Nonne in astinenza

nonni-e-nipotiVicine di ombrellone, come ogni anno, un nutrito numero di nonne governa quotidianamente piccole appendici vocianti e questuanti – Nonna, mi compri il gelato? Nonna, mi compri gli elastici? Nonna, mi dai i soldi per giocare a biliardino? La costante è il bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa. Certo l’argomento non mi interessa più di tanto – se non nei termini dei decibel che le mie orecchie mi consentono di sopportare.  Al momento sono nipote esente e non so se, in circostanze simili, mi adatterei a reagire come fanno le nonne in questione, con accondiscendenza pur di non provocare i pianti degli aquilotti . Rimane il fatto che il vociare dei ragazzini unito al chiasso indiavolato della pazza dell’aquagym compongono un fastidioso mix, quasi peggio delle zanzare tigre! Stamani, però, terminata la sessione dell’invasata, notavo una quiete stranissima. Non c’erano i nipoti rompiscatole, per grazia ricevuta. E le nonne, che facevano le nonne? Si guardavano intorno smarrite e incredule, in crisi di astinenza da nipoti. Possibile che si debba passare dalla cura dei figli alla cura dei nipoti, senza soluzione di continuità? Donne che nella vita coltivino altri interessi sembra ce ne siano pochissime. In mancanza d’altro, meglio darsi all’ippica! 😀

Il viaggio

seicento multiplaMio padre comprò una seicento multipla bianca e azzurra, che eravamo ancora piccoli. Era una macchina di seconda mano usata per trasportare la merce che gli serviva per la sua attività di idraulico. Aveva il sedile davanti rigido come una panchina, tutto assieme, foderato di finta pelle color nocciola. I sedili di dietro sembravano fatti per i bambini, all’occorrenza si ripiegavano su se stessi, totalmente, fino a lasciare il pianale completamente libero, come quello di un furgone. Mamma componeva con un materassino da mare un giaciglio per noi piccoli, quando d’estate si andava in Calabria. Sull’involucro gonfiato spesso a fiato, adagiava un lenzuolino pulito e i cuscini di casa. Tirava dentro tutto quello che poteva servirci per i pochi giorni che sarebbero rimasti loro e per i tanti nostri durante il mese di vacanza dai nonni. Trovavano posto anche i tanti doni pensati per tutti, giocattoli per i cugini, stoviglie per la nonna, taralli, uva, piccole cose che allora, in una Calabria ancora arcaica e povera, non venivano vendute. Per evitare le ore più calde del giorno, si partiva allora al mattino prestissimo, con il cielo ancora punteggiato di stelle, i miei davanti, seduti vicini attenti alla strada, noi piccoli, felici, sdraiati nell’alcova. Dal finestrino guardavo dal basso verso l’alto i profili delle case che sfilavano veloci inframmezzati da lembi di cielo scuro e dalle luci dei lampioni che si susseguivano, fino a finire nel cielo costante della campagna. Poi più nulla perché il sonno aveva la meglio sull’attenzione alle cose da guardare; anche l’eccitazione del viaggio si perdeva nella stanchezza. La strada da fare era lunga interrotta da tappe intermedie, piccole soste obbligate, anno dopo anno sempre uguali, ad Altamura per comprare il vino da portare al nonno, a Matera per il pane appena sfornato, nella piana di Sibari compravamo le pesche – la nonna le avrebbe messe nell’acqua ghiaccia del pozzo appena arrivati. Durante le soste facevamo capolino senza scendere – mamma ce lo impediva – assonnati e ansiosi di riprendere il cammino. Arrivavamo a Roseto al sorgere del sole, le colline argillose punteggiate di ginestre, il mare più sotto abbagliante d’azzurro e di luce. L’odore delle erbe selvatiche solleticava i miei sensi e, ormai sveglia, iniziavo a contare i ponti che passavano sui letti dei torrenti poveri d’acqua. Qualche volta la seicento gareggiava in velocità con un vecchio treno che viaggiava sul ponte parallelo a quello dove in quel momento passavamo. Mamma ci raccontava le storie della sua terra, perché il tempo passasse in fretta. Arrivati alle Paoline, sapevamo che avremmo trovato la nonna ad aspettarci con il suo abbraccio odoroso del fumo della legna della cucina economica. Anche la piccola cappella all’inizio della salita, che portava a casa dei nonni, sembrava aspettarci.

La miseria non si coniuga mai con il sapere

Leggevo dall’amico Du hängst un bel post sul suo ultimo viaggio in Birmania. Una delle sue mete è stata Mingun sede di pagode. In una di queste alloggia una campana, probabilmente la più grande del mondo – secondo la popolazione locale. A parte il resoconto, sempre piacevole e le belle foto, mi ha colpito moltissimo una frase che Du’ ha scritto e che riporto:

I bambini come al solito intorno a vari luoghi turistici cercano sempre di venderti qualche cosa, lo fanno sempre con estrema simpatia e non sono mai invadenti e troppo fastidiosi.
Comprare o meno, è una scelta personale, se si compra c’è il rischio che i genitori vedendo che guadagnano molto non li mandino più a scuola….

Non ho potuto che pensare a mia madre bambina. In una Calabria di ottanta anni fa, mia madre aveva appena cominciato ad andare a scuola. Erano anni durissimi. Mio nonno era in Africa – nell’Africa Orientale Italiana, recitava la piccola quando qualcuno le chiedeva dov’era tata – e mia nonna, con già cinque figli, si arrangiava come poteva. Un giorno arrivò una lettera del nonno – erano analfabeti entrambi, i nonni, e quella lettera era stata scritta con ogni probabilità da un commilitone. Mia nonna disse allora a quella figlia che aveva già all’attivo sei mesi di scuola, e dunque qualcosa avrebbe dovuto sapere già, di leggerla. Lei, felice di essere d’aiuto e di mostrare la sua bravura, lesse, per quello che poteva e sapeva. Mia nonna decretò allora che sapeva fin troppo e così finì la carriera scolastica di mia madre, in prima elementare, dopo solo sei mesi di scuola. Le furono affidate tre caprette che portava a pascolare ed erano la sua disperazione. La miseria abbrutisce la gente, rende maldisposti anche verso quelli che dovremmo amare sopra ogni cosa, e mai, mai si accompagna a quello che è un diritto inalienabile di ognuno di noi e di coloro che verranno dopo, la conoscenza. Mia madre, con una volontà di ferro, ha completato la sua istruzione assorbendo come una spugna tutto quello che le veniva dal mondo. Per quarant’anni ha gestito un negozio e non si è mai arresa davanti a nulla. Ci si riscatta anche così dalla miseria, imparando e lavorando con dignità!