Ozpetek o degli stereotipi

Amo incondizionatamente il tuo genio, caro Ferzan Ozpetek e, in occasione delle uscite dei tuoi nuovi film, mi predispongo alla visione degli stessi come una bimba alle prese con lo spacchettamento dei doni la notte di Natale! Però, caro Ferzan – c’è sempre, o quasi sempre, un però – non devi fare così come le ultime due volte che sono stata al cinema a guardare una tua Opera! – scrivo con la O maiuscola, opera, come si conviene per omaggiare un Maestro dell’arte cinematografica. E passi per Rosso Istanbul, coralmente definita commedia – bisogna pure che qualcuno mi spieghi dove l’hanno vista ‘sta commedia! – delusa proprio per un film a tratti noioso e incomprensibile, che niente aveva a che spartire con il romanzo, se non il titolo, visto che mi era piaciuto tanto, ma proprio tanto, il libro che mi era stato regalato a Natale dall’amica sorella e amen!  Ma pure stavolta, no, non ci siamo! Napoli velata, che hanno definito asetticamente un thriller lo fai partire è vero con un omicidio, ma subito dopo, con un ripensamento, esibisci una serie di teatrini che mettono a nudo – altro che velata! – una Napoli così smaccatamente oleografica da rischiare una carie mentale perenne! Va be’ lo so, Beppe Barra non sa fare altro che ripetere se stesso all’infinito, tra figliata dei femminielli, tombole vajasse e ” bazzecole, quisquilie e pinzellacchere “, poi aggiungi la sibilla – cumana? no comara -con tanto di nana e telecomando, le due oscure – nel senso proprio che sono inquadrate sempre in condizioni di luce precaria – Lina Sastri e Isabella Ferrari, quest’ultima brutta come non mai, vestali di un mondo sensualesoterico, quanto il salotto borghese di una Marina Lante della Rovere – mi scusi signora se l’ho chiamata in causa, pace alla sua anima! Per non parlare della protagonista, disturbata mentale e sensuale, che da’ fuori di matto solo per una notte d’amore leggermente più effervescente – ma chi aveva frequentato la ragazza Mezzogiorno, prima? – e giù fino in fondo per imbattersi in un aiuto commissario battezzato Semola dal suo capo – solo per via delle lentiggini, e dai su! E come se non fosse bastato tutto questo di tanto in tanto ho rischiato seriamente di addormentarmi, caro Ferzan, sì proprio. E quel consesso deludente nel finale, nella cappella del Cristo Sansevero, lui sì velato e prezioso! Insomma se fosse possibile, nel prossimo film, lascia perdere agli americani i thriller e i fantasmi e raccontaci di quello che sai veramente raccontare. Per sempre tua –  spettatrice! – V.

Il trucco e parrucco ai tempi di Ozpetek

Allacciate-le-cinture-Carla-Signoris-Kasia-Smutniak-Elena-Sofia-RicciVoglio bene a Ferzan Ozpetek. Mi piace la sua delicatissima visione del mondo, il narrare dei personaggi vicinissimi al nostro quotidiano, ma mai banali nelle considerazioni e nei gesti. Mi piace quando descrive l’omosessualità, la bisessualità, la passione degli eterosessuali, quando parla d’amore e quando parla di morte – perché, da buon levantino, non ha mai dimenticato la dimensione compassionevole e partecipata collettivamente dell’evento luttuoso, del non esserci più fisicamente, ma dell’essere presenti comunque e sempre tra i vivi, insieme. Mi piace quando, con mano lieve, descrive i drammi, e quando con mano gioiosa e ironica fa commedie. Mi piace quando narra storie all’incontrario, calandole bene nel presente, quando manifesta la malattia senza demonizzarla. Mi piace tutto questo, ma quelle orride parrucche che ha usato nel suo ultimo film, Allacciate le cinture, quasi a simboleggiare, a marchiare un dramma femminile – il tumore al seno – mi hanno infastidito. Mi ha infastidito la delicata protagonista che nel volgere di tredici anni passa da una stupita e meravigliata visione del mondo, all’assunzione di piglio e parole da bottegaia incallita. Mi ha infastidito il fossilizzarsi del regista in una Lecce provinciale, precedentemente decantata in uno splendore disfatto – Mine vaganti – ora descritta nelle sue piazze più brutte – eccetto quella della scena corale del bar aperto sulla movida notturna. Non volevo arrendermi di fronte a critiche che lo davano ben al di sotto delle aspettative.  Ben mi sta. Ferzan Ozpetek ti prego, torna al tuo gasdotto romano, riprenditi Serra Yilmaz a strapazzare la gente, la Signoris lasciala a suo marito! ( noticina: forse vale vederlo, il film, solo per un’unica ragione, Luisa Ranieri, divertentissima amante del marito della protagonista, in odore di Loren/titudine! )

Le donne della mia vita

harem-suare_144580A. dolce e affettuosa amica, mi ha regalato per Natale Rosso Istanbul  di Ferzan Ozpetek, un romanzo che ha il sapore dell’autobiografia senza esserlo. Il libro, in terza pagina, riporta un aforisma tratto da Harem Suarè, il secondo film del regista. Dice:

Non dimenticate mai che la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.

Se penso al racconto di una vita, una qualsiasi, mi vengono in mente solo donne: mia madre, le sue sorelle, la nonna materna, alcune zie. Avevano il dono del racconto – quelle ancora in vita continuano a raccontare – e sapevano affascinare con parole semplici. Il racconto degli sbagli, dei dolori e della morte diventava, nel loro dire, una favola a volte amara, sempre piena di compassione verso chi aveva sbagliato, una tolleranza affettuosa che aveva radici nel quotidiano superare gli ostacoli, nella caparbia volontà di farcela, nonostante tutto. Ogni banale evento famigliare assumeva il tono e il colore di una saga d’altri tempi, dove i nomi e le appartenenze a questa o a quella famiglia rimanevano impressi nella mia memoria di bambina per l’uso di denominare con soprannomi curiosi, dall’origine sconosciuta, uomini burberi, altre donne invise, accostando al loro aspetto nomignoli buffi che facevano pensare ad un aperto dileggio, ma che in fondo servivano solo all’utilità del raccontare. Raccontavano per il gusto di farlo, senza essere consapevoli per le emozioni che riuscivano a suscitare con il loro dire, per le immagini che riuscivano ad evocare nella mente di chi sentiva. Da loro ho imparato l’arte dell’ascoltare e soprattutto il gusto del raccontare. Per quanto ordinarie tutte le vite andrebbero raccontate; mi piacerebbe un giorno scrivere di loro, perché non si perdano le loro tracce e la loro storia.