Consiglio di classe

In una serata come tante, con un gruppo di donne che eviti di chiamare ex colleghe, perché è una condizione che non ti piace, quella di ex, in un clima di totale rilassatezza – se si può definire rilassato il clima di una pizzeria, dove a farla da padroni sono genitori e figli maleducati e vocianti – ( ma il nostro gruppo era rilassato, sì! ) si finisce per parlare di scuola, di quello che succede e di quello che capiterà nei prossimi tempi, anche se non è proprio, al momento, il tuo argomento preferito. Sicché tornata a casa, ripensi a quanto care ti sono quelle ragazze che ti hanno fatto compagnia per una manciata di ore e, andando indietro nel tempo, per innumerevoli giorni e anni. Così, durante la notte, a ricordare che è difficile scardinare una storia comune, sotto forma di sogno tornano, con l’incubo delle prove comuni, non pronte, da somministrare. Un’ansia terribile! Ecco l’effetto che può ancora fare sulle prof quiescenti il sentir parlare di scuola.

Di palo in frasca

Immagine tratta dal film “ Pinocchio “ di Enzo d’Alò – 2012

Qualche sera fa ho incontrato la mia amica geniale. Come nostra antica abitudine abbiamo parlato di ogni cosa in un’ininterrotto “ flusso di coscienza “ verbale, così come conviene tra due sorelle acquisiste che non si vedono da tempo. Al passaggio di una ragazza dai capelli variopinti, A. mi informa – notizia detta da sua figlia – che colei che ama tingere di ciocche blu i propri capelli dichiara, in maniera evidente, la sua appartenenza alla comunità LGBT. L’informazione non ha generato commenti, è stata accolta come un dato oggettivo. Nessuna di noi due nutre pregiudizi nei riguardi di una sessualità diversa. In ogni persona pulsioni differenti, da quelle specifiche del sesso a cui si appartiene per nascita, possono manifestarsi a qualsiasi età, finendo per diventare, in alcuni casi, prevalenti se la sessualità altra è nettamente dirompente rispetto a quella dichiarata sui documenti sociali. Però, mi chiedevo, è necessario tingere di azzurro la propria diversità?
( che il Carlo Lorenzini da Collodi sia stato un sostenitore ante litteram della comunità LGBT, scrivendo di una Fata dai capelli Turchini? Ai posteri etc etc )

Nadia

Fu il caso che combinò la nostra conoscenza. La pensione in cui eravamo alloggiate – “Rosa Thea “, romantico nome per definire un posto piuttosto caotico, gestito da una famiglia di friulani affezionati al buon Chianti – affacciava su una tra le tante belle piazze di Firenze, grande e verde di tigli, piazza Indipendenza. Sotto il naso di Bettino Ricasoli un gruppo di ragazzi americani giocava ogni giorno con un frisbee e noi ogni giorno eravamo ferme a guardare, mentre parlavamo del tempo che passava e degli esami, gli ultimi, che ci avrebbero portate fuori da quella piazza e da quel tempo da ragazze. La pensione aveva camere per due persone, due letti, un lavandino e un bidè nascosti da un paravento, un armadio da condividere, un piccolo tavolo per studiare. Io vi arrivai dopo aver cambiato alloggio innumerevoli volte, ormai pronta per tornare a casa di lì a poco. Mi ci portò Maria Grazia, ospite fissa della pensione da tempo. Accettavano, i friulani, solo ragazze, tali eravamo, sembrava di stare in collegio. La domenica si stava tutte assieme in una delle stanze più grandi, a preparare pranzi che non prevedevano cotture, ad ascoltare storie di amori complicati, di amori corrisposti, di amori distanti, di amori comunque. Tu eri la mia coinquilina, Nadia, scelta dal caso. Venivi dall’Iran e come te, allora, a Firenze, ce n’erano tante di ragazze e tanti ragazzi, di famiglie sicuramente benestanti che pensavano così di garantirvi un futuro lontani da un paese dove la situazione politica non era tra le più chiare. Quando ti chiesi di raccontarmi la tua città, Teheran, e dello scià e di come viveva la tua famiglia, prendesti dall’armadio le foto che ti eri portata in Italia e mi mostrasti i tuoi cari, la bella villa dove abitavate, lontani dalla miseria e dal clamore delle proteste contro quello che allora era un regime, ma che non lasciava presagire ciò che sarebbe stato dopo. Eri bella allora, Nadia, lo sarai ancora adesso, ne sono certa. Avevi capelli lunghi e neri, non coperti da veli, vestivi come me, vivevi come vivevo io. Rimaneva, però, il retaggio della tua religione, presente nel guanto di spugna che rimaneva perennemente poggiato sul bidè. Quando te ne chiesi la ragione, mi rispondesti che il guanto ti serviva per lavarti i genitali, ché per religione non potevi toccare a mani nude. Mi faceva un po’ arrabbiare il fatto che avevi l’abitudine di infilare nell’armadio comune i tuoi stivali appena levati, certo non puliti e sicuramente non odorosi, ma bastava aprirlo, quell’armadio, quando tu non c’eri e mi sembrava, quello che facevi, un peccato veniale, da poterti perdonare. Ogni pomeriggio uscivi per andare a studiare, così mi raccontavi, dal tuo ragazzo, un fiero persiano antico nell’aspetto, insieme eravate davvero belli. Un giorno, ricordo ancora il tuo imbarazzo, mi raccontasti che avevi fatto all’amore con il tuo ragazzo per la prima volta, ma temevi di rimanere incinta. Mi chiedesti come fare per non cacciarti nei pasticci, quali anticoncezionali usare, come fare per procurarteli. Di lì a poco ti trasferisti definitivamente a casa del tuo persiano e di te non ho saputo più nulla. In seguito, quando il tuo paese entrò in quella spirale di ossessione maniaco-religiosa che dura ancora e che sembra non avere fine, mi sei sempre venuta in mente. E quando sento di quelle ragazze, così come eravamo noi, e vedo di come sono torturate e uccise e di quanto livore e odio verso le donne persegue il governo di fascisti che il tuo paese ha adottato, vestendosi di un credo religioso che serve solo per reprimere e ammazzare, allora cerco di immaginarti. Mi chiedo se vivi ancora qui, al sicuro, libera di essere te stessa, oppure sei tornata nel tuo paese, se hai una figlia, se lotti perché tu e lei possiate essere consapevoli del vostro destino, senza che altri decidano per voi. Mi piace pensare che tu possa aver continuato a scegliere, come facesti allora chiedendomi di aiutarti, mi piace crederti in lotta insieme alle altre donne, con fatica e terrore. Ché la lotta delle donne è più dura, sotto tutti i cieli, ché quello che le donne conquistano costa lacrime e sangue, sempre.

Amicizia

Un rapporto tra esseri pensanti quando può essere definito, esattamente, con il termine di amicizia? Quando l’essere conoscenti ti induce a credere, anche per consuetudine linguistica, che si è amici? Frequentarsi assiduamente, come può essere in un luogo di lavoro, raccontarsi del più e del meno e, all’occorrenza asserire che quella persona che vedi e con la quale parli è tua amica/o ha valenza di amicizia?
L’avere consapevolezza che da qualche parte c’è un uomo o una donna, persone, con le quali hai condiviso parte della tua vita, con le quali hai parlato, e parli, facendo ricorso ad una lingua complice ed emozionale, con le quali i ricordi sono racconti da svelare nel riso e nel pianto, quelle persone sono scelte dal tuo cuore per avere un accesso privilegiato ai tuoi sentimenti, sono coloro che ti hanno accettato per quello che sei, che sono dalla tua parte, che ti sostengono nel bene e nel male.
E non ha importanza quanto siano distanti fisicamente, la quantità delle volte che, nel tempo, si sono spese parole per dire anche banalità, non importa, la certezza di “ saperle “ amiche è ciò che conta.

Amicizia : Vivo e scambievole affetto fra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima. Nella filosofia greca il termine a. (ϕιλία) si incontra dapprima come concetto fisico in Empedocle con il significato di forza cosmica, e insieme anche di divini che spinge in armonica unità gli elementi (aria, acqua, terra, fuoco)… ( da l’Enciclopedia Treccani )

Amicizia come “ forza cosmica e insieme anche di divinità “… incredibili i filosofi greci!

Labirinti

Lynnkarlinphoto.com

ricordi,  sui quali di tanto in tanto ci si affaccia, con curiosità, fanno dei nostri pensieri un labirinto, con stanze composte di intrecci e diramazioni e punti di non uscita, a volte. Nel labirinto sono stanti le persone che hanno attraversato la nostra vita, coloro che si sono affiancati a quello che siamo, a volte con discrezione, altre volte con prepotenza, in tempi più o meno brevi. Nel labirinto la connotazione di ognuno è ben precisa, è, di sicuro, quella che  noi siamo stati disposti a definire nel tempo. E sempre, coloro che del labirinto sono entità assolute, si cristallizzano come età e come aspetto, al tempo della conoscenza e questo tempo non muta mai. Quasi che ci fosse un obbligo di immortalità, nel ricordo, da rispettare; un obbligo che mette al riparo da qualsiasi sorpresa. Così se ti succede di comparare il reale con quello che il ricordo ti presenta, con l’immortalità della persona nel ricordo, ti accorgi che ci sono delle evidenti sfasature, qualcosa che non torna. F. ha lasciato l’immortalità per sempre, per andare verso una dimensione crudelmente reale, che la aggiunge ai tanti che in questi giorni non sono più. F. nel ricordo, aveva modi gentili e un sorriso sempre disposto a mostrarsi, F. nel ricordo, era colei che mi aveva spesso accolto nella sua casa di giovane sposa e poi di mamma. Saperla adesso in un altrove che io non posso più collocare in nessun ricordo, in nessun pensiero vissuto, mi rende davvero incredula e triste. Che la terra ti sia lieve, cara amica.

Stella Diana

Foto di Enrico Finotto, astrofilo

Solo qualche anno fa – nel 2013… nel 2013?!? Sono già passati tanti anni??? – in occasione della nascita del piccolo Valerio nipotino della nostra Lilla e blog nipotino acquisito, Maggie Mae commentava:

Le nascite dei bimbi mi mettono sempre di ottimo umore! E quanto alle amicizie nate tramite il blog sono amicizie vere, perchè dietro al monitor siamo tutte persone vere! E forse se ci siamo trovati e ci siamo scelti, anche a km di distanza un motivo ci sarà!

Adesso, oggi, che Maggie è diventata mamma della piccola Diana avrà un motivo più grande, una ragione specialissima per essere di ottimo umore! Piccola stella luminosa, tenerissima Diana, sei la benvenuta nella nostra blog famiglia di persone vere. Mi piace pensarti come l’astro luminoso che appare nel cielo notturno, rubando luce alla Luna, l’ultima stella a brillare      ancora prima dell’alba. Sei nata subito dopo la mezzanotte ad illuminare la vita della tua mamma e del tuo papà, continua ad essere per loro una stella Diana, un astro luminoso nel centro della notte. Benarrivata, dolcezza!

 

L’amica geniale

Ē geniale l’amica che, al mattino e di buon’ora, ti chiama al telefono ed esordisce con un “ ti tengo poco perchè devo uscire per delle commissioni “  e poi rimane a parlare, di ogni cosa, per circa due ore, mentre il tuo “ piccolo “ ridacchia apertamente, facendo segno sull’orologio, per il tempo che passa e per quei frammenti di conversazione che gli giungono di tanto in tanto e che lo fanno divertire! Perchè due amiche che parlano al telefono hanno un linguaggio speciale, sono complici, sono parte della stessa storia, una storia lunga di tanti anni e di tanta vita vissuta insieme e dalla stessa parte. Un’amica geniale è colei che ti cambia la giornata in meglio per una semplice telefonata fatta di buon’ora.

Firenze è Firenze è Firenze… seconda puntata

Colazione da Tiffany Il primate bofonchia alla collega tappa ma tosta, senza guardarla: A che ora prenotate la colazione? Sguardo sgomento della tappa a tutti noi e di rimando: Perché è obbligatoria la prenotazione? Ad ogni modo per domattina alle 7,00. E lo scimmione: Non è possibile, la sala è già occupata dall’altro gruppo – il gruppo altro è costituito da adulti cinesi vocianti e ” leggermente ” maleducati, come avremo modo di rilevare in seguito. La tosta comincia ad innervosirsi, ce ne rendiamo conto dall’uscita di scena fatta con disappunto. O scimmione, cosa credi di avere al posto di una sala da colazione, la vetrina di Tiffany con annessa Audrey Hepburn? A. quella alta ed egualmente tosta arriva a mediare un orario accettabile per permetterci, il mattino dopo, di partecipare ad un concorso scolastico – venti ragazzi con Inglese – e per i rimanenti di scorrazzare con guida per la città. Ma risolto un impiccio eccone in arrivo un altro: ‘ssore’ perché io devo stare in camera con Tizia quando invece vorrei stare con Caia? e giù pianti. Cos’è una punizione divina? Sono stata una scostumata nella vita che fu e pertanto punita nella vita di mo’? Risolto anche questo dilemma, sistemiamo i bagagli – parola grossa perché lo scimmione deve ancora consegnare le chiavi delle camere a tutti – e riprendiamo il treno per Firenze…

Quarant’anni dopo ( a noi Dumas padre ci fa un baffo! ) Intanto che c’ero avevo chiesto ad A. se fosse stato possibile rivedersi. E complice il pomeriggio solare, santa Maria Novella con la sua geometria di perfette forme, gli alunni disinteressati, i colleghi forse più interessati e la mia curiosità, riesco ad accogliere A. con leggerezza e gioia, dopo tanto tanto tempo. Arriva da lontano confondendosi tra la folla, ma lo riconosco dal passo e poi dallo sguardo e dal sorriso, quasi intatti nonostante gli anni passati.

Mercatini A san Lorenzo, altra mèta favoleggiata e promessa ai pulzelli, tra le visite possibili, per l’acquisto di bric-à-brac da portare a casa, mi rendo conto che qualcuno ha rimosso le secolari bancarelle, per la maggior parte, lasciando in dotazione ai turisti e alla cittadinanza tutta – ammesso che i fiorentini abbiano l’abitudine a spacciarsi per turisti – una manciata di banchi intorno al mercato coperto, per la vendita di giacche e borse e orpelli in cuoio o pelle o quello che è. Ohibò, e le altre schifezze tanto care ai piccini? E le calamite? E i bicchieri in ceramica con immortalate le palle medicee? Scopriamo in seguito che quelli sono articoli da edicole, così come le bottigliette dell’acqua, vendute a prezzi da mercato nero! E il refrain dell’acqua in bottiglietta – Prof, dove posso comprare una bottiglietta d’acqua? Posso comprarla, eh? Eh? e prova a dirgli di no! – sarà la colonna sonora del nostro viaggio! Intanto A. ci fa da chaperon per un po’ di tempo; poi ci abbandona al nostro rientro a Signa con la promessa di rivederci.

Orrore senza fine! Dopo aver lungamente scommesso sul menù, per cena veniamo sistemati in una squallida sala, noi soli, a cantarcela e a suonarcela, mentre una sola sgallettata bionda serve all’orda un’orrida pastasciutta con funghi – io niente funghi, ma ricevo la grazia di un sugo già pronto dentro il quale galleggiano pennette scotte, ripassate in acqua bollente, poco prima, per farle riprendere dallo shock! E come secondo piatto, indovina un po’, cotoletta – surgelata – e patatine! In occasione di un altro viaggio avevo mosso un accorato appello a tutti gli albergatori del regno: smettetela di organizzare menù a base di pasta al sugo e cotolette! I ragazzi e i loro docenti non sono pattumiere biologiche, in grado di ingurgitare l’immangiabile. Invece puntuale come le allergie di primavera, pastasciutta e cotolette, amen! E per fortuna i ragazzi sono decisamente stanchi e ad un orario accettabile dormono tutti come angioletti. A domani… segue

B – side

Qualche tempo fa A. amica ” stretta “, come si dice qui, era venuta a cercarmi in classe e con fare cospiratorio mi aveva messo a parte di qualcosa che l’aveva turbata non poco: il boss, poco prima, le aveva rivolto parola e, con sguardo intenzionale da vecchio sporcaccione, l’aveva apostrofata: Venere callipigia! Il commento dell’amica, nel momento in cui mi riferiva l’accaduto, dava un margine di tolleranza benevola a Venere – sia pure! – ma callipigia? Insomma, aveva continuato, sarà mica un’offesa? L’avevo tranquillizzata, forse dei miei studi d’arte, e le avevo svelato l’arcano: il tizio sempre da sporcaccione, ma con eleganza, le aveva detto di apprezzare il suo lato B paragonandola ad una plurirappresentata dea dell’antica Grecia. Al che la mia buona A. aveva ribadito dando del vecchio porco al latore del complimento, seccata del fatto che occhi laidi si fossero posati intenzionalmente su una parte che a torto a a ragione le risultava di complicata gestione. Tutta questa storia mi è tornata alla memoria mentre andavo al lavoro, stamattina. Avevo poco davanti un baldanzoso lato B a fare da apripista, esibito, che dico, esibitissimo! al quale avrebbe fatto sicuramente piacere un apprezzamento anche meno elegante, ma cercato visto l’impegno a presenziare il campo visivo di chiunque con tanto vigore, nonostante non ci fosse nessun paragone tra una callipigia e il lato B della fattispecie. E mi chiedevo ancora, quando e dove era andato a finire il pensiero comune che ci induceva tutte a nascondere il lato B, parte ammessa nell’immaginario ma censurato in sostanza da palandrane e ampi e lunghi maglioni, quando erano in auge gambe e lati A? Come succedeva alle stagioni di una volta il sentire collettivo cambia, cambiano le mode e le preferenze, cambia la percezione di coloro che devono percepire, chè in fondo di quello si tratta. Tuttavia rimane il fatto che detto tra noi, con tutta l’obiettività di donna a donna, la mia A. è davvero una callipigia!

A Barbara

1472920921162_1472920957-jpg-il_borgo_in_lutto_per_barbaraSai Barbara, come spesso capita in questo strano mondo virtuale,  e come succede nella vita reale, ci sono persone che vanno e vengono, ma a differenza della realtà quelli che incontri qui è probabile che non avrai mai modo di conoscerli di persona, ma attraverso la scrittura e le immagini e le suggestioni hai come l’impressione di averne sfiorato l’essenza, per le belle parole con le quali siamo capaci di presentare noi stessi, a volte. È attraverso la scrittura che negli anni abbiamo saputo di nascite e matrimoni, di separazioni, di vita vissuta, insomma. Tra le persone conosciute e rimaste qui ci sei tu. Eri piccola quando la tua mamma ha cominciato a parlare di te ed è stato diverso tempo fa. Sonja ti descriveva come si fa quando si tratta di figli, con orgoglio e, a volte, con ansia e preoccupazione. Abbiamo saputo, in seguito, della tua malattia. E ogni volta, nel nostro piccolo mondo virtuale, siamo stati con te, Barbara, che così piccola eri risoluta a farcela ogni volta, caparbiamente, senza mai arrenderti neppure una volta, neppure un momento, disposta a vivere la normalità, la quotidianità, di una adolescente, la scuola, le amiche, i cani amatissimi, il tuo bellissimo cavallo. Ora che la malattia ti ha allontanata precocemente dalla vita mi chiedo se c’è un disegno più grande per te, in una dimensione diversa da questa. Perchè se cosí non fosse è incomprensibile la tua scomparsa, è incomprensibile la morte di una ragazza di diciotto anni. Che la terra ti sia davvero lieve, piccola Barbara.