Ogni angelo è tremendo ( una autobiografia senza sconti )

Leggo e tanto, in questo periodo, recupero i momenti di vuoto profondo invernale, quando i giorni si susseguono inconcludenti e la mente rimane affamata di nuovi stimoli. Mi è stato regalato Ogni angelo è tremendo di Susanna Tamaro – mai niente m’era capitato di leggere dell’autrice, meno che mai quel Va’ dove ti porta il cuore, snobbato un po’ per partito preso, lo riconosco ( male mi stanno quei libri dai tanti lettori e molto pubblicizzati! ) Quando ho chiuso l’ultima pagina di questa autobiografia m’è venuto d’istinto scrollarmi – metaforicamente – dalla testa, un velo grigio di tristezza che mi ha offuscata tutto il tempo. Credo che un po’ tutti – se bambine e bambini con un minimo di sensibilità e la tendenza all’essere introversi – abbiamo pensato di non essere figli dei nostri genitori, soprattutto in presenza di un fratello o sorella più piccoli, evidentemente più bisognosi di attenzione. Ho versato un mare di lacrime da piccola, prima di andare a letto, con la foto di mia sorella morta sotto il cuscino. Piangevo la mattina, davanti alla tazza del latte, con mia madre che mi chiedeva la ragione di quel pianto senza ragione. Piangevo e basta. Curiosa analogia che ho ritrovato in questo libro della Tamaro. Però in lei il pianto e la paura di mostrasi per quella che era e che è stata nell’infanzia e nella giovinezza, è il frutto del disamore dei genitori nei suoi confronti – e nei confronti dei fratelli, anche – del profondo egoismo degli stessi che ha segnato pesantemente la sua vita. I fatti che l’hanno coinvolta, le persone che hanno vissuto la sua vita – negando che ci fosse in lei la vita stessa – sono raccontati in una verità crudissima e senza requie. Si mettono in piazza, senza remore, quei panni sporchi che solitamente – e ipocritamente – tutti laviamo nel chiuso di quattro mura domestiche, con il rischio di ammattire per questo. Penso che questo sia un libro catartico, scritto perché la sofferenza e l’abbandono possano essere lasciati per sempre tra le pagine di un libro – anche se togliersi dal cuore i macigni di una vita negletta e perdonare chi ha condizionato pesantemente tutta la tua esistenza sia tutt’altra faccenda. E ad ogni modo nel libro non compare mai la parola rancore, ma neppure il perdono. E’ un libro particolare questo della Tamaro, che immalinconisce – sconsigliato a chi va in vacanza!

La cuoca Natalina

raccontigastronomici-einaudi1I giorni appena trascorsi sono stati dediti alle opere di misericordia – dar da mangiare agli affamati! 😀 Tra un calzone foderato di sponsali, uva passa e alici, rape stufate, baccalà fritto, crespelle ricotta e spinaci, pollo ripieno, cartellate e via enumerando, la cuoca Natalina – me medesima! – ha avuto modo di leggiucchiare l’altro regalo ” letterario ” ricevuto: Racconti gastronomici, a cura di Laura Grandi e Stefano Tettamanti. Ci sono persone che riescono, al di là della retorica culinaria, a scrivere di cibo e di ricette senza che lo scritto venga ridotto ad un esempio, sia pur luminoso, di testo regolativo. Se mangiare è necessario, tanto vale farlo con ironia e una buona dose di cultura a supporto, per avere l’impressione che il mettersi a tavola fa parte di quel sale della vita di cui vi dicevo qualche giorno fa. E’ davvero un bel libro, quello che mister Woolf, buon conoscitore degli interessi della cuoca – a furia di averla tra i piedi! – mi ha regalato. Dalla prefazione:

L’allegria a tavola è indispensabile alla buona digestione. Il buffone di corte sedeva alla mensa del re proprio per questo.Una saggia istituzione. L’inverso dell’odierno pranzo di lavoro, una istituzione evidentemente non saggia, a meno di non considerare buffoni i nostri commensali. 

A seguire trentanove brani di scrittori che attraverso il racconto del cibo hanno fatto anche loro un’opera di misericordia, dar da mangiare alla mente dei lettori 😀

Il sale della vita

il sale della vitaItaliano mi ha regalato un piccolo libro per Natale – anch’io gliene ho regalato uno, che aveva già letto, sicché ne ho ordinato un altro, ma arriverà post Natale… cose che capitano. Il libro che Italiano ha scelto per me, non mi era neppure noto. Probabilmente non avrebbe costituito motivo d’interesse neppure per lui se non per il fatto che Italiano è un assiduo lettore delle pagine letterarie di Liberazione e dell’Unità. Il libro era stato recensito o dall’uno o dall’altro giornale, non so, pertanto degno di attenzione – poiché quello che si recensisce colà è motivo di interesse per Italiano… questa è cattiveria, ma grosso modo è così! 😀 Insomma il libro è stato scritto da una africanista, Françoise Héritier, allieva di Lévi -Strauss – ehi, non quello dei jeans 😀  bensì l’antropologo di ” Tristi Tropici “. 

«Ci sono momenti di leggerezza e di grazia nella nostra esistenza, al di là delle occupazioni, al di là dei sentimenti forti, al di là degli impegni, piccole cose che tutti possiamo gustare: è il sale della vita… mi vengono alla mente foto di film, emozioni o rappresentazioni del passato che si rapportano a quello che ho appena visto. Le vacanze, i libri, gli amici, un pranzo in riva al mare, la maionese fatta in casa, un film con Audrey Hepburn, la tromba di Chet Baker, un caffè al sole, le dune di Dakar, una foto in bianco e nero di tanto tempo fa, una serata speciale sotto la pioggia sottile di Parigi… Si tratta di un’esperienza allo stesso tempo simile e diversa per tutti»

L’idea di scrivere questo lungo elenco di vita, nasce dall’aver ricevuto una cartolina dall’isola di Skye dal dottore che l’ha in cura. Nel saluto che l’uomo scrive parla di una “settimana rubata”.

«Questa parola,“rubata”, mi ha letteralmente bloccato il cuore. Ho cominciato a pensare come quest’uomo che ha consacrato tutta la vita alla ricerca e agli altri potesse pensare che una settimana di vacanza fosse una settimana “rubata”. Se considerate il vostro tempo come rubato da qualcuno non potete apprezzare più niente della vita. Non potete più apprezzare quelle cose che danno il sale alla vita. Allora ho cominciato a contarle. Cose come l’opera, i concerti, una gita fuori porta, un museo. E mi sono resa conto che sarei potuta andare avanti a scrivere per sempre». 

Non è detto, ne ” Il sale della vita ” – questo il titolo del libro – il perché di ciò che emoziona o incanta, ma per novanta pagine vengono elencate le piccole cose, i piacere più semplici, la vita che conosciamo, quella che tutti viviamo ogni giorno. Un libro che ognuno di noi può scrivere, senza che alcun editore abbia l’idea di pubblicarlo, di sicuro, poiché nessuno di noi è professore onorario al Collège de France, ma tant’è! Nel libro ci sono: …le risate a crepapelle, le chiacchiere al telefono, le lettere scritte a mano, i pranzi in famiglia ( non tutti ) o con gli amici, la birra alla spina, il calici di vino rosso o bianco, il caffè al sole, le pennichelle all’ombra, mangiare ostriche in riva al mare o ciliegie direttamente sull’albero, arrabbiarsi, ma non sul serio… e via così. E voi, qual è il vostro sale della vita? 

Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.