Il comune senso della bellezza ovvero se sei brutta non ti stuprano!

Abbiamo disimparato a stupirci, ormai da tempo, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che concorre a renderci consapevoli che c’è sempre da mettere in conto la variabile umana. I fatti: si celebra un processo per stupro,  qualche anno fa nelle Marche. La vittima una ragazza peruviana,  la parte avversa due connazionali il primo coinvolto di fatto, l’altro il palo. Condannati entrambi a qualche anno di prigione, si appellano alla sentenza. I tre magistrati       “ donne “ decidono che non c’è stato stupro perchè la vittima è troppo brutta e mascolina per non essere stata consenziente ad un rapporto sessuale con lo stupratore. La “ brutta “ decide di andare in cassazione e lì si accorgono che le tre magistrate devono aver creduto di partecipare ad un concorso di bellezza piuttosto che ad un processo per stupro. Viene dunque da porsi una sola domanda, perchè? Perchè tre donne che dovrebbero tutelare un’altra donna prima di ogni altra considerazione, decidono invece di denigrarla? Forse convinte dell’essere investite dal ruolo di magistrate “ dure e pure “ decidono di far trionfare una giustizia di stampo maschilista? Oppure a vario titolo imparentate con i condannati decidono di graziarli? – perchè solo una mamma, una zia e una sorella potrebbero essere in grado di giustificare l’ingiustificabile con un “ tanto è brutta! “! La mente dell’uomo è assai complessa e tortuosa nei ragionamenti, quella della donna evidentemente di più. Non c’è da indirizzare che un solo pensiero alle tre delle Marche, vergognatevi!

Sarà capitato anche a voi

La prima volta fu l’amico di famiglia che doviziosamente ritenne di poter dire a una ragazzina, appena dodicenne, quanto interessante fosse un corpo acerbo appena sbocciato e quanto quel corpo facesse breccia nei suoi pensieri di adulto sporcaccione. La volta successiva fu il Cos’è?!? della compagna di classe a distoglierci dallo svagato camminare verso la fermata dell’autobus. Ad attenderci un orco solitario munito di un giornale con il quale copriva quello che poi scopriva al sopraggiungere di quel gruppo vociante di ragazzine al primo anno della scuola superiore, appena più grandi, ma ancora assurdamente impreparate a metabolizzare uno schifoso esibizionista. Poi furono le mani dello zio che agguantavano quel che capitava, quando nessuno vedeva, interesse maniacale applicato in maniera seriale a tutte le nipotine. E ancora sconosciuti  che abbordavano per strada con un Dobbiamo conoscerci! dove la conoscenza non comprendeva un urbano scambio di generalità, ma un passaggio diretto ad un approccio decisamente biblico. In molti si sono sentiti in dovere di dire la loro a proposito di una tale parte del corpo che avevano di fronte, piuttosto che su un’altra, esprimendo la loro preziosa opinione, generosi valutatori di carne, neanche se avessero a che fare con una mucca al pascolo invece che con una ragazza. Il più romantico, incrociando per strada la ignara suscitatrice di pensieri bucolici, espresse un Come ti vorrei sognare! tutta la sua voglia di conoscenza diretta. Interrompo l’elenco perché queste sono le storie che ricordo meglio, le altre le ho dimenticate, oppure ho voluto dimenticarle. Queste storie hanno permesso che potessi vergognarmene, come se la capacità di provare imbarazzo e disagio e timore, fosse una mia preoccupazione solitaria piuttosto che il contrario. Sono storie che allora non ho raccontato a nessuno, che a nessuno raccontavamo, perché non avremmo neppure saputo trovare le parole per raccontare gli atti e gli affronti, perché nessuna madre, donna, ti metteva in guardia da quello che gli uomini, certi uomini, facevano e dicevano. Le madri avrebbero dovuto raccontare il sesso per quello che era, qualcosa di positivo se supportato da conoscenza, rispetto e amore, una brutalità senza senso altrimenti. La mia forse è stata l’ultima generazione fornita di madri nemiche, ostili a loro volta verso se stesse oltre che per i loro attributi di femmine, inchiodate ad una condizione di subalterne a vita. Così siamo cresciute, nel bene e nel male di storie senza molte scelte, capitate sicuramente alle più di noi, ragazze prima, donne poi. E a sentire quello che succede le cose si ripetono sempre uguali, da una parte uomini avidi di sesso brutale, dall’altra donne che devono darsi delle possibilità. Se avessi avuto una figlia le avrei detto quello che andava detto. Ai miei figli racconto le mie storie e gli insegno il rispetto verso le persone e verso le donne. Credo di averne fatto degli uomini gentili.