I musicanti di Brema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stamattina, a scuola, Musica ha messo a dura prova la mia percezione uditiva facendo suonare ai ragazzi, prontamente ribattezzati “ I musicanti di Brema “, quegli orridi strumenti di tortura che sono i pifferi di plastica dura – in realtà sono flauti a becco o dolci che dir si voglia, ma sempre orridi sono! Insomma dovevano eseguire brani pop, prima in assolo poi ensemble. G. l’alunno “ prezzemolo “, quello che tutto sa e tutto fa, per mostrare ai prof di essere stato diligente, a casa, nello studiare il brano assegnato, lo ha eseguito troppo velocemente. Con il tablet gli ho fatto ascoltare – in realtà la classe tutta ha ascoltato – qual era il giusto tempo di esecuzione. Al termine dell’ascolto C. ha chiesto < ‘ssore’ ascoltiamo i Beatles? >. Incenerito con lo sguardo il blasfemo, ho intimato < Non nominare il nome degli dei invano! >. Risate. Non hanno ascoltato i Beatles perchè l’ora è fuggita e Musica disperato, non è morto, ma ha ingiunto ai più di studiare meglio. Ora, a parte gli orridi aggeggi sonori, la cosa che tanto mi dispiace è notare quanto poco interessi la musica, l’esecuzione di brani musicali, alla maggior parte dei pulzelli. Da ragazzina non ho avuto la possibilità di studiare uno strumento musicale perchè non era previsto dalla normativa scolastica e tantomeno dalle idee dei miei genitori – semplicemente loro non ci pensavano e io non chiedevo. La mia prof di musica alle scuole medie – una bassottina piccina picciò, ma tanto tanto tosta – aveva il pallino dei cori scolastici(!) sicchè per tre anni abbiamo spaziato da “ la bella Gigogin “ a “ Va’ pensiero “, ma era la scuola pre riforma e non c’erano spartiti per i nostri denti! Loro, i pulzelli, potrebbero, ma la maggior parte non vogliono. Potrebbero seguire i corsi musicali pomeridiani di chitarra e pianoforte, ma se ne guardano bene – gli stolti non sanno quanto si cucca per il solo fatto di essere capaci di eseguire tre accordi in croce con la chitarra, sulla spiaggia, nelle sere d’estate! Volete mettere la soddisfazione di accompagnare se stessi mentre si stona la canzone del cuore? Per tutto questo non c’è prezzo, ma per tutto il resto ci si può sempre arrangiare ad essere ascoltatori a vita, sperando di non incappare nei musicanti di Brema.

Ue’, come Gion Béz!

joanAd un tratto, so il come e il perché, mi innamorai perdutamente di Joan Baez. Di sicuro dovevo averla sentita alla radio, passata in una di quelle trasmissioni che allora ascoltavo disposta a fare anche le ore piccole per ascoltarle – Massarini, dove sei? E il perché, ah il perché si fa presto a dirlo, Joan era – lo è ancora – antimilitarista militante, cantava con una voce cristallina ballate incredibilmente tristi ed era una moderna madonna laica scalza. Così comparve nella mia stanza, su un campo arancione intenso, il colore che avevo scelto per dipingere i muri, un grandissimo poster di una ragazza di qualche anno più grande di me, con i capelli corvini sciolti sulle spalle, il viso intenso e bellissimo, una chitarra imbracciata a suonare quello che io ascoltavo continuamente suonare dal mio mangianastri. E quello che ascoltavo era il concerto tenuto a Milano nel 1965, all’arena, dove la giovanissima Joan, salita sul palco scalza, si era ribellata a gran voce all’ingresso dei carabinieri che volevano presiedere il concerto, convinti com’erano che gli antimilitaristi avrebbero potuto provocare disordini da non dirsi. Era quello il concerto che imparai a memoria e che a memoria imparò anche mia madre, costretta ad ascoltare suo malgrado – o forse no? però ricordava ancora dopo tanti anni, quel ” C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e Rolling Stones “, cantata in italiano dalla voce adamantina di Joan, con il suo buffo accento americano. Poi vennero altri ascolti, ma Joan rimane per sempre nel mio cuore. Portai ad un suo concerto, qualche anno fa, la copertina del primo vinile che ho comprato perché potessi farmelo autografare – un concerto bellissimo precedette l’incontro, è con le lacrime agli occhi che ascoltai ” Forever Young “. Nella notte lei comparve tra i suoi musicisti, piccola e magra, come non immaginavo fosse, ancora splendida. Senza dir nulla le porsi la copertina che la ritraeva. Lei la guardò, mi guardò sorridendo e, cercando di non coprire in alcun modo con l’autografo la sua immagine si firmò, Joan Baez.

A sua imitazione anch’io, a volte, giravo per la città a piedi nudi, in estate… il titolo del post è mutuato da una frase che Enzo Jannacci durante un suo spettacolo, pronunciò, a giustificare il fatto che si era presentato scalzo. Quando gli fu chiesto il perché rispose: Uè, come Gion Bez!

Le fattezze nascoste

bob dylanAlcune sera fa, in vena di amarcord, ho rivisto il film di Martin Scorsese ” No direction home ” documentario dedicato al monumentale Bob Dylan. Al di là del piacere di vedere e sentire canzoni, luoghi, affermazioni, ricordi, interviste – in una sorta di regressione allo stato adolescenziale provi il desiderio quasi morboso, che già hai provato un tempo, di voler sapere tutto, ma proprio tutto del soggetto della tua attenzione e presti attenzione e ricordi e commenti, siamo in due, in famiglia, ad apprezzare non sai quanto! Tra memorabilia, spezzoni di vecchi concerti e interviste a chi lo ha vissuto, c’erano le parole pronunciate da uno strano signore rugoso, con i capelli un po’ più radi e bruciati da colorazioni sbagliate – si intravedevano, forse, i riccioli angelici di un tempo… forse, chissà – c’era questo signore vestito di nero e parlava di se stesso e, stranamente, la persona coincideva con il nome che non ti aspettavi che lui avesse. Era Dylan, è Dylan. Invecchiato come tutti, con poca grazia, e non come tutti. E al di là della sfasatura di vedere uno e di pensarne un altro si intravedeva nel bagliore di quegli occhi “bluer than robin’s eggs “* il ragazzo di un tempo, come una sinopia sfuocata da tanta vita, dalle mille esperienze. Con se stessi è difficile notare la sfasatura tra l’apparire e l’essere – dentro, oh dentro, ci sentiamo tutti fanciulli, quelli di un tempo, visione che distorce spesso la realtà che è ben diversa perché siamo altri, inguardabilmente altri. E la sua sfasatura è diventato il metro di misura e di giudizio tra noi, in quel momento. Ma lo vedi come è cambiato? Non è più lui. Anche tu non sei più tu. Allo specchio, tirando indietro la pelle, ho avuto l’illusione di vedere la ragazza che ancora mi abita… forse, chissà.

*”bluer than robin’s eggs ” è una citazione tratta dalla canzone di Joan Baez, ” Diamond and rust “, “As I remember your eyes/Were bluer than robin’s eggs ” ( Come ricordo i tuoi occhi/Erano più azzurri delle uova del pettirosso )

Musica in campo lungo

Joni+Mitchell+joni05Poco fa pensavo al modo migliore per iniziare a scrivere questo post. Come sempre mi ponevo delle domande: se fossi vissuta ” deprivata ” da ogni forma di arte visiva, se la mia esperienza di vita non avesse compreso l’amore per il cinema e per l’arte, come sarebbe stata la mia percezione della musica? A quale immagine visiva avrei potuto fare riferimento, a quale ” creazione ” appigliarmi per dare un corpo alle note musicali, alle canzoni? – anche se le canzoni sollecitano altri canali di percezione legate alle parole, a quello che le parole possono raccontarti, a quello che le parole possono donarti in termini di emozioni.  E non so neppure se il possedere un discreto bagaglio di immagini possa essere un handicap nella fruizione della musica fine a se stessa; nel Settecento la musica da camera a cosa faceva pensare? Le note alate di Vivaldi imitavano la natura e dunque comunque si riferivano ad immagini reali, già patrimonio vitale di quelli che potevano ascoltare Vivaldi. Speculazioni. Perché tutto questo discorrere tra me e la mia testa altro non è che il risultato dell’aver letto una notizia – i settant’anni di Roberta Joan Anderson altrimenti detta Joni Mitchell, AUGURI splendida signora del Canyon! Dopo tanto ho riascoltato Hejira, un disco che ha accompagnato la mia esistenza per più di una mezza esistenza. Perché era musica da non consumare, quella, musica che non si è consumata sicuramente. Allo prova del tempo si ascolta ancora con grande interesse – il mio, per forza! Ho così tanto amato e amo questo disco, questa donna, da ricordare anche oggi, a distanza di anni – posto il cd nel lettore, nel pomeriggio – l’attacco di Coyote, le parole, il fraseggio del basso di Jaco Pastorius dei Weather Report – geniale! – e il giro di armonica di Neil Young in Furry sings the blues e le parole cantate come poesia – poesia anche le parole, ricerca misurata di parole-immagini-emozioni. Che cosa hanno inventato le giovani cantautrici, oggi, che lei non avesse già cantato e musicato, allora? Il disco è il viaggio, ha le note e l’atmosfera di un viaggio di ampio respiro, di un viaggio in campo lungo cinematografico – ecco le immagini di cui dicevo prima. Lei è una donna libera, che racconta se stessa e la sua esperienza, viaggia senza timore, la sua musica e la sue parole sono una sorta di pellegrinaggio intimo, la messa in chiaro di emozioni contrastanti, la voglia di libertà è dominata dalla ricerca di un amore di cui vive l’entusiasmo iniziale, la sofferenza e l’amarezza, fino alla solitudine nuovamente. Lunga vita alla musicista e alla donna.

Sto viaggiando in una qualche macchina, seduta in qualche bar, un disertore di guerre inutili che distruggono l’amore. C’è consolazione nella malinconia, non c’è bisogno di spiegare: è naturale come il cielo triste di quest’oggi. Nel nostro possessivo stare insieme, non poteva essere espresso molto. Così ora sto tornando a me stessa, alle cose che tu e io abbiamo represso. In ognuno ritrovo qualcosa di me, proprio in questo preciso istante dell’universo, come candide pieghe, merletti svolazzanti attorno ad un abito di ragazza. Sai non è mai stato facile combattere o rinunciare, sia che tu percorra gli estremi in tutta la loro ampiezza o che tu continui sempre dritto per la tua strada. Ora una donna e un uomo siedono su una roccia: si scioglieranno entrambi o geleranno. Ascolta… musiche di Benny Goodman attraverso la neve e i pini. In ogni poro di me una febbrile ansia di viaggi. Ma sai, sono contenta di starmene da sola. Eppure qualche volta il più lieve sfiorarmi di un altro riesce a pervadere di fremiti le mie ossa. Lo so, nessuno mai mi mostrerà tutto: tutti veniamo e andiamo sconosciuti, ognuno così profondo e così superficiale, tra il forcipe e la tomba… ( Hejira – Joni Mitchell – 1976 )

Quello che… oh yeah

fotoricordoSi parlava, alla tavola pasquale, di Enzo Jannacci – argomento quasi obbligatorio, dati gli eventi. Il mio interlocutore con un categorico: Era diventato insopportabile, ne ha decretato il necrologio. Gli ho chiesto lumi, a proposito, e non ho ben capito se fosse ben favorevole ad un Enzo Jannacci prima maniera, quello di Vengo anch’io  o l’ultimo Jannaci conosciuto, dalle canzoni intrise di grande malinconia e molto realiste – per quanto anche qualcuna delle canzoni prima maniera aveva già  evidenti i temi sociali che hanno fatto da sottofondo alle altre venute dopo. Da ragazza pensavo alle sue come a canzoni bislacche e senza un senso particolare, di un funambolo surreale messo lì per compiacere una ristretta cerchia di persone come lui. Jannacci faceva il cantante e non lo faceva, il suo mestiere vero di cardiochirurgo lo aveva messo a contatto con persone che quasi a verifica delle sue origini di figlio di emigranti pugliesi, gli avevano donato una realtà fatta di viaggi della speranza, sogni di guarigioni. Ho un unico disco suo, Fotoricordo, davvero bello, un disco di quando aveva smesso di fare il funambolo e aveva preso a cantare della gente che incontrava nelle corsie d’ospedale e della realtà operaia che aveva conosciuto in gioventù. Nella replica del programma che Fabio Fazio gli aveva dedicato nel 2011 – visto la sera di sabato – lui già sofferente, appoggiato al pianoforte, ha guardato per tutto il tempo suo figlio Paolo, di uno sguardo pieno d’ amore profondo. Quello sguardo mi ha davvero commossa… oh yeah.

Natalia, la faccia quasi color della cera
Natalia non vedi le flebo che ti sparano dentro
a vederti non sembri neanche vera
e siamo qui davanti a te coi bei vestiti verdi dei chirurghi americani
Natalia, far finta di essere perplessi
come fa ogni professionista che si rispetta
ma la cera ricorda qualcuno dei tasti bianchi del mio pianoforte
Natalia, tu non sai che bisogna riaprirti il torace
che è una cosa che rompe sempre i coglioni
Natalia, Natalia, Natalia
Natalia che hai solo sette anni e fai la figlia di ferroviere
proprio quello al quale il professore di Torino
ha chiesto venti milioni
ben sapendo che male che vada c’è sempre la colletta
e siamo bei freschi di tasse
è tutto Natalia
Natalia che hai capito che all’ospedale di Milano
sei la numero trentotto giù in lista di attesa
Natalia con la valvola nel cuore messa dalla parte sbagliata
già ma queste son cose che la canzone non dice mai, mah
Natalia che mi hai telefonato con la cadenza della donna d’affari
la mia amica mentre si giocava in corridoio è deceduta
– Come hai detto? – Si dice deceduta ma tu sei un dottore?
Dimodoché siccome adesso io c’ho paura mollo ‘sti due deficienti
padre e assistente sociale
sai gli han già tirato venti milioni a Torino
non vorrei, non vorrei ci fosse qualche altro casino
e anche queste son cose che la canzone non dice
Natalia coi fumetti, la sorella di tua madre,
il gelato, gli occhi fuori dal finestrino
Natalia, chi lavora magari anche sbaglia
ma lui mi ha combinato proprio un casino, troppo casino
Natalia che non puoi sapere cos’è bradicardia
cioè che tutto sta andando a puttane e così sia
Natalia che l’hai fatto smettere di bestemmiare
perché si potesse chiedere aiuto a qualcuno
magari anche alla Vergine Maria, eh magari
Natalia che domani vai via, grazie di tutto e così sia.
( Natalia da Fotoricordo di Enzo Jannacci )

(S)miti

Bisognerebbe suggerire al tempo di avere la bontà di non infierire sulle cose e, soprattutto, sulle persone. Così come un intonaco viene cotto dal sole con il passare degli anni – ma vi si può decisamente rimediare con un buon restauro 😀 – anche le persone vengono passate al fuoco lento dagli anni che trascorrono in avanti, sempre e comunque. Spesso, per le persone, non c’è restauro che tenga, alla fine la magagna si vede. C’è chi non si adegua al restauro e gli anni formano un reticolo fitto di circostanze, fatti, esperienze, usi e abusi, sul corpo e sul viso – magari anche sull’animo, ma nessuno ti racconterà mai di avere un animo invecchiato, sono più propensa a credere a quello che solitamente diciamo agli altri o che raccontiamo a noi stessi per consolarci: Sarò arrivata a 40/ 50/60 anni, ma sono giovane dentro e tanto basta! 😀 Pensavo a questo, ieri sera. Ci pensavo saltapicchiando da un video all’altro su You Tube. Guardavo vecchi video musicali e mi sono imbattuta in Somebody to love dei Jefferson Airplane. Chi fosse pratico, ricorderà senz’altro la voce potentissima di Grace Slick, donna bellissima e dall’aspetto moderno – già nei ’70, oppure è il ritorno del look di quell’epoca a dettare la modernità dell’immagine? Sia come sia, godevo beata nel vedere e nel sentire, quando, mi sono imbattuta in un video che conteneva un’intervista alla signora Slick, in tempi recenti. Perchè l’ho fatto non so. Per curiosità sicuramente, ma in questi frangenti bisognerebbe avere il gusto di frenarsi in tempo. Un video dell’orrore avrebbe avuto più senso. Grace Slick, dove sei finita?  Il realista signor Woolf interpellato alla condivisione ha commentato: Dovresti guardarti anche tu, più spesso, allo specchio. Che avesse ragione?

La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento

E chissà quali risposte avrà trovato – se le ha trovate – Bob Dylan ieri sera a Barolo, paesino delle Langhe, dove – incedibile a dirsi – ha tenuto un concerto e dove – ancora più incredibile – ha tirato fuori la voce che nel tempo sembrava avesse perso oltre che la voglia di cantare, ricantare, la cinquantenne Blowing in the wind – perché è vero, tanti anni sono passati dalla prima volta che la canzone, arma impropria contro la guerra del Vietnam, contro tutte le guerre, fu resa pubblica da lui, giovane e arruffato, sconosciutissimo e da allora in poi elevato agli altari della popolarità sempre più, fino alla nausea, all’indifferenza. Avrà trovato Dylan, tra le colline, il tempo lungo e il senso contadino che trovò Pavese, lo scrittore americanista, che a quelle colline era affezionato come al seno della madre, Cesare Pavese che istruì la giovane Nanda Pivano all’America. Se avesse avuto il dono dell’immortalità, ieri sera a Barolo ci sarebbe stata anche lei, la Pivanda a salutare Dylan e la sua cinquantenne compagna di vita.