Firenze val bene un G7

G7… ma perché non siamo in otto? Perché manca Lancillotto! Il nostro domani prevede un vero e proprio tour con annessa guida – signora Laura che gli dei la benedicano per il garbo e l’infinita pazienza! La nostra visita inizia al Duomo affollato di turisti, ma tutto sommato condizione prevedibile. Quello che non prevediamo, dopo la sosta alla bellissima santa Croce, è il concentrato di polizia, carabinieri, finanza, annessi e connessi a Piazza della Signoria dove nel Palazzo Vecchio sono in gita scolastica quelli del G7 della cultura, anche loro! Be’ insomma loro sono in una condizione di privilegio, noi non riusciamo neppure a guadagnare una sosta con foto alla loggia dei Lanzi. E se Carlo e Camilla dovranno sciropparsi un pranzo di gala, noi abbiamo un ristorantino in una strada lì vicino che ci aspetta, dove miracolosamente non compare nessuna cotoletta surgelata. Carlo? Camilla? facciamo uno a zero per noi e palla al centro! Firenze ci regala un pomeriggio di sole e l’impagabile skyline della città da Boboli. In pellegrinaggio a via de’ Velluti, dove in epoca lontana ha abitato la prof studentessa, ci perdiamo un bel gruppo di alunni con annessi docenti. Poi l’idea geniale dell’ex studentessa: andiamo a ponte Santa Trinita così potete fotografare ponte Vecchio da lontano… è vanificata dal gruppo gita G7 che ha avuto la stessa idea! I carabinieri messi a sbarramento dell’accesso al ponte ci fanno una faccia cattivissima al solo accenno di una sortita. Carlo? Camilla? uno a zero per voi, e siamo pari! Il giorno si conclude a Signa con il solito trattamento surgelato. Dopo cena i ragazzi sono al settimo cielo, potranno far visita ai loro sodali nelle stanze altre, per grazia della tappa ma tosta. Che avranno da gioire, le stanze fanno squallido tutte allo stesso modo. Ma non gioiscono per la visita alla struttura, no eh? Anch’io ho questa impressione…

Shopping Non so per quale strana ragione il must di questo viaggio sono le t shirt di Hard Rock Cafè. Il pellegrinaggio si compie a gruppi separati, l’ultima mattina consentita, per evitare che debbano chiamare rinforzi esterni per contenere gli entusiasmi. La prof chiede timidamente di visitare, lei sì per ragioni d’età, la toilette dell’emporio café. Ed è come calarsi in un film di vampiri, tutto nero nero, rosso e dorato, il trionfo del Kitsch assoluto. Sono sopraffatta da cotanta ostentazione da avere quasi timore a lasciarla lì, ma la ragione di stato – fisico – prevale!

I tre moschettieri Incontriamo ancora una volta A. e con lui il carissimo L. identico a se stesso come quando era studente all’ accademia di Belle Arti insieme alla prof. Capelli bianchi a parte, ritrovo in entrambi i ragazzi di allora, complici i ricordi comuni. La promessa, nel lasciarci, è di non far trascorrere altri quarant’anni. Tutti e tre conveniamo che lasciar passare nuovamente  così  tanto tempo non sia proprio una buona idea. Anche facendo affidamento su una bella dose di ottimismo, cento e più anni sono un’ incognita, qualunque cosa ne possa pensare la Fornero.

Il fondo L’abominio è costituito da un pranzo – l’ultimo, ringraziando il Parnaso tutto – allestito in un postaccio a metà tra una casa del popolo in disarmo e una pizzeria di centesima categoria. Ne veniamo fuori quasi digiuni e maleodoranti. Stendiamo un velo pietoso sull’immangiabile e puzzolente secondo piatto a base di indovinate? cotolette surgelate e nemmeno cotte a dovere!

A casa, a casa! Sul treno del ritorno tre sventurati estranei tentano di non lasciarsi coinvolgere dall’entusiasmo degli alunni di ritornare alle patrie galere. Dopo una serie di telefonate dei ragazzi a casa, sappiamo per filo e per segno il menù del giorno dopo, per fortuna stavolta casalingo e senza cibi surgelati. Tutti i prof  tentano inutilmente di farsi invitare al pranzo domenicale dei ragazzi, ma quelli non vedono l’ora di sbarazzarsi di noi. L’orda dei genitori, non più contenuta dalla tappa ma tosta, si appropria dei propri amati pargoli, alla stazione di Barletta e sciama vociante verso l’uscita. Ci guardiamo un po’ sgomenti per la sensazione di vuoto che si è creata intorno. Per tre giorni ci hanno allietati di vocianti schiamazzi, di strane richieste, di commenti curiosi.. Ma tanto li ritroveremo a scuola lunedì!

Firenze è Firenze è Firenze… seconda puntata

Colazione da Tiffany Il primate bofonchia alla collega tappa ma tosta, senza guardarla: A che ora prenotate la colazione? Sguardo sgomento della tappa a tutti noi e di rimando: Perché è obbligatoria la prenotazione? Ad ogni modo per domattina alle 7,00. E lo scimmione: Non è possibile, la sala è già occupata dall’altro gruppo – il gruppo altro è costituito da adulti cinesi vocianti e ” leggermente ” maleducati, come avremo modo di rilevare in seguito. La tosta comincia ad innervosirsi, ce ne rendiamo conto dall’uscita di scena fatta con disappunto. O scimmione, cosa credi di avere al posto di una sala da colazione, la vetrina di Tiffany con annessa Audrey Hepburn? A. quella alta ed egualmente tosta arriva a mediare un orario accettabile per permetterci, il mattino dopo, di partecipare ad un concorso scolastico – venti ragazzi con Inglese – e per i rimanenti di scorrazzare con guida per la città. Ma risolto un impiccio eccone in arrivo un altro: ‘ssore’ perché io devo stare in camera con Tizia quando invece vorrei stare con Caia? e giù pianti. Cos’è una punizione divina? Sono stata una scostumata nella vita che fu e pertanto punita nella vita di mo’? Risolto anche questo dilemma, sistemiamo i bagagli – parola grossa perché lo scimmione deve ancora consegnare le chiavi delle camere a tutti – e riprendiamo il treno per Firenze…

Quarant’anni dopo ( a noi Dumas padre ci fa un baffo! ) Intanto che c’ero avevo chiesto ad A. se fosse stato possibile rivedersi. E complice il pomeriggio solare, santa Maria Novella con la sua geometria di perfette forme, gli alunni disinteressati, i colleghi forse più interessati e la mia curiosità, riesco ad accogliere A. con leggerezza e gioia, dopo tanto tanto tempo. Arriva da lontano confondendosi tra la folla, ma lo riconosco dal passo e poi dallo sguardo e dal sorriso, quasi intatti nonostante gli anni passati.

Mercatini A san Lorenzo, altra mèta favoleggiata e promessa ai pulzelli, tra le visite possibili, per l’acquisto di bric-à-brac da portare a casa, mi rendo conto che qualcuno ha rimosso le secolari bancarelle, per la maggior parte, lasciando in dotazione ai turisti e alla cittadinanza tutta – ammesso che i fiorentini abbiano l’abitudine a spacciarsi per turisti – una manciata di banchi intorno al mercato coperto, per la vendita di giacche e borse e orpelli in cuoio o pelle o quello che è. Ohibò, e le altre schifezze tanto care ai piccini? E le calamite? E i bicchieri in ceramica con immortalate le palle medicee? Scopriamo in seguito che quelli sono articoli da edicole, così come le bottigliette dell’acqua, vendute a prezzi da mercato nero! E il refrain dell’acqua in bottiglietta – Prof, dove posso comprare una bottiglietta d’acqua? Posso comprarla, eh? Eh? e prova a dirgli di no! – sarà la colonna sonora del nostro viaggio! Intanto A. ci fa da chaperon per un po’ di tempo; poi ci abbandona al nostro rientro a Signa con la promessa di rivederci.

Orrore senza fine! Dopo aver lungamente scommesso sul menù, per cena veniamo sistemati in una squallida sala, noi soli, a cantarcela e a suonarcela, mentre una sola sgallettata bionda serve all’orda un’orrida pastasciutta con funghi – io niente funghi, ma ricevo la grazia di un sugo già pronto dentro il quale galleggiano pennette scotte, ripassate in acqua bollente, poco prima, per farle riprendere dallo shock! E come secondo piatto, indovina un po’, cotoletta – surgelata – e patatine! In occasione di un altro viaggio avevo mosso un accorato appello a tutti gli albergatori del regno: smettetela di organizzare menù a base di pasta al sugo e cotolette! I ragazzi e i loro docenti non sono pattumiere biologiche, in grado di ingurgitare l’immangiabile. Invece puntuale come le allergie di primavera, pastasciutta e cotolette, amen! E per fortuna i ragazzi sono decisamente stanchi e ad un orario accettabile dormono tutti come angioletti. A domani… segue

Firenze, oh cara, noi rivedremo! prima puntata

Premessa  La faccenda nasce un po’ in sordina a dicembre con la collega che ti dice: Che ne pensi, accompagniamo i ragazzi in gita? Continua con i genitori che ti sollecitano a gennaio: Professoresse, portate i ragazzi in gita? I ragazzi in questione è da tempi immemori che ti dicono: Prof, andiamo in gita? Insomma la gita scolastica o per meglio dire il viaggio di (d)istruzione è il momento catartico di un intero anno scolastico, la summa teologica, l’evento degli eventi. La scelta della mèta, poi, non è da meno. Si parte dalle Alpi si va per le Piramidi, si passa dal Manzanarre per arrivare al Reno – e non me ne voglia il poeta!  Alla fine si opta per Firenze, oh cara. Firenze sta alle gite scolastiche di terza media come i pachino sulla bruschetta, al di là del pretesto istruttivo, ai ragazzi piace l’idea di stare con i compagnucci di merende scolastiche, tutti insieme vicini vicini, e grasso che cola se a Firenze ci vanno per vedere i monumenti. Ma i ragazzi, questi ragazzi della mia terza classe, sono motivati e hanno sentito così tante volte la loro prof parlare della città e dei posti e delle persone da muoversi a pietà verso colei che a Firenze ha studiato in un’epoca lontanissima e a Firenze torna volentieri. E poiché può più la curiosità che la passione per l’arte accettano volentieri, i ragazzi, di accompagnare le prof in gita e non viceversa! E così, dopo un complicato periodo di preparazione pre gita si arriva al dunque.

Il buongiorno si vede dal mattino L’assembramento davanti alla stazione è degno della calca davanti ad uno stadio prima della partita, manca solo il venditore abusivo di biglietti ed è fatta! La mamma, il papà, la zia, la nonna e i fratelli tutti ad accompagnare il partoriente, ops!, il partente, il partitorente, insomma l’alunno/a che parte con le prof! La docente capa di stazza piccina, ma tosta e volitiva, minaccia l’assembramento: I parenti, dopo i saluti, devono rimanere   dall’altra parte! L’altra parte è la banchina opposta e a separarci due binari. La folla genitoriale si muove come fosse mare in tempesta, le mamme coi lucciconi agli occhi salutano come se non ci fosse un domani, in fondo i figli so’ piezz’e core! Sul treno un controllore dei titoli di viaggio – chissà perché fa volgare dire bigliettaio – ingaggia il seguente dialogo con l’unico maschio adulto del branco, dopo aver letto il titolo di viaggio, appunto: Allora siete… cinquantasei ragazzi e otto adulti! Sì è così, i ragazzi sono tanti e speriamo di riportarli tutti a casa, al ritorno. Certo, altrimenti per voi docenti sono uccelli per diabetici! Mi tocca fare una traduzione simultanea a beneficio delle altre due colleghe che assistono al dialogo, che, anime candide, non hanno capito una cippa! Ma per l’ammissione al nobile mestiere di controllore di titoli di viaggio c’è un particolare esame di idiozia da superare? Dopo una discreta serie di sali e scendi di ragazzi e valigie dai treni – le valigie?!? i bauli! quelli, gli alunni, si sono portati il mondo intero da casa, neanche dovessero rimanere fuori di casa un mese intero! Insomma arriviamo a Signa e ad accoglierci un primate arboricolo che al mio saluto non si degna neppure di rispondere. Dopo un tempo infinito alza il capo con fastidio dalle sue carte di proprietario dell’albergo e bofonchia qualcosa all’indirizzo della giovane collaboratrice. Inutile dire che la scena successiva è da annoverare nel prontuario per il soccorso delle persone dementi alla voce: chiavi elettroniche. Le suddette chiavi sono spesso in duplice o triplice copia sulla base del numero dei letti che sono contenuti nelle stanze. E dunque l’accoppiamento è un lavoro complesso per il primate! infine dopo un paziente intervento della collaboratrice, riusciamo a guadagnare le chiavi del Paradiso. Finito qui? Macché… segue.

Cose che mi fanno ” ragionevolmente ” diventare irragionevole e arrabbiata

Lucy-Van-Pelt-Peanuts-Rabbia-Featured-Ieri mi chiama la collaboratrice scolastica          < Prof c’è una signora che chiede di te > la collaboratrice scolastica mi dà del tu, siamo state compagne di scuola. All’ingresso trovo una donna dall’aspetto dimesso e la figlia adolescente. Riconosco la ragazza, perché è stata una nostra alunna qualche anno fa. Anche lei si ricorda di me, così ci salutiamo affettuosamente. Esauriti i convenevoli chiedo alla signora in che cosa posso esserle utile. Lei mi dice di aver iscritto la figlia più piccola da noi e che ha la necessità di parlarmi di questa, poiché fisicamente è in una situazione particolare. Capisco che la signora ha chiesto di me perché sono la referente del sostegno e che dunque, la nuova iscritta, dovrebbe avere la necessità di essere seguita da una insegnante specializzata. Faccio accomodare la signora in vicepresidenza e lei, cavando dalla borsa delle fotocopie dove si certifica che la piccola è affetta da una certa patologia ed è dunque in una situazione di grave handicap, comincia a sciorinarmi una serie di informazioni circa la situazione scolastica della ragazza che contraddicono la certificazione e quello che la signora va asserendo. La prima cosa che tiene a chiarire è la manifesta difficoltà della figlia a scuola, dal punto di vista didattico. Precisa che la fa seguire a casa, nel pomeriggio, da un’insegnante privata per cercare di recuperare quello che a scuola non riesce a seguire. Le chiedo allora se la bambina è guidata da una insegnante di sostegno. Come risposta ricevo un indignato < Mia figlia non ha bisogno del sostegno e comunque non vuole una persona vicina in classe! > Poi, dopo tutta una serie di riflessioni che cerco di farle fare, mi dice che sua figlia in classe si ” appoggia ” all’insegnante di sostegno che segue un’altra compagna di classe e che, anzi, lei è venuta apposta da noi proprio perché vorrebbe che sua figlia continuasse a fruire dello stesso ” trattamento” nella stessa classe dove si è iscritta l’altra ragazza, disabile dichiarata e seguita. Spiego alla signora, con la santissima pazienza di cui mi munisco in questi casi, che la scuola media non è come alle elementari, che gli insegnanti sono tanti e si avvicendano per poche ore, a volte, alla settimana, che non tutti avranno modo e maniera di seguire in maniera ” particolare ” la figlia, non in quella ” maniera particolare ” che lei vorrebbe. E che l’insegnante di sostegno potrebbe non voler seguire anche sua figlia, oltre la bimba che le sarà affidata. Insomma, tutta una serie di ragioni ” ragionevoli ” che dovrebbero farla riflettere. Poi le spiego la nostra maniera di stare in classe, come insegnanti di sostegno, la discrezione, l’approccio misurato, l’integrazione costante e bla bla bla. E comunque, dopo tanto parlare, le chiedo la cortesia di portarmi la documentazione che possiede, in modo da rendermi conto se c’è la possibilità perché la bimba possa essere seguita da una insegnante di sostegno – sempre con  discrezione, integrata in classe ecc. ecc. ecc. La signora, in ultimo, aggiunge che la figlia è stata visitata, come è uso, da un neuropsichiatra infantile e che ha un’età mentale di circa quattro anni. A quel punto mi sembra assolutamente indispensabile che la ragazza sia seguita da una di noi. Stamattina intravedo la signora nell’atrio, la vedo parlare con il preside, ma non fa nessuno cenno verso di me. Chiedo informazioni, più tardi, al preside. Mi dice che la signora gli ha semplicemente parlato delle problematiche fisiche della figlia, di questa patologia particolare da cui è affetta, ma nonostante questo, a suo dire, la figlia è una ragazza ” geniale “; però non gli ha lasciato nessun documento e non ha fatto accenno al nostro incontro di ieri. Anzi ha ricordato al dirigente che vorrebbe che la figlia frequentasse la stessa classe della compagna disabile Tizia e Caia, così, con una fenomenale faccia di ku…0w! Posso essere comprensiva sulla difficoltà ad accettare la disabilità in un figlio, non è semplice, per niente. Posso essere comprensiva sul non essere perfettamente convinta dell’indispensabilità di una insegnante di sostegno – a volte non ne sono convinta anch’io, quando vedo e sento storie su certi colleghi – posso essere concorde su tutto, ma sull’essere presa in giro così non concordo, per niente. Ritengo d’essere una persona con limiti, ma corretta. Dico chiaramente quello che faccio e garantisco anche per gli altri – è il mio compito specifico. Ma quando mi trovo di fronte ad una tale malafede, alla millanteria fatta persona, penso che mi piacerebbe per una volta, una sola volta, avere la possibilità di dire alla signora < Mi faccia il piacere, vada affa… in un’altra scuola dove le possono dare tutte le possibili garanzie! > E forse sarebbe meglio consigliarle di rivolgersi direttamente al Padreterno e/o in alternativa ad un’agenzia di assicurazioni.

Freaks

freaks1Incontro D. nell’atrio in compagnia di Sostegno, mia sodale. Con loro M. il “ problema “ della classe. Dove andate, chiedo e la collega mi risponde, Stacchiamo per un po’, visto che il problematico M. aveva deciso, poco prima, di affacciarsi alla finestra e di sputare di sotto – e meno male che di sotto c’è il giardino. Guardo M. e gli chiedo per quale ragione ad un aspetto così dolce – realmente dolce – corrisponde un carattere così esuberante. D. guarda il compagno, ci pensa un attimo e commenta, Ad un ragazzo indisciplinato corrispondono genitori indisciplinati. D. è un ragazzo disabile e M. un “ normale ” alunno indisciplinato. Sorridiamo alla considerazione di D. e a nostra volta ci diciamo quanto sia significativo il fatto che in quella classe, come in altre, la “ risorsa “ Sostegno mette in “ sicurezza “ l’intera classe e la salute mentale del prof di turno. Perché l’equilibrio della mente di molti di noi è diventato un sorvegliato speciale. Deprivati per anni di autorevolezza siamo nella condizione di dar fuori di matto ogni volta ci troviamo in una situazione di stress emotivo. Ma anche in un normale stato di lezione, alla minima intemperanza da parte dei ragazzi, alcuni sanno tirar fuori una aggressività quasi sempre verbale, ma a volte anche fisica, che fa spavento e che spaventa. Succede così che i genitori vengono a fare le loro rimostranze con il preside sulla cattiva condotta di Matematica, che “ ama “ apostrofare i suoi alunni con epiteti coloriti, oppure sui modi non proprio da “ colei che deve insegnare le regole “ di Italiano, che non rispetta regole e alunni. A vederle sembrano “ normali “, come l’alunno indisciplinato, ma non rispettano il ruolo di quelle che devono insegnare per consapevolezza e anche con un minimo di passione. È dissociazione? Ritengo di sì, indubbiamente, e colpisce chi nella scuola insegna ormai da tempo, da troppo tempo – e i più giovani, precari quarantenni perlopiù, per frustrazione sono avviati al peggio. Una condizione lavorativa come la nostra, che ci porta al confronto con persone – piccole persone – non va esasperata. Se penso che queste piccole persone saranno costrette a interagire con “ splendidi sessantacinquenni “ alla fine della carriera, esauriti e fuori di testa, mi prende un senso di scoramento. Che supporti abbiamo per far sì che la scuola non si trasformi in un baraccone di freaks?

Una prof mamma

haring-keith-heart-of-figures-2631648Sarà che l’alliscio al prof fa sempre colpo sull’interessato, sarà che quelli non sanno mai di che scrivere, sarà che forse, ma forse eh, sono sinceri, sono finita nelle prove scritte di italiano di alcuni dei miei alunni. Quella di M. è stata una sferzata di sincerità. Il senso di quanto ha messo nero su bianco è stato questo: malgrado tutto mi scoccia ammetterlo, ma mi mancheranno la prof C. e il prof L. – il mio allegro compare di merende, Italiano! M. tutta spigoli e pessimo carattere, onorata di essere finita dritta dritta nel database del tuo cuore, la verità. Anche qualcun altro ha scritto, la prof C. è stata per noi come la mamma – mi ha fatto venire in mente di colpo Lo shampoo di Gaber, ” la schiuma è una cosa buona, come la mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco, una mamma enorme, una mamma in bianco! ” Ho accarezzato le loro teste? Sì. Ho controllato le loro fronti quando millantavano febbre inesistente? Sì. Ho dato loro i fazzoletti quando starnutivano? Sì – giro sempre con almeno cinque pacchi di fazzoletti di carta, in borsa, sempre! Ho dato loro buoni consigli? Sì – almeno ho provato a farlo. Li ho fatti ridere? O riflettere? Sì, penso proprio di sì. Ho suggerito loro quando serviva? Sì – beccandomi gli improperi di Matematica! Ci sono stata per loro? Sì. E nei prossimi anni avrò modo di ricordare il loro viso, le loro storie, i loro sorrisi, rileggendo quanto ho scritto in queste pagine. Già ora sono ricordo, già ora rileggendo Un timido amore non posso che sperare per loro tutto il bene possibile, come potrebbe fare una mamma che si appresta a lasciare ” liberi ” i propri figli di andare altrove. Già ora non posso che sperare di ritrovarli per strada e ricevere in dono un saluto affettuoso e un abbraccio sincero, come mi è capitato qualche giorno fa con un giovane uomo adesso,  piccolo undicenne allora, ma stessa faccia e stesso affetto, ‘ssore’, mi ha detto, lei è sempre uguale! Se per uguale intendeva quella che sono, sì, sono sempre uguale. Sono sempre quella che pensa che gli alunni, in fondo, non sono che piccoli uomini e piccole donne che ti insegnano a vivere a misura di piccoli uomini e piccole donne,   ogni giorno, in cicli che si ripetono uguali nel tempo, ma mai uguali a se stessi. Ché il tempo e la storia la fanno loro, noi non siamo che fatti accessori.

Ecatombe geometrica

parallelepipedoDopo di due settimane di concionamenti poliedrici retti, storti, single, etero accoppiati, omo accoppiati e via geometrizzando, Matematica, qualche giorno fa, ha proclamato la giornata del compito in classe, per la presente. Sicché stamattina alla prima, entra in classe metà classe. E l’altra metà? si chiede quell’anima candida di Matematica. L’altrà metà ha pensato bene di auto sospendersi per il timore di rendere disastrata la già precaria situazione nelle sue materie.  Una serie di occhi supplici mi hanno guardata come non mai. A me, che mai sono stata brava in matematica, meno che mai in geometria, la logica propria dei problemi poliedrici mi galvanizza. Ma sono dovuta arrivare a quest’età per accettare la verità del ragionamento fine a se stesso – che poi sapere quanto pesano in totale due solidi di forma oblunga, uniti per base e faccia laterale, mica ti cambia la vita, ma per niente proprio!  A cosa può servire la bizzarria di un problema di geometria, nella vita di tutti i giorni, i miei alunni devono ancora capirlo. Vai a dar loro torto! Vicino al patatoso gli reggevo il moccolo, perché lui almeno, per quello che gli competeva, sapeva e pure bene! Intanto l’altra mia vicina di banco mi ha passato il foglio delle tracce: Il quattro si fa così? Riferimento quarto parallelepipedo neanche sbilenco. E che ci vuole? Le ho suggerito la dritta. E che ci vuole?!? Mi ha detto lei. Lei è una prof. Ha aggiunto. Che logicamente è un assioma che non dovrebbe fare una virgola, sennonché mica son tutte capaci le prof del mondo, ho pensato io. Ci sono quelle che rimangono ancorate all’idea che certe cose è meglio non saperle, tanto mica ti cambiano la vita! Alla fine, come Napoleone dopo la sconfitta di Waterloo, ho raccolto i pezzi dei poliedri cascati nel frattempo dai cervellotti dei fanciulli. E pure un pettegolezzo: S. vicino costretto di M. – i due si spacciano per emo – ha riferito ad una delle due A. e a G. e qualcun altro che non sopporta più M. Troppo isterica! Il suo lapidario giudizio, ma continua a stare con lei nello stesso banco e ad uscire con lei, e tutto con lei. Un classico esempio di Sindrome di Stoccolma? Ai posteri l’arduo e geometrico ragionamento!