Chi ha tempo non aspetti tempo – ché non si sa mai!

Ieri mattina leggevo questa riflessione di Natascha Lusenti sul sito FB di Caterpillaram:

Questa mattina mi sono svegliata
19 novembre

Questa mattina mi sono svegliata e mi sono chiesta quanto tempo ho a disposizione. Sabato ero a Faenza, a Enologica, un appuntamento fisso da qualche anno. Mentre presentavo la degustazione di un cuoco, qualcuno mi ha detto che la sera prima il proprietario di una delle migliore osterie della città è morto. Aveva 45 anni e aveva appena salutato gli amici con cui aveva mangiato e bevuto. Il giorno dopo ho letto sul giornale che il francese che molti chiamavano “il biondo” e che si era fatto un nome scalando le rocce a mani nude è morto a 52 anni cadendo dalle scale di casa. Allora ho ripensato all’intervista alla scrittrice e regista iraniana Marjane Satrapi. Dice che non farà mai più un film di animazione come Persepolis, tratto dal suo fumetto. Non lo farà più perché è troppo faticoso e porta via troppo tempo e lei, ha detto, ha cinquant’anni e se tutto va bene potrà dedicarsi ad altri dieci progetti, non di più. Mi è venuta in mente anche l’intervista a Robert De Niro che ho letto sul New York Times. Anche lui faceva il conto dei film che gli restano da fare. Insciallah, come dicono gli arabi. Cioè, se Dio vuole. Lo scrittore americano Philip Roth, invece, a 80 anni ha deciso di ritirarsi e per ricordarlo a se stesso ha appiccicato al computer un biglietto con scritto “La lotta con la scrittura è terminata”. Mi sono chiesta a che età cominciamo a dare valore al tempo e a essere capaci di scegliere le nostre battaglie e a riconoscere quando è il momento di abbandonarle. E mi sono detta che dovremmo insegnare ai bambini a farlo il prima possibile.

Non ci si pensa mai al tempo che passa – o quasi mai! – se non in occasione dei compleanni. Allora ti accorgi di averlo perso quel tempo che poteva servirti a fare qualcosa, a realizzare un sogno, un progetto, per fare un viaggio, per avere un figlio, per avere un amore duraturo o per stare a guardare solamente il cielo e le nuvole che sarebbero passate. 

De profundis

Eri un così giovine e aitante – nemmeno tanti anni fa! Con trepidazione aspettammo il momento in cui entrasti in casa, lucido e azzimato, odoroso di nuovo. Che bello era vederti, sfiorarti appena con le dita, ammirare la capacità che avevi nell’eseguire ciò che ti veniva chiesto Ci fu allora un episodio increscioso che ci privò della tua presenza per qualche mese. Ritornato a casa riprendesti una vita piena e attiva, vivacizzata dalla presenza dei tuoi assidui mentori. Con il passare del tempo, tuttavia, cominciò l’evidenza dei fatti dettata dal logoramento di un sistema che aveva i suoi lati fallaci. Venne inaugurata allora la stagione degli zeri. Nello scrivere mostravi strani caratteri che emergevano dall’allineamento delle altre lettere, oppure erano le o accentate che davano al tuo parlare una cadenza d’oltralpe. Quanti ricordi, vero? Ti soccorremmo in quel frangente con uno strumento suppletivo che ti permise di continuare il tuo onorevole lavoro quotidiano – o quasi. Ma il tempo, ah tempo matrigno! ti ha reso stanco e lento, ormai al capolinea. Stai per esalare l’ultimo respiro, l’ultimo nemico il caldo torrido di questi giorni. Riposa in pace vecchio piccì, amico dei giorni più lieti! Non fiori, ma opere di tecnologia!  😀

Un filo d’olio

Poche parole nel titolo, il segno evocativo del cucinare, il fluido filo conduttore che da un passato lontano conduce ad un presente dove ancora rimane il gesto antico di dispensare la vita degli avi, le esperienze vissute, le emozioni, il gusto del cibo semplice, dei gesti semplici. Sto leggendo il bel libro di Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio. Un libro di memorie, prima d’altro, poi di ricette casalinghe, tramandate di madre in figlia. Mi incantano i racconti d’altri tempi, ne percepisco il mondo, gli odori. Di quel mondo conosco i colori e le storie, per averli vissuti in modo diverso, ma eguale. Per quanto non l’abbia ancora terminato ve ne consiglio la lettura; è come guardare una fotografia ingiallita dal tempo.