Che cos’è l’amor

immagine di Stephen B. Whatley

È da tempo che G. sembra essersi smarrito in chissà quali pensieri, nascosto dal ciuffo biondo riccioluto che gli rimane calato sugli occhi e dal suo sodale di poco avanti che lo copre alla mia vista e non di poco. Qualche giorno fa sostituisco Italiano e chiedo, che facciamo oggi? tutti mi consegnano all’unica alternativa possibile, almeno per me, interrogarli in storia. Sicché guardo G. e gli chiedo di parlarmi di Bismarck. Di tutta risposta mi sento dire, Prof non ho studiato perché non ho capito. Perplessa gli dico che è impossibile che non abbia capito e mi dispongo ad aiutarlo, leggendo “ l’incomprensibile “ paragrafo. Leggo soffermandomi su quanto mi sembra necessario e spiego, cercando di far riflettere G. e i suoi compagni. Qualcuno alla fine mi dice che spiego bene – meno male! – e chiedo a G. se adesso finalmente ha compreso. All’assenso del suo ciuffo biondo faccio seguire una neanche tanto larvata minaccia, domani ti interrogo. Il giorno seguente, dopo il puntualmente, G. hai studiato? Blonde on blonde mi fa: Prof non ho studiato, sono innamorato! Pare brutto da dire, ma m’è venuto da ridere – insomma G. ha pure tredici anni e se penso ai miei infantili tredici anni senza pensieri, mi sembra “ anomalo “ un tredicenne innamorato perso, invece che perdersi a giocare dietro ad un pallone per strada. Poi chiedo, curiosa come non mai, chi è “ l’oggetto “ delle sue attenzioni. Mi dice che si chiama G. stessa iniziale, ma nomi diversi, e che frequenta la prima classe delle superiori. Commento invidioso dei compagni di classe, Prof è una “ vecchia “! Mi intenerisce G. alle prese, anzitempo, con l’amor. Stamattina alla mia richiesta di aggiornamenti sullo stato delle cose, G. mi dice, Prof l’ho lasciata. E il compagno di banco, comprensivo, aggiunge, É una ragazza “ leggera “. Pesa poco?  il mio commento.

Che cos’è l’amor
È un sasso nella scarpa
Che punge il passo lento di bolero…

Gatte morte

A sedici anni si è fermamente convinti dell’assoluta inviolabilità dell’amore. Essere innamorati a sedici anni significa credere in un sentimento assoluto che disconosce qualsiasi altra forma di sentimento che non sia quello dell’amore per l’amore. Almeno si finisce per credere che sia così, che ci sia una corrispondenza di amorosi sensi e animo e cuore e tutto. E se nell’amore, il tuo almeno, credi profondamente, ti sembra quantomeno strano che la persona sulla quale stai riversando tutto questo amore per amore un pomeriggio qualsiasi, dei tuoi sedici anni, decida di non vederti, dopo tutta una lunga teoria di pomeriggi passati insieme, vicini vicini. Il preambolo serve a ricordarmi i fatti e la storia, dopo che, per caso, qualche giorno fa, cercavo di elencare, mentalmente, i nomi delle mie compagne di scuola di allora. Tra queste c’era I. essere insignificante, bruttina, con i capelli rossi, una “ gatta morta “. Non so come mai e perchè I. cominciò a provare interesse per il mio stesso “ interesse “ e così un pomeriggio, quel pomeriggio, insospettita dal mancato appuntamento, mi ritrovai a fare da terzo incomodo – insomma qualcosa che aveva a che fare con “ e io tra di voi “. Meravigliata, mi rigirai sulle mie polacchine d’ordinanza e tornai a casa. Non feci scenate di gelosia, non si è capaci, non ero capace, di farne a sedici anni, neppure adesso, la verità. Non rivolsi mai più la parola alla mia compagna interessata, convinta del suo tradimento. Con il senno della mia età, invece, penso che non avrei dovuto rivolgere mai più la parola al soggetto delle mie attenzioni, che pensò bene di prendersi, lui, una “ pausa di riflessione “ durante l’estate successiva. Tornò ad aspettarmi, pentito, alla fermata dell’autobus che mi riportava a casa da scuola, durante l’autunno. L’accolsi a braccia aperte ( ? ) ma era trascorso un altro anno, i sedici anni erano andati, e con loro la meraviglia dell’amore assoluto. Un giorno chiaro di settembre con il cielo terso di maestrale, pulito dalle nuvole, feci pulizia anche nel mio cuore.

Baciami adesso se vuoi

gelosia_garrel_foto3Sono giovane, oh sì, assurdamente ragazza, assurdamente stolida da pensare a te che sembri fuoriuscito da un libro sull’esistenzialismo, la barba incolta, i maglioni a collo alto e le Gauloises a portata di mano, un sorriso smozzicato e l’aria stropicciata di uno che ha vissuto, ma solo una manciata di anni più dei miei. Sei all’ultimo anno ed io al primo, stolida, – l’ho già detto? – al tuo corteggiamento tutto sguardi e poche parole, rispondo offrendoti un’esperienza che non ho e che non posso avere, perché sono una giovane, giovanissima ragazza – detto anche questo – senza ricordi che sostengano un presente nebuloso e accattivante. Così ti rispondo che sì, oh sì, sono disposta ad uscire con te, folle – a questo punto –  che non sono altro, con te che sei un perfetto sconosciuto, neanche il tempo di conoscerci meglio, esco con te e non so cosa succederà, esco con te e non so che cosa aspettarmi perché sono giovane e folle e curiosa. E preparo un’uscita che sarà fatta di poco tempo, un’uscita serale di prima sera, impensabile un altro tempo che vada oltre il consentito di una bugia – vado a studiare dalla mia amica. Così tu arrivi con un autobus e io sono lì alla fermata ad aspettarti, ad aspettare la tua meraviglia nel vedermi. È troppo piccola, non verrà, non le permetteranno d’uscire, mi dici questo mentre camminiamo appaiati nelle vie della mia città, cammino al tuo fianco e spero di essere trasparente, spero di non incontrare nessuno che mi conosca, spero e tremo al pensiero che anche gli alberi possano riconoscermi e parlare e segnare a dito la mia folle passeggiata in una sera appena iniziata, con uno sconosciuto. Così camminiamo senza meta e, ad un tratto, mi chiedi: Dove andiamo? Devo avere uno sguardo da stupida se subito dopo decidi tu dove condurmi, in un luogo che probabilmente ti è noto perché ci già sei stato con una tua fiamma occasionale, oppure con una ragazza tua pari, e non come adesso che stai per portarci una piccola e folle ragazza. È su una spiaggia di sassi a ridosso di un muraglione che ci protegge dagli sguardi di chi non ha nulla da nascondere, che sediamo al buio di quella prima sera. Nell’ombra distante altri ragazzi, con altre storie, probabilmente simili a questa che sta per diventare nostra, che si avvia ad essere un ricordo nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Il buio aiuta gli audaci e coloro che sanno applicare le regole del vissuto, invece l’oscurità mi rende come di sale e muta. Con garbo mi cerchi le mani, te le affido come se fossero qualcosa che non mi appartiene.

In questa lontananza fatta di anni e di altre storie penso alla fatica che avrai fatto, penso a quali saranno stati i tuoi pensieri al cospetto di quella folle. Come avrai avuto il coraggio di baciarmi, poi? Di sicuro con la stessa stolida determinazione che ti ha portato ad uscire in una prima sera con una giovane, giovanissima, ragazza. Fu un bacio sottratto all’inesperienza, se avessi avuto più coraggio ti avrei detto : Baciami adesso se vuoi, perché volevo che tu mi baciassi, a fior di labbra, in una sera del mio lontanissimo ricordo.

Colleghe e sorrisi

instant karmaUna delle Sostegno mi ha chiesto, stamani, il cognome del figlio – il ” piccino ” – che l’è capitato di conoscere durante l’ultimo convegno scuola famiglia. L’ho guardata stranita per la domanda, sicché lei si è affrettata a precisare che le serviva saperlo per via di sua figlia. Poi mi ha spiegato che il giorno del convegno aveva raccontato alla ragazza, tornando a casa, di aver incontrato il figlio di una collega – il mio – descrivendolo come un bel ragazzo, dolce e affabile. Questa descrizione aveva scatenato la curiosità adolescenziale della bimba che voleva sapere ad ogni costo le generalità e la classe frequentata. Quando la mamma le aveva detto che il belloccio frequentava l’ultimo anno, la fibrillazione aveva raggiunto il suo apice e la bimbina era tutto un desiderio di conoscenza. < Che vuoi > ha commentato la collega < i ragazzi più grandi sono al centro dell’attenzione di noi donne, quando andiamo alla ricerca del primo amore!> Ho sorriso, manco a dirlo mi ha scatenato la memoria retroattiva e m’è toccato confermarle che sì, è vero, per le ragazze va proprio così, salvo eccezioni naturalmente. Perché ho costituito lo zoccolo duro della statistica ” ragazzina + maggiorenne ” quando il primo anno di istituto d’arte, con fare smargiasso, alla proposta di una passeggiata romantica con uno dei ragazzi del quinto anno, accettai: lui già maggiorenne, io appena quattordicenne. Uscimmo un paio di volte. Avevo come chaperon il libro di storia dell’arte del benemerito Giulio Carlo Argan, perché non possedevo una borsa e mi imbarazzava andarmene in giro a mani vuote. L’Argan mi mise al riparo da ogni possibile velleità pruriginosa da parte del ” mio ” maggiorenne che rimase devastato dalla mia totale ingenuità; tuttavia ebbe modo di compiacermi regalandomi – nel giro di una settimana, tanto durò la nostra liaison – un 45 giri di John Lennon con la Plastic Ono Band. Il titolo del lato A era Instant Karma… ecco, proprio quello, un karma immediato! 😀