E non abbiamo ancora iniziato!

Mi ha impressionato, e non poco, l’affermazione di A.  stamattina a scuola: Ci vuole tutto il caratteraccio di “ quella “ per far fronte ad un assembramento scolastico fatto di sole donne o quasi! – dove “ quella “ sta per una ben nota dirigente scolastica dal carattere decisamente sopra le righe, diciamo così.  Ora, non che abbia una particolare considerazione per la “ categoria “ alla quale appartengo di fatto; non mi piace avvallare comportamenti generalmente “ sciatti “ e dalla  tendenza a fare poco e male, che alcune di noi coltivano come fossero fiori rari. Tuttavia penso che siamo persone  e che certi modi di fare sono dettati dalla superficialità e dalla poca voglia di impegnarsi in qualcosa che si considera come un “ lavoro “ – e al nome “ lavoro “ potete dare una valenza qualsiasi, quella che più vi viene spontanea, per associazione. Dunque la superficialità nel fare le cose, un fare disdicevole, che non attiene, però, alla sola categoria insegnanti, ma che è riscontrabile, dati alla mano, in molti “ lavori “ – eccetto, forse, quei mestieri in cui se ti distrai ne va della tua integrità fisica oppure di quella delle persone che hai sotto i ferri, penso ai chirurghi, bontà loro. Tornando al “ caratteraccio “ della dirigente, sono convinta che applicare su larga scala modi di fare e di essere che rasentano la dittatura, siano controproducenti. Non abbiamo attraversato trent’anni di femminismo per arrivare ad essere le pessime copie di omuncoli qualsiasi. Fare del proprio modo di vita uno spauracchio per i più è solamente sterile desiderio di onnipotenza, la “ paura “ di non saper guadagnare il rispetto e la stima degli altri, se non attraverso il “ terrore “, da applicare soprattutto alle altre, le sottoposte, quelle che si considerano inferiori – mi chiedo se, nel momento in cui si partecipa e si vince un concorso da dirigente scolastico ti cambiano anche il cervello, in peggio, oltre che la qualifica! Tanta educazione e rispetto da applicare a larghe mani, la cura, in tutte le situazioni. Per i casi refrattari le fustigazioni corporali – scherzo! 😁

H 24

h24Da sempre mi risulta oscura la dinamica che trasforma una espressione banale e poco significativa dal punto di vista lessicale in un modo di dire largamente diffuso e (ab)usato. Ora non è che uno si aspetti  da una dirigente scolastico la summa linguistica, il linguaggio aulico e forbito che la denunciano quale discendente di Dante, Petrarca, Boccaccio e collaterali, no no, ci mancherebbe, però non è che una se ne può venir fuori nel quantificare il lavoro che svolge da mane a sera con un ” Il lavoro che facciamo nella scuola è acca ventiquattro “! Precisiamo, intanto non sei il papa e neppure Berlusconi e non ti puoi permettere il plurale di maestà e questo è un fatto. Non secondaria è l’ovvia oggettività dell’ammettere che, nell’osservarti, a tutto assomigli fuorché ad un orologio digitale – solo quello possiede la possibilità di decidere se la modalità dell’orario debba essere espressa in h 24, appunto, oppure suddividendo le h 24, sempre loro, in 12 am e 12 pm. Ma il bello è che nell’usare questa barbarie c’è qualcun altro che si sente autorizzato a ripetere la stessa espressione, nel giro di pochissimo tempo, nello stesso consesso, come se l’acca ventiquattro fosse un atto di fede. Mi viene quasi da pensare che nelle loro acca ventiquattro non abbiano di meglio da fare che sacrificarsi in modalità ventiquattro acca per il bene della comunità scolastica, amen. Che peccato!

Di bulli, bullismo e genitori che falliscono

PAL582000013.jpgQuando, come e perché si è disposti ad ammettere che quell’adolescente brufoloso, nostro figlio, tirato su a suon d’indifferenza, ripetutamente ignorato nei modi e nelle misure concesse da una vita distratta dagli impegni e da una protratta giovinezza che ci obbliga ad un protagonismo che mal comprende gli altri, meno che mai un figlio, ancor meno la responsabilità di educarlo in modo che possa avere il senno che evidentemente manca a noi adulti finto giovani, quando, come e perché, dunque, siamo disposti ad ammettere di essere in debito nei suoi confronti, di aver operato un fallimento educativo, IL FALLIMENTO, per nostra colpa, nostra colpa, nostra grandissima colpa? Così dovrebbe essere lecito domandare, ragionare e recitare da genitori, così come non hanno fatto quelle madri e quei padri, dei quattordici o quindici brufolosi di Cuneo, che in gita scolastica, in un parossismo di bullismo, hanno marchiato, depilandolo totalmente, un loro compagno – ubriaco come loro – e lo hanno decorato nei posti che solitamente un adolescente copre per una sorta di pudicizia innata – ubriachi sì, poiché è questo lo sballo gratuito e foraggiato in casa perché, poi, che volete che male faccia un bicchierino ogni tanto? E come è d’uso il gesto, la bravata, è stata rigorosamente filmata ad uso e abuso di una rete “ sociale “ che ci vuole laidi guardoni, con vite sbandierate ai quattro venti, esempi deleteri per quei figli, i nostri, male educati o educati da male esempi. E di fronte alla punizione inflitta da un altro adulto, vivaddio ragionante, da non crederci, si reagisce malamente, non si ammette la propria incapacità di genitori e si attribuisce l’errore ad un eccesso di severità nella punizione – sono ragazzi, sono ragazzate… sono ragazzate?!? magari sono ragazzate anche le vigliaccate nei confronti dei più deboli, magari sono ragazzate quando un figlio gay torna a casa malmenato, magari sono ragazzate gli stupri di gruppo ai danni di una compagna, saranno ragazzate anche queste. Quale è stato dunque l’errore del Dirigente Scolastico, punire il gesto da bulli, sospendendo i ragazzi? Dal punto di vista dei genitori sciagurati, sicuramente è stato questo; ma a mio parere sarebbe stato necessario denunciare i misfatti genitoriali e punirli mandandoli tutti in un gulag di stalinista memoria dove sarebbero stati rieducati all’uso della ragione. Privati dei figli che non meritano, ma soprattutto senza gli smartphone con i quali immortalare le proprie vite da falliti. ( Leggo ora “ l’aggiornamento “ della vicenda, l’altra “ faccia “ dello stesso gesto. É anche peggio di quanto non lo sia già. Terribile )

Aspettative 2.0

aspettativeCome i malanni stagionali, la gramigna, la peronospora, la fillossera, la grandine brutta, le cavallette bibliche, l’influenza e tutto quello che vi può saltare in mente, nella mia scuola annualmente i presidi cambiano imperversando, come per l’appunto poco prima. Nel male? Uscito con poco stile quello dell’altro anno, che a puzza mi era sembrato un bluff, ne è arrivato un altro che, povera anima, definirlo malanno di stagione mi pare assai brutto, ma tant’è, meglio essere disincantati e aspettare gli eventi. Sicché accolto nel bene? Non lo so. Se quello demandava questo sembra puntare tutto sul “ velemose bene” sulla solidarietà e sul senso di appartenenza – e beato lui che ci crede – sulla comunicazione da pari condita in salsa “ tanto affetto “ a base di abbracci e baci. Che messa così sembra scombinata come cosa, un minimo di gerarchia, perdindirindina! Invece lui mi ha detto, stamani, che non gli importa per niente che i docenti gli diano del lei e che il tu è gradito. L’animo coltivato a filosofia, arti ginniche e pianoforte – le tre branche in cui il nostro possiede il relativo pezzo di carta – evidentemente aspira all’alto, desidera librarsi sui banali pezzi di burocrazia, per ricercare l’arcadia. E se l’altro era una versione beta, questo spero non sia un capello ma un crine di cavallo uscito dal paltò! 😀

La gentilezza è una pratica in disuso – salvo eccezioni

pratica-gentilezza-casualeNon sono ancora rientrata a scuola; mi ” godo ” il ripristino delle funzioni ottimali del mio piede, a casa. Non è che ozi, figuriamoci, sono facente funzione della mia funzione di referente tramite i soliti mezzi tecnologici. Ma stamani sono stata  in sede per completare una procedura che altrimenti non avrei potuto fare. Si trattava di inviare all’Ufficio Scolastico Regionale le ” solite ” carte per rabberciare un’altra manciata di ore utili ai nostri ragazzi disabili. Anno nuovo, cose vecchie. Tuttavia tra le novità abbiamo un nuovo dirigente reggente, il terzo in tre anni. Sicché anche questo si divide tra due scuole con quello che l’essere in due sedi, e non possedere il dono dell’ubiquità e dell’onnipresenza, ne consegue. Andiamo dunque con A., nell’altra sede, a fargli firmare un po’ di carte. Tornando a scuola, la nostra, mi squilla il telefono. Numero sconosciuto, ma rispondo: Pronto sono A. Attimo di panico, A. chi? Ah sì preside, buongiorno mi dica. Senti volevo ringraziarti per quello che hai fatto stamattina e per quello che stai facendo a casa. Imbarazzata rispondo: Non si preoccupi preside, è quello che faccio sempre, da sempre, non ci sono problemi. No, voglio davvero ringraziarti, non è da tutti e… bla bla bla. Chissà per quale strana ragione abbiamo – ho – perso l’abitudine alla gentilezza. Chissà per quale strana ragione pensiamo che tutto sia dovuto e ci comportiamo di conseguenza – che non è per niente così, ma davvero per niente. In tanti anni di scuola non m’è mai capitato, e dico mai, che un dirigente mi telefonasse per ringraziarmi di qualcosa, qualsiasi cosa. Che sia una tattica di gestione aziendale del personale della scuola? Una scorciatoia per procurarsi il consenso unanime e indiscusso? Un accattivarsi ” furbo ” della collaborazione fedele dei collaboratori? Non mi faccio illusioni e non voglio pensare che un sistema possa cambiare ad un tratto, ma una parola gentile, un sorriso amichevole – un vero sorriso amichevole – cambiano l’aspetto del quotidiano, dell’impegno – il mio sempre quello, ma incentivato forse da qualcosa di più concreto che un: Abbiamo questo problema, risolvilo! detto come pretesa senza appello.

Trent’anni dopo

traniSe fossero stati solo vent’anni ne avrei scritto di ” cappa e spada ” come una rediviva Dumas, ma si sono trattati di trenta lunghi anni e direi che l’incontro postumo vada comunque raccontato, non fosse altro per l’epilogo ridicolo che la storia ha assunto. Insomma C. mi telefona domenica: Sto per partire per la Puglia, in gita scolastica! Apro una parente, come avrebbe detto un mio collega in vena di stupidaggini, per fare un panegirico delle gite scolastiche… ehm, viaggi di istruzione. Se non ci fossero questi di mezzo quei viaggi, direi pure i pellegrinaggi, per l’Italia dei luoghi santi della nostra vita, con molta probabilità li scarteremmo. I viaggi ” in cerca di ” li abortiamo spesso a priori – come scartiamo i pranzi di classe con quelli delle elementari, tanto per dirne una – e per pigrizia e per paura, sì paura del tempo passato tra una scena e l’altra. Il ragionamento è sempre quello: da giovani si è in un modo ed è un conto, ma da ” grandi “? Chi troverai dall’altra parte, la persona che conoscevi o una perfetta sconosciuta? E la ” dirimpettaia ” che pensieri potrà nutrire nei tuoi confronti? Come ti troverà, che impressione le farai? Una bella faccenda. Ma i viaggi di istruzione salvano capra e cavoli; in fondo puoi sempre giustificare le tue défaillance con la stanchezza delle notti passate insonni e delle giornate passate in giro. Giusto per parlare della fisicità dell’incontro. Quanto al ” dove eravamo rimaste? ” c’è sempre il telefono, mezzo salvifico e connettore di pensieri e parole che congiunge i ricordi scompagnati e li fa diventare un tutt’uno – serve anche a dirsi com’è il presente, il telefono, ma si sa il passato risulta edulcorato dalla patina di quello che è stato, smussato dall’idea che lì eravamo il meglio, salvo poi rilevare da qualche lettera scritta allora oppure dai diari che lo sconcerto del vivere era quotidiano allora come ora e per ogni secula seculorum, amen. Bene, C. viene dalla Sicilia con la sua classe di terza media a visionare la cattedrale che aveva già visto allora e poi di seguito castel del Monte e via il resto – un giro di cinque giorni fitto fitto, ma la Puglia – promozione turistica – merita molto. Arrivo venerdì mattina alle dieci, mi dice. Le dico che venerdì mattina a quell’ora ho un’ora ” buca ” e senz’altro sarò felice di riabbracciarla. Ma il boss mi ricorda, qualche giorno prima, che alle dieci e trenta abbiamo un incontro in biblioteca con il sindaco e la corte celeste che assegna nomi alle strade – vogliono intitolare un ” pezzo ” di città, strade oppure un giardino, un anfratto, un recesso – quello che è – ai caduti delle foibe – e va be’ non è colpa mia – coinvolgendo le scuole per trovare un nome appropriato a furor di ragazzino. Allora, per continuare con la mia cronistoria, dico al boss che devo incontrare per poco tempo la mia amica e che, in seguito, lo avrei accompagnato alla bisogna. Lui di tutta risposta mi dice: Non ci sono problemi, vengo anch’io a salutare la tua amica! Che cosa?!? Oh, e voi pensate che sia rimasto a scuola? Ma neanche per l’anticamera del cervello! S’è scrollato di dosso il solito genitore in lamentizia e mi ha seguita alla cattedrale, dove l’inconsapevole C. ha visto raddoppiare i suoi interlocutori e invece di una remota amica di studi s’è ritrovata con una remota e un presente. Il quale presente ha manifestato un entusiasmo incredibile, c’è mancato poco scodinzolasse. In più ha parlato solo lui e io ho solo abbracciato l’amica, le ho fatto una carezza e le ho detto a mezza voce: Sei sempre la stessa, asserendo la verità di una constatazione amichevole dei fatti. Ci siamo lasciati da lì a poco con la promessa del presente: Ah, il prossimo anno verremo noi in viaggio di istruzione in Sicilia! Possiamo sempre pensare ad un gemellaggio, non trovi R.? Rivolto a me. Va buo’, fammi tacere che è meglio. Per fortuna esistono i telefoni e con C. ci siamo rifatte la bocca domenica con un paio d’ore di chiacchierata, passato, presente e futuro. I dirigenti scolastici, come li vuoi li trovi!

Mestruazioni

350px-William_Holman_Hunt_-_The_ScapegoatE’ vero, la natura ci ha rese, di fatto, mestruo munite dai dodici ai cinquant’anni; è una condizione che sappiamo gestire con mestiere, con qualche scompenso e sindromi pre e post, ma senza grandi clamori. Ma c’è chi veramente detiene il primato di M.M.P. – Mestruati Mentali Perenni – sono l’altra metà della terra, gli uomini. Le mestruazioni di testa sono ingiustificabili, perché non hanno riscontri naturali a discolparle, con l’aggravante che non sono riconosciute degli interessati, tutt’altro.  E vista la cieca ignoranza ad accettare l’evidenza e ad adeguare i propri atti, spiegatemi per quale ragione devo essere io il capro espiatorio, ed essere investita da un’irragionevole scoppio d’ira, che non ammette repliche ed è sordo ad ogni possibile spiegazione; perché devo assistere ad un simile show da parte del nuovo boss, apparentemente aperto a rapporti schietti – quel ” ciao carissima ” che mi dispensa ogni volta che mi vede da oggi in poi lo dedicasse a sua sorella, se mai dovesse averne – tutto per essermi comportata realmente con schiettezza e lealtà e correttezza. Ma evidentemente a questi rampanti dirigenti scolastici non va a genio il fatto che tutti abbiano a cuore il proprio lavoro e, soprattutto, abbiano rispetto per il posto di lavoro degli altri. La tutela di nove ore, che se concedi un nulla osta vengono meno nel conteggio delle diciotto che spettano ad una collega, a lui non interessano, a lui interessa fare l’isterico. La mia cautela iniziale ha trovato ragione nell’acclarata constatazione che di mestruati, be’ ce ne sono davvero tanti! E siamo solo a fine settembre. Quando finisce la scuola?

Aspettative

preside.gifCi vuole cinismo, disincanto anche, per non ne averne. Si parte in condizione di svantaggio quando le aspettative viziano la forma dell’attesa e del guardare le cose. Anche stavolta, iniziando l’anno, mi sono ritrovata, nel primo giudizio, ad edulcorare l’aspetto dell’esteriorità, a captare segnali positivi anche solo giudicando, superficialmente, i gesti e le parole. Andando avanti coi giorni mi sono resa conto che anche stavolta sarà una scuola all’insegna dell’impegno duro e puro, del metterci la faccia e tutta la fatica possibile. Fai tu, è l’imperativo! Deludente piano programmatico di una dirigenza bi/ubiquata e senza terra. Aiuto, voglio scendere!

La scuola finita non è

chiuso_per_ferieTecnicamente, esauriti scrutini, consegna schede e ultimo collegio docenti una pensa – e pensa male – che la scuola sia ormai l’incubo che si ripresenterà appena girato l’angolo dell’estate. Invece stamattina ” babbo ” ha reclamato la presenza- mia – al telefono ore pasti con un neanche ” Pronto? ” d’ordinanza bensì proferendo a gran voce il mio cognome. Il figlio che rispondeva è stato tentato dal disconoscerlo, ma poi s’è reso conto che nonostante l’approccio del tizio da ignorante civile – colui che ignora le regole della convivenza civile – doveva necessariamente informarlo che la di lui mamma – io – sarebbe tornata come vivandiera per le truppe – ero a fare la spesa – di lì a poco! Sicchè al rientro lo richiamo e lui mi bofonchia di una circolare, di un link, di un sito, insomma un guazzabuglio mica male. Per farla cortissima gli ho detto che sarei andata domattina – nuovamente! – a scuola alle 8 e trenta – sob! E lui: Non più tardi chè dopo ho l’impegno della commissione di valutazione – per le nuove immissioni in ruolo ( n.d.r. ). E ha aggiunto: Me ne faccio due al giorno, di colleghe! Ripetendo compiaciuto la ” bellissima ” battuta per ben due volte! Non ho commentato e ho chiuso salutandolo. Me ne sono pentita, del saluto, non meritava neppure quello. Per fortuna va in pensione!

A ferro e fuoco

altan_violenza_bulli-510x580In qualsiasi situazione sociale, tendenzialmente, cerchiamo di ricreare il microcosmo al quale, per indole e pensiero, siamo estremamente attaccati. E’ così anche quando siamo nel chiuso di un salotto al cospetto di un gruppo sociale ristretto dove a prevalere è il pensiero comune – o se il pensiero di solo uno fosse divergente faremmo di tutto per contrastarlo. Ugualmente capita quando il gruppo è notevolmente più numeroso e, in quel momento, scatta l’estasi verbale dell’assembramento, quando tutte le voci gridano allo stesso modo e non esiste pensiero divergente se non nelle intenzioni – e magari neanche in quelle. Nel pomeriggio di ieri c’è stata un’assemblea dei genitori, a scuola, alla quale era stato invitato il sindaco. Niente che non vi abbia già detto: il tema di discussione era quello della sicurezza e della maleducazione di alcuni alunni. Nel corso degli ultimi mesi si sono infittiti i comportamenti problema dei soliti noti ai quali si sono aggiunti ” elementi ” di una vitalità esuberante che non hanno trovato di meglio che imitare i più grandi. Sicchè adesso, a scuola, sembra stare davvero in uno zoo, dove si urla, si corre, si batte contro muri e porte, si staziona nei bagni dove si estrinsecano comportamenti leciti e funzionali e magari anche ” illeciti “, ma su questi non ci giurerei; insomma una scuola a ferro e fuoco senza che si riesca a venirne a capo.  L’efficacia dei provvedimenti adottati dal dirigente scolastico hanno avuto come feedback quello che vi ho appena detto e dunque si è tenuta la riunione di ieri, cercata da diversi genitori e promossa dal capo – che tutto sembra, agli alunni, meno che uno con l’attitudine al comando. La cosa che mi ha fatto riflettere, e che mi sta dando la possibilità di scriverne, è stato l’atteggiamento comune di tutti i genitori intervenuti – tantissimi davvero – che hanno esposto il loro punto di vista a volte anche troppo vivacemente – i figli che abbiamo come alunni non sono venuti su dal caso, no? Pretendevano protestare e contemporaneamente chiedevano delle soluzioni dalle istituzioni – scuola, comune – senza che mai a nessuno fosse venuto in mente – in mancanza di meglio o per tamponare per qualche giorno – di auto proporsi per il controllo ” del territorio “, di presenziare a turno i corridoi e le parti comuni della scuola, aspettando che fosse la scuola – con i risicati mezzi a disposizione e con il risicatissimo capo – ad attivare soluzioni alla bisogna. Aspettiamo sempre che le cose, qualsiasi cosa, ci piova dall’alto, senza volerci sporcare le mani. Il sistema sociale e politico collettivo prevede che ci siano delle persone capaci di operare delle scelte e non demandare ad altri la propria vita. Se come persone, come genitori, non riusciamo ad impegnarci per piccole cose, in fondo, quando mai saremo pronti ad impegnarci nelle ” piccole ” cose della politica e della società?