Vita

ilriccioR375_26dic09Vennero a stare nel piccolo appartamento a piano rialzato, riservato, nell’intenzione di chi aveva dato loro l’incarico, ad una piccola famiglia di custodi. Vennero ed erano una tribù,  sembravano davvero calati come Unni dalle montagne dell’avellinese da dove erano partiti, pieni di usanze e superstizioni, forniti dell’immagine sacra della Madonna di Montevergine, venerata ai limiti dell’idolatria. In due stanze si erano accomodati figlie e genitori, un paio di bambini e nessun altro uomo, a parte il patriarca. Per entrare nel palazzo bisognava suonare al loro campanello. Con fare chiassoso, curioso, venivano ad aprire e con uno strano e sonoro accento ti chiedevano: Dove vai? Dopo le prime volte sapevano bene che sarei andata al terzo piano, dove condividevo i compiti e le opere di Verdi con la mia compagna di scuola, N. Così ci abituammo in fretta al folklore dei custodi, agli odori intensi e saporiti che si infilavano per le scale alle quali loro accedevano solo per le pulizie. Non c’erano finestre in quelle due stanze e l’unica apertura, l’ingresso della guardiola, non riusciva a trattenere nessun tipo di intemperanza, con grande fastidio dei ” signori ” del primo piano, loro datori di lavoro. Li vedemmo andar via chiassosi, così come erano venuti, in un primo pomeriggio d’estate. Commentavano tra loro, ad alta voce, quella partenza forzata, tra le masserizie accatastate e le tante parole anche qualche invettiva indirizzata ai ” signori ” del primo piano. Si venne a sapere più tardi, io e N. ascoltammo non viste, che la figlia più piccola, intraprendente più delle altre evidentemente, aveva iniziato ad incrementare i magrissimi introiti famigliari, ” facendo la vita “. Pensai allora che vivere costituisse un grave pregiudizio per poter mantenere un lavoro, un curioso caso di contraddizione nei termini: per poter vivere bisognava lavorare, ma facendo la vita, vivendo di fatto, il lavoro lo perdevi. ( Tutta la storia m’è venuta in mente stamani, mentre una signora bionda, non più giovane, al braccio di un’altra che poteva essere forse la figlia, mi ha attraversato la strada intanto che tornavo a casa in macchina. É lei, mi sono detta, quella che ” faceva la vita “. )

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