Attraversiamo il guado di questo fiume di pietre

Trani – luminarie per la festa del santo Patrono ( via Mario Pagano con basolato ) archivio fotografico personale

Abito nella città di mare che il Washington Post non ha esitato a definire come meta imperdibile per una vacanza nei mesi autunnali. Tutto bene, dunque? Sì certo, tutto bene se sei uno di quei turisti – tanti devo dire, come non se ne vedevano da tempo, presenti ancora in autunno, come “ comanda “ il WP – turisti, dicevo, che vanno percorrendo le strade del centro storico con il naso in aria a rimirare la “ bianca Trani “. Tutto bello con questa stagione che sembra voler replicare il caldo piacevole di una estate che piacevole non è stata per niente! Tutto bene se hai voglia di andare ancora al mare, per quanto l’acqua un poco freddina lo è diventata… Tutto bene se di sera ti puoi attardare ad uno dei tavoli all’aperto dei mille locali del centro a rimirare il passeggio… lo stesso tutto bene se stai con il naso perso ad annusare l’aria che tira; tuttavia è conveniente, convenientissimo, che il naso, di tanto in tanto, torni a badare a se stesso piegato verso terra. Perché ci sono scavi archeologici da rimirare? Macché, le buche non sono di scavo, però ci sono, eccome!, ma sono quelle nel basolato di pietra di Trani e pietra lavica, che fanno bella mostra di sé nel borgo ottocentesco e nella zona storica, la cui caratteristica fondamentale, allo stato odierno, è l’implosione, il collasso in verticale verso il centro della terra – più o meno! Una soluzione sarebbe una bella spammata – per usare un termine caro alle nuove generazioni – di Macadam, ma se non livelli il di sotto si capisce bene che finirebbe per collassare anche l’asfalto, e non si può asfaltare il basolato altrimenti la Soprintendenza archeologica, alle belle arti, nonché al paesaggio finirebbe per gridare allo scempio! E dunque, che fare? Come ho detto stamattina, attraversando il guado di questo fiume di pietre, bisogna fare attenzione dove poggiare i piedi per non farsi male, ché se inciampi e fai causa al comune, potrebbe esserci un qualche geniale giudice che, rifacendosi ai diktat di un degno sodale milanese, ti condannerebbe alle spese processuali, perché non è il comune a dover provvedere al restyling del basolato, ma devi essere tu a provvedere a te stesso nel caso di caduta rovinosa! E non dite che non vi ho avvertiti!

Conosco delle barche

Trani, porto

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Conosco delle barche – Jacques Brel

Contagi

book-shakespearesontheatre-6501Puntuale come la peronospora sulla vite ecco che Italiano qualche giorno fa mi dice: Ci dai una mano con il concorso su Shakespeare? Ora mi chiedo, posso mai dare buca ad Italiano quando si tratta di un concorso? E, soprattutto, posso ” bucare ” il solito appuntamento al buio con il video – riprese, montaggio e regia fatte a casa da me? Manco a dirlo, ecco che ci siamo ritrovati in biblioteca per le riprese in interno. Curiosità dei presenti – i soliti studenti universitari che approfittano del calore africano delle sale e della connessione aggratis per ” studiare ” ma soprattutto per socializzare – curiosità, dicevo, ma non più di tanto. L’alunno narratore, meglio di un attore consumato, invece di memorizzare si è costruito enormi gobbi che mi vorticavano sulla testa, per dare l’idea che lo smemorato guardasse in camera. e finché siamo rimasti al caldo dell’Africa, bene. Nel pomeriggio di oggi, invece, siamo andati in esterno, tra la Cattedrale e la Giudecca. Lo sparuto sole che ci ha graziati non riscaldava un bel niente, sicché dicevo ai miei attori di essere bravi nel recitare le parti, pena la bocciatura perenne! E tra uno scampanellio dell’orologio del museo diocesano e le risate fuori registro di turisti in visita, e, soprattutto, la voglia di terminare in fretta la recita delle battute dei recitanti, dette tutte in un nano secondo, comprese quelle in inglese alto, mannaggia la pupazza! di tanto in tanto, spesso, ci toccava ripetere. Un signore, poco più in là, guardava curioso. E ai miei: Zitti! Zitti! agli astanti  per evitare troppe interferenze fuori scena, anche il tizio curioso, per contagio, si è prodotto in uno: Zitta! Zitta! rivolto alla moglie che tentava di richiamarlo sulla retta via coniugale. Ma a differenza del mio incitamento, tutto verbale, il suo è stato uno sbracciarsi da Oscar, un vero prodotto da cinema muto! Bisognerà trovargli un ruolo nel prossimo concorso, assolutamente!

( Lo so, siete curiosi di sapere il ” tema ” il video. Tutto parte dal fatto che il bardo di Stratford – upon – Avon nello scrivere ” Il Mercante di Venezia ” pare si fosse ispirato, per descrivere Porzia, alla figura di Giustina Rocca, tranese del XVI secolo, prima donna avvocato che la storia ricordi. Che il buon Guglielmo fosse un antesignano degli scopritori della Puglia? Al video l’ardua sentenza! )

Dell’inutilità delle biblioteche ( se dobbiamo attenerci alla Corte dei Conti e alla gestione creativa della cosa pubblica )

IMG-20150415-WA0022In tempi sospetti il trattamento sarebbe stato radicale, i libri si sarebbero bruciati. In mancanza di un supporto ideologico – che allo stato attuale, quello del tempo che fu, risulterebbe un tantino sopra le righe… dei testi scritti? Be’ se vi diverte l’idea potete figurarvi quel sopra le righe, perché no? – insomma in mancanza di un qualsiasi dittatore fornito di baffetto rettangolare i libri si tengono nelle biblioteche, di qualsiasi genere e forma e dimensione siano, stanno lì, ma poiché le biblioteche non sono considerate un servizio essenziale, si chiudono. La biblioteca di Trani chiude. Perché? Le ultime due amministrazioni hanno gareggiato nell’incrementare ogni sorta di iniziativa concedendosi delle “ distrazioni “ di gestione, tanto da finire inquisiti, con il risultato che allo stato attuale abbiamo un comune commissariato e la Corte dei Conti che, con il fiato sul collo nostro, ha imposto una bella cura radicale: tagliare i servizi non necessari. E vi sembra necessaria una biblioteca attivissima, frequentata fino a sera da giovani e meno giovani, per ogni tipo di servizio legato al prestito, alla ricerca, alla lettura, alla partecipazione attiva dei laboratori di ogni genere, centro di cultura e di aggregazione culturale? Non è necessaria. Mi chiedo dove andranno a leggere i quotidiani gli abituali e simpatici pensionati, oppure dove andranno le mamme che con i loro piccoli hanno accesso alla bella sala dedicata ai bimbi, o tutti quegli studenti che fanno vivere, frequentandolo, un luogo altrimenti utile solo alla conservazione della memoria. Se avete a disposizione cinque minuti del vostro tempo per cortesia firmate la petizione per salvare dalla chiusura la “ mia “ biblioteca.

Trent’anni dopo

traniSe fossero stati solo vent’anni ne avrei scritto di ” cappa e spada ” come una rediviva Dumas, ma si sono trattati di trenta lunghi anni e direi che l’incontro postumo vada comunque raccontato, non fosse altro per l’epilogo ridicolo che la storia ha assunto. Insomma C. mi telefona domenica: Sto per partire per la Puglia, in gita scolastica! Apro una parente, come avrebbe detto un mio collega in vena di stupidaggini, per fare un panegirico delle gite scolastiche… ehm, viaggi di istruzione. Se non ci fossero questi di mezzo quei viaggi, direi pure i pellegrinaggi, per l’Italia dei luoghi santi della nostra vita, con molta probabilità li scarteremmo. I viaggi ” in cerca di ” li abortiamo spesso a priori – come scartiamo i pranzi di classe con quelli delle elementari, tanto per dirne una – e per pigrizia e per paura, sì paura del tempo passato tra una scena e l’altra. Il ragionamento è sempre quello: da giovani si è in un modo ed è un conto, ma da ” grandi “? Chi troverai dall’altra parte, la persona che conoscevi o una perfetta sconosciuta? E la ” dirimpettaia ” che pensieri potrà nutrire nei tuoi confronti? Come ti troverà, che impressione le farai? Una bella faccenda. Ma i viaggi di istruzione salvano capra e cavoli; in fondo puoi sempre giustificare le tue défaillance con la stanchezza delle notti passate insonni e delle giornate passate in giro. Giusto per parlare della fisicità dell’incontro. Quanto al ” dove eravamo rimaste? ” c’è sempre il telefono, mezzo salvifico e connettore di pensieri e parole che congiunge i ricordi scompagnati e li fa diventare un tutt’uno – serve anche a dirsi com’è il presente, il telefono, ma si sa il passato risulta edulcorato dalla patina di quello che è stato, smussato dall’idea che lì eravamo il meglio, salvo poi rilevare da qualche lettera scritta allora oppure dai diari che lo sconcerto del vivere era quotidiano allora come ora e per ogni secula seculorum, amen. Bene, C. viene dalla Sicilia con la sua classe di terza media a visionare la cattedrale che aveva già visto allora e poi di seguito castel del Monte e via il resto – un giro di cinque giorni fitto fitto, ma la Puglia – promozione turistica – merita molto. Arrivo venerdì mattina alle dieci, mi dice. Le dico che venerdì mattina a quell’ora ho un’ora ” buca ” e senz’altro sarò felice di riabbracciarla. Ma il boss mi ricorda, qualche giorno prima, che alle dieci e trenta abbiamo un incontro in biblioteca con il sindaco e la corte celeste che assegna nomi alle strade – vogliono intitolare un ” pezzo ” di città, strade oppure un giardino, un anfratto, un recesso – quello che è – ai caduti delle foibe – e va be’ non è colpa mia – coinvolgendo le scuole per trovare un nome appropriato a furor di ragazzino. Allora, per continuare con la mia cronistoria, dico al boss che devo incontrare per poco tempo la mia amica e che, in seguito, lo avrei accompagnato alla bisogna. Lui di tutta risposta mi dice: Non ci sono problemi, vengo anch’io a salutare la tua amica! Che cosa?!? Oh, e voi pensate che sia rimasto a scuola? Ma neanche per l’anticamera del cervello! S’è scrollato di dosso il solito genitore in lamentizia e mi ha seguita alla cattedrale, dove l’inconsapevole C. ha visto raddoppiare i suoi interlocutori e invece di una remota amica di studi s’è ritrovata con una remota e un presente. Il quale presente ha manifestato un entusiasmo incredibile, c’è mancato poco scodinzolasse. In più ha parlato solo lui e io ho solo abbracciato l’amica, le ho fatto una carezza e le ho detto a mezza voce: Sei sempre la stessa, asserendo la verità di una constatazione amichevole dei fatti. Ci siamo lasciati da lì a poco con la promessa del presente: Ah, il prossimo anno verremo noi in viaggio di istruzione in Sicilia! Possiamo sempre pensare ad un gemellaggio, non trovi R.? Rivolto a me. Va buo’, fammi tacere che è meglio. Per fortuna esistono i telefoni e con C. ci siamo rifatte la bocca domenica con un paio d’ore di chiacchierata, passato, presente e futuro. I dirigenti scolastici, come li vuoi li trovi!

Oh Tares, vituperio delle genti!

divano_design_mutanteMo’ spiegatemi qual è il ragionamento che supporta coloro che per mestiere stanno dietro ad una scrivania comunale, quando, in prossimità della scadenza di un balzello – data della scadenza stabilita a priori, mica decisa all’ultimo istante – inviano le cartelle esattoriali a tutta la città in quasi contemporanea di modo da poter registrare una cronaca da girone dantesco. E’ vero che l’ultima estorsione è stata rincarata – le tasse non vanno mai da sole, se ne guarderebbero bene! a Trani il di più è calcolato intorno ai trenta centesimi di euro a metro quadro dichiarato, tanto perché potessi darmi della str*** per aver fatto l’onesta nell’asserire un dato corrispondente al reale, a tempo debito!! Insomma oggi che della Tares c’era l’ultimo richiamo, come le vaccinazioni dei piccini, oggi gli uffici postali erano un ” ameno e riposante ” luogo dove, in attesa di arrivare al numero A536 – che la numerazione iniziante per C , dedicata al pagamento dei bollettini, era NON DISPONIBILE, manco fosse una verginella afflitta da ritrosia cronica! – e l’attesa, bada ben, era di circa quattrocento imbufaliti individui, per non contare le altre numerazioni, quelle che iniziano per E e via alfabetando, amen. E ditemi bene, che fa una che deve infilare una simile fila? Legge, naturalmente. Il libro di casa? Nu nu nu il libro del supermarket della posta centrale che ormai colà vendono di tutto, come nei migliori centri commerciali. Seduta al banchetto espositore leggevo. Dopo poco un paio di signore in modalità emulatoria si sono accomodate nei pressi. Una delle due, mossa a pietà per il mio A536 mi ha rifilato un C241, manco fosse una riffa clandestina. E la signora aveva preso i numeri in soprappiù alle 13 – tre ore prima! Per farla breve – e breve non è stato – sono rimasta a leggere per due ore piene e non ho neppure pagato la Tares – non pervenuta, come i bollettini meteorologici di Bologna Borgo Panigale nelle previsioni del tempo radiofonici sulle onde medie – ma ho effettuato uno dei tanti pagamenti del gas. Con sgomento penso a domani, quando sicuramente troverò la sorpresina nella cassetta delle lettere e mi toccherà stazionare alla posta per chissà quanto altro tempo… però riuscirò a portare a termine il libro iniziato oggi! – ” Gli sdraiati ” di Michele Serra… chiederò che mi si metta a disposizione perlomeno un divano, sennò che razza di sdraiata faccio? 😀

All that’s jazz

pugljazzQuante possibilità si potrebbero avere, in una città mediamente piccola o mediamente grande come quella in cui vivo – se la considerazione verte su punti di vista diversi, come è giusto che sia nell’assunzione di parametri di valutazione delle grandezze… ma sto divagando – e dunque dicevo quante possibilità nel tempo di assistere ad uno spettacolo, o meglio allo spettacolo di una donna bella, sexy e molto, ma molto, autoironica che in una sera di fine estate suona e canta jazz? E non uno strumento facile facile – si fa per dire – come il pianoforte con voce suadente e competenze mediamente alte – penso a una Diana Krall, tanto osannata con i suoi birignao e la spocchia dell’Artista – no no, la splendida Gunhild Carling di marca svedese, convenientemente bionda come si addice alle svedesi bionde e convenientemente bella come si addice alle donne belle, suona strumenti a fiato, trombe, tromboni e quant’altro. E lo fa con una “Amazing grace ” – suonata e jazzata con una cornamusa – davvero incredibile! Quanti anni è che si tiene il Pugljazz a Trani? In dieci anni, per quanto preceduta dal fior fiore dei jazzisti di origine pugliese, non c’era mai stato un tale effervescente entusiasmo da parte di tutti. La bionda Gunhild, ieri sera, ha strabiliato una platea variegata, dal nonnino plebeo agli appassionati jazz duri e puri,  infiammando di dixieland e di ritmo gli animi. Che bella cosa davvero, sentirla e vederla ballare lo shimmy o cantare con voce nera ” Basin street ” alla maniera di Ella Fitzgerald. Nella seconda parte la tecnica notevolissima e il cuore di Fabrizio Bosso hanno accontentato chi nel jazz trova l’appagamento sonoro di una certa idea della musica. Alla fine la Carling, invitata dal collega a tornare sul palco, ha trovato il modo di ringraziare la piazza con un fuoriscena concordato con Bosso. Con uno spirito incredibile sono scesi dal palco, salutando con la  “marcetta dei santi “, un pubblico entusiasta e plaudente come non mai. Il jazz per una sera è stato – o meglio è tornato ad essere – musica da strada, musica di ognuno. Bravo Ilario de Marinis, musicista e direttore artistico, che per anni ha saputo tessere il meglio, per amore e passione per la musica, ma che ieri sera ha avuto un momento di scoramento dichiarando la sua indisponibilità a proseguire, dopo dieci anni, l’organizzazione di questo evento. Speriamo sia un ” assolo ” per Ilario e che la festa jazz continui ancora per molto.