A Barbara

1472920921162_1472920957-jpg-il_borgo_in_lutto_per_barbaraSai Barbara, come spesso capita in questo strano mondo virtuale,  e come succede nella vita reale, ci sono persone che vanno e vengono, ma a differenza della realtà quelli che incontri qui è probabile che non avrai mai modo di conoscerli di persona, ma attraverso la scrittura e le immagini e le suggestioni hai come l’impressione di averne sfiorato l’essenza, per le belle parole con le quali siamo capaci di presentare noi stessi, a volte. È attraverso la scrittura che negli anni abbiamo saputo di nascite e matrimoni, di separazioni, di vita vissuta, insomma. Tra le persone conosciute e rimaste qui ci sei tu. Eri piccola quando la tua mamma ha cominciato a parlare di te ed è stato diverso tempo fa. Sonja ti descriveva come si fa quando si tratta di figli, con orgoglio e, a volte, con ansia e preoccupazione. Abbiamo saputo, in seguito, della tua malattia. E ogni volta, nel nostro piccolo mondo virtuale, siamo stati con te, Barbara, che così piccola eri risoluta a farcela ogni volta, caparbiamente, senza mai arrenderti neppure una volta, neppure un momento, disposta a vivere la normalità, la quotidianità, di una adolescente, la scuola, le amiche, i cani amatissimi, il tuo bellissimo cavallo. Ora che la malattia ti ha allontanata precocemente dalla vita mi chiedo se c’è un disegno più grande per te, in una dimensione diversa da questa. Perchè se cosí non fosse è incomprensibile la tua scomparsa, è incomprensibile la morte di una ragazza di diciotto anni. Che la terra ti sia davvero lieve, piccola Barbara.

Boxes

scatoloneIn un qualsiasi film americano – cinema, cinema ossessione! – il protagonista, licenziato, si allontana dall’ufficio dove fino a poco prima aveva imperato in un delirio di onnipotenza con in mano uno scatolone di cartone. A sbirciare dentro, a sbirciare nello scatolone, ci si accorge che la vita, quella vissuta dal protagonista, quella che potrebbe essere anche la rappresentazione della vita reale di ognuno di noi nella stessa situazione, può condensarsi a volte, nell’estensione fisica di qualche oggetto che come simbolo ci rappresenta e ci racconta: una fotografia, uno sfogliacarte, un fiore secco tra le pagine di un libro, cose così. Una vita, ricordi, che riescono ad essere racchiusi in spazi ristretti, in quel caso,  ma che possono moltiplicarsi per molti, tanti scatoloni, quando la vita longeva di due persone deve essere racchiusa necessariamente dalle circostanze. Allora non è una scrivania che devi sgomberare o pochi cassetti che devi svuotare, ma sono armadi e mobili, la vita di due persone esposta nella tangibilità di cose e abiti e documenti e oggetti che si sono accumulati nel tempo, stratificati nel tempo, caricati di valenze importanti per le due persone che hanno posseduto quegli stessi oggetti, valenze sconosciute ai più, una follia fatta caos momentaneo e assoluto, tanto da toglierti il sonno, da occupare per intero i tuoi pensieri e le tue giornate. E nel tentativo, spesso infruttuoso, di non farti coinvolgere dall’emotività che la vista di quegli oggetti ha su di te, sul tuo olfatto – l’odore di mia madre, ancora!, nella sua parte di armadio, le mille cravatte di mio padre sempre annodate, conservate così, cappi colorati non disfatti dalla ” necessità ” di non rifare il nodo tutte le volte, una vecchia sottogonna di tulle rosa, simbolo di una giovinezza lontana, le fasce di stoffa arrotolate con le quali mia madre ha fasciato la sua prima bambina nata viva, una piccola me, la lampada rotta dai nipotini vocianti e amorosamente incollata dalle mani di una nonna sempre paziente e accondiscendente, i tanti ” pizzini ” vergati dalla grafia d’altri tempi di mio padre sempre più incerta mano a mano che si avvicinava il tempo della suo deterioramento fisico e mentale – racconti di vita strappati, inscatolati, selezionati per ” utilità “, buttati via, spesso, perché alla fine sono solo oggetti. E ti viene da considerare che è da folli pensare di trascorrere l’intera esistenza nell’ansia di avere, di pensare che tutto può esserti utile e che tutto può essere apprezzabile e indispensabile, se poi alla fine non ti porti che la foto di tua figlia primogenita nata senza vita – ultima volontà terrena di mia madre, otto anni fa, rispettata dalla compassione della figlia in vita – e un piccolo tozzo di pane – per accompagnare mio padre, l’ultimo desiderio non soddisfatto. Tristezza e malinconia racchiuse anche quelle, nel cuore, senza scatoloni che possano contenerle.

Midnight’s squaw

na-woman-2-apacheUn gioco simmetrico di sguardi in una notte lontana. Come ti ” corteggiammo ” giovane batterista, in una casa del popolo, durante un concerto suonato a due passi, tanto da sentirci immerse nel suono, tanto da sentirci immerse in occhi lago azzurro, curiosi e simmetrici? – valevano gli sguardi allora, valeva sentirsi appagati anche solo da quelli. Avremmo dovuto limitarci al gioco, ma non serviva e non bastava quella sera, gli sguardi erano audaci e bisogna lasciarti con un appuntamento di mezzanotte scritto in fretta su un biglietto. Per poi  saperci stupite e deluse, solo dopo averti visto arrivare, nascoste dietro un muro complice, con tanti, troppi amici, non previsti e non graditi. Sei rimasto nei racconti di memoria, come quello che fu mancato da due squaw di mezzanotte.

In tuo ricordo, Ross

DSC05677Mi gira nella testa da giorni, la canzone del non essere. Mi dirai: Ogni anno mi dedichi una canzone? So che non può dispiacerti, amavi la musica quanto io l’amo e a in comune avevamo le stesse parole da ricordare. Continuiamo a scriverti, continuo a pensarti e finché sei viva nel ricordo, sei viva e sorridente come allora. Amica mia ti ho detto stamani, abbraccia ognuno di noi, allarga il tuo azzurro cielo a proteggerci dal nulla. Rimani qui, non stancartene.

Lo sai che colore han le nuvole basse
e i sedili di un’ex terza classe?
L’angoscia che dà una pianura infinita
Hai voglia di me e della vita
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia
un treno o una periferia
non siamo scoperta né sponda sfiorita
non siamo né un giorno né vita.

( Francesco Guccini )

Sedie

VAN GOGHTi ho trovata seduta tra il mobile bianco a cassetti e lo stipite della porta scorrevole, su una mezza sedia che avevi rifoderato con una stoffa provenzale a piccoli fiori colorati su fondo azzurro scuro. Che ci fai seduta lì? ti ho chiesto. Con un’alzata di spalle non mi hai risposto. Che fastidio vederti su quella maledetta  piccola sedia, quasi accucciata in un angolo di una casa troppo grande e troppo estranea, una casa che avevi voluto ad ogni costo.

Ti era costata una lunga ed estenuante trattativa con il vecchio proprietario, una casa che avevi voluto affacciata sulla piazza principale. Si era rivelato un errore, quella casa, troppo rumorosa in estate con il frastuono del traffico continuo che se pur distante, tu stavi al sesto piano, sentivi amplificato dalla grandezza della piazza. E c’erano gli uccelli impazziti sugli alberi folti che a volte, verso sera, ti toglievano il respiro. Li avresti voluti silenti, quando la malattia ti ha costretto al letto,  mentre quelli volavano schiamazzanti in un parossistico crepuscolo, che avevi quasi l’impressione lo facessero apposta. Però godevi di una vista ineguagliabile sul porto, le case arroccate e vicine, abbaglianti, la chiusa del molo con il fortino, l’accenno del verde dei giardini comunali; e con la tramontana, sul cielo azzurro e lontano, si disegnava il contorno del Gargano. Ma tu negavi a te stessa la gloria di quella vista e tenevi perennemente chiusa, come una barriera, la serranda. A sollecitarti ad aprirla dicevi che sarebbe entrato troppo vento oppure troppa luce, o gli odori che provenivano dalla canna fumaria del ristorante di fronte. Era tutto troppo per te e quella casa non sapevi godertela. Sicchè ti confinavi sulla sedia piccola, rintanata lì, disconoscendo i divani e le belle poltrone comode, foderate con un cretonne a rose bianche, le rose della tua infanzia, le tue preferite.

Ma perché sei seduta lì? Ti ho ripetuto. Hai iniziato a piangere. Ti sentivi tradita dalla vita, arrabbiata con te stessa per l’incapacità di godere delle cose, ancora più arrabbiata per esserti ammalata, sapendo che non avresti avuto scampo, ma fingendo anche con te stessa di covare speranze. Una contraddizione costante la tua vita, in contrasto con te stessa, volitiva e fragile insieme. La odio quella sedia! ti ho detto, e il pianto s’è trasformato in un sorriso appena accennato e tristissimo. Mi hai risposto: Poi la butti via. L’ho buttata davvero.

Ti sei rinsecchita

Scusate-le-spalle22Il tono scherzoso del signor Woolf, stamattina, mi ha ricordato che sì, in effetti, rispetto agli anni della giovinezza il mio volto non è più quello fresco e pimpante di una volta. Rinsecchito sarai tu! gli ho risposto per le rime e ridendo abbiamo ricordato gli anni del ” ptral “. Era estate e avevo indossato un abito che mi lasciava scoperte le spalle. Entrata nel negozio dei miei mi ero ritrovata al cospetto di una cliente che in quel momento parlava con mia madre. Salutate entrambe stavo per andarmene, quando la buyer di Trani vecchia, squadrandomi dal basso in alto si rivolse a mia madre, dicendo: Iè figght? ( E’ tua figlia? ) Al cenno di assenso, e rivolta a me, aggiunse: Euz, ce sort di spadd ca tiin! P’ scej a lavrè au ptral! ( Accipicchia, che notevole struttura fisica nella parte superiore del corpo, hai! Potresti fare una carriera notevole come scavatrice di pietre, in una locale cava di marmi ). Senza risponderle, passando probabilmente per maleducata, le girai quelle che aveva trovato così vistosamente meritevoli di attenzione e me ne andai. Altri tempi, e comunque non lo presi come un complimento. Quasi quasi preferisco rinsecchita! 😀

Cara Ross…

ross e rosCome va nell’azzurro, oltre le nuvole? Sei serena lassù, ci sono gli oleandri fioriti? Ti arriva la brezza del mare, di quello specchio d’azzurro in cui sei immersa? Mi piace pensarti sorridente in una perenne giornata di sole e di primavera… ma a parte le tante domande che mi vengono in mente, ti sto scrivendo per raccontarti di noi, di quello che è successo negli ultimi tempi. Dacché hai iniziato a viaggiare sono successe molte cose, ti riferisco le più gioiose, le altre le lasciamo rimanere nel chiuso dei nostri pensieri. Scorre nuova linfa nella nostra grande web/famiglia: i Magma stanno imparando la difficile arte dell’essere genitori e Thanh è il loro maestro – vedessi com’è, uno splendido sciupafemmine! La nostra Lilla sta imparando, anche lei, la semplicissima capacità di rimbambire dietro un pezzettino d’uomo – a tempo debito l’abbiamo fatto tutte, rimbambire dietro un uomo dico, ma con un nipotino è pericoloso, è una di quelle cose dalle quali non ti riprendi mai! Maggie/Susanna ha smesso di investire istrici a beneficio dell’investire la propria vita nel rendere felice un uomo – e la felicità ritengo sia reciproca, visto che un bel matrimonio ha sancito l’inizio di un progetto di vita comune. Il Papero aveva intrapreso un noviziato da lettore di libri, ma poi, chissà perché, ha desistito – sarà il caso di metterci una buona parola affinché riprenda? Fab è un po’ che non si vede, tutta presa com’è con il futuro Renzo Piano e con le sue magnifiche creazioni in pasta di zucchero. Miss Sily è in un momento di grazia, ma sicuramente già lo sai visto che spesso viene a trovarti sul tuo blog – il suo sorriso dolce, con le fossette, è la cosa più bella per la quale parteggiare. Kali ha iniziato ad andare per aule scolastiche – be’, chissà come, non la invidio! Gianburrasca, Marco Salmastro anche loro due non si vedono più da queste parti, ma avranno pensieri per te, sicuramente. La bionda Ariel ha deciso di folleggiare altrove; tuttavia ha promesso di tornare prima di Natale per il consueto presepe, mi raccomando, non mancare! Sicuramente ho dimenticato tanti, però tu sai come fare a recuperare notizie, non hai timori di sorta a viaggiare. Ah, di me non ti racconto niente di più di quello che a volte immagino, a volte sogno, a volte spero – sogni e speranze riposte nel mio cuore visibili solo da chi abita nell’azzurro, come te. Ti abbraccio forte, Amica mia, ti abbraccio nel giorno che ricorda l’inizio del tuo viaggio…

Il pullover che mi hai dato tu

lanaPoco fa sono uscita; le strade lucide di pioggia, il traffico impazzito – la pioggia torrenziale del pomeriggio, mista a grandine, ha sconvolto gli animi. In queste circostanze siamo come formiche impazzite che, al minimo accenno d’acqua, cercano rifugio passandosi l’un l’altra le informazioni necessarie per non soccombere, formiche già nascoste nelle auto in fila, in difesa, informate e timorose dei lampi che illuminavano il già luminoso cielo della città. Sono passata accanto ad una vetrina dove faceva mostra di sé un maglione di lana grossa, lavorato a trecce irlandesi. Ad un tratto, nonostante il caldo di scirocco m’è venuta voglia di mettere addosso quel maglione, di percepire la morbidezza della lana, il suo calore. Un desiderio irragionevole. Ho pensato ad un maglione che mi fu regalato, lo indossava un ragazzo che avevo appena conosciuto, amico del fidanzatino d’allora. Parlavamo e ad un tratto, senza una premessa logica, gli dissi che quel maglione era bello e mi piaceva molto. Lui se lo sfilò e me lo diede, senza difficoltà, con la stessa irrazionale logica con cui gli avevo detto del mio piacere. Un desiderio irragionevole accontentato allora, ma stasera non sarebbe stato possibile indossare un pullover di lana, per smorzare una voglia.

Chissà dove sei

Francesco+De+Gregori+fdegregoriTi ricordi? Avevamo l’ellepì con l’agnello di Dio registrato su una musicassetta che mandavamo a ripetizione. Le avevamo imparate a memoria, alla fine, le parole delle canzoni snocciolate come un rosario, cantavamo nella notte noi due sole, a volte mano nella mano, per dirci ci sono stai tranquilla. Ci credevamo donne fatte, ma eravamo poco più che ragazze, io studentessa tu baby sitter. Fumavi Rothmans l’avei imparato a Londra e a volte mi dicevi prova, almeno una volta. E provavo senza provare per questo un particolare interesse. Siamo state davvero inseparabili per tre anni. Chi ci inviatava ad uscire si ritrovava immancabilmente con due invece che una ed era un bell’impiccio se le mire erano altre – come quasi sempre capitava. Il nostro parlare era iniziato con un tuo mal di denti, due sconosciute buttate in una stanza dove occupavamo ognuna il posto letto che avevamo affittato. Tu quel giorno non sapevi che mi avresti trovata e neppure era nei nostri piani quel legame profondo che ci ha tenute insieme. Ho iniziato a farti domande, per distrarre il tuo fastidio. Alla fine non sentivi più nulla e ti sembrava strano che ti avessi curata a base di chiacchiere. E poi le prime uscite, quella volta che perdesti a piazza della Signoria cinquecento lire – una cifra per noi! – tutto per stare alle costole di due americani bellocci, ma timidi. E quanti improperi si sono beccati i due, alla fine! E Tobia, il gatto bianco preso alla protezione animali, con un occhio verde e quell’altro celeste, sordo, che amava rosicchiare i miei libri e schizzare il tuo letto. Poi lo portammo a casa tua, in montagna. Ma non durò più di tanto perché, sordo com’era fu investito, povero. E i tuoi genitori, carissimi e gentili, e la zia Cate’ antifascista e il ciabattino fascista che litigavano di continuo. E le nevicate fitte fitte, in inverno, nei fine settimana dai tuoi. Poi d’estate eri qui, passavamo le giornate a ridere e tu a provare cibi che scartavi a priori, ma che assaggiati una sola volta poi mangiavi con gusto. Infine senza più lavoro sei tornata a casa. Ti sei sposata a settembre, al termine dei miei anni di studio, incinta della tua unica figlia. Com’è che ci siamo perse, com’è? Non so se hai mai provato rancore nei miei confronti per essermene andata, per aver fatto ritorno anch’io a casa. Ma non c’è stato tempo in cui abbia perso la tua memoria, non c’è stata stagione in cui non abbia pronunciato il tuo nome. Tu sei stata il mio contraltare, la mia prima sorella. Ho visto le foto che tua figlia ha postato su facebook, tu con la tua nipotina e tuo marito. Sei tu, con più anni, come me. Non so se avrò mai il coraggio di dirti che sono ancora qui a scrivere di noi due. Chissà dove sei, perduta nei segni con la tua sigaretta come una matita e le tue speranze di vittoria, io ti ho accettata come una bella calligrafia, un biglietto da visita e due occhi diversi…

 

 

I figli sono ” pezzettoni ” di cuore

Moltissimi anni fa, da studentessa, ebbi occasione di recarmi a casa del mio prof di teatro, Piero Lorenzoni, per aiutarlo nella sistemazione della sua enorme biblioteca. Un giorno mi presentò la sua mamma, la signora Ida, vedova di un docente universitario antifascista e genitrice di una staffetta partigiana, entrambi morti nel periodo dell’occupazione nazifascista di Firenze. La signora, un’arzilla vecchina di 90 anni, nella conversazione che seguì alla presentazione, ad un certo momento commentò con un, ” il mio bambino “, riferendosi al mio attempato e balbuziente professore che, all’epoca, tutto pareva fuorchè un bambino! Poi aggiunse, a mo’ di scusa: Sa, signorina, per noi mamme i figli sono sempre dei bambini. Allora liquidai la frase come l’esternazione di una vecchietta un po’ svanita e sopra le righe. A quella frase ho pensato ieri, giorno del 18 compleanno del ” cucciolo ” di casa. Non considero i miei figli dei bambini, non posso farlo poichè sono degli spilungoni da un metro e ottantacinque l’uno, che occupano con la loro presenza ogni spazio vitale se, inavvertitamente, ci troviamo nella stessa stanza insieme, che hanno barba e brufoli, e riescono a prendermi in braccio come fossi un fuscello; non posso farlo, sarei ridicola. Non posso fare a meno, però, di ricordare com’erano, di provare una tenerezza infinita e un amore grandissimo per quello che sono e per quello che erano; la mia memoria ha sempre un spazio enorme che apparterà a loro per sempre. Come diceva Flaiano

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.

I miei giorni indimenticabili, quelli di donna e mamma, sono sicuramente due, quelli in cui i due ” pezzettoni ” qui sotto hanno avuto voglia di venire al mondo.