Bombe su bombe

stop warLe guerre sono indecenti. Aborro la guerra e lo stato di pace che vive l’occidente, mercante di armi e dunque di guerre, ai danni dei paesi altri, genericamente chiamati Terzo mondo o Medio Oriente o un luogo qualsiasi del mondo dove la guerra c’è ed è evidentissima. Dunque le guerre ci sono per ragioni che possono comprendere solo chi le subisce oppure, forse, nemmeno i coinvolti. Nuovamente a Gaza, nella striscia di Gaza, territorio risicatissimo dove si barcamenano i palestinesi, è guerra. Nuovamente Gaza è bombardata da Israele. Nuovamente Gaza manda razzi su Israele. Allora, mi chiedo, come può essere che in una striscia di terra dove praticamente tutti vivono confinati, possano entrare armi e razzi e tutto quello di cui Hamas ha bisogno per fronteggiare gli ” usurpatori “? Certo, la questione non può essere ridotta ad una semplice domanda, e gli interessi politici di tutti coloro che sono coinvolti sono così tanti e di così lunga data, da non avere più speranza di vederne la fine. Leggo su un libro che hanno usato i miei alunni in quest’ultimo anno, un testo che tratta temi di attualità, l’ingarbugliata storia della nascita di Israele e della Palestina. Una contesa sulla quale hanno giocato e continuano a giocarsela, arabi e occidentali, Giordania ed egiziani. Una indecenza per tutte quelle persone, bambini e donne inermi, che muoiono sotto le bombe. Si perpetra l’odio e la guerra per governare le guerre stesse e gli interessi economici. Un anziano di Gaza, intervistato l’altro giorno da Maria Cuffaro del Tg3, dichiarava di volere la pace, ” ma il sangue chiama altro sangue ” concludeva. Parole che si ripetono sempre uguali dalla notte più buia dei tempi.

Aggiungo una riflessione appena letta su ” Internazionale ” a firma di Gideon Levy sulla guerra in corso, scritta per il quotidiano israeliano “Haaretz”.

In seguito al rapimento e all’uccisione di tre ragazzi israeliani nei Territori occupati, Israele ha arrestato in maniera indiscriminata circa cinquecento palestinesi, tra cui alcuni parlamentari e decine di ex detenuti già scarcerati che non avevano alcun legame con il sequestro. L’esercito israeliano ha seminato il terrore in tutta la Cisgiordania con retate e arresti di massa allo scopo dichiarato di “schiacciare Hamas”.
Su internet ha imperversato una campagna razzista in seguito alla quale un adolescente palestinese è stato bruciato vivo. Tutto questo dopo che Israele aveva intrapreso un’offensiva contro il tentativo di creare un governo di unità palestinese che il mondo era pronto a riconoscere, aveva violato l’impegno a scarcerare dei detenuti, aveva congelato la via diplomatica e aveva rifiutato di proporre un piano alternativo per continuare il dialogo.
Pensavamo davvero che i palestinesi avrebbero accettato tutto questo in modo remissivo, obbediente e calmo, e che nelle città israeliane avrebbero continuato a regnare la pace e la tranquillità?
Cosa credevamo, noi israeliani? Che Gaza sarebbe vissuta per sempre all’ombra dell’arbitrio di Israele (e dell’Egitto), alternando momenti di lieve allentamento delle restrizioni imposte ai suoi abitanti a momenti di penoso inasprimento? Che il carcere più vasto del mondo sarebbe continuato a essere un carcere? Che centinaia di migliaia di residenti a Gaza sarebbero rimasti tagliati fuori per sempre? Che sarebbero state bloccate le esportazioni e decretate limitazioni alla pesca? Ma di cosa deve vivere un milione e mezzo di persone? Qualcuno sa spiegare perché prosegue il blocco, benché parziale, di Gaza? Qualcuno sa spiegare perché del suo futuro non si discute mai? Credevamo davvero che tutto sarebbe andato avanti come prima e che Gaza l’avrebbe accettato passivamente? Chiunque lo abbia creduto è stato vittima di un pericoloso delirio, e adesso il prezzo lo stiamo pagando tutti.
Però, per favore, non mostratevi stupiti. Non ricominciate a gridare che i palestinesi fanno piovere missili sulle città israeliane senza motivo: certi lussi non sono più ammissibili. Il terrore che provano adesso i cittadini israeliani non è più grande del terrore che hanno provato le centinaia di migliaia di palestinesi vissuti per settimane nell’attesa che nel bel mezzo della notte i soldati gli sfondassero le porte e gli invadessero le case per perquisire, smantellare, distruggere, umiliare e poi magari portarsi via un membro della famiglia.
La paura che stiamo vivendo noi israeliani non è più grande di quella vissuta dai bambini e dagli adolescenti palestinesi, alcuni dei quali sono stati uccisi inutilmente in queste ultime settimane dall’esercito d’Israele. La trepidazione che provano gli israeliani è sicuramente minore di quella che provano gli abitanti di Gaza, che non hanno allarmi rossi né rifugi né un sistema antimissile come Iron dome che li salvi, ma soltanto centinaia di terrificanti incursioni dell’aviazione militare israeliana che si concludono con la devastazione e la morte di innocenti, compresi anziani, donne e bambini: ne sono già stati uccisi durante l’operazione in corso, come durante tutte quelle che l’hanno preceduta.
Quest’operazione ha già un nome puerile, Protective edge, Margine di protezione. Ma l’operazione Protective edge è cominciata e si concluderà come tutte le precedenti, cioè senza assicurarci né la protezione né il margine. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica israeliani esigono il sangue dei palestinesi e la loro distruzione, e il centrosinistra è d’accordo, naturalmente, così come è sempre d’accordo all’inizio. Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate.
È vero che inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu ha reagito con moderazione, e per questo è stato debitamente elogiato, ma certo neanche lui poteva starsene fermo davanti ai missili sparati da Gaza. Comunque tutti sanno che Netanyahu non aveva alcun interesse a questo scontro.
Ma le cose stanno proprio così? Se davvero lo scontro non gli interessava, avrebbe dovuto perseguire seriamente delle trattative diplomatiche. Invece non l’ha fatto, quindi è chiaro che in realtà gli interessava eccome. Il suo quotidiano, Israel Hayom (“Israele oggi”), è uscito con titoli strillati: “Vai fino in fondo”. Ma Israele non raggiungerà mai il pazzesco “fondo” auspicato da Israel Hayom, e comunque non certo con la forza.
“Non c’è modo di sfuggire al castigo per ciò che sta succedendo qui da quasi cinquant’anni”, ha dichiarato lo scrittore David Grossman in occasione della Conferenza israeliana sulla pace, che si è aperta a Tel Aviv l’8 luglio. Queste parole sono state pronunciate solo poche ore prima che l’ultimo castigo nella lunga catena di delitti e castighi si abbattesse sui civili israeliani, così innocenti e senza colpa.
(Traduzione di Marina Astrologo)

Povertà va crescendo

Bambini a Gaza Bambini a Gaza 

Roma, 20-11-2012

Negli ultimi vent’anni sono stati raggiunti i livelli massimi di disuguaglianza a discapito dei bambini piu’ poveri. E’ quanto denuncia il nuovo rapporto ”Nati Uguali” di Save the Children diffuso in occasione della Giornata Mondiale per l’Infanzia. Una condizione che influisce drammaticamente sulla loro salute, la loro educazione e le possibilita’ di sopravvivenza, esponendoli maggiormente alle malattie, al ritardo fisico o mentale, e all’abbandono scolastico. 

 Secondo il nuovo rapporto dell’Organizzazione, spiega una nota di Save the Children, che raccoglie i dati relativi a 32 paesi, il gap tra i bambini poveri e quelli ricchi a livello globale e’ cresciuto del 35% rispetto al 1990, un aumento doppio rispetto a quello riscontrato per gli adulti, con la conseguenza che in alcuni paesi la mortalita’ infantile sotto i 5 anni per i bambini poveri e’ doppia rispetto a quella dei piu’ ricchi. 

 In linea generale, il rapporto dimostra che i bambini che nascono con maggiori possibilita’ economiche hanno 35 volte le possibilita’ di accedere alle risorse rispetto a quelli piu’ poveri e questo riguarda ad esempio l’accesso all’educazione, alle cure sanitarie, ma anche una minore possibilita’ di dover lavorare in tenera eta’. 

In alcuni paesi la distanza tra bambini ricchi e poveri negli ultimi vent’anni e’ quasi triplicata, come nel caso del Peru’ dove e’ aumentata del 179%. Gli altri paesi meno virtuosi sono Bolivia (+170%), Colombia (+87%), Camerun (+84%) e Ghana (+78%). ”I bambini sono i piu’ colpiti da una distanza che continua a crescere inesorabilmente tra chi ha e chi non ha. La disuguaglianza va combattuta senza tregua se vogliamo dare a tutti i bambini la stessa possibilita’ di vita e di sviluppo, perche’ possano beneficiare degli enormi passi fatti dal progresso a livello globale,” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.

 I bambini in Medio Oriente

I bambini morti, feriti o traumatizzati a causa del conflitto israelo-palestinese, da ambo le parti, ”sono gia’ troppi” e Save the Children chiede a tutte le parti coinvolte di ”adoperarsi per l’immediata risoluzione del conflitto”. ”E’ a questi bambini e a tutti quelli che in questi anni hanno perso la vita e sono stati traumatizzati dalle continue violenze in questi territori e a tutti i bambini che vivono in aree in conflitto o post conflitto, immaginiamo la Siria, che va il nostro pensiero oggi, Giornata Mondiale dell’Infanzia. 

Ed e’ proprio a loro che Save the Children Italia vuole dedicare questa giornata, come simbolo di un’infanzia che continua ad essere negata e drammaticamente segnata”, ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. Le famiglie della striscia di Gaza che abitualmente gia’ vivono in condizioni difficili, stanno esaurendo il cibo e l’acqua, gli ospedali stanno finendo i rifornimenti e piu’ di 1 milione e 700.000 persone – di cui la meta’ bambini – sono intrappolate nelle proprie case da giorni, con la corrente interrotta fino a 18 ore al giorno. 

 ”I bambini, che sono la meta’ della popolazione di Gaza, stanno vivendo momenti terribili e in costante pericolo – afferma Osama Damo, uno degli operatori di Save the Children a Gaza – La maggior parte delle famiglie e’ barricata in casa da giorni, senza la possibilita’ di uscire per procurarsi lo stretto necessario. A Gaza, gia’ tantissimi bambini sono malnutriti e soffrono di anemia, l’impatto di questo ennesimo conflitto sulla loro salute puo’ essere devastante”.  ( dal sito di RaiNews 24 )

Le Giornate mondiali dell’Infanzia si avvicendano senza che, negli anni, ci sia un riscontro positivo, un minimo segnale che nelle parti del mondo dove noi non viviamo, ci sia un bambino – almeno uno! – che abbia finalmente la possibilità di essere sereno, con un tetto sulla testa, del cibo sulla sua tavola, di godere dell’amore di genitori che non abbiano la necessità di venderlo come schiavo. Passerà anche questo giorno e verrà il tempo per un’altra Giornata Mondiale dell’Infanzia, senza che le parole fame e povertà possano scomparire  dal vocabolario dei giornali, dei notiziari; parole statiche solo nel vocabolario dei bambini che ne ignorano probabilmente il significato, ma ne subiscono concretamente le conseguenze.  

( Segnalo una iniziativa che non conoscevo, ma che trovo davvero simpatica. Su suggerimento dell’amica Maggie May be ho mutato il mio gravatar abituale con l’immagine di Patty Piperita, il mio personaggio dei fumetti preferito. Sarò così per tutta la settimana. Serve a ricordarmi dei bambini che vivono in condizioni terribili, non solo oggi, ma sempre )

Piccoli occhi di cerbiatti

” Certo ” dicono i bimbi, ” può avvenire che noi moriamo innanzi al nostro tempo… ( Elizabeth Barrett Browning – Il Lamento dei Bambini ) 

Condizione odiosa e presente la morte dei piccoli oggi, e nei giorni passati, nella striscia di  Gaza. Condizione indotta e non voluta, che si perpetua in un oltraggio successivo per mano degli adulti, padri che sbandierano i piccoli corpi in una esibizione oscena e raccapricciante. Chè la pace per quegli occhi di cerbiatti, smarriti e paurosi, arrivata con la deflagrazione di un razzo, la pace per quegli occhi adesso chiusi per sempre, non  serve da monito a cessare una guerra perpetua e insensata, alimentata da un odio viscoso che non porterà mai da nessuna parte. E quegli occhi chiusi di piccoli già adulti, i corpi sballottati nella folla berciante, avvolti in bandiere, bandiere loro stessi, sono un pugno allo stomaco, un’immagine cruda e violenta più della guerra stessa. La voglia, il bisogno di urlare ” Smettetela! ” è forte. Sarebbe un urlo di madre, viscerale e profondo, che parte dal fondo dove la vita ha inizio, dove, in altre madri, ha avuto inizio la vita di quegli occhi dolci, chiusi per sempre.