Il muro del pianto

Ve be’ che siamo defilati rispetto al resto della strada, che l’ingresso di casa mia offre un comodo paravento per occhi indiscreti, fatto sta che da qualche tempo assistiamo a scene che manco nel melodramma! Quasi ogni sera una giovane coppia ha modo di litigare oppure di recidere ogni tipo di contratto – e di contatto! – con pianto o dell’uno o dell’altra come da copione che si rispetti. E non ci si limita al pianto, spesso si passa all’invettiva: Qualche tempo fa all’accorato: Marilù, non mi lasciare, non fare la pazza! è seguito un: Vaffa’ altrettanto accorato! 😀 Bene, oggi pomeriggio dall’alto leggevo questo

vorrà dire qualcosa? 😀

Flussi

Pensavo ieri, viaggiando, che la strada con il suo flusso di auto dirette in direzioni parallelamente opposte, è come una facile metafora; rappresenta, nell’immagine vivida che offre, di suoni e rumori e odori, il flusso di pensieri che appartengono al viaggio, all’allontanamento. Non guidavo, no, avevo il piacere di essere svagata. Così i pensieri in flusso continuo sono andati e tornati. A volte un semaforo mentale ha interroto lo scorrere e ha preso piega l’idea, il pensiero concreto. Un piccolo incidente, un lieve tamponamento ha obbligato al nodo più ingarbugliato, all’avvicendarsi di quelle preoccupazioni pensate, così simili ai pensieri di ognuno – non che abbia mai avuto la velleità di pensare dei pensieri speciali!  Così si è concretizzata la paura dell’immateriale, il pensiero è andato al terremoto, alle persone prive di ogni cosa, soprattutto di certezze. E nell’andare sulla strada, su quella strada. ho pensato all’amica che quella strada la percorre ogni giorno, l’ho immaginata, a volte di buon umore, altre volte stanca, pensante anche lei, con un flusso che corre in avanti, senza fermarsi – il rientro a casa, la cena, l’anticipo del domani, senza nemmeno aver finito l’oggi! Flussi immateriali di pensieri e concreti di auto, insieme, sulla strada.

Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna. Hare Hare…

Un lampo arancione ha catturato i miei occhi stamattina. Sul marciapiedi opposto un  Arancione chiedeva informazioni ad un passante. Un Arancione, a Trani?! Se c’è qualcosa che funziona come fattibile macchina del tempo a buon mercato, quella è sicuramente la memoria. Mi sono trovata a canticchiare in automatico Hare Krishna… e via mantreggiando. Nei miei anni fiorentini ho visto per strada Bambini di Dio, Hare Krishna, Arancioni. Tutti pittoreschi, tutti in gruppo, con cimbali, sandaletti, palandrane e tamburelli. Regalavano sorrisi e mantra, ma se rivolgevi loro la parola era la fine. Il senso del loro stare per strada era quello del proselitismo, ma di quello duro e puro. Mi imbattevo in un gruppo di Bambini di Dio tutte le mattine nel sottopassaggio della stazione; dopo le prime insistenze facemmo amicizia: Giuseppe, americano della California, parlava un italiano paperinesco. Rinunciò a farmi diventare una bambina – d’altra parte ero poco più che una bambina, non ci sarebbe voluto molto! 😀 – e faceva pratica riflessa di vita studentesca. Hare Krishna, Hare Krishna