Chissà dove sei

Francesco+De+Gregori+fdegregoriTi ricordi? Avevamo l’ellepì con l’agnello di Dio registrato su una musicassetta che mandavamo a ripetizione. Le avevamo imparate a memoria, alla fine, le parole delle canzoni snocciolate come un rosario, cantavamo nella notte noi due sole, a volte mano nella mano, per dirci ci sono stai tranquilla. Ci credevamo donne fatte, ma eravamo poco più che ragazze, io studentessa tu baby sitter. Fumavi Rothmans l’avei imparato a Londra e a volte mi dicevi prova, almeno una volta. E provavo senza provare per questo un particolare interesse. Siamo state davvero inseparabili per tre anni. Chi ci inviatava ad uscire si ritrovava immancabilmente con due invece che una ed era un bell’impiccio se le mire erano altre – come quasi sempre capitava. Il nostro parlare era iniziato con un tuo mal di denti, due sconosciute buttate in una stanza dove occupavamo ognuna il posto letto che avevamo affittato. Tu quel giorno non sapevi che mi avresti trovata e neppure era nei nostri piani quel legame profondo che ci ha tenute insieme. Ho iniziato a farti domande, per distrarre il tuo fastidio. Alla fine non sentivi più nulla e ti sembrava strano che ti avessi curata a base di chiacchiere. E poi le prime uscite, quella volta che perdesti a piazza della Signoria cinquecento lire – una cifra per noi! – tutto per stare alle costole di due americani bellocci, ma timidi. E quanti improperi si sono beccati i due, alla fine! E Tobia, il gatto bianco preso alla protezione animali, con un occhio verde e quell’altro celeste, sordo, che amava rosicchiare i miei libri e schizzare il tuo letto. Poi lo portammo a casa tua, in montagna. Ma non durò più di tanto perché, sordo com’era fu investito, povero. E i tuoi genitori, carissimi e gentili, e la zia Cate’ antifascista e il ciabattino fascista che litigavano di continuo. E le nevicate fitte fitte, in inverno, nei fine settimana dai tuoi. Poi d’estate eri qui, passavamo le giornate a ridere e tu a provare cibi che scartavi a priori, ma che assaggiati una sola volta poi mangiavi con gusto. Infine senza più lavoro sei tornata a casa. Ti sei sposata a settembre, al termine dei miei anni di studio, incinta della tua unica figlia. Com’è che ci siamo perse, com’è? Non so se hai mai provato rancore nei miei confronti per essermene andata, per aver fatto ritorno anch’io a casa. Ma non c’è stato tempo in cui abbia perso la tua memoria, non c’è stata stagione in cui non abbia pronunciato il tuo nome. Tu sei stata il mio contraltare, la mia prima sorella. Ho visto le foto che tua figlia ha postato su facebook, tu con la tua nipotina e tuo marito. Sei tu, con più anni, come me. Non so se avrò mai il coraggio di dirti che sono ancora qui a scrivere di noi due. Chissà dove sei, perduta nei segni con la tua sigaretta come una matita e le tue speranze di vittoria, io ti ho accettata come una bella calligrafia, un biglietto da visita e due occhi diversi…