Il ragazzo di Barletta

pietro menneaNel momento della nascita nessuno ha sentore del luogo, del tempo, delle cose che circondano l’essere venuto al mondo. Sei nato ed è di per sé sufficiente, qualcosa che ha a che fare con i miracoli. Solo in seguito, pensandoci – se ci pensi, perché è più facile non pensarci – ti rendi conto della Storia che t’è passata vicina, ti fai capace che certe attitudini, il modo di comportarsi e quello di ragionare non sono solo frutti del caso o del carattere, ma conseguenze del tempo storico. Quelli della mia generazione sono nati a ridosso della fine di una guerra mondiale, la seconda. Sembra non pertinente con i nostri comportamenti, invece credo che molte delle scelte di vita compiute in seguito abbiano a che fare con quella vicinanza. La nostra infanzia, quella di persone del Sud, terroni, è stata segnata da condizioni di un minimalismo economico non concepibile in questo odierno, sia pure in crisi. Quel poco che si aveva sembrava anche tanto e siamo cresciuti con l’idea che  il dover ” darsi da fare “, senza che nessuno ti dicesse di farlo, è stato il nostro tratto distintivo, la forza nascosta e non detta, che ha motivato le nostre scelte e ha sorretto l’idea di una emancipazione sociale ed economica alla fine raggiunta. Così è stato per Pietro Mennea, ragazzo del ’52, nato a Barletta, a due passi da qui. Ricordo, con le sue prime vittorie, la voglia che venne a mio fratello e ai suoi compagni di andare a correre per imitazione. E non lo si faceva con discernimento e le accortezze e gli abiti adeguati e le bevande energetiche, si correva con i pantaloncini sintetici comprati al mercato, per le strade di campagna o sulla spiaggia come quel ragazzo magro magro, al quale non avresti dato cinque lire. Mennea mangiava i maccheroni al forno che sua madre gli preparava come energetico per le gare. L’infanzia e la giovinezza nel Sud ti segna e ti forma, ti dà carattere e ti fa vincere gare alle quali mai avresti pensato da vincitore. Barletta, come una matrigna, non ha mai molto amato quel ragazzo figlio di gente umile, ma ieri sera gli ha regalato una fiaccolata. Poca cosa per chi, dell’essere nato a Sud, se n’era fatta una bandiera.

Tedeschìa

Penso ci fosse un malcelato disprezzo per il popolo del Nord, nella parola che mia zia A. – sorella della nonna – usava per dire Germania. Lei diceva Tedeschìa, per raccontare di uno o di famiglie emigrate da una Calabria poverissima del dopoguerra in Deutschland. I Tedeschi erano per lei quelli che, alleati dei fascisti, durante la seconda guerra mondiale avevano ucciso, rubato, stuprato – nè più e nè meno di ciò che solitamente fanno la maggior parte dei soldati durante una qualsivoglia guerra. Ma i Tedeschi avevano continuato ad avere, nel suo immaginario, una figura non più perdonabile, non più accettabile. Sicchè mi viene da pensare che zia A. dall’alto del suo calabresissimo cielo oggi, durante la partita di calcio Grecia vs Germania degli Europei,  non potrà che parteggiare per la Grecia, paese ” povero ” ora più che mai e a sud, terra di emigranti per scelta forzata e terra di transito di sventurati che, come nella misera Calabria del dopoguerra, cercano un sistema di vita accettabile in quel nord che si chiama Tedeschìa. Questa partita di calcio si prefigura come una rivincita su quelli che tengono in mano i cordoni della borsa. Per quanto non mi interessino le partite di calcio non posso che tifare,  come la zia buonanima, per la Grecia! 😀  Ελλάδα δύναμη ( spero sia tradotto correttamente ! 🙂 )