Ciò che non va detto

In un tempo così, pieno di parole scritte ed opinioni espresse con virulenta arroganza, urlate dagli scranni della politica, sbattute in faccia dagli occhielli dei socialcosi – opinioni espresse senza giudizio, sempre, per il puro gusto di dire la prima corbelleria che ti passa per la testa – in un tempo così viene semplice chiudere la bocca e tacere. E se queste pagine sono state aperte in tempi lontani per riportare impressioni, quasi sempre, giudizi, spesso, ora riposano in un limbo di insofferenza per la scrittura di quella minuteria di cui si compone il vissuto banale di ogni giorno. Sarebbero necessari altri tempi e tempi forti per ricominciare a pensare e a scrivere. Intanto il tramonto rasserena l’umore e gli animi, con buoni colori e buona musica…

E dentro, nevica!

nevePuntuale come ogni anno la forfora… pardon, la neve, ha ripreso a nevicare all’interno del blog, giusto per ricordarmi che tra una manciata di giorni siamo a Natale, con tutto quello che ne consegue – ah sì è vero, posso eliminare l’impiccio visivo, ma ho dimenticato come si fa quindi me la tengo, la forfora…sì, la neve! Giusto per non ripetermi potrei elencarvi una serie di articoli precedenti che hanno imperversato in lungo e in largo a proposito del Natale e delle sue conseguenze sul mio umore, ma tant’è, cliccando sugli archivi le geremiadi sono bell’e pronte e a portata di lettura. Però, proprio qualche giorno fa, parlando con il figlio più piccolo, facevo una rassegna pseudo psicologica sulle possibili motivazioni valide a giustificare la mia avversione verso il Natale. Dev’essere iniziata presto, quando il Natale casalingo era sempre attraversato da un vento lieve di malinconia dovuto a mia madre che, lontana dalla casa paterna dove il Natale si festeggiava tra tanti, zie, cugini, nonni, qui si ritrovava senza il supporto chiassoso di famiglie allargate a dismisura. Ed erano sempre Natali minimalisti, i nostri, fatti di piccole cose, rami di abete decorati da agrumi odorosi e aranciati, regali quasi inesistenti e tutti utili, dei calzettoni di lana gialli come mandarini, un piccolo cerbiatto di peluche con un meccanismo a molla che gli faceva vorticare la piccola coda e muovere ritmicamente il capo da un lato e l’altro.  Solo più tardi, tantissimi anni dopo, il dono ambito fu un bambolotto della dimensione di un bambino vero, poi ” seviziato ” da un vendicativo fratello più piccolo che in mancanza di meglio da fare tagliò le labbra al povero bambino! Unica concessione al ricordo, per mia madre, e forse al rimpianto, erano quei dolci fritti e passati nel miele e nelle codette colorate che venivano conservati in ” conchette ” di creta marezzata di verde e bianco, spesso coperti e messi a domicilio su un armadio, per via delle dimensioni davvero fuori misura del contenitore. Forse quelli dell’elaborazione dei dolci, erano gli unici momenti di ” festa ” personale, il momento in cui molto dopo fui coinvolta anch’io, le uniche due in casa in possesso della magia del fare odore di vaniglia e cannella, del passare piccole rose di pasta fritta nell’asprezza ubriaca e consistente del vino cotto. E adesso che il tempo è passato e la malinconia, anche quella, è passata di mano, come un testimone in una gara a staffetta, il vento è, a volte, una vera bufera che impera e si accompagna alla neve che dentro cade.

Quello che non

Tête d'une jeune fille (détail), William-Adolphe Bouguereau 1898Quello che non rimpiango non è la sfacciata giovinezza del corpo, dimenticata da sempre, ché mi dava tormento e mi costringeva a nascondere e camuffare – da giovani non ci si ama quasi mai. Quello che non rimpiango non sono i luoghi, i volti, la gente che mi è passata accanto anche per un solo istante, di loro ho goduto appieno senza rimpianti. Quello che non rimpiango non è la vita che ho vissuto, nel bene e nel male vissuta, il tempo passato a volte nell’inutilità – ma quanta arroganza ce n’è dire che il tempo trascorre inutilmente, in certi casi, quando il suo scorrere dimensiona i nostri atti e dà sempre un senso anche piccolo, a tutto quello che facciamo, anche apparentemente inutile? Quello che vorrei ricordare sono i pensieri che ho avuto, vorrei sapere di me stessa quello che ero. Cosa pensavo allora, cosa mi passava in mente mentre vivevo la mia vita di ragazza? Ricordo i giorni, i gesti, le risate e i pianti, ricordo i volti, le belle amicizie e quelle brutte, ma non i pensieri. Quello che rimpiango è stato non scrivere allora, come adesso. Vorrei raccontare a me stessa qualche volta com’ero, vorrei trovarmi da qualche parte, intatta.

Sulla strada

buganvilleaG. mi manda un messaggio: Vieni a prendermi, per favore. Ho urgenza di andare a fare un colloquio di lavoro. Così mi metto in macchina in questo pomeriggio da primavera di fragole. L’abitacolo è isolato dalla strada dai finestrini chiusi. Ascolto la radio, in sordina, sembra riempire di canzonette ogni spazio a disposizione.  Ad un tratto sento pressante l’insofferenza all’atmosfera ovattata dell’abitacolo. E’ come essere in una foto fuori fuoco, mi manca la percezione del reale.  E’ un breve viaggio a ridosso del verde argenteo degli ulivi, ma  lo vivo come un sogno, il racconto onirico di un pensiero. Abbasso di uno spiraglio il finestrino, per fare entrare la realtà. Il rumore frusciante delle auto che mi sorpassano – una striscia sonora che da stretta, lontana, diventa più larga mentre attraversa il mio campo visivo, per ridiventare ancora sottile fino a sparire del tutto – mi riporta nel posto in cui sono. Ad un tratto un piccolo fuoco di colore, una buganvillea,  attraversa l’argento della campagna e si fa strada nella memoria degli occhi, sulla strada.

Cose dell’altro mondo

Nell’affannarmi continuo di questi giorni vedo il fermarmi davanti al computer – vedo l’atto di riflettere sulle parole che scrivo o che scriverò – come qualcosa che è fuori dal mondo. Per quanto queste pagine siano popolate da voci e persone e pensieri, dalla fisicità presente e importante di tanti amici, quindi presenze reali, vive, discorsi reali e vivi, lo stare qui diventa un atto metafisico e la scrittura è uno svagarsi dai pensieri che, egualmente amari, pèrdono nella stesura, parte della loro valenza negativa. Nato, questo blog, sulla spinta di un altro dolore, ha la stessa funzione adesso che parte di quei dolori, degli affanni, si ripropongono uguali e diversi. Dovrebbero esserci giornate lunghe più di un giorno per poter stare. Stare e basta. 

(S)miti

Bisognerebbe suggerire al tempo di avere la bontà di non infierire sulle cose e, soprattutto, sulle persone. Così come un intonaco viene cotto dal sole con il passare degli anni – ma vi si può decisamente rimediare con un buon restauro 😀 – anche le persone vengono passate al fuoco lento dagli anni che trascorrono in avanti, sempre e comunque. Spesso, per le persone, non c’è restauro che tenga, alla fine la magagna si vede. C’è chi non si adegua al restauro e gli anni formano un reticolo fitto di circostanze, fatti, esperienze, usi e abusi, sul corpo e sul viso – magari anche sull’animo, ma nessuno ti racconterà mai di avere un animo invecchiato, sono più propensa a credere a quello che solitamente diciamo agli altri o che raccontiamo a noi stessi per consolarci: Sarò arrivata a 40/ 50/60 anni, ma sono giovane dentro e tanto basta! 😀 Pensavo a questo, ieri sera. Ci pensavo saltapicchiando da un video all’altro su You Tube. Guardavo vecchi video musicali e mi sono imbattuta in Somebody to love dei Jefferson Airplane. Chi fosse pratico, ricorderà senz’altro la voce potentissima di Grace Slick, donna bellissima e dall’aspetto moderno – già nei ’70, oppure è il ritorno del look di quell’epoca a dettare la modernità dell’immagine? Sia come sia, godevo beata nel vedere e nel sentire, quando, mi sono imbattuta in un video che conteneva un’intervista alla signora Slick, in tempi recenti. Perchè l’ho fatto non so. Per curiosità sicuramente, ma in questi frangenti bisognerebbe avere il gusto di frenarsi in tempo. Un video dell’orrore avrebbe avuto più senso. Grace Slick, dove sei finita?  Il realista signor Woolf interpellato alla condivisione ha commentato: Dovresti guardarti anche tu, più spesso, allo specchio. Che avesse ragione?