L’odore degli oleandri

48A48262-075E-4D9D-9430-1E2C5AB9E94DRifletti sui tempi frenetici della vita che ogni giorno ti tocca vivere quando, una mattina qualsiasi, attraversi la strada vicino casa e ti accorgi dell’odore, quell’odore che fino a qualche giorno prima, nella stessa strada, era inesistente. Si insinua prepotente a ricordarti che quella strada era stata “ pensata “ agli inizi del secolo scorso, il corso di        “ rappresentanza “ che taglia la città dalla stazione verso il mare. Una strada pensata per i tempi lunghi di allora, segnata, a distanza di qualche metro uno dall’altro, da alberi di oleandro. Ora è noto che gli oleandri sono arbusti e che tirarli su come alberi è una bella impresa, impresa che certo non deve aver spaventato gli amministratori di allora, capaci di ordinare una passeggiata cittadina con piante tenaci, ma dal “ passo lungo “. Una benedizione per la vista e l’olfatto, il corso del Novecento, che ancora oggi mostra il meglio di sé in questi giorni di gran caldo, quando l’odore si “ arrotonda “ e i fiori                “ scoppiano “ dai colori che vanno dal bianco al rosa tenue e al rosa più carico e prezioso.

Affermarsi

Gianluca Palazzolo- Rattingan Glumphoboo

L. era il biondino che abitava al piano di sopra. Più grande di me di qualche anno, sembrava non accorgersi di nulla intorno, assorto com’era su se stesso, quando rientravamo da scuola. Lui era già al liceo e non ricordo se, incrociandoci per le scale per l’ora di pranzo, ci fosse stata maniera di scambiarci un saluto, un cenno del capo. Credo proprio di no. Era il più piccolo di fratelli già grandi e di genitori già anziani, almeno così mi sembravano allora. Gente timorata di Dio, avevano in casa uno zio prete che abitualmente camminava anche di notte. Sapevamo che Monsignore era sveglio per il curioso rumore che facevano le sue scarpe, una specie di cigolio, che si ripeteva continuamente ad ogni passo, con grande fastidio per noi che stavamo al piano di sotto. Una sera sentimmo arrivare l’ambulanza. Pensammo subito allo zio prete, colui che in apparenza era messo peggio. Sentii mia madre bisbigliare < Povero ragazzo! > L. aveva provato ad uscire di scena nel peggiore dei modi, tagliandosi le vene. Qualche giorno fa G. mi ha raccontato la storia di una sua conoscente, una persona che non vedeva da tempo. Leggendo il suo necrologio, quella mattina, mi aveva poi riferito il modo che la donna aveva utilizzato per suicidarsi. Aveva affittato una stanza d’albergo e, come L., si era tagliata i polsi. Quest’ultima non aveva avuto nessuno che la salvasse in extremis. Riflettevo sulla modalità scelta da entrambi, riflettevo sulle possibili “ cause “. In un adolescente le decisioni sono repentine e quasi sempre non ragionate. Il nihilismo di un ragazzo non è mai supportato da una visione ragionata del mondo che non si conosce, dalle esperienze che non si sono fatte. Tutto è senza mezze misure, tutto nero o tutto bianco e, nel bene o nel male, si sceglie. Gli adulti ragionano, sanno com’è vivere, la fatica del quotidiano, il peso greve delle esperienze e scelgono, nel “ bene “ per se stessi o nel “ male “ per chi rimane a compiangere, scelgono il gesto eclatante, apparentemente senza ragione. Entrambi affermano se stessi agli occhi degli altri, entrambi dicono < Ci sono >. Perchè a questo servono le “ rotture “, gli strappi del vivere, ad affermarsi come persone e null’altro.

Le case che abbiamo abitato

american_gothicLeggo una frase che non sfigurerebbe  su gli incarti di un cioccolatino: la casa è il luogo dove abitano gli affetti. In parte mi sembra una affermazione fornita di senso, di sicuro per chi condivide la propria vita e dunque la propria casa con altri esseri viventi. La casa potrebbe essere  un luogo dove gli affetti hanno una dimora, ma per chi vive in solitudine? La casa rimane, dunque, il luogo fisico dove trascorri o hai trascorso più o meno del tempo. Casa è dove sei nata, il posto dove hai vissuto con i tuoi, casa è il letto in una stanza dove il letto gemello è abitato da una ragazza come te, sconosciuta fino al momento in cui le rivolgi il primo sorriso e per la quale provi subito vicinanza – atteggiamento tipico di chi si trova catapultata lontana, tanto, dalla  casa degli affetti e deve trovare in breve un surrogato di casa, un posto dove non provare smarrimento, casa non convenzionale ma casa comunque, dove tornare nelle sere immense di una città straniera. E in successione, molte case dopo, trovarsi in una casa nuova nuova, voluta da te e dalla persona che ha scelto di condividere la tua vita, una casa che ha mobili, oggetti, angoli senza storia se non nel momento in cui la storia comincia. Al senso di stupore iniziale – cosa ci faccio qui? – si sovrappone nel tempo il racconto della casa, dettato dai gesti, dalla memoria delle parole dette da coloro che entrano ed escono dalla vita della casa. Perché, in fondo, le persone vanno, ma le case e le loro storie restano.

Tu chiamale se vuoi riflessioni

É tescalampo che riprenda in mano il desiderio di scrivere in queste pagine con regolarità. Mentre scrivo ho come l’impressione di entrare in una stanza che era stata piena di libri e oggetti e parole e vita, ma che poco per volta, un libro per volta, un oggetto per volta, una idea per volta è stata liberata di ogni vita, così che nell’attraversarla, passo dopo passo, si percepisce un’ eco delle parole che sono state dette, delle parole che sono state ascoltate, si percepisce l’odore delle cose che sono state. Bisogna risalire la scala.