Caporali, ancora

Nel 2011 scrivevo della piaga del caporalato in Puglia. Nel 2015 nulla è cambiato se ancora donne e uomini continuano ad andare per terre e se per quel lavoro terribile e sfiancante, sotto un sole che non concede requie, muoiono. Adesso, forse, qualcuno a Roma prenderà provvedimenti trattando i caporali come i mafiosi che sono, confiscando loro beni e mezzi. E’ possibile che generalmente non si abbia idea di quanto questi delinquenti guadagnino sulla pelle delle tante come Paola Clemente, morta il 13 luglio nelle campagne di Andria sotto un tendone d’uva, di quel frutto che è il vanto della nostra regione. Per ogni persona che hanno sotto “ contratto “ prendono dieci euro al giorno che si moltiplicano per un minimo di cinquanta persone ad un massimo di duecento. Ogni giorno. Per tutto il tempo che dura la raccolta dei pomodori, e poi quella dell’uva e poi le olive, tutto quello che la terra produce e che ingrassa le tasche di simili sfruttatori e di coloro, i “ padroni “, che con i caporali hanno connivenze per evidenti motivi di lucro. Vorrei non dover scrivere ed indignarmi, mi piacerebbe poter scrivere di una terra dove si produce e si raccoglie nel rispetto reciproco e nel rispetto della legge. Utopia. Sicuramente.

chi ha paura di virginia woolf?

Non mi tornavano tutte quelle donne che, al mattino presto, salivano chiacchierando in quel dialetto sonoro che adoravo, salivano su un pulmino Wolkswagen guidato da un uomo. Donne che nel resto della giornata non avrebbero avuto modo di promiscuità con quello o qualsivoglia uomo, perchè non c’era modo, perchè era proibito e sconveniente andare da sole con un uomo, eccetto che in quella occasione. Erano donne uguali nei gesti e nei modi alle loro mamme e alle loro nonne. Donne che lavoravano a giornata, nei campi di pesche della piana di Sibari. Erano gli anni ’60 e, bambina, chiedevo al nonno perchè. Mi diceva: < Quello è il caporale, le accompagna al lavoro > Ma non sapevo allora che il caporale le sfruttava. Procacciava loro il lavoro presso un padroncino e, per il suo servizio, prendeva una percentuale e insieme a quella tante libertà con le più giovani. Ma non…

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Lo strano caso di Raffaele Fitto

carcioforomano01-620x350Conosco bene le curiose dinamiche che conducono al voto, dalle mie parti. Se nel paese c’è qualcuno salito agli onori della cronaca politica, anche se afflitto da un passato chiacchierato, da qualche denuncia che come si sa nessuno riesce ad esserne esente per quel curioso assioma politico = ladro – non tutti (?) per carità, ma qualcuno l’ha proprio come vizio congenito – insomma dicevo salito alla ribalta della nazione, il politico locale diventa una faccenda personale di ogni suo elettore e non. La logica è quella spiccia della comare di Maglie: il nipote sta disoccupato? Allora bisogna andare da donna Concetta, che a sua volta andrà da donna Gesuina, che andrà dal parroco, che andrà dal candidato a chiedere lumi e grazie per il disoccupato – è vero il parroco potrebbe rivolgersi direttamente al boss che sta nei cieli, ma quello tiene altro per la testa che occuparsi di chincaglieria, come il nipote disoccupato della comare di Maglie. Il candidato, candido, promette. E aumenta il consenso. E per un fatto di campanile il consenso lievita soprattutto quando c’è da mostrare al mondo intero, come farebbe la comare di Maglie, il servizio di piatti buono, eredità di famiglia. Non si sa mai, nella vita, un politico che va al parlamento europeo può sempre tornare utile per il paese e per i nipoti disoccupati delle comari. Piuttosto che votare quello che è arrivato dal nord, come l’ultima volta, quando è venuto a prendersi i voti del paese e poi chi l’ha visto, l’ha visto, allora votiamo il candidato nostro, politico figlio di politico, almeno la faccia qua la deve lasciare, non se la può portare a Brussel. E si va a votare, come in un plebiscito. Alla faccia di quello scelto al nord, che proprio pare un carciofo istruito a dovere. Almeno votiamo il carciofo locale, visto mai? Così si verifica un vero strano caso nazionale, un solo carciofo a raccogliere consensi che neppure tutto il mazzo dei carciofi ha raccolto. Dinamiche curiose è vero, ma che andrebbero tenute in conto dal ” prigioniero “, capo dei carciofi. Per fortuna Maglie è lontana da qui e io i carciofi li mangio. Sarò comunista? 😀

Trent’anni dopo

traniSe fossero stati solo vent’anni ne avrei scritto di ” cappa e spada ” come una rediviva Dumas, ma si sono trattati di trenta lunghi anni e direi che l’incontro postumo vada comunque raccontato, non fosse altro per l’epilogo ridicolo che la storia ha assunto. Insomma C. mi telefona domenica: Sto per partire per la Puglia, in gita scolastica! Apro una parente, come avrebbe detto un mio collega in vena di stupidaggini, per fare un panegirico delle gite scolastiche… ehm, viaggi di istruzione. Se non ci fossero questi di mezzo quei viaggi, direi pure i pellegrinaggi, per l’Italia dei luoghi santi della nostra vita, con molta probabilità li scarteremmo. I viaggi ” in cerca di ” li abortiamo spesso a priori – come scartiamo i pranzi di classe con quelli delle elementari, tanto per dirne una – e per pigrizia e per paura, sì paura del tempo passato tra una scena e l’altra. Il ragionamento è sempre quello: da giovani si è in un modo ed è un conto, ma da ” grandi “? Chi troverai dall’altra parte, la persona che conoscevi o una perfetta sconosciuta? E la ” dirimpettaia ” che pensieri potrà nutrire nei tuoi confronti? Come ti troverà, che impressione le farai? Una bella faccenda. Ma i viaggi di istruzione salvano capra e cavoli; in fondo puoi sempre giustificare le tue défaillance con la stanchezza delle notti passate insonni e delle giornate passate in giro. Giusto per parlare della fisicità dell’incontro. Quanto al ” dove eravamo rimaste? ” c’è sempre il telefono, mezzo salvifico e connettore di pensieri e parole che congiunge i ricordi scompagnati e li fa diventare un tutt’uno – serve anche a dirsi com’è il presente, il telefono, ma si sa il passato risulta edulcorato dalla patina di quello che è stato, smussato dall’idea che lì eravamo il meglio, salvo poi rilevare da qualche lettera scritta allora oppure dai diari che lo sconcerto del vivere era quotidiano allora come ora e per ogni secula seculorum, amen. Bene, C. viene dalla Sicilia con la sua classe di terza media a visionare la cattedrale che aveva già visto allora e poi di seguito castel del Monte e via il resto – un giro di cinque giorni fitto fitto, ma la Puglia – promozione turistica – merita molto. Arrivo venerdì mattina alle dieci, mi dice. Le dico che venerdì mattina a quell’ora ho un’ora ” buca ” e senz’altro sarò felice di riabbracciarla. Ma il boss mi ricorda, qualche giorno prima, che alle dieci e trenta abbiamo un incontro in biblioteca con il sindaco e la corte celeste che assegna nomi alle strade – vogliono intitolare un ” pezzo ” di città, strade oppure un giardino, un anfratto, un recesso – quello che è – ai caduti delle foibe – e va be’ non è colpa mia – coinvolgendo le scuole per trovare un nome appropriato a furor di ragazzino. Allora, per continuare con la mia cronistoria, dico al boss che devo incontrare per poco tempo la mia amica e che, in seguito, lo avrei accompagnato alla bisogna. Lui di tutta risposta mi dice: Non ci sono problemi, vengo anch’io a salutare la tua amica! Che cosa?!? Oh, e voi pensate che sia rimasto a scuola? Ma neanche per l’anticamera del cervello! S’è scrollato di dosso il solito genitore in lamentizia e mi ha seguita alla cattedrale, dove l’inconsapevole C. ha visto raddoppiare i suoi interlocutori e invece di una remota amica di studi s’è ritrovata con una remota e un presente. Il quale presente ha manifestato un entusiasmo incredibile, c’è mancato poco scodinzolasse. In più ha parlato solo lui e io ho solo abbracciato l’amica, le ho fatto una carezza e le ho detto a mezza voce: Sei sempre la stessa, asserendo la verità di una constatazione amichevole dei fatti. Ci siamo lasciati da lì a poco con la promessa del presente: Ah, il prossimo anno verremo noi in viaggio di istruzione in Sicilia! Possiamo sempre pensare ad un gemellaggio, non trovi R.? Rivolto a me. Va buo’, fammi tacere che è meglio. Per fortuna esistono i telefoni e con C. ci siamo rifatte la bocca domenica con un paio d’ore di chiacchierata, passato, presente e futuro. I dirigenti scolastici, come li vuoi li trovi!

Metti una sera con Lech Lechà

lech lechàIeri è iniziata la settimana ebraica, qui a Trani. Dal 2004 è stata ripristinata al culto la sinagoga di Scolanova, una delle quattro presenti nella Giudecca dal 1100 circa. La comunità degli ebrei sefarditi era numerosa e molto attiva, ma alterne vicende storiche e persecuzioni più o meno costanti, portarono gli ebrei tranesi lontano, ancora una volta, dal luogo dove avevano ricevuto accoglienza. Per fortuna, la volontà di ripristinare la storia attraverso i discendenti dei suoi protagonisti, ha fatto sì che la comunità ebraica potesse ridare lustro ad una delle sinagoghe e ad intraprendere un percorso davvero interessante perché la cultura ebraica possa ritornare ad essere da esempio per la nostra città. Quindi da ieri, dopo una giornata di studio e di preghiera, c’è stato uno spettacolo dedicato alle musiche del cabaret ebraico a Westerbork, Riga e Theresienstadt, campi di smistamento tedeschi, dove l’intellighenzia ebraica fu rinchiusa.  Di lì, in seguito, i musicisti citati partirono verso i lager  dove, quasi tutti, trovarono la morte. Uno spettacolo didascalico che induceva alla riflessione. Ho pensato che quei motivetti da operetta, le canzoni da cabaret ispirate da eventi quali l’innamoramento, lì nel campo, potessero dare, a coloro che scrivevano musiche così ” leggere “, l’incentivo a credere, la spinta innaturale alla speranza. Lo spettacolo del cabaret come ossequio alla memoria, qualcosa di cui ringraziare quelli che hanno pensato di rendere note musiche recuperate a fatica e, spesso, attraverso il solo ricordo dei sopravvissuti. Domani a Manfredonia, per chi dovesse trovarsi in zona, Raiz e Radicanto in concerto per ” Il canto di Abramo “, memoria rivisitata, sicuramente da non perdere.

I vinti

van gogh mangiatori di patateSe Giovanni Verga fosse vissuto in questo scombinatissimo e travagliato mondo d’oggi, avrebbe trovato nel zu Michele Misseri la fonte d’ispirazione per tratteggiare, nelle pagine scritte, la figura di un vinto, di uno che ha perso la sua battaglia esistenziale sul nascere. Facevo questa considerazione mentre il tiggì regionale di oggi passava le immagini – raccapriccianti, molto più di quelle che siamo stati abituati a vedere per mesi  nei vari ” Porta a Porta ” – di ” turisti ” in visita alla villetta degli orrori di Avetrana. Gente che allegramente passava davanti ad una casa praticamente blindata, con paraventi alle inferriate per non permettere lo spionaggio morboso e cattivo; persone munite di macchine fotografiche e di una sordida e schifosa curiosità verso un luogo simbolo di un delitto consumato in ambito famigliare, tra le mura di quella casa che avrebbe dovuto essere un luogo protetto per una bimba piena di vita e di curiosità. Luogo doppiamente simbolo di quel giornalismo esasperato e guardone – come i turisti di oggi – che ha portato sugli schermi – come oggi, ancora – e sulla carta stampata la vita della bimba declinata in tutte le possibili varianti e quella di coloro che si sono resi responsabili  della sua morte, fino a rendere ” famigliari ” quei volti, odiosamente quotidiani. E lo zu Michele forte della sua ignoranza atavica, si è sottomesso alle circostanze, accettandole. Ha indossato i panni di colui che abbiamo visto confessare e ritrattare e nuovamente parlare a difesa delle donne di quella sua famiglia degli orrori. Parole e fatti decisi da altre. Parole e fatti di uno sconfitto, di uno che passerà il resto della sua vita da vinto, a chiedersi forse il perché, dell’inutilità della sua esistenza; di uno che rifletterà, forse, sul fatto che per quanta pietà possa suscitare, in coloro che guardano,  il suo sopportare fatui servizi estivi per riempire i fotogrammi di un telegiornale regionale – anche con il suo atteggiamento di sopportazione estrema – mai riuscirà a muovere negli altri la carità della dimenticanza, dell’oblio. Zu Michele è stato assurto nell’Olimpo dell’horror vacui collettivo, dove ogni spazio è riempito dal racconto morboso della vita dei vinti.

Continuiamo così, facciamoci del male

BIGfrankensteinNon sono convinta che serva a qualcosa recriminare e fare dietrologia e post ideologia, non serve quando i risultati elettorali sono quelli che conosciamo bene tutti. Devo dire che me l’aspettavo? Quasi certamente sì. Sì a livello di casa mia, in questa regione che ha fatto per una volta, anni fa, il ” miracolo ” di votare uno di sinistra e pure ” ricchione ” – come “amabilmente ” si dice qui – figuriamoci a ripeterlo, il miracolo! – i santi non ci sono riusciti con un papa, figuriamoci con la politica! In questa mia Puglia i giovani sono peggio dei padri, il voto se lo giocano per una entrata gratuita in discoteca, per 50 euro ben spesi, da parte di quelli che vogliono essere eletti. Non è una novità e neppure una rarità, è solo un maledetto dato di fatto, denunciato anche da Emiliano, il sindaco di Bari, su FB. E allora, con questi risultati, in Puglia rischiamo che Berlusconi compri casa qui e vi si stabilisca per sempre, che Fitto possa continuare a fare il boss di Maglie, che città come Andria, di lunga tradizione contadina, sostenitrice da sempre degli ideali del grande Di Vittorio, si trasformi definitivamente e diventi una roccaforte pidiellina, grazie ai voti dei mutandari e di quelli che smistano lavoro a nero, nelle mille succursali casalinghe del lavoro a cottimo. Mi vengono i brividi a pensare, a livello nazionale, quello che sarà lo scenario apocalittico dei prossimi giorni. Napolitano che chiama al colle Fantomas, il capo branco dei 5stelle – visto che ancora nessuno conosce la sua identità – e gli affida il mandato di formare il governo – il governo, come, il governo? noi non crediamo a nessun governo, noi non crediamo nella politica dei politici, noi non crediamo al presidente della Repubblica, noi non crediamo alle istituzioni, noi non crediamo di essere riusciti ad essere eletti… etc etc etc verso l’infinito e oltre. Oppure a qualcuno viene in mente di formare un ibrido, di mettere a segno uno strano esperimento alla Frankestein, con il corpo di un morto resuscitato e il cervello di un genio mancato, con il risultato che, chi ha letto il libro di Mary Shelley conosce, il demone si ribella al suo creatore e lo distrugge. Oppure, credete ci siano alternative? E quali? Mi piacerebbe saperlo. P.S. Maroni è stato eletto governatore della Lombardia; ho detto che i miracoli non si ripetono!

Macigni

La vicenda dell’Ilva di Taranto pesa sul territorio tutto della Puglia, non è qualcosa che i Pugliesi e, ritengo, tutti gli Italiani possano ignorare. Il più grande polo siderurgico europeo ha reso, per anni, Taranto e i paesi limitrofi il luogo di coltura di un disastro ambientale grave, gravissimo. La diossina, nella migliore delle ipotesi – quando non si vuole parlare di quello che i Tarantini respirano da sempre! – inquina i terreni e rende infertili bestie e luoghi, rende inservibile il latte, rende la città e i dintorni il posto dove basta strisciare un dito su un qualsiasi elemento esposto all’aria e si tira su uno strato di polvere nera, difficile da togliere. Questa è una situazione che nessuno, negli anni, ha cercato di arginare, rendere accettabile, in qualche misura. Il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha reso operativo oggi il sequestro di sei aree a caldo, all’interno dell’Ilva, con la promessa di otto arresti per i responsabili. Era ora, senz’altro. Ma gli operai, nonostante i gravi rischi per la propria salute, protestano per il timore di ritrovarsi senza lavoro. Da una parte la paura per se stessi e i propri cari e dall’altra la paura, faccia della stessa medaglia, di non poter soddisfare i propri bisogni e quelli della famiglia, per un lavoro che diventerà aleatorio. Pesa come un macigno troppo grosso, questo essere ” stracciati ” tra due questioni fondamentali. Pesa anche la facilità con cui le persone di Taranto, esprimono la loro opinione sulla vicenda, con l’indifferenza e l’arroganza che ormai è diventata l’abito mentale di tutti. Al tiggì regionale, oggi, la signora tarantina intervistata pontificava, con una sigaretta accesa in mano: Gli operai protestano per il lavoro che potrebbe mancare. Bisogna scegliere se morire di tumore o rimanere senza lavoro. Direi che potrebbero cercare lavoro altrove e fare in modo che non si debba morire di tumore per l’Ilva a Taranto! Certo, brutta scema, se cominciassi a non fumare, ti renderesti conto che l’Italia non è il paese di Bengodi e il lavoro non si trova con la stessa facilità con cui tu fumi la tua tumorale sigaretta! 

Beppino Englaro e la controra

Ieri sera, nell’inevitabile rimescolamento tra persone che si verifica dopo una presentazione e un dialogo vero e proprio – è iniziata ufficialmente ieri l’undicesima edizione de ” I dialoghi di Trani ” – e poco prima che Umberto Galimberti e Pietro del Soldà iniziassero la loro bella conversazione sui cambiamenti dell’uomo nell’età della tecnica, sull’amore, sulla conoscenza, sulla cultura e tanto altro ( La capacità di esprimersi con le parole di quelli che delle parole fanno il senso della loro vita e il supporto fattivo, ha dell’incredibile. Il fascino che subisco quando sento parlare un grande oratore, un poeta, uno scrittore, un filosofo ha sicuramente a che fare con un retaggio ancestrale. Il paragone immediato che mi viene in mente è quello del pifferaio magico. Loro sono i pifferai e io una misera topolina attratta dal suono e dal senso melodioso delle parole dette. ) Dunque, dicevo, poco prima che iniziassero i due, mi sono sentita dire: E’ libero questo posto? Era Beppino Englaro che, attratto come me e gli altri, dall’occasione ghiotta di sentire Galimberti s’è accomodato in prima fila, in modo da oltre che sentire, vedere. L’ho salutato come si fa con una persona conosciuta – una conoscenza univoca, ma per buona educazione si saluta! Poi parlando del suo dialogo di oggi, ” Decisioni di fine vita ” con Francesco D’Agostino e Cinzia Sciuto,  gli ho chiesto conferma dell’orario – le 15! Lui mi dice che a quell’ora sarà proiettato un documentario – ” 7 giorni ” di Giovanni Chironi e Ketty Riga – e solo in seguito ci sarà il dialogo. Lo guardo e scherzando gli dico: Ma non avete pensato alla controra? Visibilmente stranito mi chiede con lo sguardo spiegazioni. Gli dico  che la controra è un’abitudine atavica del nostro Sud; alla controra – quelle ore di caldo postprandiali, che si allungano fino agli accettabili tempi del tardo pomeriggio – si riposa; non si esce per il caldo, non si lavora per il caldo, e figuriamoci se si va a vedere un documentario, sempre per il caldo! 😀 Lo vedo preoccupato, ma aggiungo che la cultura della controra ce la siamo buttata alle spalle, come tante altre ” sane ” abitudini 😀 e dunque non doveva temere per la riuscita del dialogo di oggi. Gli ho dato due indicazioni filmografiche che indicano con esattezza ” l’etica ” della controra – I basilischi di Lina Wertmuller e Sedotta e abbandonata di Pietro Germi. Mi è sembrato rassicurato. Controra o non andrò a vedere e sentire oggi quello che Beppino Englaro ha da raccontarci. Per un padre così si rinuncia al riposo, ben volentieri.

La grande festa

Qual è la ragione che spinge le donne a farsi cultrici della memoria della famiglia di sangue e di quella, allargata, degli amici e amiche che attraversano la vita di tutti? Pensavo:  le donne raccontano le storie andate ai bambini, ai famigli, se scrivono di ” mestiere ” ai lettori, facendo della memoria personale una favola collettiva, la testimonianza di una vita, di più vite. Gli uomini scrivono di altrettanto e diventano sedicenti storici, il lavoro viene valutato con un metro diverso e cattedratico. Le donne affabulano, gli uomini fanno la Storia. Così è la vita. Ma ritengo che a noi donne piaccia continuare quella tradizione che deriva dallo stare intorno ad un fuoco, al desco famigliare. Le donne sono capaci di raccontare e di ascoltare. Come ieri sera. Chi raccontava era Dacia Maraini a colloquio con Maddalena Tulanti – seconda anteprima ai Dialoghi di Trani – chi l’ascoltava un parterre composto in forte prevalenza da donne. Il libro in oggetto La grande festa, un racconto lungo della memoria di una donna che ha molto amato e molto conosciuto, il discorso mai interrotto con le persone della sua vita. morte ormai, persone che appartengono alla memoria personale dell’autrice, una memoria che si fa pubblica nel momento stesso in cui la si legge. La Maraini è una donna molto pacata e dolce, gli occhi azzurri, ridenti, in pendant con le sciarpe e gli accessori, strategicamente abbinati per far meglio risaltare i colori che le derivano dalla genetica famigliare. Una donna che ringrazia ogni volta che le si pone una domanda, che trova ogni domanda interessante. Vederla nuovamente è stato come reincontrare una vecchia amica. Nell’attesa del suo arrivo ai Dialoghi, ho acquistato il libro iniziandolo a leggere. Ne scriverò in seguito, ma già dalle prime pagine ho avuto l’impressione di conoscere quelle sensazioni. Sono parole di donna, quelle che fanno la Storia del mondo.

Oi dialogoi

Per dare una identità all’Europa è necessario (ri)conoscere il Mediterraneo, culla di civiltà millenarie che nulla hanno da spartire con una globalizzazione economica che disconosce le diversità e annulla il sentire comune dei popoli.  Perchè questo possa avverarsi

“ Bisogna riportare il Mediterraneo nella discussione politica europea e nel dibattito attuale. Lo dobbiamo in virtù di quello che sta accadendo nel Mare magnum e per superare la fase di stallo che si sta vivendo a livello europeo. Il Mediterraneo rappresenta una grande occasione: dobbiamo solo essere in grado di coglierla e non voltare le spalle come abbiamo fatto finora. E’ inevitabile che il Mediterraneo avrà un ruolo centrale nella definiziaone di quelle direttrici di costruzione di  una identità europea. “

Il pensiero di Massimo Cacciari, filosofo, politico, ex sindaco, docente universitario, si è articolato nelle risposte date agli studenti dell’Università di Bari, durante l’incontro di ieri che ha anticipato quelli che saranno I dialoghi d Trani  dal 14 giugno in poi. Più che un vero e proprio dialogo, una lezione di politica buona fatta con le parole corrette, quelle che Cacciari stesso vorrebbe sentire – e che vorremmo sentire tutti, in verità – dette da coloro che governano il Paese. Il docente Cacciari, il filosofo, ha spiegato come solo una persona notevolmente colta e abituata al dialogo con i giovani, sa fare. In due ore ha ascoltato e ha interrogato, una bella occasione per vedere all’azione uno che il  mestiere lo conosce. Incitare con veemenza i giovani a disconoscere le definizioni standard a cui siamo abituati dal linguaggio corrente, m’è sembrata una spinta notevole per l’amor proprio dei tanti abituati a vivere tutta una vita da catalogati. Rifuggire dalla marchiatura di precario – da precàrius, prèx, preghiera, ottenuto per preghiera – dovrebbe essere un imperativo; nessuno dovrebbe ottenere un lavoro perchè ha pregato per averlo, poichè essere liberi di lavorare – non occupati – è un diritto di tutti. Questo è parlare da philòsophos – da philos, amico e sòphos sapiente.