con il basto serviva a caricare la legna e non bisognava stancarlo con il loro peso già al mattino. Così camminarono in silenzio, fianco a fianco, ognuna immersa in pensieri simili. Avrebbero caricato piccoli pezzi di legna che il bosco regalava spontaneamente, fascine che servivano ad appiccare il fuoco nei camini, piccoli focolai intorno al ceppo più grande che avrebbe covato il fuoco per qualche ora; la grande pensava a quanta legna avrebbe potuto barattare con le vicine, in cambio di cibo per sfamare i figli piccoli rimasti a casa, Angelina allo stesso modo, avrebbe dato in cambio le sue fascine per cibo, adesso che erano tanti in casa e ” tata “, papà, era ” all’Africa Orientale Italiana ” a fare la guerra. Arrivate che furono, si accorse che le mamme si erano date voce: le sue compagne erano quasi tutte lì, nel bosco. Mancavano le ricche, Carmilina la figlia del podestà, Elviruccia, Assunta e quelle che la domenica si sedevano in chiesa nei banchi dei nobili. Vociando come cinciallegre si salutarono e presero posto vicino alle grandi che le avevano portate lì. Ognuna fu istruita su come muoversi nel bosco per evitare che i serpenti, appena usciti dal letargo, potessero colpirle. Fu detto loro quale legna prendere, come formare le fascine, come evitare che i rovi potessero impigliarsi nei poveri abitucci o rigare loro le gambe con segni brucianti. Prima intimorite, poi sempre più sicure, cominciarono la loro prima giornata di lavoro, cantando le canzoni che la maestra aveva loro insegnato e ripetendo a turno le poesie fasciste, con l’assurdo pensiero che se non le avessero richiamate alla memoria, quelle si sarebbero disperse come uccellini impauriti dal rumore del vento tra i rami. Tornò a casa con le gambe rigate di sangue rappreso e i piccoli piedi indolenziti e pieni di vesciche a causa degli scarponi induriti dal fango e dall’uso che ne aveva fatto suo fratello. Da qual giorno seppe che non si lavora in campagna o nei boschi senza infilare le calze pesanti estate ed inverno; fu la prima importante lezione di sopravvivenza, quella che, insieme a tante altre, le avrebbe permesso senza che ne avesse una vera consapevolezza di guadagnarsi da vivere in piena indipendenza. Ma era una femmina, fondamentalmente una femmina, dipendente dalla volontà di una madre onnipresente così come in seguito sarebbe stata dipendente da un uomo, suo marito.

Arrivò l’ambasciata. Fu zia Caterina a portarla a sua madre. Ormai s’era fatta femmina grande nei campi, ogni giorno, insieme a quelle cresciute con lei. S’era fatta grande e formosa, con le trecce che ancora portava sciolte. Zia Cummara venne e disse a Rosaria che c’era un giovanottino rimasto vedovo da poco, senza figli. Aveva spiato le due figlie più grandi di Rosaria e, con rispetto, avrebbe accettato quella che lei stessa avrebbe voluto dargli come sposa. Rosaria senza battere ciglio rispose a Zia Cummara che la primogenitura della femmina non si metteva in discussione, Angelina era tra le prime due la più grande dunque si sarebbe maritata per prima. Francesco arrivò a casa della sposa la prima domenica del mese di maggio, imbracciando un cesto pieno di uova freschissime che le sorelle gli avevano consigliato di portare. Contornata dai piccoli di casa, che ridevano nascosti dietro alla sua veste, Rosaria prese e ringraziò. Poi si disposero intorno al tavolo della cucina. La Cummara – come già Francesco la chiamava – e suo marito tornato dall’Africa da una parte, Angelina vicina ai genitori, Francesco imbarazzato nonostante non fosse nuovo ai rituali del fidanzamento, dalla parte opposta. Rosaria venne subito al dunque, concretizzarono la dote, il numero degli incontri prima del matrimonio, la modalità degli incontri, la data del matrimonio. Francesco dichiarò con una certa solennità di essere disponibile a sposarsi subito, ma Rosaria fu irremovibile: dovevano passare almeno sei mesi perché lei potesse sistemare la figlia così come previsto. Qualche lira da parte c’era, avrebbe comprato la tela fine da Tutino alle Paoline. Rosinella, la figlia più piccola le avrebbe ricamate, Angelina con lei. Adesso che era promessa sposa non sarebbe più andata nei campi. A sentir questo ad Angelina prese male. É vero, anche alle altre era capitata la stessa cosa, appena promesse non erano più tornate ” fora “, ma lei sperava di scamparla così come, tanti anni prima, le era capitato con la scuola. Non provò neppure a ribellarsi, con sua madre ogni protesta risultava come schiantarsi nel dirupo, dall’alto del castello del Principe. Un volo spettacolare ma inutile, poiché dava come risultato una morte certa. Con sua madre non si moriva fisicamente ma il cuore sì, quello moriva per la durezza delle parole che la madre serbava per le figlie, nate femmine e quindi buone solo per la casa e il letto. La stessa sorte che era toccata a lei. Ogni giorno ricordava a se stessa, con disappunto, la malasorte di essere nata senza gli attributi che invece aveva per carattere e si rinnegava, dura nei modi soprattutto verso le figlie. Con i maschi non indulgeva alla tenerezza, ma il rispetto sì quello lo garantiva anche al marito che, secondo lei, era buono solo a farle fare figli, uno dietro l’altro; e ormai ne avevano tanti e stentavano a sfamarli ogni giorno. Angelina dovette raccogliere le trecce in una corona intorno al capo, ora che non era più schietta, ma promessa sposa. A casa, con sua sorella vicina che tesseva o ricamava, si intristiva. Rimpiangeva l’aria dei campi, le cummarelle, le risate, le battute che i giovanotti potevano permettersi solo con la promiscuità di un lavoro che non conosceva differenze di sesso, se non nella divisione delle mansioni, le femmine i lavori più leggeri e i maschi quelli più pesanti. Ma non era sempre così, non lo era stato durante la guerra, quando anche le femmine avevano mandato avanti, da sole, le fattorie, il raccolto nei campi. Un po’ era risentita verso quel giovanottino con i baffi che una volta alla settimana veniva a trovarla a casa, sorridendo timido, impedito a rivolgerle altre parole se non quelle convenute dai ruoli e dalla presenza di Rosinella, la sorella più piccola, che seduta tra i due, vigilava sulla virtù della sorella più grande. Rosinella era l’arbitro, così la chiamava Francesco, desideroso di sfiorare la mano della sua promessa sposa, almeno qualche volta.

Francesco al mattino le disse che sarebbe andato al lavoro con la corriera. Costruivano una strada vicina al paese e lui vi faceva il manovale. Avevano bisogno che lui lavorasse con costanza, adesso che la famiglia era cresciuta, sei figli e la più piccola nata da poco. Angelina assentì distratta. Doveva andare dalla vicina a farsi prestare un poco di crescente, per impastare il pane durante la notte seguente perché fosse pronto per infornarlo appena fosse fatta mattina piena. Quella famiglia così piena di bocche da sfamare era il suo cruccio quotidiano; c’era sempre un figlio che reclamava cibo, un figlio che sollecitava, Ohi ma’! il richiamo che la perseguitava anche di notte. Ma era contenta del padre dei suoi figli, così premuroso e tenero con tutti loro, diverso dagli altri uomini del paese che passavano il tempo libero all’osteria ad ubriacarsi. La sera le scioglieva le trecce e le massaggiava i piedi e le gambe, per il tempo che le ci voleva ad addormentarsi stanca più dei giorni in cui andava ” fora ” con le compagne sue. Come si divertivano quando Francesco, d’estate, toglieva gli abitucci ai figli e distribuiva loro una fetta di mellone rosso ghiacciato dall’acqua del pozzo, dopo averlo spaccato sul tavolo con un colpo solo. I bambini golosi mangiavano sporcandosi con il succo dolce che scivolava dalle loro piccole bocche, incapaci di contenere la polpa strappata a gran morsi. Sorridevano felici alle voci che Francesco faceva. Potevano mangiare e sporcarsi senza che la madre avesse di che rimproverarli, era una festa, era estate, e Francesco, dopo averli ripuliti per bene, si divertiva a solleticar loro le guance con quei baffetti sottili sottili. Passò sotto casa la moto di un compagno di lavoro che fece voce, Vieni a lavorare? Francesco era incerto se accettare. Angelina si sarebbe squietata se avesse saputo che era andato con quello, spericolato come un demonio. Ma Angelina era fuori e lui disse al compagno di aspettarlo che sarebbe sceso presto. Chiamò la figlia più grande e le raccomandò tutti gli altri piccoli, fino all’arrivo della madre. Si guardò attorno con la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Poi prese il pane ripieno con i peperoni cruschi che Angelina gli aveva preparato prima di uscire di casa. Dalla strada raccomandò a Teresa di non fare voci con la madre della sua partenza sulla moto. La figlia sorrise, felice di avere in serbo un segreto con quel padre ragazzino come loro. Angelina che aveva fatto un’altra strada nel rientrare a casa sentì solo il rombo della moto che si allontanava. Chiese alla figlia dove fosse andato Francesco, e quella le rispose che si era avviato a prendere la corriera. Quando il camion che veniva di fronte lo fece volare per aria e atterrare qualche metro più in là, Francesco non ebbe neanche il tempo di pensare che in quel momento, la sua testa che batteva sull’asfalto, aveva fatto lo stesso rumore del mellone che lui apriva con un colpo solo, un rumore che partiva sonoro e finiva come di acqua che scorre, il molle contenuto nell’involucro duro delle ossa. Finì in un istante, tutto volò via, i figli, Angelina. Lo portarono a casa verso sera con la testa composta in un giro bianco d’ovatta. Angelina si strappò i capelli e si disperò rigandosi il volto con le unghie così come i rovi avevano fatto alle sue gambe bambine la prima volta nel Farneto. Venne di nuovo Zia Cummara e le disse di aver parlato con il caporale. Appena ne avesse avuto voglia – che di necessità ne aveva, adesso che era rimasta l’unica adulta di quella nidiata di pulcini da sfamare – poteva tornare nei campi come nella vita precedente. Le compagne l’accolsero come sapevano i primi giorni vicine, poi sempre più distanti. La malinconia di Angelina appestava l’aria e toglieva la voglia di cantare a tutte. Nella piana, sotto il sole di luglio, mentre raccoglieva le pesche, Angelina pensava con nostalgia a quel marito ragazzino. Erano stati insieme il tempo di sei figli, troppo poco, troppo presto era andato via. Nel raccogliere l’ultimo frutto della giornata, il più maturo, in cima all’albero, contese il suo nettare ad una vespa che sfiorandole la mano la punse. Angelina non vi badò, scese dall’albero ed ebbe difficoltà a respirare. Pensò alla stanchezza e al caldo della giornata; gli altri erano lontani e la gola le si chiudeva sempre più stretta in un nodo che non le permetteva di gridare. Poco prima di perdere conoscenza le sembrò che Francesco le venisse in aiuto chiamandola, Angelina vieni, andiamo a casa. Fu il nulla. La pesca rotolò sul terreno e la vespa le camminò sul viso indisturbata, nessuna mano si levò a cacciarla.

Leone

Segugio_lepreLa foto del giovane uomo seduto era posta a vigilare il pianerottolo di mezzo della nuda scala di pietra che portava al piano di sopra. Quell’immagine un poco intimoriva anche Rosaria che ne stava lontana; quando saliva di sopra teneva giù la testa per non guardarla. Il giovane uomo era stato colto dal destino su un campo di guerra, la prima, mondiale. Nessuno aveva ritrovato il corpo e, prima disperso, poi dichiarato morto, viveva nella casa di quella sorella timorosa e memore, nel bianco e nero dell’immagine che non piaceva a nessuno. La faccia seria, il vestito buono, il giovane posava in quella foto senza un fondo. Era rappresentato in modo che sfumasse in un vago contorno, come una volta venivano raffigurati i morti, quasi che la morte regalasse ad ognuno di loro uno stato di indeterminatezza manifesta nello sfumato. Lui era il fratello più grande di quattro figli. Quello rimasto aveva beneficiato della morte del grande mancando all’appuntamento con la storia: non aveva fatto il militare, non era andato a fare la guerra successiva. Rimasto a guardia di due sorelle presto date in sposa per non incappare in fastidi, s’era sposato a sua volta con Luigina. Lui bello con gli occhi azzurri come l’acciaio, taglienti e sospettosi, teneva fede a quel nome, Leone, nell’atteggiamento e nei modi di fare – un nome strano, in verità, così dissimile da quelli usati abitualmente al paese. Faceva il massaro, mestiere che era stato della madre e del quale aveva beneficiato, come del resto, in assenza del fratello morto in guerra. Luigina, la sposa che gli aveva dato una teoria infinita di figli maschi nati morti, gli aveva poi partorito, infelicemente per lui che ci teneva, tante figlie femmine che tuttavia erano andate via presto di casa, come le sorelle cedute ad altre potestà, quando non erano neppure maggiorenni. Luigina era una sposa perfetta per lui, piccola, con le gambe arcuate da un principio di rachitismo, allegra quello sì, una sposa che non l’avrebbe mai tradito, vista la mancanza di attrattive, non come facevano quelle che lui era abituato a frequentare. Era tentato dalle altre spose, nei letti delle quali si infilava disinvoltamente in mancanza dei legittimi proprietari, andati in guerra, la seconda, mondiale, la stessa che lui aveva scampato grazie al fratello morto. E così in un tutto quel traffichìo continuo anche Luigina aveva saputo che la caccia alle lepri non era l’unico diversivo alla vita di famiglia nel piccolo paese, ma c’erano anche altre lepri con meno pelliccia, ma sicuramente più disponibili a lasciarsi catturare. Leone le coglieva a volte nei campi, dove andava a vigilare che il lavoro fosse fatto per il meglio. In quelle occasioni sentiva forte il diritto di usare la terra, le bestie e le persone a suo piacimento, più e meglio di quel padrone che viveva a Roma e che, se tutto fosse andato bene, avrebbe rivisto a fine della guerra. All’inizio le comari furono discrete nel riferire le attività nei campi. Andarono a casa di Rosaria la sorella di Leone, maritata per prima poiché era la più grande, la custode della memoria del fratello morto. Così, così, così, dissero quelle con dovizia di particolari e di nomi. Ma Rosaria non si scompose e alzando le spalle disse loro, Uomo è! Le comari andarono via sapendo che l’ambasciata sarebbe comunque arrivata alla destinataria. Così fu che Rosaria salì l’altra scala di pietra che separava le due case, la sua e quella del fratello rimasto, pensando al possibile destino di Leone scampato è vero alla guerra, ma probabile candidato a morire di morte violenta per mano di qualche soldato in licenza, marito di una sciagurata e occasionale lepre da campo. Luigina pianse la sua sorte e quella delle sue figlie tutte femmine. Neanche un maschio a difenderla e senza fratelli per affrontare il suo bel marito sciagurato. Gridò contro Rosaria, le rinfacciò che il vizio del tradimento era, evidentemente, un vizio di famiglia in considerazione del fatto che anche l’altra sorella, la più piccola, appena il marito era emigrato in Argentina, aveva pensato bene di ” farsi rifare ” la vita, entrando a servizio in casa di un ricco notabile del paese. A sua discolpa c’era da dire che il marito emigrato era sparito nel nulla e che il notabile era un giovanottino di primo pelo che le era poi rimasto fedele, facendole fare un mucchio di figli, oltre coloro che il marito argentino le aveva lasciato in casa, bocche da uccellini da sfamare. Però sempre tradimento era!, pensava e diceva Luigina. Ma Rosaria aveva argomenti validissimi da contrapporre alla furia di quella cognata così piccola e sgraziata, poverina. Le disse che Leone era un uomo e si comportava come tale – indiscutibile e inoppugnabile argomento, in un paese dove le donne valevano quanto il due di picche. E poi dove sarebbe andata con tutte quelle figlie femmine? La puttana, alla fine, sarebbe stata lei invece delle lepri da campo. Luigina ammise e convenientemente tacque. La guerra infine finì e tornarono gli uomini. Qualcuno fu messo sull’avviso da qualche compare – tra i fumi dell’alcol all’osteria, si parla e si sparla. Ci furono lepri bastonate e altre ignorate. Alla fine tutto tornò ad essere come era sempre stato, in cambio di cibo per sfamare anche gli uomini tornati dall’orrore della guerra, la seconda, mondiale, che Leone aveva scampato, le lepri si facevano catturare nel cavo di un ulivo secolare oppure a ridosso di un casolare, tra il frinire delle cicale e il caldo bollente dell’estate. E quei figli maschi che Luigina non aveva saputo fare, erano le lepri che li partorivano tra i dolori, soddisfatte di avere la testimonianza di quegli occhi azzurri come acciaio, occhi vogliosi all’occorrenza, sotto gli occhi, tutti i giorni, a ricordar loro l’estate e la gola riarsa dalla voglia. Così Leone passò con possanza una buona parte della sua vita con Luigina sempre al suo fianco. Quando i capelli castani cominciarono ad imbiancare Leone si invaghì di una donna molto giovane, forse l’unica che gli avesse fatto perdere la testa davvero. Le affittò una casa in paese a due passi dalla casa dove viveva sua moglie; con il tempo e gli acciacchi, però, non fu più in grado di spostarsi agevolmente come prima e chiese all’altra di abitare con lui la casa di Luigina. Arrivò gravida di otto mesi, salendo le scale a fatica. Come sempre la moglie convenientemente tacque. Dove sarebbe andata a finire ora che, anziana, aveva guadagnato anche il disprezzo delle figlie? Finì per affezionarsi a quella disgraziata che le aveva occupato la casa e che aveva anche lei avuto la sfortuna di mettere al mondo una lepre con gli occhi azzurri, come il padre massaro. Morì di crepacuore per quello che la sorte le aveva ricamato come sudario. L’altra la compose sul letto di morte e pianse per il suo destino di donna mai amata. Una mattina di agosto, con le cicale che facevano rumore come in quelle giornate in cui andava a caccia di lepri, Leone ebbe un infarto. Tentando di sorreggersi ad una mensola, fece cadere la foto della moglie morta, sfumata anche lei nell’indeterminatezza di uno sfondo inesistente, come quel giovane cognato che non aveva mai conosciuto se non in fotografia, la foto di un morto. Tra i vetri aguzzi Luigina sorrideva mesta, come aveva sempre fatto. Un lamento flebile uscì dal petto di Leone trafitto da dolori lancinanti. Il rumore richiamò anche l’altra che stava impastando il pane. Lei guardò l’uomo in terra tra i vetri della foto, con indifferenza; guardò Luigina persa nel vago dello sfumato e le sorrise. Poi si pulì le mani al grembiule che le cingeva i fianchi, lo slacciò, si ravvivò i capelli e uscì di casa.

Sedie

VAN GOGHTi ho trovata seduta tra il mobile bianco a cassetti e lo stipite della porta scorrevole, su una mezza sedia che avevi rifoderato con una stoffa provenzale a piccoli fiori colorati su fondo azzurro scuro. Che ci fai seduta lì? ti ho chiesto. Con un’alzata di spalle non mi hai risposto. Che fastidio vederti su quella maledetta piccola sedia, quasi accucciata in un angolo di una casa troppo grande e troppo estranea, una casa che avevi voluto ad ogni costo.

Ti era costata una lunga ed estenuante trattativa con il vecchio proprietario, una casa che avevi voluto affacciata sulla piazza principale. Si era rivelato un errore, quella casa, troppo rumorosa in estate con il frastuono del traffico continuo che se pur distante, tu stavi al sesto piano, sentivi amplificato dalla grandezza della piazza. E c’erano gli uccelli impazziti sugli alberi folti che a volte, verso sera, ti toglievano il respiro. Li avresti voluti silenti, quando la malattia ti ha costretto al letto, mentre quelli volavano schiamazzanti in un parossistico crepuscolo, che avevi quasi l’impressione lo facessero apposta. Però godevi di una vista ineguagliabile sul porto, le case arroccate e vicine, abbaglianti, la chiusa del molo con il fortino, l’accenno del verde dei giardini comunali; e con la tramontana, sul cielo azzurro e lontano, si disegnava il contorno del Gargano. Ma tu negavi a te stessa la gloria di quella vista e tenevi perennemente chiusa, come una barriera, la serranda. A sollecitarti ad aprirla dicevi che sarebbe entrato troppo vento oppure troppa luce, o gli odori che provenivano dalla canna fumaria del ristorante di fronte. Era tutto troppo per te e quella casa non sapevi godertela. Sicchè ti confinavi sulla sedia piccola, rintanata lì, disconoscendo i divani e le belle poltrone comode, foderate con un cretonne a rose bianche, le rose della tua infanzia, le tue preferite.

Ma perché sei seduta lì? Ti ho ripetuto. Hai iniziato a piangere. Ti sentivi tradita dalla vita, arrabbiata con te stessa per l’incapacità di godere delle cose, ancora più arrabbiata per esserti ammalata, sapendo che non avresti avuto scampo, ma fingendo anche con te stessa di covare speranze. Una contraddizione costante la tua vita, in contrasto con te stessa, volitiva e fragile insieme. La odio quella sedia! ti ho detto, e il pianto s’è trasformato in un sorriso appena accennato e tristissimo. Mi hai risposto: Poi la butti via. L’ho buttata davvero.

Il viaggio

seicento multiplaMio padre comprò una seicento multipla bianca e azzurra, che eravamo ancora piccoli. Era una macchina di seconda mano usata per trasportare la merce che gli serviva per la sua attività di idraulico. Aveva il sedile davanti rigido come una panchina, tutto assieme, foderato di finta pelle color nocciola. I sedili di dietro sembravano fatti per i bambini, all’occorrenza si ripiegavano su se stessi, totalmente, fino a lasciare il pianale completamente libero, come quello di un furgone. Mamma componeva con un materassino da mare un giaciglio per noi piccoli, quando d’estate si andava in Calabria. Sull’involucro gonfiato spesso a fiato, adagiava un lenzuolino pulito e i cuscini di casa. Tirava dentro tutto quello che poteva servirci per i pochi giorni che sarebbero rimasti loro e per i tanti nostri durante il mese di vacanza dai nonni. Trovavano posto anche i tanti doni pensati per tutti, giocattoli per i cugini, stoviglie per la nonna, taralli, uva, piccole cose che allora, in una Calabria ancora arcaica e povera, non venivano vendute. Per evitare le ore più calde del giorno, si partiva allora al mattino prestissimo, con il cielo ancora punteggiato di stelle, i miei davanti, seduti vicini attenti alla strada, noi piccoli, felici, sdraiati nell’alcova. Dal finestrino guardavo dal basso verso l’alto i profili delle case che sfilavano veloci inframmezzati da lembi di cielo scuro e dalle luci dei lampioni che si susseguivano, fino a finire nel cielo costante della campagna. Poi più nulla perché il sonno aveva la meglio sull’attenzione alle cose da guardare; anche l’eccitazione del viaggio si perdeva nella stanchezza. La strada da fare era lunga interrotta da tappe intermedie, piccole soste obbligate, anno dopo anno sempre uguali, ad Altamura per comprare il vino da portare al nonno, a Matera per il pane appena sfornato, nella piana di Sibari compravamo le pesche – la nonna le avrebbe messe nell’acqua ghiaccia del pozzo appena arrivati. Durante le soste facevamo capolino senza scendere – mamma ce lo impediva – assonnati e ansiosi di riprendere il cammino. Arrivavamo a Roseto al sorgere del sole, le colline argillose punteggiate di ginestre, il mare più sotto abbagliante d’azzurro e di luce. L’odore delle erbe selvatiche solleticava i miei sensi e, ormai sveglia, iniziavo a contare i ponti che passavano sui letti dei torrenti poveri d’acqua. Qualche volta la seicento gareggiava in velocità con un vecchio treno che viaggiava sul ponte parallelo a quello dove in quel momento passavamo. Mamma ci raccontava le storie della sua terra, perché il tempo passasse in fretta. Arrivati alle Paoline, sapevamo che avremmo trovato la nonna ad aspettarci con il suo abbraccio odoroso del fumo della legna della cucina economica. Anche la piccola cappella all’inizio della salita, che portava a casa dei nonni, sembrava aspettarci.

La signorina Malizia

La signorina MaliziaIl senso della memoria lo trovo compresso – a volte – in un odore* o nell’immagine fugace che mi attraversa, rimbalzando, la vista e mi ricorda quello che è stato. L’odore dell’alcool denaturato l’accompagnava mentre muoveva l’aria al passaggio vicino ai bambini, sistemati intorno al lungo tavolo del doposcuola. La signorina Malizia doveva aver fatto qualche anno di scuola magistrale, così le mamme le affidavano piccoli mocciosi, nel pomeriggio, perché costretti com’erano al tavolaccio – seduti sulle lunghe panche dove se uno dondolava, dondolavano tutti – erano obbligati anche a suon di bacchettate sulle manine a svolgere quei compiti d’altri tempi. Oltre le costrizioni materne – e le bacchettate! – era l’aspetto della Malizia che convinceva quelle anime ingenue a tenere a bada le intemperanze da puledri: la signorina vestiva, da severa suora, sempre di nero. Un camice liscio e lucido per l’uso, calze spesse anche in estate e una specie di cuffia, anche questa nera, che le copriva i capelli radi – a fatica li intravedevi, suo malgrado, sfuggenti come cernecchi. Sotto la cuffia esisteva qualcosa che inquietava e creava imbarazzo se il tuo sguardo bambino si posava lì, curiosamente, per cercare di capire. Calamitata dal tuo interesse innocente, l’occhiataccia di risposta della suora laica ti costringeva ad abbassare gli occhi e ti faceva diventare del colore dei peperoncini in agosto. Perché, chiesi a mia madre un giorno, la signorina Malizia ha la testa strana? Lei mi rispose che aveva una brutta malattia che le aveva fatto spuntare dei bitorzoli sulla testa. Non conosco, ad oggi, l’origine precisa di quel problema antico, ma la sua testa la ricordo bene, era deformata da una serie di irregolarità, simili a grandi bernoccoli, che facevano coppia, quanto a timore nel guardarla, con un viso arcigno e occhiali spessi. Non era certo una persona colta dalla grazia del Signore nell’aspetto e nei modi, sempre decisamente burberi. In una cosa però era aggraziata: ricamava perfettamente. In questo fu la mia maestra. In un’estate in cui mi annoiavo dei miei giochi solitari, chiesi a mamma di farmi frequentare la scuola di ricamo per sole bambine – naturalmente! Ancora oggi ricamo i punti base appresi allora e ancora oggi ricordo.

* E’ l’odore dell’alcool denaturato che la mia vicina di casa, bontà sua, usa quotidianamente per fare le pulizie a ricordarmi spesso la signorina Malizia.

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