Mimose

Il primo ad accorgersi di quella stranezza fu un gatto randagio che, perso com’era dietro la traccia odorosa che aveva lasciato il furgone che trasportava i pesci al mercato, si soffermò a curiosare  un momento, prima di riprendere il suo cammino di cacciatore. Avvicinò una zampa a saggiare il soffice delle palline gialle, infilò il muso al centro dei rami e, dopo aver fatto un sonoro starnuto per via del polline che gli si era attaccato alle vibrisse, fece un balzo all’indietro e, indispettito, scomparve dietro l’angolo. Poco più tardi il piccolo della signora del primo piano, bardato come un guerriero giapponese, con un copricapo che oltre a coprirgli il capo, appunto, gli copriva parzialmente anche gli occhi – strani giorni quelli di inizio marzo, freddi al mattino come non mai… ragion per cui la giovane mamma del guerriero lo aveva coperto in modo inverosimile.  Il piccolo, dicevamo, nonostante l’impedimento li vide, appena ebbe messo il naso fuori dal portone verde  – e solo quello gli spuntava dalla montagna di lana guerriera! – si spenzolò dal passeggino e prese ad indicarli con strani mugugni, non sapendo dire altro. La mamma preoccupata che potesse cadere e non riuscendo a capire cosa mai di così urgente avesse da dirle quel suo figlio bardato, lo prese per le spalle e sistematolo alla bell’e meglio nel passeggino, prese la salita che li avrebbe portati al nido, infinocchiandolo, per distrarlo, con una filastrocca appena imparata ad uso e consumo nei momenti critici. Non poteva certo fermarsi a guardare ciò che il piccino le indicava, i suoi minuti contati non glielo permettevano, avrebbe fatto tardi al lavoro. La strada prese vita con il passare del tempo. Cominciò a muoversi, cantando a mezza voce, il verduraio. Dispose le sue cassette colorate fuori dall’uscio della bottega, accatastò sui banchi di legno le verdure appena innaffiate per dare l’impressione che fossero state appena colte, impilò come se fossero piramidi d’Egitto le mele, rosse e gialle.  Una mela cadde dal mucchio e rotolò, fermandosi, davanti al portone verde. Per un attimo fugace, prima che il verduraio la potesse raccogliere per metterla insieme alle sorelle egiziane, la mela gialla – altoatesina, insomma, altro che egiziana! – scambiò un’occhiata con il giallo che vedeva di fronte a sè. Si convinse di essere senz’altro più rotonda e gialla e in forma di quelle piccole palline – evanescenti, le venne di dire, quasi senza forma, ecco! – e si complimentò della fortuna che aveva avuto ad essere nata mela. Il verduraio notò, dunque, quasi subito la mela fuggitiva. Senza una parola si avvicinò e la raccolse, senza badare a cosa avesse di fronte quella sfacciata, e tornò al suo da fare. La sistemò in cima alla piramide, ma repentinamente cambiò idea. Strofinata sulla manica del maglione, lucida come non mai, la grassa e boriosa mela gialla altoatesina, finì i suoi giorni come colazione del verduraio. Con il passare delle ore, furono tante le storie che si intrecciarono davanti al portone verde. Passò anche il venditore ambulante di cover per cellulari che non aveva un quartiere fisso, ma si muoveva secondo l’estro del momento  o sulle indicazioni che il suo meticcio gli forniva, quando seguiva una pista. Andavano con il carrozzino colorato pieno di cianfrusaglie inutili, ma che gli permettevano di vivere senza rubare, poichè di cianfrusaglie avevano bisogno gli altri intorno a loro. Si misero seduti un momento sul gradino davanti al portone verde, l’umano stanco per la mattinata passata per le strade che salivano verso la parte alta della città vecchia, il meticcio accondiscendente ma ancora pieno di energia e di voglia di annusare la vita intorno. Poggiò il suo muso sulle gambe dell’uomo, ma quando vide che non reagiva al suo scondinzolio, capì che era chiedergli troppo e rivolse la sua curiosità verso l’angolo di quel vecchio portone. Si accorse così del giallo anche lui, non proprio giallo vedeva, ma sentiva, altrochè!, un odore strano che pizzicava il tartufo, non proprio spiacevole, però. Sapeva, l’odore, di primavera, di sole nel cielo, di erba alta, gli ricordava casa, l’angolo di giardino in cui la sua mamma, una giovane meticcia anche lei, bionda e al primo parto, lo aveva dato alla luce con altri tre cuccioli. Che giorni felici furono quelli, prima di essere catturato e messo in un canile! Per fortuna il suo umano, un uomo solo e lontano da casa, così come lui lontano mille ricordi dalla sua vita di prima, lo aveva preso con sè e dividevano i giorni e le stagioni e la strada. Distogliendo il tartufo dal passato che quelle piccole palline gialle avevano portato, sospirò, cosa che destò il suo umano dai suoi mille pensieri. L’uomo gli pose una mano sul capo e gli fece capire che era il momento di andare di nuovo. Quando Miss Fletcher le notò passando e le fotografò, incuriosita lei sola e attenta, tra i tanti distratti che erano passati, solo in quel momento, si resero consapevolmente conto di esserci e di essere state poggiate lì, a ridosso del portone verde, da chissà chi perchè prese come erano state dai tanti cambiamenti avvenuti nel volgere di qualche ora si sentivano frastornate e avviate all’appassimento precoce. Recise dall’albero dal quale avevano assorbito la linfa vitale fino a poco prima, e poi messe in bella mostra nella vetrina di un fioraio si erano convinte di essere destinate a miglior vita, magari nel salotto buono di qualche dama, e con tanta acqua, si sperava, in un bel vaso di porcellana. Invece eccole lì, accantonate e in debito d’acqua, solleticate da qualche tartufo curioso, invece che dal nasino di una signorina felice di averle ricevute in dono. Scontente della loro sorte di trascurate non si resero conto di essere state guardate a vista, per tutta la giornata, da due occhi miti che appartenevano ad un vecchio pensionato, dirimpettaio del portone verde. Le aveva comprate lui, le mimose, convinto di far colpo sulla vedova dell’ultimo piano, con quel mazzolino giallo odoroso di primavera, in quel giorno freddo e ventoso. Si era ripromesso di portargliele a casa, di presentarsi alla sua porta così, senza essere inviato, per avere finalmente la possibilità di parlare con quella donna che vedeva uscire ogni giorno dal portone verde, bella e in forma, nonostante l’età più vicina alla sua di quanto non osasse immaginare. Poi si era sentito incerto, preso da mille perplessità aveva rinunciato al suo proponimento, aveva poggiato le mimose al portone verde, in un angolo,  e si era messo di guardia alla finestra, sperando che la donna, uscendo di casa, potesse incuriosirsi alle sue mimose, per poi portarle a casa. Sarebbe stato come esserci anche lui in quella casa, finalmente, insieme al giallo dei fiori. Infine la donna uscì, notò subito le mimose ormai avvizzite e, seccata, commentò a voce alta sulla maleducazione di certe persone abituate ad imbrattare con la loro sporcizia ogni dove. Poi prese il mazzolino di fiori, si incamminò verso il contenitore delle cartacce e vi infilò le mimose, con malgrazia.

Lo zio

I_promessi_sposi-362Entrò a far parte della famiglia sposando la terzultima delle sorelle. A memoria d’uomo non s’era mai visto un nobile, sia pure spiantato e decaduto, sposare una contadina, ma tant’è anche i nobili hanno appetiti e tutti terreni come la famiglia dei contadini ebbe modo di verificare in seguito. Spalleggiato dal padre conte era stato mandato a studiare all’estero, all’accademia delle belle arti, come si addiceva a quel figlio che non solo di arte ma anche di parte mostrava non averne. Aveva così sperperato denaro, tanto, anche le doti delle sorelle che, senza più nulla da offrire se non la spocchia nobile, non avevano avuto occasione di maritarsi e avevano scelto di rimanere zitelle piuttosto che ripiegare su un matrimonio di convenienza come l’unico e invidiato fratello. Gli anni all’estero dello zio erano passati in fretta tra le lenzuola di  talune prezzolate incontrate nei caffè dove amava rifugiarsi e di qualche compagna di studi più intraprendente. Ne aveva ricavato un senso di onnipotenza che molto aveva a che fare con il contenuto dei suoi calzoni, ritenuto a ragione, la sua, come qualcosa di irresistibile di cui andar fiero, convinto com’era che le donne apprezzassero e tanto. In realtà quelle stesse ritenevano più interessanti i mezzi più materiali e visibili di cui lo zio era prodigo, convinte anche loro che la fortuna di una ragazza risiede tutta in quelle stesse parti basse, bassissime in realtà se si considera la venialità con cui certi ragionamenti venivano messi a punto dall’una e dall’altra parte. Ragionamenti simmetrici, tuttavia, mossi da un interesse tutto momentaneo e terreno. Mentre la terzultima sorella sembrò non rendersi conto dei calcoli e dei ragionamenti, anzi. La meschina, lusingata da tante attenzioni galanti, si innamorò perdutamente del bel tomo ritornato in quel paese dimenticato da Dio, con l’aura di quello che aveva conosciuto il mondo e tanto bastava ad entrambi. Intanto lo zio, elevato a tale rango di parentela stretta dallo status maritale, lui sì aveva avuto modo di rendersi conto quasi subito di quante e quali gonnelle ci fossero nella famiglia contadina e con tale consapevolezza aveva considerato giusta la scelta di sposare una di quelle gonnelle. Le sorelle erano tante, ma anche le nipoti acerbe e meno acerbe, e si affacciavano alla vita rispettose della parentela e taciturne su certe preferenze dello zio. Allo zio piacevano tutte e con le sorelle della moglie contadina faceva valere la galanteria, il corteggiamento per posa, appreso come arte nella famiglia di origine. Aveva, però, mantenuto una facciata da schiatta nobiliare e aveva separato la moglie contadina dalle altre, portandosela ad abitare in città. Abbandonata a se stessa nella casa del marito, grande e disadorna e mal messa, pativa la lontananza dalle sorelle e la solitudine, poiché suo marito passava le giornate nei circoli privati a sperperare quel poco che rimaneva del patrimonio di famiglia e a rendere interessanti, dunque pieni di interessi, i pomeriggi di certe donnine. Quando seppe dello stato, quello sì davvero interessante, della moglie, decise che sarebbe stato conveniente rispedirla a casa dalle sorelle. Le fece visita un paio di volte, giusto in tempo per passarle un fastidio che gli era stato regalato durante la permanenza nella dimora più visitata e chiacchierata della città. Durante il soggiorno nella casa contadina della moglie gli sembrava di essere in un stato continuo di ebbrezza, gli era sufficiente allungare una mano per cogliere la rotondità di un seno acerbo nascosto alla vista ma non al tatto, l’arrendevolezza vergognosa delle ragazze, nipoti della moglie gravida, che scambiavano le sue calcolate e pruriginose attenzioni per una forma di interessamento affettuoso, senza però avere il coraggio di raccontarle, quelle carezze, ad anima viva, meno che mai alle madri, circuite a loro volta dalle chiacchiere del bel tomo. Nacque una bimba, buona sola ad aprire le gambe, fu il commento paterno dello sciagurato. Finì che un medico presso il quale si era rivolto per via di quell’antico fastidio che di tanto in tanto tornava a ravvivarsi, visitandolo, gli diagnosticò un male incurabile, proprio all’oggetto costante delle sue passioni. Si sentì tradito come se un vecchio compagno d’avventura gli avesse voltato le spalle. Tornato a casa, presa da un cassetto la vecchia pistola di suo padre, sparò un colpo al traditore. Mancò le parti vitali per poco. Operato d’urgenza gli fu rimosso anche il tumore, con quel che rimaneva. Passò il resto della sua vita a ricordare, innocuo e senza più desideri.

Leone

Segugio_lepreLa foto del giovane uomo seduto era posta a vigilare il pianerottolo di mezzo della nuda scala di pietra che portava al piano di sopra. Quell’immagine un poco intimoriva anche Rosaria che ne stava lontana; quando saliva di sopra teneva giù la testa per non guardarla. Il giovane uomo era stato colto dal destino su un campo di guerra, la prima, mondiale. Nessuno aveva ritrovato il corpo e, prima disperso, poi dichiarato morto, viveva nella casa di quella sorella timorosa e memore, nel bianco e nero dell’immagine che non piaceva a nessuno. La faccia seria, il vestito buono, il giovane posava in quella foto senza un fondo. Era rappresentato in modo che sfumasse in un vago contorno, come una volta venivano raffigurati i morti, quasi che la morte regalasse ad ognuno di loro uno stato di indeterminatezza manifesta nello sfumato. Lui era il fratello più grande di quattro figli. Quello rimasto aveva beneficiato della morte del grande mancando all’appuntamento con la storia: non aveva fatto il militare, non era andato a fare la guerra successiva. Rimasto a guardia di due sorelle presto date in sposa per non incappare in fastidi, s’era sposato a sua volta con Luigina. Lui bello con gli occhi azzurri come l’acciaio, taglienti e sospettosi, teneva fede a quel nome, Leone, nell’atteggiamento e nei modi di fare – un nome strano, in verità, così dissimile da quelli usati abitualmente al paese. Faceva il massaro, mestiere che era stato della madre e del quale aveva beneficiato, come del resto, in assenza del fratello morto in guerra. Luigina, la sposa che gli aveva dato una teoria infinita di figli maschi nati morti, gli aveva poi partorito, infelicemente per lui che ci teneva, tante figlie femmine che tuttavia erano andate via presto di casa, come le sorelle cedute ad altre potestà, quando non erano neppure maggiorenni. Luigina era una sposa perfetta per lui, piccola, con le gambe arcuate da un principio di rachitismo, allegra quello sì, una sposa che non l’avrebbe mai tradito, vista la mancanza di attrattive, non come facevano quelle che lui era abituato a frequentare. Era tentato dalle altre spose, nei letti delle quali si infilava disinvoltamente in mancanza dei legittimi proprietari, andati in guerra, la seconda, mondiale, la stessa che lui aveva scampato grazie al fratello morto. E così in un tutto quel traffichìo continuo anche Luigina aveva saputo che la caccia alle lepri non era l’unico diversivo alla vita di famiglia nel piccolo paese, ma c’erano anche altre lepri con meno pelliccia, ma sicuramente più disponibili a lasciarsi catturare. Leone le coglieva a volte nei campi, dove andava a vigilare che il lavoro fosse fatto per il meglio. In quelle occasioni sentiva forte il diritto di usare la terra, le bestie e le persone a suo piacimento, più e meglio di quel padrone che viveva a Roma e che, se tutto fosse andato bene, avrebbe rivisto a fine della guerra. All’inizio le comari furono discrete nel riferire le attività nei campi. Andarono a casa di Rosaria la sorella di Leone, maritata per prima poiché era la più grande, la custode della memoria del fratello morto.  Così, così, così, dissero quelle con dovizia di particolari e di nomi. Ma Rosaria non si scompose e alzando le spalle disse loro, Uomo è! Le comari andarono via sapendo che l’ambasciata sarebbe comunque arrivata alla destinataria. Così fu che Rosaria salì l’altra scala di pietra che separava le due case, la sua e quella del fratello rimasto, pensando al possibile destino di Leone  scampato è vero alla guerra, ma probabile candidato a morire di morte violenta per mano di qualche soldato in licenza, marito di una sciagurata e occasionale lepre da campo. Luigina pianse la sua sorte e quella delle sue figlie tutte femmine. Neanche un maschio a difenderla e senza fratelli per affrontare il suo bel marito sciagurato. Gridò contro Rosaria, le rinfacciò che il vizio del tradimento era, evidentemente, un vizio di famiglia in considerazione del fatto che anche l’altra sorella, la più piccola, appena il marito era emigrato in Argentina, aveva pensato bene di ” farsi rifare ” la vita, entrando a servizio in casa di un ricco notabile del paese. A sua discolpa c’era da dire che il marito emigrato era sparito nel nulla e che il notabile era un giovanottino di primo pelo che le era poi rimasto fedele, facendole fare un mucchio di figli, oltre coloro che il marito argentino le aveva lasciato in casa, bocche da uccellini da sfamare. Però sempre tradimento era!, pensava e diceva Luigina. Ma Rosaria aveva argomenti validissimi da contrapporre alla furia di quella cognata così piccola e sgraziata, poverina. Le disse che Leone era un uomo e si comportava come tale – indiscutibile e inoppugnabile argomento, in un paese dove le donne valevano quanto il due di picche. E poi dove sarebbe andata con tutte quelle figlie femmine? La puttana, alla fine, sarebbe stata lei invece delle lepri da campo. Luigina ammise e convenientemente tacque. La guerra infine finì e tornarono gli uomini. Qualcuno fu messo sull’avviso da qualche compare – tra i fumi dell’alcol all’osteria, si parla e si sparla. Ci furono lepri bastonate e altre ignorate. Alla fine tutto tornò ad essere come era sempre stato, in cambio di cibo per sfamare anche gli uomini tornati dall’orrore della guerra, la seconda, mondiale, che Leone aveva scampato, le lepri si facevano catturare nel cavo di un ulivo secolare oppure a ridosso di un casolare, tra il frinire delle cicale e il caldo bollente dell’estate.  E quei figli maschi che Luigina non aveva saputo fare, erano le lepri che li partorivano tra i dolori, soddisfatte di avere la testimonianza di quegli occhi azzurri come acciaio, occhi vogliosi all’occorrenza, sotto gli occhi, tutti i giorni, a ricordar loro l’estate e la gola riarsa dalla voglia. Così Leone passò con possanza una buona parte della sua vita con Luigina sempre al suo fianco. Quando i capelli castani cominciarono ad imbiancare Leone si invaghì di una donna molto giovane, forse l’unica che gli avesse fatto perdere la testa davvero. Le affittò una casa in paese a due passi dalla casa dove viveva sua moglie; con il tempo e gli acciacchi, però, non fu più in grado di spostarsi agevolmente come prima e chiese all’altra di abitare con lui la casa di Luigina. Arrivò gravida di otto mesi, salendo le scale a fatica. Come sempre la moglie convenientemente tacque. Dove sarebbe andata a finire ora che, anziana, aveva guadagnato anche il disprezzo delle figlie? Finì per affezionarsi a quella disgraziata che le aveva occupato la casa e che aveva anche lei avuto la sfortuna di mettere al mondo una lepre con gli occhi azzurri, come il padre massaro. Morì di crepacuore per quello che la sorte le aveva ricamato come sudario. L’altra la compose sul letto di morte e pianse per il suo destino di donna mai amata. Una mattina di agosto, con le cicale che facevano rumore come in quelle giornate in cui andava a caccia di lepri, Leone ebbe un infarto. Tentando di sorreggersi ad una mensola, fece cadere la foto della moglie morta, sfumata anche lei nell’indeterminatezza di uno sfondo inesistente, come quel giovane cognato che non aveva mai conosciuto se non in fotografia, la foto di un morto. Tra i vetri aguzzi Luigina sorrideva mesta, come aveva sempre fatto. Un lamento flebile uscì dal petto di Leone trafitto da dolori lancinanti. Il rumore richiamò anche l’altra che stava impastando il pane. Lei guardò l’uomo in terra tra i vetri della foto, con indifferenza; guardò Luigina persa nel vago dello sfumato e le sorrise. Poi si pulì le mani al grembiule che le cingeva i fianchi, lo slacciò, si ravvivò i capelli e uscì di casa.

Errori militanti

ErroreMastrofilippo Annalisa ebbe la triste notizia alle 15 e 30 di lunedì, mentre stava per concludere la lunga sessione di pettegolezzi su EffeBi con la sua amica del cuore, nonché vicina nel registro di classe, Mastrototaro Nicoletta.

– Oh, me ne stavo dimenticando… domani abbiamo la verifica scritta di italiano!

Eccheppalle! pensò Mastrofilippo Annalisa.

Vanificati da una brutta notizia, i benefici di due giorni di malattia  e di un’ora di chiacchiere con Nicoletta, sull’ultimo amore conosciuto di Di Filippo Caterina, quella che era considerata all’unanimità la bella della scuola – certo non dalle vicine di registro di classe, che la odiavano come fosse la peggiore malattia infettiva del mondo creato. A Mastrofilippo non rimase che mettersi a ripassare l’ultimo argomento svolto a scuola: come si scrive un diario. Ad onor del vero e a supportare il suo cattivo umore fece qualche considerazione: prima di ogni cosa, lei sapeva benissimo come si scrive un diario e perché. Intanto lo si scrive con la matita per cancellare i compiti da fare, riportati durante le ore di lezione a scuola, dopo averli svolti – SE svolti. Regolarmente cancellava i compiti per avere più spazio per le frasi d’amore e d’amicizia, per attaccare le figure dei One Direction o di Justin Timberlake. Data la lunga esperienza maturata nella scrittura diaristica da parte dei ragazzi, perché mai Italiano si ostinava a far leggere agli alunni pagine e pagine di antologia, dove Rita Levi Montalcini la tirava lunga, in un diario, sulla sua lontanissima gioventù, visto che era una carampana anche quando aveva una età presumibile attestata sui trent’anni? C’era una vena, nemmeno tanto sottile, di perverso sadismo da parte del prof nell’assegnare un compito subito dopo e  sulla falsa riga di !– be’ Mastrofilippo non aveva la capacità di pensare così, ma il succo delle sue meditazioni era questo! – O forse era meglio dire che Italiano ragionava come se avesse un’antologia al posto del cervello, un ragioniere della letteratura a brani: dieci letture uguale una verifica finale? Con tristezza Mastrofilippo Annalisa continuò a ripetere per non vedersi abbassare, con un voto schifo, una media già sufficientemente disastrata. Fece una rapida lettura, prese atto della struttura del diario, la data, l’ora – l’ora?! ecchè doveva scrivere un bollettino meteorologico?? – l’inizio: Caro diario… – e sai che inizio originale! – la chiusa: tua Mastrofilippo Annalisa… ah no, solo Annalisa, sennò chi lo sentiva Italiano! E amen, se ne andò a dormire con l’impressione di aver fatto anche più di quello che doveva. Il giorno seguente, in classe, l’aria era sonnacchiosa e deconcentrata. Non dovevano neppure spostare i banchi < Tanto > diceva Italiano < non avete da copiare uno dall’altro, scrivete tutti come se il Diluvio Universale vi avesse sciacquato il cervello! > Era di martedì, dunque, e dati gli eventi successivi quello diventò un martedì da ricordare, eccome! Al termine delle due ore sofferte e patite, Mastrofilippo Annalisa e i rimanenti ventiquattro, consegnarono i fogli ad Italiano, come se si sbarazzassero di un cadavere appena accoppato. Che liberazione togliersi di torno pensieri sconnessi e dislessici, verbose costruzioni infarcite di errori d’ogni genere come una zeppola marzaiola infarcita di crema pasticcera! A voler guardare – e anche a correggere, come si accingeva a fare Italiano di lì a poco – si scorgevano neologismi, costruzioni sintattiche degne di un quadro astratto, una morfologia da giardino zoologico. Era martedì, per l’appunto, e Italiano che sapeva, imbracciò i compiti come una croce, simile al Nazareno nei suoi giorni di allenamento verso il Golgota. Portò quei fardelli a casa, nell’attesa – sicuramente non spasmodica – della correzione pomeridiana. A questo punto vale la pena aprire una parentesi sulla figura, appena profilata dalle dicerie scolastiche, di Italiano. Era costui uno di quelli che la dicitura anglofonizzante corrente definirebbe single. Tuttavia lui stesso non avrebbe esitato a dichiararsi signorino grande – data l’età e il pensiero sicuramente d’altri tempi, tempi tosti e militanti. Viveva in comunicazione interrotta con la madre – nel senso che ognuno faceva vita a sé, per quanto possibile in un appartamento moderno. A Italiano piaceva leggere i quotidiani e lo faceva come se applicasse a se stesso una consegna scolastica, leggere almeno quattro giornali al giorno era il minimo che si consentiva. Da questi estrapolava consigli di lettura, pagine interessanti solo per lui, ma che regolarmente somministrava agli alunni come punizione corporale – anche le orecchie possono subire un tracollo verticale a causa di letture costrette! Di tanto in tanto scambiava con Sostegno, sua sodale,  qualche opinione sulla pochezza del mondo e molte opinioni sullo scombinamento che il Diluvio Universale aveva prodotto nei cervelli dei comuni alunni – come è evidente pensieri e parole di due ormai fuori dal mondo! Il pomeriggio arrivò, per Italiano, simile ad un appuntamento col destino. Se non avesse pensato al destino, è probabile che il destino stesso avrebbe evitato di far visita ad un signorino grande, privilegiando magari qualche abituale frequentatore di un noto bar cittadino, dove era facile combinare destino e persone in una comune accozzaglia di brioches al pistacchio e amorazzi da strapazzo. Ma il destino è destino, una volta invitato col pensiero, non molla la presa neppure a cacciarlo. Sicchè iniziò, con molto ritardo, e con una voglia ancora più ritardata, il rituale della correzione: penna rossa a portata di mano, fogli disposti a pancia in sotto sull’incerata del tavolo di cucina, orologio per guardare quando sarebbe arrivato il momento per dare un taglio all’orrore e andare al cinema. La cucina era un luogo confortevole per correggere le verifiche; l’odore dell’ultima preparazione culinaria conosciuta, ma anche di altre leggermente più stantìe ormai standardizzate nell’arredo, davano un sottofondo gentile e consolatorio all’eventuale mal di pancia da correzione. E Italiano quel pomeriggio ebbe modo di sperimentare ogni possibile variante di mal di pancia, chè gli errori erano più simili ad orrori che ad altro! Quale furia aveva partorito quei pensieri? Non si poteva scrivere un tema come fosse l’elenco telefonico: Caro diario, siamo andati, abbiamo visto, ci siamo divertiti, siamo tornati, tuo Pinco Pallino! E spesso neppure con la sequenza standard… macché sarebbe stato pretendere l’impossibile! Confusione su confusione, errori di ogni tipo. Uno sconforto profondo aveva assalito Italiano mentre vergava quei cinque caritatevoli, come un novello Florence Nightingale, somministrava voti agli inermi, invece che medicine agli infermi. I cinque di Italiano erano più che medicine per gli alunni, una purga per lui, di quelle belle forti, tanto farsi del male più di così non era possibile! Uscì per andare al cinema, perché si disse, sarebbe stato capace di strozzare qualcuno altrimenti, e voleva conservare sua madre ancora per qualche tempo! Nel mettersi a letto, verso mezzanotte, percepì chiaro un frusciare di fogli. Attribuì la causa del rumore al vento che entrava dalla finestra e che aveva smosso, di sicuro, qualche foglio. Controllata la finestra si rese conto dell’ermeticità con cui era chiusa – come un barattolo? come i poeti dell’ermetismo? le analogie che Italiano partoriva al momento erano fenomenali! – niente… qualche pizzino caduto, pensò – Italiano era noto, anche, per la sua inveterata abitudine a compilare infinite note su pezzi di carta riciclati – e si infilò a letto godendo del sonno immediato dei giusti. Ma nessuna nota era caduta per un vento inesistente e il sonno non avrebbe dovuto essere così prematuro, per Italiano. Facevano rumore – e a quel punto nemmeno tanto discretamente – gli errori, che tramutatosi in orrori e in seguito in orridi mostri, gioivano con grida belluine e dislessiche la novità dell’essere corpo e pensiero, dopo essere stati parole bistrattate e corrette dalla penna rossa di Italiano. Concordarono velocemente una strategia d’azione, avrebbero catturato l’ostaggio che giaceva tranquillo nel letto, e con un colpo maestro di trasformismo l’avrebbero scaraventato nel mondo orrido da cui erano venuti. Detto fatto e al grido di: Avant popl ala riscotta! ridimensionarono  la ragguardevole stazza di Italiano al loro livello, brandendo i segni rossi di penna con cui Italiano aveva  vergato le loro terga, come armi per distruggere, scaraventando l’ignaro letterato, nel mondo degli autogrill da dove partivano tutti i migliori elenchi tematici del riempitivo della verifica di italiano – ché tra il Caro diario, siamo andati ecc. ecc. c’era sempre una sosta in autogrill, con annessa elencatoria di quello che prendeva la mamma, la zia, la nipote, il cugino, lo zio grande, la cugina scostumata e via così, ad esaurimento della prima pagina di protocollo! La mattina seguente la sveglia suonò invano, senza che nessuna mano potesse metterla a tacere. La mamma di Italiano pensò che il figlio,  signorino grande, fosse uscito di casa anzitempo. Mastrofilippo Annalisa, Mastrototaro Nicoletta e i rimanenti ventitré alunni quel giorno, a scuola, non ricevettero nessuna cattiva notizia. I compiti corretti non vennero consegnati né quel giorno, né mai. Gli errori, intanto, ringalluzziti dalla loro prima vittoria, si mobilitarono con gli errori di altre verifiche e, come militanti severi, misero a frutto un piano per l’eliminazione totale dei prof di Italiano. Del nostro Italiano si persero le tracce e le tracce persero Italiano. Mastrofilippo Annalisa, ad anno scolastico ultimato e dopo un viaggio a Rimini con sosta in autogrill, giurò a Mastrototaro, in chat su EffeBi, di aver visto vagare Italiano a Rubicone est, mentre girava tra i tavoli in fòrmica del ristorante, chiedendo la carità di qualche tema da correggere.