Con Bill de Blasio a New York, con Renato Accorinti a Messina ( da Micromega )

fascia-tricolore-sindacoRiporto integralmente l’articolo pubblicato oggi su Micromega di Pierfranco Pellizzetti. Parla di due sindaci, di quello che fanno e di quello che faranno.  Probabilmente le nostre città non hanno simili esempi al loro governo, e questo crea in noi molte delusioni e malumori. A pensarci bene il buon governo parte dalle cose piccole, le lotte nascono alle estremità. Oggi il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha detto ” Ieri in una seduta storica del Consiglio Comunale abbiamo approvato il Decentramento amministrativo, la riduzione delle circoscrizioni da 9 a 5 e il dimezzamento dei consiglieri circoscrizionali con un risparmio di spesa di diversi milioni di euro e, soprattutto, abbiamo riorganizzato la macchina del Comune per avvicinarla ai cittadini baresi. Questi passaggi concludono dieci anni di governo nella maniera migliore, con una maggioranza di centro-sinistra compatta, che ha fino in fondo dibattuto in maniera intensa e appassionata e che, con l’approvazione di questa delibera, parte verso le elezioni del 2014 nella maniera più forte e credibile.” A parte l’apologia tipica di chi è in campagna elettorale, è tanto difficile fare qualcosa per il bene collettivo? E’ così difficile, per un governo centrale, prendere esempio dagli atti virtuosi della periferia?

Il sindaco di Messina Renato Accorinti si presenta alla Festa delle Forze Armate in jeans e t-shirt con la scritta “Tibet libero”. Citando l’invito a “svuotare gli arsenali e colmare i granai” di quel pericoloso sovversivo che fu Sandro Pertini, poi srotolando una bandiera arcobaleno con la frase della nostra carta Costituzionale “l’Italia ripudia la guerra”, costringe alla fuga ben “due generali due” e riceve la reprimenda del ministro lettiano Gianpiero D’Alia: «una provocazione demenziale e inopportuna, il sindaco si scusi pubblicamente».

Semmai a scusarsi dovrebbe essere proprio il governo che, sotto l’alto patrocinio del nume tutelare del ceto partitocratrico Giorgio Napolitano, continua a gabellare come “indispensabile” l’acquisto dei caccia F-35; mentre irride i lavoratori con paghette di 14 euro.

Nel frattempo, il candidato sindaco di New York Bill de Blasio vola nei sondaggi proponendo di virare le riduzioni fiscali del suo predecessore, riservate a finanzieri di Wall Street e costruttori di torri di lusso, a investimenti in asili nido e case popolari.

Certo, per un vecchio borghese come il sottoscritto la tenuta sbulinata di Accorinti è un po’ irritante (il mancato rispetto delle forme mi sembra una corriva concessione allo “snobismo da sanculotto”); per l’europeo schizzinoso nei confronti di un certo melange politico-affaristico nordamericano, induce una qualche sospettosità apprendere che la lobby degli immobiliaristi ha deciso di appoggiare de Blasio.

Ma sono solo quisquilie. Quanto davvero conta è la ripresa di militanza urbana che questi personaggi riescono ad attivare.

Possiamo leggere le due vicende come un unico segnale a conferma delle tesi di quanti indicano le città come i luoghi in cui si può rifondare democrazia e civismo?

Nella crisi di politiche nazionali sempre più dipendenti dalle invenzioni manipolatorie dei creativi, che “vendono” i leader presunti carismatici come marchi riducendo la progettualità a ingannevoli trovate pubblicitarie e teatralità a scopo di raggiro, l’idea di ripartire dall’uscio di casa sembra l’unica scelta vincente a disposizione.

Ne ha scritto l’anno scorso il mio amico Manuel Castells (“Reti di indignazione e di speranza”) parlando del ruolo rivoluzionario di “idealisti pragmatici” che si riappropriano dei problemi nelle piccole dimensioni, visto che «la classe politica è diventata una casta capace di autoriprodursi, intenzionata a salvaguardare gli interessi dell’élite finanziaria e a preservare il proprio monopolio sullo Stato».

Ci ho provato io con un libricino uscito questa primavera. Torna ora sul tema un “pezzo da novanta” come David Harvey (“Città ribelli”): «il nostro principale compito politico consiste nell’immaginare e ricostruire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente». Del resto tutti i casi di rilancio che da un trentennio si realizzano in Europa – da Barcellona a Stoccarda, da Lione a Lisbona – sono a scartamento civico.

Ma anche in Italia è da un pezzo che si stressa questa idea; almeno a partire dal 1993: legge per l’elezione diretta del Primo Cittadino. Con una sfilza di delusioni conseguenti. Allora i Bassolino e i Rutelli, ora i De Magistris o i Pizzarotti (ed è in arrivo per novembre un’inchiesta di MicroMega sull’ultima infornata di cosiddetti “sindaci taumaturghi” che stanno sprofondando nelle sabbie mobili dell’inconcludenza). Se è così, perché allora dovremmo ritirare ancora fuori questa ricetta che ha solo fatto avvizzire tante speranze?

La ragione è che forse adesso stiamo capendo dove si era sbagliato: nella scelta delle persone, che – tutto sommato – appartenevano per mentalità al circuito dello star-system; di conseguenza, con forti condizionamenti da parte del proprio milieu (e questo vale anche per il sindaco anti-establishment e antipersonaggio di Parma, sottoposto a pesanti tutele già al momento di costituire la propria squadra).

Dove – invece – Accorinti potrebbe essere realmente diverso, tanto da costituire un precedente importante? In quanto il suo fortissimo radicamento nel territorio (e il disinteresse ad evaderne) gli impone una sola priorità e un solo vincolo: quelli con gli elettori (difatti ha rifiutato ogni apparentamento, Grillo compreso). Insomma, è un felice esempio di politica locale presa davvero sul serio, non svilita a trampolino di lancio per velleità carrieristiche nazionali. Forte di un’idea di città che nasce dalla conoscenza condivisa dei problemi da portare a progetto democratico. Mentre – ora lo si può dire – i presunti sindaci dei cittadini, balzati sulla scena fino ad oggi, erano in prevalenza invenzioni mediatiche.

Se trarremo insegnamento dalla lezione, forse si potranno avere in futuro dieci, cento vicende alla messinese; dalla parte dei cittadini.

Pierfranco Pellizzetti

(6 novembre 2013)

A ferro e fuoco

altan_violenza_bulli-510x580In qualsiasi situazione sociale, tendenzialmente, cerchiamo di ricreare il microcosmo al quale, per indole e pensiero, siamo estremamente attaccati. E’ così anche quando siamo nel chiuso di un salotto al cospetto di un gruppo sociale ristretto dove a prevalere è il pensiero comune – o se il pensiero di solo uno fosse divergente faremmo di tutto per contrastarlo. Ugualmente capita quando il gruppo è notevolmente più numeroso e, in quel momento, scatta l’estasi verbale dell’assembramento, quando tutte le voci gridano allo stesso modo e non esiste pensiero divergente se non nelle intenzioni – e magari neanche in quelle. Nel pomeriggio di ieri c’è stata un’assemblea dei genitori, a scuola, alla quale era stato invitato il sindaco. Niente che non vi abbia già detto: il tema di discussione era quello della sicurezza e della maleducazione di alcuni alunni. Nel corso degli ultimi mesi si sono infittiti i comportamenti problema dei soliti noti ai quali si sono aggiunti ” elementi ” di una vitalità esuberante che non hanno trovato di meglio che imitare i più grandi. Sicchè adesso, a scuola, sembra stare davvero in uno zoo, dove si urla, si corre, si batte contro muri e porte, si staziona nei bagni dove si estrinsecano comportamenti leciti e funzionali e magari anche ” illeciti “, ma su questi non ci giurerei; insomma una scuola a ferro e fuoco senza che si riesca a venirne a capo.  L’efficacia dei provvedimenti adottati dal dirigente scolastico hanno avuto come feedback quello che vi ho appena detto e dunque si è tenuta la riunione di ieri, cercata da diversi genitori e promossa dal capo – che tutto sembra, agli alunni, meno che uno con l’attitudine al comando. La cosa che mi ha fatto riflettere, e che mi sta dando la possibilità di scriverne, è stato l’atteggiamento comune di tutti i genitori intervenuti – tantissimi davvero – che hanno esposto il loro punto di vista a volte anche troppo vivacemente – i figli che abbiamo come alunni non sono venuti su dal caso, no? Pretendevano protestare e contemporaneamente chiedevano delle soluzioni dalle istituzioni – scuola, comune – senza che mai a nessuno fosse venuto in mente – in mancanza di meglio o per tamponare per qualche giorno – di auto proporsi per il controllo ” del territorio “, di presenziare a turno i corridoi e le parti comuni della scuola, aspettando che fosse la scuola – con i risicati mezzi a disposizione e con il risicatissimo capo – ad attivare soluzioni alla bisogna. Aspettiamo sempre che le cose, qualsiasi cosa, ci piova dall’alto, senza volerci sporcare le mani. Il sistema sociale e politico collettivo prevede che ci siano delle persone capaci di operare delle scelte e non demandare ad altri la propria vita. Se come persone, come genitori, non riusciamo ad impegnarci per piccole cose, in fondo, quando mai saremo pronti ad impegnarci nelle ” piccole ” cose della politica e della società?

Cinquanta sfumature di grigio

Tante e tali – e forse anche più – di un grigio fondo, sono le sfumature della politica porno soft che propone Matteo Renzi, illuminato (?) signore di Firenze. Che i pentiti Pdl votino per me! dice. Ma quei bei schieramenti di una volta, Guelfi da una parte e Ghibellini dall’altra no, eh? 😀 

immagine dal blog ” L’atride “

E non ci indurre in tentazione

L’estate è la stagione dello sbraco: a torto o a ragione, lo è. Fatto incovertibile all’atto pratico, specie se si ha a che fare con gente che sta al mare, che deve recarsi al mare oppure con la scusa che stagiona in un paese di mare, si comporta di conseguenza. Forse deve aver pensato questo, il novello sindaco di Trani, per aver ” promulgato ” una ordinanza di tipo suntuario – che abbia in testa un qualche refuso storico e pensa di stare nel Dugento? 😀 Insomma in sostanza ha vietato l’ingresso alla casa comunale a coloro che non sono vestiti con decenza. E poichè il comune senso della decenza è un fatto a dir poco aleatorio – sempre perchè, come già detto, si vive in un paese dove lo sbraco è uno stato mentale – ha posto all’ingresso un vigilante che, novello arbitro suntuario, decreta se sei decente o no per passare ad un qualsiasi sportello o ufficio del citato Comune. L’amica che stamani era andata a ritirare un documento vestiva con una gonna al ginocchio e una ” blusa ” che lasciava intravedere il balcone fiorito. Il vigilante, come un uomo Del Monte, ha detto no. Che la vista/non vista, delle tette dell’amica poteva indurre in tentazione i morigerati impiegati del Comune? Intanto possiamo entrare nella rosa delle ordinanze comunali estive più strampalate. Si deve pur partire da qualcosa, no? 😀