Mancanza

egon-schieleDopo anni ho compreso il senso di mancanza che hai provato lasciandomi andare verso qualcosa di sconosciuto ad entrambe. Alla stazione ci salutammo e, incosciente com’ero, non pensai alla solitudine che avresti sofferto. Meglio, volevo andare, il mio desiderio era quello di un confronto tra noi, ma che si svolgesse a distanza, senza interferenze, senza che ci fossero commenti di altri, senza vizi di forma e sostanziali ricatti affettivi. Volevo allora che ti accorgessi di me con il vuoto della mia assenza, questo volevo. Giovane e arrogante com’ero, ribelle senza mezze misure, tinte nette per argomentare anche con te. Ma lo stare lontane acuì il desiderio di entrambe, quando potevi venivi a trovarmi. Era una festa che non sapevo esprimere e tu nemmeno, non eravamo capaci di gesti evidenti. Solo quando eri lontana ti scrivevo biglietti d’amore, una volta ti mandai dei fiori e, telefonandoti per sapere se li avessi ricevuti, mi resi conto della nostra voce incrinata, della commozione che provavi ogni volta che la tua figlia strana ti beneficiava di un gesto d’amore. Adesso che scrivo immagino cosa avresti provato tu, in questi giorni di assenza del tuo nipote prediletto, cosa avresti vissuto nuovamente, quali sensazioni, quali emozioni. Tutto come allora di sicuro, adesso lo so, ora che quella mancanza simile a questa la vivo anch’io.

Era ieri

momEra questa l’ora, pressapoco. Negli attimi concitati che seguirono qualcuno mi disse che sarei dovuta andare a prendere delle calze più spesse, a casa mia – non c’erano calze scure da metterti, tu non ne portavi.  Per strada, inebetita dal dolore, anestetizzata quasi, mi dicevo della stranezza di vestirti di scuro, necessario colore del lutto. E l’abito lo avevi scelto in precedenza, a mia insaputa, ché mi sarei arrabbiata se tu mi avessi chiesto di scegliere un vestito per il tuo viaggio, l’ultimo – si dice così,  l’ultimo viaggio, ma per andar dove, poi? Complice tua sorella, la rossa sorella che amavi, quella che ti somigliava di più, avevi sistemato ogni cosa, dimenticando le scarpe, però.  E quando quelli che ti avevano composta me le chiesero, dissi loro che almeno le scarpe dovevano darmi il tempo materiale di cercarle tra le tante che compravi e non mettevi. Così ne presi un paio belle, davvero eleganti, con il tacco che non sfigurassero con il tuo vestito da festa. Abbigliata da festa per un viaggio, strano ma’, non trovi? E poi il rituale di poggiarti sul letto,  vestita da festa, ma coperta da un lenzuolo perché avessi la parvenza del dormire, ma vestita da festa e con le scarpe ai piedi. Tutti momenti che ancora ho vividi nella mente, dopo gli anni che per tanti, per troppi, sono diventati passato remoto. Faccio fatica a lasciarti andare, ma’, come qualcuno mi consiglia di fare. Ci si abitua a tutto, a quasi tutto, di certo non a questo.

Sedie

VAN GOGHTi ho trovata seduta tra il mobile bianco a cassetti e lo stipite della porta scorrevole, su una mezza sedia che avevi rifoderato con una stoffa provenzale a piccoli fiori colorati su fondo azzurro scuro. Che ci fai seduta lì? ti ho chiesto. Con un’alzata di spalle non mi hai risposto. Che fastidio vederti su quella maledetta  piccola sedia, quasi accucciata in un angolo di una casa troppo grande e troppo estranea, una casa che avevi voluto ad ogni costo.

Ti era costata una lunga ed estenuante trattativa con il vecchio proprietario, una casa che avevi voluto affacciata sulla piazza principale. Si era rivelato un errore, quella casa, troppo rumorosa in estate con il frastuono del traffico continuo che se pur distante, tu stavi al sesto piano, sentivi amplificato dalla grandezza della piazza. E c’erano gli uccelli impazziti sugli alberi folti che a volte, verso sera, ti toglievano il respiro. Li avresti voluti silenti, quando la malattia ti ha costretto al letto,  mentre quelli volavano schiamazzanti in un parossistico crepuscolo, che avevi quasi l’impressione lo facessero apposta. Però godevi di una vista ineguagliabile sul porto, le case arroccate e vicine, abbaglianti, la chiusa del molo con il fortino, l’accenno del verde dei giardini comunali; e con la tramontana, sul cielo azzurro e lontano, si disegnava il contorno del Gargano. Ma tu negavi a te stessa la gloria di quella vista e tenevi perennemente chiusa, come una barriera, la serranda. A sollecitarti ad aprirla dicevi che sarebbe entrato troppo vento oppure troppa luce, o gli odori che provenivano dalla canna fumaria del ristorante di fronte. Era tutto troppo per te e quella casa non sapevi godertela. Sicchè ti confinavi sulla sedia piccola, rintanata lì, disconoscendo i divani e le belle poltrone comode, foderate con un cretonne a rose bianche, le rose della tua infanzia, le tue preferite.

Ma perché sei seduta lì? Ti ho ripetuto. Hai iniziato a piangere. Ti sentivi tradita dalla vita, arrabbiata con te stessa per l’incapacità di godere delle cose, ancora più arrabbiata per esserti ammalata, sapendo che non avresti avuto scampo, ma fingendo anche con te stessa di covare speranze. Una contraddizione costante la tua vita, in contrasto con te stessa, volitiva e fragile insieme. La odio quella sedia! ti ho detto, e il pianto s’è trasformato in un sorriso appena accennato e tristissimo. Mi hai risposto: Poi la butti via. L’ho buttata davvero.

Cinque

A cosa serve il passare del tempo se gli anni non annullano la memoria e non addolciscono la mancanza? Te ne sei andata e sono cinque anni oggi, tra poco, a sera. Te ne sei andata tra il mio stupore, tra il mio non arrendermi all’evidenza – è così che si smette, è così, ad un tratto… ci sei, corpo e anima, e poi più nulla… un simulacro, il nulla. Pensavo, stamattina – e tu conosci i miei pensieri – che più di ogni altra cosa mi mancano le parole che non abbiamo avuto maniera di dire, mi manca il tuo affabulare continuo, il ricordare per trasmettere il ricordo, perché non ci fossero vuoti, ma pieni di affollate storie, di volti noti e sconosciuti, vuoti pieni di te, della tua vita non facile. Mi rammarico adesso, di non essere stata più attenta, di non aver ascoltato anche il superfluo – tutte le parole ascoltate e scartate dalla memoria per sovraesposizione. Averlo saputo per tempo, averlo saputo ti avrei legata più stretta, piccola mamma.

Paradiso perduto

mary_cassatt_bambiniGuardavo una piccina di forse due anni, tenuta per mano dalla sua mamma. Le sue gambotte fiere e irrequiete sembravano danzare nel sole di questa primavera che stenta a farsi matura. La vedevo di spalle tentare una piccola corsa, alla voce incitante della mamma, i piccoli ricci avvitati alla testa come tenera lanugine sventolare al movimento della testa, la sua risata farsi leggera di sole e d’azzurro. La mamma ancora: Chiara, fai presto che ti porto alle giostrine! E Chiara, la piccola e solare Chiara, allegra, felice nel sole e nella primavera. Che condizione preziosa quella dell’essere piccoli, con la vita che ti riserva incanti ogni giorno, la gioia di crescere e di imparare, dell’essere inconsapevolmente tenaci, fieri della propria condizione per diritto acquisito alla nascita. Un paradiso perduto che abbiamo solo l’opportunità di osservare in lontananza e di gioire per questo per gioia riflessa.

Tutta colpa del caffè!

Ho gentilmente fatto accomodare una delle ” evase ” di ieri sulla sedia in quel momento libera, nelle mie vicinanze. Allora P. che cosa è successo, mi vuoi spiegare per piacere, come mai, ieri, avete deciso di non venire a scuola? e P. esitante, ma non troppo: ‘Ssore’ – e dalle! 😦 – ieri mattina con M. ci siamo date appuntamento alle otto meno un quarto per andare a fare colazione al bar… – tanta abnegazione per andare al bar, non viene messa in conto neppure per arrivare a scuola in orario! vabbe’ – Era necessario? le chiedo – lo sguardo sopra le righe di P. mi dice ”  ‘ssore’ come sei ingenua! “. Non insisto per ottenere una risposta plausibile e lei continua: Poi abbiamo fatto tardi e M. ha detto, facciamo fruscio! E dove siete andate? insisto – dovevo e volevo TANTO saperlo! 😀 Siamo andate a casa mia a giocare… – a giocare?!? lì per lì, di fronte a tanta evidente sicumera, avevo dimenticato che le scricciole hanno solo dodici anni – E mamma cosa vi ha detto? Mia madre si è messa a gridare e poi non ha detto più niente. E la mamma di M.? – M. senior era venuta a scuola ieri per portare a casa la figlia, l’ingenua! – Ha telefonato a M. per chiederle dov’era perché si era preoccupata per non averla trovata a scuola… Ah! E poi? M. è tornata a casa. Fine della trasmissione. Dopo averle fatto il predicozzo, P. è tornata a posto e ha esibito, come la sua allegra comare di colazione, una giustifica con tutti i crismi. Alla fine della quarta ora il collaboratore è ritornato in classe dicendo: M. deve andare via, è venuta la madre a prenderla! Stavolta abbiamo potuto mandarla… a casa!      ( lo so, volete sapere per quale ragione anche oggi la genitrice desiderava portare via in anticipo la piccola caffeinomane: Inglese interrogava e M. da grande farà la dama dell’alta società, e le dame dell’alta società non sono tenute a conoscere l’inglese! 😀 )

Acronimi immortali

La pessima abitudine ad utilizzare acronimi per dichiarare il proprio affetto è una prassi usuale e consolidata: fa specie negli adulti, ma è spesso sopportata quando si tratta di ragazzi – e poi dice che sono in aumento i casi di dislessia… questa è un’altra storia e ve la racconto in un altro momento. Allora dicevo, gli acronimi. Stamani, considerata la disponibilità di tempo, ho deciso di andare al cimitero per evitare la ressa di domattina. Fatte le soste solite, quelle che erano un’abitudine quando al cimitero ci andavo con mia madre – è un modo per sentirmi ancora con lei, per rispettare la sua idea che la portava a volerci con sé, piccoli, in quel luogo ritenuto dai più triste e pieno di melanconia: < I morti vanno rispettati, ne va coltivata la memoria > diceva. Poco prima di andar via mi sono recata nel campo, in fondo al cimitero, che un tempo era terra sconsacrata, il luogo dove venivano sepolti i bambini non battezzati. Fu posta lì la mia sorellina, nata morta, primogenita, la figlia sempre ricordata da mamma. Di lei non rimane più nulla se non il ricordo condiviso e poiché lei portava dei fiori per ricordare quell’esordio doloroso, per ricordare se stessa diciannovenne impaurita e traumatizzata da una tragedia, anch’io porto dei fiori ad una terra spoglia e all’acronimo sul muro che recita” R.C. ” . Quella è l’idea della mia inesistente sorella, la memoria scavata in quel muro di tufo da mia madre, un giorno che la scritta precedente era quasi scomparsa. Un acronimo che un adulto ha utilizzato, perché ci si possa ricordare di chi c’era; una dichiarazione d’amore che sa di immortalità. 

Gentleman

Ci divertivamo, stamani, con la nostra vicina di ombrellone. E’ da qualche tempo che le vediamo ronzare intorno un signore molto attempato – per non dire proprio vecchio! – che con fare signorile si presta ad aiutarla con i suoi piccini. Azzardavamo svariate ipotesi su questo interesse senile, ma quella più accreditata risulta essere il lavorìo ai fianchi per arrivare alla cima. La cima nella fattispecie è la mamma di N. che vedova da poco tempo,  dovrebbe sembrare con ogni probabilità ancora appetibile agli occhi del vegliardo! Sicchè lui fa il ganzo, si produce in sperticati baciamano – da vedere: i baciamano fatti da un tizio ignudo, salvo per le pudenda, coperte da un costumino rosso!!! 😀 sono spettacolari! 😀 In pieno fervore professa e dichiara a N. un bene da zio? da patrigno? da tombeur? Da tombeur de femmes?!? Ma ‘sti uomini non si arrendono mai? 😀 😀

Canea

La mattinata è iniziata già storta. Se decidi di andare al mare, non ci deve essere nessun ” legittimo impedimento ” ad impedirtelo, appunto. 😀 E no, invece, la telefonata è sempre in agguato. Ciao cara sono R. e via una geremiade in sol maggiore per circa tre quarti d’ora interrotta dal mio: Scusami, ma dovrei andare per delle commissioni – pareva brutto dire alla lamentosa che dovevo guadagnarmi il mio sole quotidiano! 😀 Arrivata colà, con il mare ancora torbido per le mareggiate di maestrale dei giorni passati, faccio un bagno di malavoglia e mi appresso al bagno di sole. Ed eccole che cominciano insieme, mamma e nonna, a bistrattare una scassa.. ” amabile ” bambina di circa otto anni che si annoia, perché la mamma preferisce stazionare sotto l’ombrellone a far chiacchiere piuttosto che giocare con la figlia. Con un tono di voce di tre decibel più alto della media, gracchiante come quello di una cornacchia imbizzarrita, madame incita la di lei figlia ad andare a giocare con le altre bambine – come se tutte le bambine del mondo siano disponibili ad accettare nel loro ” privè ” una perfetta sconosciuta, carognette come sono a quell’età! Dopo poco la mamma sbotta con un: Sei una morta – mi pareva di sentire Fiorello quando imita gli adolescenti! 😀 – stai sotto l’ombrellone come se fossi una vecchia di ottant’anni! Vai a giocare, muoviti! E la piccola infanta: Sei una maleducata, ecco! Ho pensato, tra me e me: Signo’, ha ragione tua figlia, bambina/ mamma 1 a 0! Faceva prima a giocare con lei, l’asina, piuttosto che caneare tutto il tempo! 😀