Portavo una coscienza immacolata o dell’iniziazione amorosa

i ragazzi che si amanoFrancese, collega nell’anno di prova, nonostante abbia fatto il suo ingresso nella scuola, come insegnante a tempi indeterminato, alla verde età di quaranta e passa anni, è, come si dice in gergo, motivata. Le piace insegnare quello che sa e sa tanto e per non annoiare i ragazzi escogita sempre un qualcosa che leghi la lingua all’attuale – con il francese è un po’ più difficile, poiché l’anglofonia è imperante ma lei ci riesce, anche con l’aiuto di Maître Gims, maestro pure lui? chissà. Ma l’altra mattina, ah l’altra mattina, ha superato se stessa proponendo ai ragazzi, come compito in classe una poesia di Jaques Prevert. E cosa poteva proporre, lei animo gentile e romantico, a dei brufolosi preadolescenti preinnamorati precoci? La sempiterna “Les enfants qui s’aiment “, il loro compito della mattina, da leggere, tradurre e spiegare nel questionario che Francese aveva preparato per loro. Testo francese alla mano dal lontano della mia memoria e della mia coscienza immacolata di allora, la coscienza di una ragazzina di dodici anni, ho declamato la poesia in italiano così come la conoscevo. I ragazzi mi hanno guardato, Francese mi ha guardato e i primi hanno aggiunto: ‘ssore’ la sa a memoria! Ma certo che conosco a memoria ” I ragazzi che si amano “!, ho aggiunto. Cosa credete che succeda ad una ragazzina quando si imbatte per la prima volta nella sua vita in versi liberi, senza punteggiatura, che raccontano senza enfasi e con purezza il primo amore, i baci dati, l’amore per l’amore? La sua coscienza immacolata impara e si libera e vola, con lo stupore per un racconto felice e sognante, la sua coscienza immacolata apprende che esiste qualcosa che va al di là del mondo infantile, esiste un mondo adulto dove c’è spazio per i sentimenti, dove l’apparente realtà si coniuga con la poesia dei versi e dei gesti. E così

I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte e i passanti che passano li segnano a dito…

Ecatombe geometrica

parallelepipedoDopo di due settimane di concionamenti poliedrici retti, storti, single, etero accoppiati, omo accoppiati e via geometrizzando, Matematica, qualche giorno fa, ha proclamato la giornata del compito in classe, per la presente. Sicché stamattina alla prima, entra in classe metà classe. E l’altra metà? si chiede quell’anima candida di Matematica. L’altrà metà ha pensato bene di auto sospendersi per il timore di rendere disastrata la già precaria situazione nelle sue materie.  Una serie di occhi supplici mi hanno guardata come non mai. A me, che mai sono stata brava in matematica, meno che mai in geometria, la logica propria dei problemi poliedrici mi galvanizza. Ma sono dovuta arrivare a quest’età per accettare la verità del ragionamento fine a se stesso – che poi sapere quanto pesano in totale due solidi di forma oblunga, uniti per base e faccia laterale, mica ti cambia la vita, ma per niente proprio!  A cosa può servire la bizzarria di un problema di geometria, nella vita di tutti i giorni, i miei alunni devono ancora capirlo. Vai a dar loro torto! Vicino al patatoso gli reggevo il moccolo, perché lui almeno, per quello che gli competeva, sapeva e pure bene! Intanto l’altra mia vicina di banco mi ha passato il foglio delle tracce: Il quattro si fa così? Riferimento quarto parallelepipedo neanche sbilenco. E che ci vuole? Le ho suggerito la dritta. E che ci vuole?!? Mi ha detto lei. Lei è una prof. Ha aggiunto. Che logicamente è un assioma che non dovrebbe fare una virgola, sennonché mica son tutte capaci le prof del mondo, ho pensato io. Ci sono quelle che rimangono ancorate all’idea che certe cose è meglio non saperle, tanto mica ti cambiano la vita! Alla fine, come Napoleone dopo la sconfitta di Waterloo, ho raccolto i pezzi dei poliedri cascati nel frattempo dai cervellotti dei fanciulli. E pure un pettegolezzo: S. vicino costretto di M. – i due si spacciano per emo – ha riferito ad una delle due A. e a G. e qualcun altro che non sopporta più M. Troppo isterica! Il suo lapidario giudizio, ma continua a stare con lei nello stesso banco e ad uscire con lei, e tutto con lei. Un classico esempio di Sindrome di Stoccolma? Ai posteri l’arduo e geometrico ragionamento!

Sordo o sonoro?

Stamani Italiano mi fa: < Facciamo compito in classe – grazie eh, avvertire il giorno prima fa schifo ai cani morti! 👿 – Puoi dare una mano a G.? > In quel momento stavo guadagnando le scale per andare da D. l’altro alunno sotto la mia ” giurisdizione “. Le rispondo che vedo quel che posso fare. D. accetta volentieri di andare in laboratorio con G. perchè così può anche lui aiutarla nello svolgere il compito – D. è un cavaliere nato! Recupero G., la paciocchina distrattina, e andiamo. Il primo foglio contiene un test di comprensione; G. se la cava con sufficiente autonomia. Il secondo, invece, riporta diversi esercizi di grammatica. Italiano ha iniziato con la grammatica basilare fatta di dittonghi, trittonghi, fonemi e grafemi. Regole fondamentali dello scrivere in un buon italiano, ma gli esercizi vertevano sul suono sonoro e sordo delle consonanti riportate in neretto. G. mi ha guardata e ha detto: Prof, ma io non so distinguere chi è sordo da chi suona! Non ho saputo darle torto 😀 Abbiamo deciso di vivere ignorando i sordi e i sonori. E poi, come disse Lucy Van Pelt: Da grande farò la dama dell’alta società, e noi dame dell’alta società non siamo tenute a sapere di sordi e di sonori!