Ozpetek o degli stereotipi

Amo incondizionatamente il tuo genio, caro Ferzan Ozpetek e, in occasione delle uscite dei tuoi nuovi film, mi predispongo alla visione degli stessi come una bimba alle prese con lo spacchettamento dei doni la notte di Natale! Però, caro Ferzan – c’è sempre, o quasi sempre, un però – non devi fare così come le ultime due volte che sono stata al cinema a guardare una tua Opera! – scrivo con la O maiuscola, opera, come si conviene per omaggiare un Maestro dell’arte cinematografica. E passi per Rosso Istanbul, coralmente definita commedia – bisogna pure che qualcuno mi spieghi dove l’hanno vista ‘sta commedia! – delusa proprio per un film a tratti noioso e incomprensibile, che niente aveva a che spartire con il romanzo, se non il titolo, visto che mi era piaciuto tanto, ma proprio tanto, il libro che mi era stato regalato a Natale dall’amica sorella e amen!  Ma pure stavolta, no, non ci siamo! Napoli velata, che hanno definito asetticamente un thriller lo fai partire è vero con un omicidio, ma subito dopo, con un ripensamento, esibisci una serie di teatrini che mettono a nudo – altro che velata! – una Napoli così smaccatamente oleografica da rischiare una carie mentale perenne! Va be’ lo so, Beppe Barra non sa fare altro che ripetere se stesso all’infinito, tra figliata dei femminielli, tombole vajasse e ” bazzecole, quisquilie e pinzellacchere “, poi aggiungi la sibilla – cumana? no comara -con tanto di nana e telecomando, le due oscure – nel senso proprio che sono inquadrate sempre in condizioni di luce precaria – Lina Sastri e Isabella Ferrari, quest’ultima brutta come non mai, vestali di un mondo sensualesoterico, quanto il salotto borghese di una Marina Lante della Rovere – mi scusi signora se l’ho chiamata in causa, pace alla sua anima! Per non parlare della protagonista, disturbata mentale e sensuale, che da’ fuori di matto solo per una notte d’amore leggermente più effervescente – ma chi aveva frequentato la ragazza Mezzogiorno, prima? – e giù fino in fondo per imbattersi in un aiuto commissario battezzato Semola dal suo capo – solo per via delle lentiggini, e dai su! E come se non fosse bastato tutto questo di tanto in tanto ho rischiato seriamente di addormentarmi, caro Ferzan, sì proprio. E quel consesso deludente nel finale, nella cappella del Cristo Sansevero, lui sì velato e prezioso! Insomma se fosse possibile, nel prossimo film, lascia perdere agli americani i thriller e i fantasmi e raccontaci di quello che sai veramente raccontare. Per sempre tua –  spettatrice! – V.

Il comune senso del pudore

ultimo tangoIl marito mi comunica a fine pranzo – probabilmente con l’intento di farmi digerire le lenticchie? chissà… Stasera trasmettono ” Ultimo tango a Parigi ” in tivù. Dove? gli chiedo per dovere di cronaca, convinta come sono – e sbaglio grossolanamente – che il film ” passi ” su uno dei canali della paytivù in dotazione. Su Rai Movie. Poi aggiunge, Sul tardi. Ah! Sulla Rai?!? il mio commento meravigliato. Per chi, come me, ha vissuto l’epopea di ” Ultimo tango “, che fu accompagnato all’ uscita dalla morbosa curiosità dei benpensanti, non si può che rimanere non stupiti, no, ma perplessi sì, è la parola giusta. Andai al cinema, allora, doverosamente accompagnata dai miei genitori – non censuravano niente, loro, ma probabilmente non si erano resi conto, per bene, che cosa avremmo visto. Ci andai in loro compagnia perché avevo sedici anni e il film era scandalosamente vietato ai minori di diciotto anni – e non capitava dalla notte dei tempi! Quello che vidi, quello che il film raccontava, non mi lasciò indifferente. Amai profondamente la musica di Gato Barbieri,  che accompagnava i gesti e le parole di Jeanne e di Paul. Amai Jeanne, volutamente ribelle, ma assolutamente calata nel ruolo di giovane donna borghese. L’amai per la sua libertà cercata e folle e cieca e pericolosa, ma che si lasciava condizionare dalla follia ancora più grande e rabbiosa di Paul, un Marlon Brando ai limiti dell’accettabile. Amai entrambi per la condizione di amanti senza conoscenza, senza passato o futuro, ma che si lasciavano poi piegare dal gioco stupido del quotidiano. Amai ” l’aria che c’era “, Parigi delle strade, la decadenza sfatta delle case senza mobili. Amai il racconto del suicidio – il film si apre sul sangue lavato via da una vasca da bagno, dove si sono consumate le ultime ore della moglie francese di Paul. Quello che di apparente e appariscente il film mostrava rimane. La leggenda vuole che Bertolucci non informò preventivamente Maria Schneider, Jeanne, di quello che avrebbero girato di lì a poco, lei sottomessa alla voglia improvvisa di Paul che la sodomizza sulla moquette lurida dell’appartamento che entrambi frequentano da amanti. E non mi scandalizzò il gesto in sé, quanto la violenza delle parole dette da Paul e ripetute da Jeanne, costretta a farlo in una condizione pressante e avvilente. Pare che fosse stata un’idea di Marlon Brando, quella della scena che creò poi lo scandalo successivo. Il film fu messo al rogo, il regista Bertolucci condannato per aver offeso ” il comune senso del pudore “. Solo diversi anni dopo, grazie alle poche copie salvate, il film passò nuovamente nelle sale, nelle rassegne cinematografiche, per approdare in televisione. Fino ad oggi. Il film rimane quello, il racconto è salvo. Cosa è cambiato da allora? Per che cosa siamo disposti, ora, a scandalizzarci per fare salvo il nostro comune senso del pudore?

Sindaci sindacabili

Giudizio_universaleUna consuetudine ormai consolidata pare essere quella dell’avvento di commissari prefettizi al comando delle navicelle comunali in procella. Le cause del dissesto, tra le più ripetitive che possano esserci: abusi d’ufficio, soprusi, ruberie, collusioni con e senza mafia, dimissioni di sindaci e giunta – sempre per le motivazioni precedenti – e via enumerando. E’ capitato anni fa nel mio comune e ciclicamente si è ripetuto di recente; così ci ritroviamo “ chiamati “ alle urne per rinnovare sindaco e ambaradam – mi diverte il termine “ chiamati “ alle urne, mi fa venire in mente il film “ Il Giudizio Universale “ di De Sica dove la voce fuori campo dello stesso regista aka Dio chiamava, in stretto ordine alfabetico, tutti gli abitanti della terra per il rendiconto finale; allo stesso modo mi immagino l’omino comunale che, dall’alto del secondo piano del palazzo di città, rendiconta i nomi degli aventi diritto e li ammette al voto… vabbe’ divagazioni possibili giusto il venerdì santo, in piena vacanza pasquale. In sé il fatto non costituisce reato – il votare intendo; il votato perseguirà, poi, il reato per conto suo, se continua sulla falsariga di colui che lo ha preceduto. Ma se votare non è reato, dovrebbe essere un atto sanzionabile quello di presentare la propria candidatura come sindaco pur non avendo le capacità – e questa rimane una valutazione assolutamente e gratuitamente soggettiva –  nonché le physique du role. Ahimè, siccome non è ancora reato, imperversano negli angoli più reconditi ma anche open space, palesemente e sfacciatamente evidenti, da manifestini, manifestoni, cartelloni, gigantografie facce di paladini della moralità pubblica, campioni di virtù moderate, benefattori della patria, trascinatori di folle, giornalisti, avvocati – quanti, tanti, troppi! – casalinghe disperate, X facenti – nel senso che non so che lavoro svolgano per campare – e via così, lungo la via che mi porta a scuola, la mattina, sorrisi a sessantasei denti, facce da kulow, spesso,  pigli da carogne salutano il mondo intero, me compresa – e per fortuna sono in vacanza adesso e mi risparmio la vista. Ma è mai possibile che abbiano tutti questa fregola di diventare sindaci? Perché, poi? Per ereditare amministrazioni diversamente e creativamente gestite così come in precedenza, dove brillano per la loro mancanza fondi sufficienti anche per pagare gli stipendi agli impiegati? – e sulle altre priorità cittadine ed  emergenze sociali elementari, stendiamo un velo pietoso. Davvero mi sembra masochismo allo stato puro l’insistere perché si possa portare a casa un numero congruo di voti tali da permettere al vicino di casa di appellarti “ caro sindaco “ – anzi no, gli ultimi due sindaci di Trani hanno coltivato ad oltranza l’uso e l’abuso di farsi chiamare per nome dai loro concittadini… che volete, la democrazia fa questo effetto! Che alla fine una – io, nella fattispecie –  di fronte a tutto questo strum und drag pre elettorale, al di là delle belle parole – parlare di intenzioni serie, in alcuni casi, mi sembra un abuso –  finisce per pensare cose sconvenienti. Che lo facciano per la poltrona?

L’ospite inatteso

ospiteIl legame affettivo che lega ancora Walter Vale, professore di economia nel Connecticut, alla moglie defunta, pianista,  si esplicita attraverso le sterili lezioni di piano che il demotivato professore prende, credendo di poter apprendere la difficile arte di cavare note dal pianoforte che era stato della donna amata. La vita di Walter Vale si divide dunque tra l’università, dove stenta a trovare una ragione del suo operato, e la solitudine compatta delle ore passate in casa, delle cene solitarie in compagnia della musica riprodotta – quella sì suonata ad arte – del pianoforte di sua moglie. La malattia di una collega lo costringe a rompere gli schemi in cui si è costretto da tempo e, per sostituirla ad un convegno, rientra a New York, dove aveva abitato con la compagna di vita e dove conserva ancora un piccolo appartamento nel Greenwich Village. Arrivato a destinazione si rende conto che la casa che sapeva disabitata, in realtà è occupata dal siriano Tarek e dall’africana Zainab, ospiti abusivi, introdotti in casa tramite un mediatore senza scrupoli. Lo sconcerto iniziale dei tre dà luogo, in Walter, all’accettazione e alla proposta, rivolta ai ragazzi, di rimanere fino a quando non avranno trovato una soluzione. Inizia così una convivenza vivifica per Walter che ritrova interesse e curiosità verso la vita. Capisce attraverso il suono di Tarek, suonatore di djembe in un gruppo jazz, che la sua vera inclinazione alla musica è quella del ritmo tribale dei tamburi di un gruppo spontaneo di suonatori a Washington Square. Walter offre ospitalità in cambio di vita, finalmente. Ma la vita ha canali stranissimi di espressione e diventa complicata quando il caso sollecita le complicazioni. É per uno sfortunato caso, dunque, che Tarek viene arrestato perché immigrato clandestino e viene portato in un centro di detenzione nel Queens. Walter fa tutto quello che è nelle sue possibilità per aiutare il ragazzo, ospitando anche Mouna la mamma di Tarek, che intanto ha saputo dell’arresto. Il finale ricalca la misura del film, con le dovute considerazioni su un sistema di accoglienza americano che non accoglie più, e sulle tante tenerezze che rendono il film stesso un ottimo film. Che naturalmente è da vedere.

Le fattezze nascoste

bob dylanAlcune sera fa, in vena di amarcord, ho rivisto il film di Martin Scorsese ” No direction home ” documentario dedicato al monumentale Bob Dylan. Al di là del piacere di vedere e sentire canzoni, luoghi, affermazioni, ricordi, interviste – in una sorta di regressione allo stato adolescenziale provi il desiderio quasi morboso, che già hai provato un tempo, di voler sapere tutto, ma proprio tutto del soggetto della tua attenzione e presti attenzione e ricordi e commenti, siamo in due, in famiglia, ad apprezzare non sai quanto! Tra memorabilia, spezzoni di vecchi concerti e interviste a chi lo ha vissuto, c’erano le parole pronunciate da uno strano signore rugoso, con i capelli un po’ più radi e bruciati da colorazioni sbagliate – si intravedevano, forse, i riccioli angelici di un tempo… forse, chissà – c’era questo signore vestito di nero e parlava di se stesso e, stranamente, la persona coincideva con il nome che non ti aspettavi che lui avesse. Era Dylan, è Dylan. Invecchiato come tutti, con poca grazia, e non come tutti. E al di là della sfasatura di vedere uno e di pensarne un altro si intravedeva nel bagliore di quegli occhi “bluer than robin’s eggs “* il ragazzo di un tempo, come una sinopia sfuocata da tanta vita, dalle mille esperienze. Con se stessi è difficile notare la sfasatura tra l’apparire e l’essere – dentro, oh dentro, ci sentiamo tutti fanciulli, quelli di un tempo, visione che distorce spesso la realtà che è ben diversa perché siamo altri, inguardabilmente altri. E la sua sfasatura è diventato il metro di misura e di giudizio tra noi, in quel momento. Ma lo vedi come è cambiato? Non è più lui. Anche tu non sei più tu. Allo specchio, tirando indietro la pelle, ho avuto l’illusione di vedere la ragazza che ancora mi abita… forse, chissà.

*”bluer than robin’s eggs ” è una citazione tratta dalla canzone di Joan Baez, ” Diamond and rust “, “As I remember your eyes/Were bluer than robin’s eggs ” ( Come ricordo i tuoi occhi/Erano più azzurri delle uova del pettirosso )

Freda, t’aggio voluto bene

20140528_201708Un po’ la si invidia, non c’è che dire. Una ragazza vissuta undici anni della sua meglio gioventù gomito a gomito con i Fab Four, tanto indifferente non lascia. É giusto la prima considerazione, di pancia, appena ti appresti a vedere il docufilm ” Freda, la segretaria dei Beatles ” come è capito ieri sera. Poi man mano che vai avanti a sentir raccontare piccole storie ordinarie, a sentir parlare di ragazzi, miti inarrivabili per tutti, eccetto che per lei l’allora tranquilla diciassettenne di Liverpool, allora capisci che stai ascoltando una persona di una purezza senza uguali e ascolti un’altra storia che non è quella raccontata su mille giornali e libri e film, ma è una storia di ragazzi nati e cresciuti in una città di provincia che si ritrovano ad un tratto al posto giusto e nel momento giusto, quasi loro malgrado. Così Freda Kelly, la segretaria del fan club dei Beatles e di Brian Epstein, racconta come il caso abbia giocato a suo favore un giorno qualsiasi della sua vita di minorenne, facendola capitare in un postaccio dove, su un improvvisato palcoscenico di legno, suonavano quattro ragazzi, vestiti di cuoio nero il più delle volte, ragazzi che lei conosceva molto bene perché suoi vicini di casa. Così delle duecento e passa volte che i Beatles suonarono al Cavern di Liverpool lei ebbe modo di esserci per centonovanta volte. E quasi per caso Brian Epstein le offrì di istituire quel fan club che poi diventò la pietra miliare beatle per tutti gli adolescenti di tutto il mondo, adolescente anche lei, fan a sua volta. Terminata la sua esperienza e terminati i Beatles come gruppo, Freda Kelly iniziò una vita fatta di assoluta normalità che dura tutt’ora. Non ha mai raccontato quello che realmente ha vissuto con i suoi amici, non ha mai lucrato sui retroscena che pur aveva vissuto. Una persona bella e unica, amata dai suoi quattro mitici amici. ( Freda, ti vogliamo bene anche noi, perché in quel lontanissimo giorno in cui hai spedito una lettera dal fan club a due adolescenti pugliesi, mio marito e sua sorella, da fan a fan, hai avuto grande rispetto nei loro confronti inviando una foto originale con autografi originali, rifiutandoti, come hai detto nel docufilm, di utilizzare i timbri degli autografi che Epstein aveva fatto preparare per sveltire la procedura…Grazie, segretaria dei Beatles! ❤ )

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Il mondo fino in fondo

il-mondo-fino-in-fondo-filippo-scicchitano-con-manuela-martelli-e-luca-marinelli-in-una-scena-291140Poco fa ho fatto una piccola ricerca a proposito di Alessandro Lunardelli, regista del film Il mondo fino in fondo, visto qualche giorno fa. Nessun cenno biografico, se non che Lunardelli è un giovane regista alla sua opera prima – opera per la quale ha curato sceneggiatura, montaggio e regia – insomma un self made man. Viene da dire subito il ragazzo si farà o almeno si spera. Opera garbata racconta la storia di due fratelli con una notevole differenza d’età, abbandonati dalla madre che sceglie di vivere la sua vita lontana dalla famiglia per un non ben comprensibile motivo, i due ragazzi diventano adulti malgrado la mancanza, differenti per carattere e approccio alla vita. Il più grande, Luca Marinelli, improntato alla praticità dell’essere il proprietario di una fabbrica di passamanerie, non comprende il più piccolo, il suo modo di vivere la vita in punta di piedi, quasi scusandosi con i sottoposti in fabbrica dell’essere lui, con il fratello, il padrone. Filippo Scicchiatano con il suo viso bambino è calato perfettamente nella parte di una persona ambivalente consapevolmente gay, ma con grandi difficoltà a rivelare al fratello le sue pulsioni. Sicché la storia si snoda con il non detto e il vissuto del ragazzo più piccolo che, per un caso fortuito durante una trasferta a Barcellona, a seguito della squadra del cuore di entrambi, perde la testa per un attivista di Greenpeace e non perde l’occasione di dire addio alla sua vita precedente – a questo punto il film sembra ispirarsi liberamente alla trama del romanzo Il mondo alla fine del mondo di Luis Sepúlveda, per quell’occhieggiare agli attivisti dell’associazione più agguerrita del mondo nel combattere i danni all’ambiente, per quell’andare a cercare alla fine del modo, in sud America, in Patagonia per l’esattezza, quello che si è perso nella vita di ogni giorno. Tutti i protagonisti volenti e nolenti si ritrovano lì dove il mondo ha fine per ricordarsi l’uno con l’altro d’essere al mondo e d’esserci per quello che si è, compreso il fratello più piccolo che riesce a svelare, finalmente!, al più grande di essere gay. Viene da chiedersi: e doveva arrivare fin laggiù per dirglielo? Film gentile che non merita, però, tutte le ” stelline ” ricevute. C’è da augurarsi che il dolce e bambocciante Filippo Scicchitano eviti un altro ruolo gay. Le etichette, si sa, sono dure da staccare, specie se non si è forniti di strumenti idonei.

Il trucco e parrucco ai tempi di Ozpetek

Allacciate-le-cinture-Carla-Signoris-Kasia-Smutniak-Elena-Sofia-RicciVoglio bene a Ferzan Ozpetek. Mi piace la sua delicatissima visione del mondo, il narrare dei personaggi vicinissimi al nostro quotidiano, ma mai banali nelle considerazioni e nei gesti. Mi piace quando descrive l’omosessualità, la bisessualità, la passione degli eterosessuali, quando parla d’amore e quando parla di morte – perché, da buon levantino, non ha mai dimenticato la dimensione compassionevole e partecipata collettivamente dell’evento luttuoso, del non esserci più fisicamente, ma dell’essere presenti comunque e sempre tra i vivi, insieme. Mi piace quando, con mano lieve, descrive i drammi, e quando con mano gioiosa e ironica fa commedie. Mi piace quando narra storie all’incontrario, calandole bene nel presente, quando manifesta la malattia senza demonizzarla. Mi piace tutto questo, ma quelle orride parrucche che ha usato nel suo ultimo film, Allacciate le cinture, quasi a simboleggiare, a marchiare un dramma femminile – il tumore al seno – mi hanno infastidito. Mi ha infastidito la delicata protagonista che nel volgere di tredici anni passa da una stupita e meravigliata visione del mondo, all’assunzione di piglio e parole da bottegaia incallita. Mi ha infastidito il fossilizzarsi del regista in una Lecce provinciale, precedentemente decantata in uno splendore disfatto – Mine vaganti – ora descritta nelle sue piazze più brutte – eccetto quella della scena corale del bar aperto sulla movida notturna. Non volevo arrendermi di fronte a critiche che lo davano ben al di sotto delle aspettative.  Ben mi sta. Ferzan Ozpetek ti prego, torna al tuo gasdotto romano, riprenditi Serra Yilmaz a strapazzare la gente, la Signoris lasciala a suo marito! ( noticina: forse vale vederlo, il film, solo per un’unica ragione, Luisa Ranieri, divertentissima amante del marito della protagonista, in odore di Loren/titudine! )

David Niven, le marcette militari e i Monuments Men

monuments-men-castEsci dal cinema e ti chiedi: ma questo film, quando e dove l’ho già visto? Già David Niven beato nel paradiso degli attori sta rallegrandosi dell’essere redivivo, per la spudorata somiglianza del capo scout Stoke aka George Clooney– il nostro con il baffino anni ’40 pare proprio un Niven d’antan.  E come se non bastasse da sceneggiatore, regista e attore principale – faccio tutto mi – il George, professore universitario, spiega, con diapositive ante power point ad un incallito Roosevelt, la bontà di quella missione da Indiana Jones da strapazzo che di lì a poco andranno a mettere in atto, con i sette compari di varia cultura e competenza. E spiega anche a noi, ingenui spettatori con aspettative diverse, che andare raminghi in paesi devastati dal passaggio della guerra in cerca dei tesori trafugati dai nazisti è cosa buona e giusta – se anche non ne fossimo convinti. Ma il trascorso trascorre spesso con l’impressione che quei personaggi debbano essersi divertiti follemente a girare, tra la Normandia e il West – si coglie, di tanto in tanto, l’aria ridacchiante del capo incapace di mantenersi serio anche quando le circostante te lo impongono. E allora via a trovate tutto sommato sulle righe, come quella del caso che porta un dolorante Bill Murray con il sodale e piccoletto Bob Balaban, a casa di un improvvisato dentista/ baker crucco, dove s’è sistemato l’ufficiale tedesco artefice della deportazione di tutta la collezione del Jeu de Paume. Così tra un tè alla bavarese e una serie di reticenze, il piccoletto Balaban scopre un Renoir che era appartenuto ai Rothschild. Interrogato il crucco, lo stesso asserisce che trattasi di un regalo, ma il furbo Heil Hitler lanciato da Murray fa sì che il gioco venga scoperto dalla risposta più che veritiera dei bambini che replicano doviziosamente col braccio sfoderato verso l’alto. Per non dire di quei due fermi a fumare una sigaretta – John Goodman e Jean Dujardin – attratti da un sauro pascolante, si ritrovano più che pascolanti, a galoppare tra un fuoco di fuochi incrociati. Nel mentre Dujardin soccombe e via il francese! – e meno male che ci stava vagamente sulle scatole. Intoppa il buon George, nella sequenza dei sorrisi, con Cate Blanchett, nume vestale del museo defraudato, che pare abbia ingoiato un palo – se avessimo saputo in anticipo che l’unica presenza di rilievo femminile sarebbe stata siffatta, avremmo chiesto una purga stalinista con epurazione della suddetta. La quale impalata ad un certo punto decide che è arrivata l’ora di sfoderare le arti magiche da ammaliatrice – pur non avendone carisma e ciccia – si traveste da Gilda e con una supponente tiritera costringe il povero Matt Damon a travestirsi da ospite di riguardo, con una cravatta antesignana di quelle con Topolino sulla facciata principale. Naturalmente Damon, con quella faccia un po’ così fugge a gambe levate per non essere costretto – penso – a scongelarsi dopo l’uso. Non manca nel cast il traduttore simultaneo anglo tedesco, nella figura di un giovanotto ebreo askenazita di Newark – gli occhi stupiti sul mondo della guerra sono i suoi, che ad un certo punto ti chiedi: Ma Newark si trova sulla Luna? E poi ci sono i russi anche loro a caccia dei tesori sottratti, il polittico di Gand e la madonna di Bruges. Il tutto condito, come è doveroso, da una colonna sonora su misura – la marcia finale non è quella del ponte sul fiume Kwai, ma poco ci manca. Alla fine sui titoli di coda sei profondamente convinta di una sola cosa: George Clooney col capello brizzolato e la barba da prof universitario e gli occhiali di corno, be’ è proprio un bel tocco di legno!

Amour

amourIn nome dell’amore quanto siamo disposti a dare, con sacrificio e abnegazione, quanto del nostro tempo siamo capaci di dedicare alla persona che amiamo? Georges e Anne, due anziani coniugi, hanno fatto del reciproco scambio di tempo, interessi, cultura, amore, la loro ragione di vita. Entrambi musicisti in pensione, dedicano quel che resta del loro tempo a viversi. Vanno ai concerti, stanno nella loro casa borghese priva di rumori, priva del monolite televisore, leggono uno di fronte all’altra libri, giornali, una simbiosi perfetta supportata dall’amore. Anne, un mattino, mentre fanno colazione insieme, ha una mancanza. Georges le parla, ma lei pur presente, pur guardandolo, non risponde alle sue domande. Dopo poco Anne si riprende ed entrambi si rendono conto che la loro storia insieme sta per essere marchiata dalla malattia della donna. Operata per un ictus Anne torna a casa paralizzata nel lato sinistro. Inizia così l’altro amore, quello del sacrificio. Georges con abnegazione si dedica minuziosamente alla cura della donna che ama, senza mai lamentarsi, con grande pazienza, con compassione. Ma la malattia non lascia scampo e degenera fino alla fine di entrambi. Ometto di riferire particolari che potrebbero svelare per intero la trama di Amour, bellissimo film di Michael Haneke, premiato nel 2012 a Cannes, come miglior film straniero e magistralmente interpretato da Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. La fotografia, la scenografia, il tono misurato della recitazione concorrono in pieno a fare di questo film un intreccio delicato di sentimenti forti, che non si manifestano attraverso la carnalità, ma che nella fisicità della malattia trovano la naturale rappresentazione. Il racconto della stessa malattia è privato degli orpelli ospedalieri, ma i ” segni ” del guasto ci sono tutti senza reticenze, anzi. Si rimane attoniti e sinceramente coinvolti. Da vedere se siete disposti a riflettere sulla vecchiaia e sulla malattia.