Constatazione amorevole dei fatti

lucien freud doppio ritrattoAdolescenti si diventa per opposizione, altrimenti si vivrebbe una condizione di giovani adulti assenzienti. Mò per dire, al piano di sotto vivono madame Divieto e suo figlio Vaffa, quest’ultimo in piena tempesta adolescenziale; non c’è un momento, ora, giorno che non si opponga al Divieto madre, con esaltate espressioni che manco i Turchi alla conquista del Santo Sepolcro. Le pareti, si sa, non sono di carne e neppure di materiale fonoassorbente, sicchè le intemperanze del giovane Vaffa sono una costante del post prandiale, nostro, quelli del piano di sopra. Oggi era la volta del: Non puoi accendere il computer! ( ma perché poi? boh! ) E quello: Non mi rompere il ca@@o, devo fare una ricerca! e via alternando divieti e dinieghi. Ero in cucina a sguatterare quando è arrivato il mio adolescente: Ma li senti? Faccio sì con la testa. Lui mi guarda, si avvicina, mi ” butta ” un bacio sulla nuca e convinto decreta: Sei una mamma unica, mica come quella di sotto! Embe’ mi dovevate guardare, dieci metri più alta, sul cielo della cucina a gongolare. Un figlio al giorno toglie la depressione di torno!!! 😀

Medievale

pause-for-thought-p-a-cotPoco prima che uscissi da scuola, ieri sera, scambiavo due chiacchiere con i ragazzi di terza media che frequentano un progetto pomeridiano dove svolgo funzione di tutor. Fuori diluviava e ci siamo attardati a raccontarci sciocchezze. Chiedevo ai ragazzi cosa avrebbero fatto appena la pioggia avesse permesso loro di uscire fuori. Perlopiù rientravano a casa, perché sono pur sempre ragazzini di tredici anni. A. una ragazza che di anni ne mostra parecchi di più – alta, bruna, piuttosto taciturna e seria – guardava gli altri e non partecipava alla conversazione. Per coinvolgerla le ho rifatto la stessa domanda di poco prima; la risposta quasi scontata: Vado a casa, ‘ssore’! Le ho aggiunto scherzando che magari avrebbe trovato modo di incontrare prima del rientro, il suo fidanzatino, dando per scontato che  avere il fidanzato non fosse una delle sue priorità. E lei ancora: Mi sono lasciata, mi dice. A quest’età hai già avuto il fidanzato? – e qui parlava l’anima candida della ‘ssore’ … Io non voglio, è mia madre che vuole che mi fidanzo, così sto più controllata! – testuale – E il fidanzato lo deve scegliere lei, e io perciò non voglio stare fidanzata! Il pensiero materno della genitrice di A. mi ha provocato la pelle d’oca: è mai possibile che una mamma non ha altro modo di controllare il frutto del suo seno, se non con la concezione assurda che un uomo debba avere un tale potere di coercizione sulla vita di una ragazza, che nel passaggio dalla casa del padre al mondo esterno, non possa guadagnare un simulacro di emancipazione se non quello dello scambio dall’autorità paterna all’autorità di un altro uomo, come se fosse merce preziosa da custodire e da inibire? Quale destino ha avuto questa madre da augurarsi che sua figlia abbia il peggio possibile? Pensieri e atti di una madre medievale nel 2013. Ho consigliato ad A. di studiare intensamente e di non fidanzarsi mai! Devo ammettere, sono stata fortunata ad avere avuto una madre che cresciuta in un mondo davvero arcaico e contadino, ha voluto fortemente che sua figlia studiasse e si emancipasse attraverso il lavoro, dando per scontato che sotto l’egidia di un uomo non si va da nessuna parte.

La miseria non si coniuga mai con il sapere

Leggevo dall’amico Du hängst un bel post sul suo ultimo viaggio in Birmania. Una delle sue mete è stata Mingun sede di pagode. In una di queste alloggia una campana, probabilmente la più grande del mondo – secondo la popolazione locale. A parte il resoconto, sempre piacevole e le belle foto, mi ha colpito moltissimo una frase che Du’ ha scritto e che riporto:

I bambini come al solito intorno a vari luoghi turistici cercano sempre di venderti qualche cosa, lo fanno sempre con estrema simpatia e non sono mai invadenti e troppo fastidiosi.
Comprare o meno, è una scelta personale, se si compra c’è il rischio che i genitori vedendo che guadagnano molto non li mandino più a scuola….

Non ho potuto che pensare a mia madre bambina. In una Calabria di ottanta anni fa, mia madre aveva appena cominciato ad andare a scuola. Erano anni durissimi. Mio nonno era in Africa – nell’Africa Orientale Italiana, recitava la piccola quando qualcuno le chiedeva dov’era tata – e mia nonna, con già cinque figli, si arrangiava come poteva. Un giorno arrivò una lettera del nonno – erano analfabeti entrambi, i nonni, e quella lettera era stata scritta con ogni probabilità da un commilitone. Mia nonna disse allora a quella figlia che aveva già all’attivo sei mesi di scuola, e dunque qualcosa avrebbe dovuto sapere già, di leggerla. Lei, felice di essere d’aiuto e di mostrare la sua bravura, lesse, per quello che poteva e sapeva. Mia nonna decretò allora che sapeva fin troppo e così finì la carriera scolastica di mia madre, in prima elementare, dopo solo sei mesi di scuola. Le furono affidate tre caprette che portava a pascolare ed erano la sua disperazione. La miseria abbrutisce la gente, rende maldisposti anche verso quelli che dovremmo amare sopra ogni cosa, e mai, mai si accompagna a quello che è un diritto inalienabile di ognuno di noi e di coloro che verranno dopo, la conoscenza. Mia madre, con una volontà di ferro, ha completato la sua istruzione assorbendo come una spugna tutto quello che le veniva dal mondo. Per quarant’anni ha gestito un negozio e non si è mai arresa davanti a nulla. Ci si riscatta anche così dalla miseria, imparando e lavorando con dignità!

Fai bei sogni/ Sulla valenza terapeutica dello scrivere un romanzo

La storia di ” Fai bei sogni ” è molto semplice: c’è un bambino e c’è sua madre – il padre, come spesso succede, è una figura marginale in un rapporto che privilegia il dualismo assoluto dei primi amori. La madre scompare per un evento luttuoso già al principio del libro e la vita del bambino ne viene stravolta. C’è la negazione assoluta della morte da parte del bambino – a nove anni non è semplice accettare di punto in bianco che l’unico amore della tua vita abbia preso altre strade o altre ” dimensioni ” come suggerito da padre Baloo, il prete. E c’è tutta una storia che si dipana, in seguito, sulla ricerca di una felicità inesistente, fatta di ironie e di durezze che si autoalimentano nel cuore di un bambino rimasto tale nel tempo. Sullo sfondo di una vita, piena di incomprensione per se stesso, che rifugge da una verità a portata di mano, vivono le figure di riferimento, il padre negato sempre e infine riscoperto, le donne – mai salvifiche, eccetto l’ultima. Un libro che assomiglia ad una seduta di autoanalisi o di ” altra ” analisi, che si fa leggere nonostante la grancassa mediatica nei ” salotti buoni ” televisivi. Alla fine la verità viene evidenziata in tutta la sua ” normale ” banalità, come un gioco crudele durato troppo a lungo.