Pensieri senza risposte

11649851-tete-pleine-d-39-ideesStamani ho condiviso per un po’ il tempo di Italiano, mentre entrambi eravamo diretti alle nostre aule. Con la faccia stravolta mi dice: Non riesco più a dormire, di notte. Lo guardo immaginando chissà quale problema personale, poi lui aggiunge spiegando: Da quando hanno ucciso quelle persone a Parigi, non dormo più. Penso a quello che potrebbe succedere qui, ogni mattina, con tutti i nostri alunni davanti alla scuola, tutti insieme inermi, un muro unico di carne da macello… Gli dico che anch’io ho pensato e penso la stessa cosa da tempo, che ogni tanto qui, in casa, ce lo diciamo : Pensa alla facilità con la quale si può entrare in un ospedale dei nostri, pensa alla mia scuola aperta sempre, spesso senza nessuno a vigilare gli ingressi, pensa. Vuole essere, in quel momento in cui glielo dico, una sorta di consolazione, il compensare la sua ansia con la mia, mal comune mezzo gaudio. Ma così non è, non può essere. Ho letto nei giorni passati, di tutto. Tante parole, tantissime analisi, le condanne civili e quelle incivili, l’ironia facile di foto che mettono in evidenza i caratteri esteriori di popoli diversi anni luce. E proprio questa, sostanzialmente, io penso che sia la differenza, la differente forma o grado di civiltà che sorregge le menti e modella le azioni. Da una parte l’irrazionalità di modelli che si rifanno ad un mondo arcaico dove tutte le barbarie sono ammesse, senza remore. Dall’altra modelli che spesso sono pari grado incivili per forma ed esteriorità, ma che si spera sorretti da un limite oltre il quale c’è il pensiero razionale di una persona. Condannabili entrambi, fortemente, e che non possono portare nulla di buono, nella condizione di una normale tranquillità, elemento che allo stato attuale mi pare non ci sia. Ho sentito anche assimilare il terrorismo delle Brigate Rosse a quello del califfato – l’Italia dovrebbe essere esperta nel contrastare forme di terrorismo, visto che ha già vissuto l’esperienza negli anni ’70… dovrebbe. Se penso per un momento a quelli che sono stati gli anni di piombo, le azioni delle B.R. mi sembrano, confrontate agli atti di oggi azioni da educande. Solo le stragi, piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus e la stazione di Bologna sono paragonabili per numero di persone morte a quelle che questi dissennati vanno compiendo, con la differente e sostanziale modalità dell’ operare, quelle d’allora quasi asettiche, nell’esplosione di una bomba, e ancora oggi senza un reale responsabile, quelle di oggi compiute da esaltati e fanatici, intrisi di odio e violenza, morti viventi loro stessi, verso i morti prossimi alla morte che a sangue freddo ammazzano con il piglio del serial killer, persone alle quali guardare in faccia il ” nemico ” non fa assolutamente nessun effetto. Ecco qui, la differenza. La crudeltà, il guardare in faccia il nemico che stiamo per abbattere ce lo siamo lasciato alla spalle da tempo. Preferiamo il razzo o la bomba, che ci permettono l’asetticità del gesto preciso e misurato. Che quell’ordigno vada poi a cadere su bambini, donne e vecchi, non è colpa nostra, ma delle circostanze, delle guerre a cui siamo condannati per peccato primordiale. E penso allo stesso tempo, penso razionalmente, a come sarebbe se il mondo occidentale stesse a guardare, senza interferire in nessun modo, penso a come sarebbero quei territori dove sono tornati a scorrazzare come millenni fa, gruppi etnici diversi, sottocategorie di bande armate agli ordini di califfi, capi tribù e nomadi del deserto. Penso a quei bambini e donne e vecchi che non appartengono all’una o all’altra parte, che fuggono dall’orrore, dal non dover guardare in faccia il proprio carnefice nel momento in cui cala l’arma su di loro. E penso ai nostri figli, ai nostri alunni, a tutti quelli che inermi subiscono la violenza in qualsiasi parte del mondo, camuffata da guerra santa. Penso e mi faccio domande alle quali non so dare nessuna risposta.

Il circo a tre piste della retorica ( l’altra faccia della medaglia )

titoloL’esperienza di questo blog mi ha insegnato che nei momenti di periodica isteria collettiva, versioni moderne degli antichi pogrom, non è saggio provare a ragionare ad alta voce, perché si rischia di prendersi in faccia gli stracci che volano. Ho dunque atteso laicamente che il mondo cristiano mostrasse nei fatti la sua superiorità su quello islamico, e potesse finalmente riposarsi dopo aver compiuto la propria vendetta, liberamente ispirata al precetto evangelico del “porgere l’altra guancia”.

Delle tante retoriche che ho sentito cantare in coro in questi giorni, la più farisaica mi sembra essere quella condensata ieri sera da Lucia Annunziata nel titolo del suo ultimo post: Prendere atto della Terza Guerra Mondiale. Il fatto che “papa Bergoglio anche su questo tema sembra aver anticipato tutte le élite intellettuali” è già motivo di forte sospetto, vista la spiccata attitudine del pontefice a impersonare la parte del retore populista.

Ma la dimostrazione dell’assunto è una vera perla. Scrive infatti l’Annunziata: “Negare di essere parte di un conflitto è una ipocrisia bella e buona – dal 2001 siamo in guerra permanente. Abbiamo, come Europa, combattuto in Afghanistan, e in Iraq, in Siria, in Libano e in Africa. In questo momento l’Italia porta sulle spalle l’intervento in Libia, altra nazione che ha avuto grande parte in almeno un capitolo della Terza Guerra Mondiale, e quello in Siria. Che questi interventi militari siano stati sempre limitati o seminascosti dalla nostra classe politica non ne ha certo cambiato natura”.

Peccato che tutti quegli interventi siano stati unilaterali, da parte dell’Occidente, e costituiscano in realtà la Terza Fase del Colonialismo, dopo la conquista delle Americhe nel Cinquecento, e dell’Africa e dell’Oriente nell’Ottocento. Alla fine del Novecento, con la caduta del muro di Berlino, si era brevemente cantato il mantra della fine della storia, riponendo le speranze nel “colonialismo dal volto umano” della globalizzazione, ma evidentemente è nella natura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che gli sfruttati non accettino di buon grado di esserlo, e finiscano per odiare gli sfruttatori armati fino ai denti, a volte tirandolo loro qualche pietre, come Davide contro Golia.

Ed ecco allora la seconda retorica del terrorismo, che come tutti sanno si distingue dalla guerra per il semplice fatto che colpisce poche vittime, isolate e riconoscibili, invece che intere popolazioni, disperse e anonime. Questa volta, poi, il terrorismo ha colpito addirittura dei giornalisti, provocando una comprensibile reazione di emotività corporativa: la stessa che fa titolare i giornali a piena pagina quando muore un nostro inviato al fronte, relegando le centinaia o migliaia di morti altrui a corollari della cronaca. Come ha insegnato McLuhan, il medium è il messaggio: cioè, in questo e in troppi altri casi, il giornalista è la notizia.

E qui arriviamo alla terza retorica, quella della libertà di stampa, e nella fattispecie di satira. A leggere i giornali e a guardare i telegiornali, sembrerebbe che i paesi occidentali siano Eden in cui ciascuno può dire liberamente ciò che vuole, e contro chi vuole. Ma ci si dimentica di una lunga lista di episodi che mostrano l’esatto contrario. D’altronde, anche nell’Eden biblico la libertà non era che un simulacro, come dimostrarono gli eventi di repressione divina narrati nel Genesi.

Per fare degli esempi a caso, in Italia nel 1975 furono ritirate dalle edicole tutte le copie del numero de L’Espresso recante in copertina una donna incinta messa in croce. Nel 1976 la Corte di Cassazione ordinò il rogo di tutte le copie dell’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nel 2005 le imitazioni di Maurizio Crozza della coppia da Uccelli di rovo formata dal nuovo papa Benedetto XVI e dal suo bel segretario padre Georg furono messe a tacere. Nel 2007 il programma Decameron di Daniele Luttazzi fu cancellato, proprio alla puntata che doveva parlare della nuova enciclica del Papa.

La Francia illuminista, da questo punto di vista, sta forse meglio dell’Italia papista. Ma ha pure essa i suoi buoni cristiani fanatici e terroristi: ad esempio, quelli che nel 1988 bruciarono i cinema in cui si proiettava L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, provocando un morto e vari feriti.

Il fatto è che la libertà è dovunque a senso unico. Da noi si può, e anzi si deve, mettere alla berlina l’islam. Ma non si può, e non si deve, mettere alla berlina l’ebraismo o il cristianesimo. Entrambe le cose sono politicamente corrette, e si acclama la comicità di Charlie Hebdo, che provoca l’islam e fa incazzare i fondamentalisti, allo stesso modo e allo stesso tempo in cui si acclama la comicità embedded di Roberto Benigni, che predica i Dieci Comandamenti e riceve il plauso del Papa.

Tutto questo puzza di farisaico, appunto. Saremo veramente liberi solo quando potremo sputare equamente non solo su Maometto e il Corano, ma anche su Mosè e Gesù e sulla Bibbia. Charlie Hebdo lo faceva, almeno in parte, ma noi no. E allora finiamola di crederci diversi e superiori agli islamici, perché siamo solo l’altra faccia della loro stessa medaglia: quella del monoteismo mediorientale, che “infiniti addusse lutti” all’Europa, e altrettanti continuerà ad addurne. Fino a quando ce ne liberemo, appunto.

ps. A proposito dell’ultima frase, vedi la precisazione contenuta nel commento linkato qui.

( Piergiorgio Odifreddi – Il non senso della vita 2.0 blog )