Erbacce mentali

Venerdì scorso prima ora, verifica scritta di aritmetica. Matematica, sul ” faccio tutto io che sono la più masta! ” dispone i banchi sparpagliati in modo che i pulzelli non possano copiare. D. si dispone diligentemente separato dagli altri perché deve fare anche lui la stessa verifica dei compagni. Matematica mi chiede se ho preparato una verifica differenziata, ma in considerazione del fatto che D. non vuole fare verifiche differenziate, perché non si percepisce diverso dagli altri, le dico che D. farà la stessa verifica dei compagni. Naturalmente lei mi chiede se D. è in grado di svolgere le espressioni con le frazioni e i problemi relativi allo stesso argomento – poiché lei non si occupa mai di guardare i quaderni di D. o di chiedergli se ha qualche difficoltà, oppure di preoccuparsi se quel suo alunno, ragazzo Down, sa svolgere esercizi tutto sommato abbastanza complessi e di gioire del fatto che è in grado di svolgere gli stessi. Le rispondo che D. è in grado di fare gli esercizi più semplici e se dovesse andare male possiamo sempre ovviare con un’altra verifica. I ragazzi iniziano e D. non mi chiama se non nella stessa misura con cui anche gli altri compagni mi chiamano per piccoli suggerimenti, piccoli aiuti nella regola, sennò Matematica mi e li fulmina! Mi avvicino alla masta dicendole, con molta gioia e una punta di soddisfazione, di guardare come sta lavorando bene D. da solo e lei, di tutta risposta, mi dice: Va bene, ma anche se dovesse farle tutte, le espressioni, non posso mettergli un voto più alto della sufficienza! Al mio sguardo perplesso aggiunge: Sai non vorrei che si creasse delle illusioni. Da grandi questi ragazzi  ricevono tante delusioni e non dobbiamo creargli delle false aspettative. Senza risponderle sono tornata a girare tra i banchi. In quel momento ho pensato che l’ avrei volentieri gratificata di un sonoro Vaffa’, ma non volevo crearle delle false aspettative. Con una mia qualsiasi reazione verbale avrebbe potuto pensare che il suo giudizio, in quel momento, rappresentava per me e per D. – di conseguenza – un nodo cruciale della nostra esistenza. Quello che è fondamentale è assicurarmi del benessere di D. del suo equilibrio tra i pari, della gioia che prova quando riesce, da solo, a svolgere qualsiasi cosa. Sono rimasta indifferente, non rivolgendole più la parola se non per lo stretto indispensabile. Ho immaginato il suo cervello come un giardino invaso dalle erbacce, coltivate con grettezza invece che estirpate. Probabilmente lei non è in grado di capire che la sensibilità è una pianta rigogliosa se coltivata da sola, senza che i pregiudizi possano soffocarla.