Era ieri

momEra questa l’ora, pressapoco. Negli attimi concitati che seguirono qualcuno mi disse che sarei dovuta andare a prendere delle calze più spesse, a casa mia – non c’erano calze scure da metterti, tu non ne portavi.  Per strada, inebetita dal dolore, anestetizzata quasi, mi dicevo della stranezza di vestirti di scuro, necessario colore del lutto. E l’abito lo avevi scelto in precedenza, a mia insaputa, ché mi sarei arrabbiata se tu mi avessi chiesto di scegliere un vestito per il tuo viaggio, l’ultimo – si dice così,  l’ultimo viaggio, ma per andar dove, poi? Complice tua sorella, la rossa sorella che amavi, quella che ti somigliava di più, avevi sistemato ogni cosa, dimenticando le scarpe, però.  E quando quelli che ti avevano composta me le chiesero, dissi loro che almeno le scarpe dovevano darmi il tempo materiale di cercarle tra le tante che compravi e non mettevi. Così ne presi un paio belle, davvero eleganti, con il tacco che non sfigurassero con il tuo vestito da festa. Abbigliata da festa per un viaggio, strano ma’, non trovi? E poi il rituale di poggiarti sul letto,  vestita da festa, ma coperta da un lenzuolo perché avessi la parvenza del dormire, ma vestita da festa e con le scarpe ai piedi. Tutti momenti che ancora ho vividi nella mente, dopo gli anni che per tanti, per troppi, sono diventati passato remoto. Faccio fatica a lasciarti andare, ma’, come qualcuno mi consiglia di fare. Ci si abitua a tutto, a quasi tutto, di certo non a questo.

Il nemico invisibile

bambolaUna bambola bionda è un oggetto innocuo. Una bambola bionda nelle mani di una persona anziana è un oggetto che dapprima disorienta, poi ti fa pensare. Guardavo poco fa, dalla parrucchiera, una signora che è stata donna e madre, ha vissuto una vita piena di eventi, ricorrenze, storie; perse tutte, fuggite via dalla sua mente regredita ad una infanzia tardiva, resa manifesta proprio attraverso quella bambola bionda che lei stringeva tra le braccia, accarezzandola. La donna che l’accompagnava usava nei suoi confronti le stesse espressioni che si utilizzano con i bimbi, un misto di dolcezza e di ferma determinazione, per farle togliere il cappotto e farla rimanere seduta allo stesso posto per il tempo che sono state lì. Di tanto in tanto le ricordava che il maglione che aveva indosso era di lana e di colore bordò, che erano lì perché la parrucchiera potesse renderla bella. Qualcosa di infinitamente triste da guardare, di infinitamente triste da vivere. Di fronte alla morte prematura di una persona cara, al cospetto dell’espressione di una vita morta mi chiedo sempre perché. Perché la natura oppure la chimica, il destino, la trimurti, quello che volete, si accaniscono in questa maniera assurda e cattiva? Perché si è condannati a vivere una vita estranea fatta di una nebulosa al posto del cervello? Perché? Troppo razionale per capire l’irrazionalità della vita? Non si può morire quando si ha ancora una vita davanti, me neppure vivere con una vita davanti fatta di vuoto assoluto! Mi viene da pensare se la vita stessa non sia un nemico invisibile celato nelle fattezze di una bambola, tenuta in mani improprie.

Cinque

A cosa serve il passare del tempo se gli anni non annullano la memoria e non addolciscono la mancanza? Te ne sei andata e sono cinque anni oggi, tra poco, a sera. Te ne sei andata tra il mio stupore, tra il mio non arrendermi all’evidenza – è così che si smette, è così, ad un tratto… ci sei, corpo e anima, e poi più nulla… un simulacro, il nulla. Pensavo, stamattina – e tu conosci i miei pensieri – che più di ogni altra cosa mi mancano le parole che non abbiamo avuto maniera di dire, mi manca il tuo affabulare continuo, il ricordare per trasmettere il ricordo, perché non ci fossero vuoti, ma pieni di affollate storie, di volti noti e sconosciuti, vuoti pieni di te, della tua vita non facile. Mi rammarico adesso, di non essere stata più attenta, di non aver ascoltato anche il superfluo – tutte le parole ascoltate e scartate dalla memoria per sovraesposizione. Averlo saputo per tempo, averlo saputo ti avrei legata più stretta, piccola mamma.

Sguardi

medusaA volte succede, per strada. Si incrocia lo sguardo di una donna e ci si volta nella speranza di incrociarlo di nuovo. Senza chiedersi se quella donna è bella, com’è fatto il suo corpo, quanti anni ha. Solo per quello che passa attraverso lo sguardo, in quell’istante: un sogno, un’attesa, un desiderio. Tutta una vita possibile. ( Jean Claude Izzo Chourmo )

Quante volte sarà capitato, ad ognuno di noi, di incrociare uno sguardo casuale e, a causa di quello, vivere una storia intera, in un attimo? Potenza della luce di due occhi che illuminano i tuoi per l’istante che ti basta per sognare. Desiderio mai sopito di essere altro, di concepire una vita fatta di attimi e non di giorni pesanti come giorni.

Ventinove

Cosa induce due persone – uomini o donne che siano – a desiderare scientemente e a decidere – di conseguenza – la condivisione di una vita colma di tutto quello che può ” condire ” una vita da trascorrere insieme? Una sorta di incoscienza iniziale, la voglia di ” provare “, il bene fondamento del tutto, la volontà, nel bene e nel male, di farcela a superare gli intoppi e gli scogli e le asperità, ma anche di godere delle gioie, dei figli, delle piccole cose, talvolta sciocchezze che fanno una vita trascorsa insieme. Oggi, ventinove anni fa, andavo sposa – come si diceva un tempo – dell’uomo che conosco davvero da una vita.

Ehi, ma’…

Mi avresti chiamata di sabato chiedendomi una dritta per il pranzo del giorno dopo. Lo facevi sempre e sempre sbuffavo disponendomi poi ad ascoltare, quello che comunque proponevi tu. Perchè il tuo dire spesso chiedeva delle conferme che in cuor tuo avevano già le risposte, ma era il tuo modo di condividere le ansie, l’insofferenza, il tuo modo di dirmi: Sei mia figlia e ti voglio bene così. Non passa sai, nonostante il tempo, la solitudine. Non si colma il vuoto grande che hai lasciato. Non sei andata in un mondo migliore, non sei andata a ” vivere ” altrove. La tua vita eravamo noi e nonostante tutto avresti voluto vivere in eterno per fare quello che ti mancava, quello che intraprendevi da combattente. Ci incontriamo spesso in sogno, ma non basta. Vorrei averti qui adesso, per ritornare a vedere il tuo sorriso misurato, accarezzare la tua testa piccola, di bambina. Mi manchi sempre, ma’…

( Auguri mamme, alle presenti, alle assenti, a quelle in nuce, a quelle tra poco… AUGURI!   😀 )

Ad ognuno il suo

La morte livella, come amava ricordare Totò nella sua poesia più famosa. Chiunque assomiglia ad altri nel passaggio: re e giullari pari sono. Semmai è il ricordo delle vite vissute che differenzia le persone. Ieri è partito uno zio di mio marito, oggi i suoi funerali, un addio con i famigliari più intimi. Quasi una coincidenza con la morte del più famoso cantante e domani sarà la città di Bologna a celebrarlo. La loro età era quasi la stessa, ma il loro mondo completamente diverso, così come diverso l’essere stati al mondo. Consideravo il mite uomo che oggi abbiamo accompagnato: operaio, appassionato di calcio, una famiglia unita, i suoi unici interessi. L’altro estroso, vulcanico, ironico, i suoi interessi, molteplici. Il primo con l’aspetto da vecchio, il secondo un vecchio bambino. Che cosa ti fa uomo, la vita, gli affetti, gli interessi? Cosa ti modifica l’esistenza, il sapere, il vivere diverso? Spesso mi chiedo quale sia ” qualitativamente ” buona, una vita semplice con pochi interessi oppure un incessante bisogno di sapere, di conoscere, di chiedersi perchè. Che alla fine si è uguali, di pari livella.

Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.