Novantacinque tesi sulla scuola ( ma non le appenderò alle porte del ministero ) – NeU

scuola dell'infanziaSegnalato su FB dall’amica Emilia condivido come insegnante appassionata – da Nuovo e utile – teorie e pratiche della creatività

 

 

 

 

 

  1. I ragazzi non devono annoiarsi a scuola: chi si annoia non impara.
  2. Il contrario di “annoiarsi a scuola” non è “divertirsi”. È “essere interessati”.
  3. L’interesse nasce di fronte a qualcosa di nuovo e complesso ma comprensibile: una sfida difficile ma non tanto da non poter essere affrontata.
  4. Qualsiasi argomento può essere reso interessante. Però bisogna lavorarci.
  5. Dammi un motivo convincente per interessarmi a un argomento e proverò interesse.
  6. Il motivo non può essere altrimenti prendo un brutto voto. I brutti voti non sono la versione incruenta delle frustate.
  7. voti (forse) misurano, ma non motivano a imparare.
  8. Cioè: i voti sono una discutibile motivazione esterna. La motivazione interna è più potente.
  9. finlandesi fanno a meno dei voti fino ai 13 anni e sono bravissimi a scuola.
  10. Andare a scuola per prendere bei voti è come andare a un concerto per avere un biglietto da incorniciare.
  11. I test Invalsi non c’entrano coi voti individuali ma misurano l’apprendimento complessivo: sono il maxitermometro della scuola.
  12. Il maxitermometro non è perfetto? Non è una ragione per buttarlo via e far finta di niente.
  13. L’apprendimento è un processo complicato, fatto di percezioni, ragione, emozioni, memoria, strategie, esperienza, ambiente, autostima…
  14. … per questo insegnare è molto più che “dire” o “spiegare”.
  15. Il come si insegna è importante quanto il che cosa si insegna. Il come fa la differenza.
  16. “Insegnare” è anche insegnare a imparare: metacognizione è la parola magica.
  17.  “State attenti” è un’ingiunzione paradossale. Proprio come “sii spontaneo”.
  18. Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.
  19. Una materia è come una città. Dammi buone mappe e aiutami a esplorarla.
  20. In aula sarebbe bello sentire di più le voci dei ragazzi.
  21. Esistono modi per far parlare i ragazzi senza che l’aula si trasformi nel mercato del pesce.
  22. I ragazzi capiscono prima e meglio quando possono fare domande o discutere un tema.
  23. Leggere a voce alta non è una roba da bambinetti. Serve a percepire bene gli andamenti del testo.
  24. Leggere a voce alta i propri scritti è anche il modo migliore per imparare a rileggerli cercando il senso, e a correggerli. E non è roba da bambinetti.
  25. Mandare a memoria un testo che piace non è roba da bambinetti.
  26. Ehi… alcune cose – dalle tabelline all’aoristo – vanno per forza mandate a memoria. Per il resto, se uno prima non capisce, non sta studiando: appiccica.
  27. Se studio solo per l’interrogazione, è ovvio che dopo dimenticherò tutto, e amen.
  28. Le competenze di base sono: leggere, scrivere, far di conto. Leggere vuol dire capire quel che si legge. Oggi, due italiani su tre non ce la fanno.
  29. Vogliamo che i ragazzini si appassionino alla matematica? Facciamoli giocare coi numeri.
  30. … quando sono più grandi: esempi, domande, discussione, sfide.
  31. Invitiamo i ragazzi a leggere per loro piacere ogni giorno (qualsiasi cosa, fumetti compresi).
  32. No, I Malavoglia non sono una buona esca per catturare un lettore debole.
  33. Chiedere all’analisi testuale di dar conto della magia di una narrazione è come chiedere a un anatomopatologo di dar conto del sex appeal di Marylin Monroe.
  34. Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro; ché non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso. Questo lo dice papà Dante.
  35. Scrivere o adottare libri di testo pedanti, minuziosi e astrusi è sadico.
  36. Studiare su libri di testo pedanti, minuziosi e astrusi è una tortura.
  37. “Non dire né troppo poco né troppo. Di’ il vero. Sii pertinente. Sii chiaro, non ambiguo, breve, ordinato.” Sono le massime di Grice. Valgono anche per i libri di testo.
  38. Prima di chiederci quanto costa un libro di testo domandiamoci quanto vale, quanto serve, quanto verrà usato, capito e ricordato.
  39. La Lim è un mezzo, non un fine e non sostituisce un bravo insegnante. Però aiuta.
  40. compiti a casa non valgono per recuperare quel che non ho fatto a scuola.
  41. Non darmi compiti a casa se poi non controlli che io li abbia fatti.
  42. Non darmi compiti a casa se prima non mi spieghi come organizzarmi.
  43. …e poi me lo rispieghi. Se imparo come studiare, varrà per tutta la vita.
  44. Comunque, fammi lavorare più a scuola che a casa.
  45. Se lavoro poco a scuola, a casa non lavorerò per niente.
  46. … e non lasciarmi tutto solo a casa con le cose più noiose da fare.
  47. Permettimi, ogni tanto, di dirti che non ho studiato. Ma impegnami a recuperare.
  48. Stabiliamo a ogni inizio d’anno un patto coi ragazzi, anche i più piccoli: poche regole di comportamento chiare. E scritte. E facciamole rispettare.
  49. Incoraggiamo i ragazzi a essere leali e a non barare.
  50. Copiare è barare.
  51. …e il copia e incolla dal web non è tanto meglio.
  52. Guidiamo i ragazzi a esercitare il pensiero critico sulle fonti.
  53. Fare l’insegnante è uno dei mestieri più frustranti, più appaganti, più complicati.
  54. Un paese civile deve fare il tifo per i suoi insegnanti.
  55. “Un investimento in conoscenza paga i migliori interessi”. Lo dicono Benjamin Franklin e Bankitalia.
  56. Come attirare i talenti migliori verso l’insegnamento? C’è la ricetta finlandese: riconoscimento sociale ed economico.
  57. Un paese civile deve pagare i suoi insegnanti.
  58. …ma In Italia sono bassi gli stipendi, e non c’è progresso tra inizio e fine carriera.
  59. …eppure la spesa nazionale per studente è alta: dov’è l’inghippo?
  60. Il Programma non è il Vangelo. Ogni classe, ogni scuola è una storia a sé e l’autonomia è necessaria.
  61. …ma  funziona solo se gli obiettivi sono chiari e misurabili e se i risultati vengono valutati: è la differenza tra autonomia e anarchia.
  62. L’autonomia ha bisogno di controlli reali, efficaci, frequenti, diffusi su tutto il territorio.
  63. Per migliorare un intero sistema scolastico bastano dieci anni. L’ha fatto la Germania.
  64. … per migliorare le performance degli studenti basta anche meno. Ci è riuscito il Giappone.
  65. Se niente cambia, niente può migliorare.
  66. I problemi non si risolvono applicando vecchie procedure, ma trovando nuove opzioni.
  67. La scuola non è un’azienda: questo non l’autorizza a essere dispersiva e inefficace.
  68. Vogliamo promuovere il merito? Cominciamo da presidi e insegnanti.
  69. Molti insegnanti stanno già cambiando tutto. Valorizzarli, magari.
  70. Il pedagoghese “vacuo e inconcludente” fa rivoltare il maestro Manzi nella tomba. Che lui venga a tirare i piedi a chi lo usa.
  71. Il burocratese sgangherato fa piangere Santa Grammatica e imbufalire San Buonsenso.
  72. Tutti gli studenti di tutte le discipline (scientifiche, umanistiche, artistiche, tecnologiche…) hanno pari dignità e meritano insegnanti competenti.
  73. Formare vuol dire scovare ed esaltare le capacità di ogni singolo studente.
  74. Formare è diverso da uniformare.
  75. Lasciami essere curioso. Non obbligarmi a essere compiacente.
  76. La scuola chiede di imparare senza errori. La creatività chiede di imparare dagli errori.
  77. La scuola insegna risposte standard. La creatività fa domande diverse per trovare nuove risposte.
  78. In un futuro prossimo faremo mestieri che ancora non esistono.
  79. Qualsiasi cosa io faccia in futuro, dovrò continuare a imparare per tutta la vita. Non darmi nozioni che diventeranno obsolete: dammi un metodo.
  80. …cioè: “non regalarmi pesci: insegnami a pescare”.
  81. La scuola non può cambiare senza il supporto delle famiglie.
  82. Un buon modo per avere figli lettori è leggergli storie quando sono piccoli.
  83. Un buon modo per avere figli bravi a scuola è avere molti libri in casa.
  84. Sopperire alla mancanza di carta igienica a scuola non basta.
  85. …e non basta chiedere la (urgentissima!) manutenzione delle scuole.
  86. (Coda di paglia ministeriale: girare uno spot per l’istruzione pubblica in una scuola privata).
  87. L’abbandono scolastico è un dramma: chi lascia la scuola cresce come cittadino dimezzato.
  88. Noia e routine schiantano sia gli studenti migliori, sia quelli che fanno più fatica.
  89. “Premiare il merito” ed “educare tutti” sono obiettivi complementari, non contrapposti.
  90. Per l’interesse dei figli dobbiamo pretendere insegnanti preparati e tosti.
  91. Sbagliato chiedere indulgenza. Giusto chiedere equità, rigore, competenza, passione.
  92. Sì, esistono anche studenti maleducati. E sì, la responsabilità è delle famiglie.
  93. La scuola è un diritto che pretende doveri: non c’è crescita senza responsabilità.
  94. La scuola è una faccenda che interessa tutti noi. Ma tanto, ma tanto, ma tanto.
  95. Non vado a scuola per un pezzo di carta, ma un pezzo di futuro.

Questo post esce anche su internazionale.it. Se vi è piaciuto, potreste leggere gli altri post di NeU su scuola e istruzione.

 

Anche il silenzio di stato può uccidere, non solo la camorra!

camorra che uccide Ad Angelino Alfano

Lo Stato mi difenda: sono un testimone di giustizia abbandonato dalle Istituzioni

Lanciata da Gennaro Ciliberto Roma, Italy

Ho 41 anni, mi chiamo Gennaro Ciliberto e da tre anni sono in fuga per l’Italia. Perché?

Ho denunciato un giro di anomalie costruttive, infiltrazioni della camorra e tangenti in ambito appalti pubblici, nello specifico autostradali. 

Lotto da anni per ricevere quella protezione che mi spetterebbe per diritto, ma il silenzio delle Istituzioni è una cosa indescrivibile.

Ormai mi chiamano “il morto che cammina” per le minacce di morte che ho ricevuto da quando ho denunciato. Ma io voglio vivere e l’ultimo grido disperato di aiuto l’ho rivolto al Ministro dell’Interno e al Ministro della Giustizia. 

Sono da più di 20 giorni fuori dal Viminale, dormo in auto e nell’isolamento totale resisto e resisto, perché l’esempio non sia vano.

Denunciare è un dovere, ma essere difesi è un diritto ed è un dovere dello Stato difendere ogni cittadino onesto che denuncia.

Io non mollo: a dicembre avrà inizio il primo processo e chiedo a tutti i cittadini onesti di farmi da scorta civica per dare un segnale alla criminalità.

E chiedo di entrare nel programma di protezione come testimone di giustizia.

VORREI SAPERE PERCHE’ ALLA TELEVISIONE E I GIORNALI NON PARLANO MAI DI TUTTO QUESTO!

( Grazie a Silvia per aver condiviso )

La verità sull’aborto ( da Internazionale )

La legge 194, che ha introdotto nella legislazione italiana l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), compie 35 anni. La legge è stata approvata il 22 maggio 1978. Prima di allora, si stima che ci fossero tra le 350mila e le 450mila interruzioni di gravidanza all’anno, che in alcuni casi venivano registrate come aborti spontanei.

Nel 2012 le Ivg sono state 106.968, un minimo storico. In Italia il tasso di medici obiettori è in aumento. Il 68 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza e in molte città non ci sono medici disposti a praticare l’interruzione di gravidanza.


Un estratto del libro A. La verità vi prego sull’aborto di Chiara Lalli, (Fandango, 2013). Dal capitolo 194.

La legge italiana non ha una mascotte. Non ha un nome che rimanda a una donna, ma un numero e una data: 22 maggio 1978. Non stabilisce un diritto positivo assoluto di interrompere la gravidanza, ma delinea le circostanze in cui una donna può chiedere di abortire: “La donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Difficile contestare la percezione soggettiva di un pericolo tanto ambiguo come quello disegnato dall’articolo 4, risultato di un equilibrio molto fragile e di scontri feroci. Fino agli anni Settanta la parola aborto non veniva pronunciata in televisione o alla radio e si usavano nomi in codice per indicare le donne che abortivano e magari morivano e chi procurava illegalmente gli aborti: fabbricanti di angeli, morti “sospette”, la “questione”.

Nel giugno 1973 Gigliola Pierobon è processata per il reato di aborto. Sono molte le donne che muoiono e che corrono molti rischi cercando un modo per abortire ed è sempre più difficile contenere la rabbia. Dopo decenni di silenzio, ipocrisia e alcune proposte di legge, il 22 maggio 1978 la 194 elimina l’articolo del codice penale che considerava l’aborto come un delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe – l’ossessione per l’embrione è una conquista recente. Ma la depenalizzazione come male minore rispetto agli aborti clandestini segna a fuoco la legge, condannandola a stare sulla difensiva, e fondandola su una difettosa concessione e sul conflitto insanabile tra la donna e l’embrione. Non solo: “La legalizzazione dell’aborto non ha mutato di un tratto la rappresentazione culturale dell’aborto rispetto al modo in cui l’ordinamento l’aveva ereditata dal fascismo”, scrive Silvia Niccolai in un commento sulla 194 a confronto con la legge 40.

E se non cambia il giudizio morale, la legge verrà schiacciata – come sta succedendo – da un macigno di dolore necessario, di condanna e di vergogna. La tutela della stirpe cara al Codice Rocco rimane come un’ombra, perché la legge 194 non ha abbastanza luce per farla scomparire. La concessione insomma è limitata: “Aboliamo il divieto penale di aborto ma ricordiamoci che dobbiamo regolamentare la decisione di interrompere la gravidanza, non possiamo lasciarla stare dove altrimenti starebbe (nel privato, che nel linguaggio dell’epoca, con riferimento all’aborto, era sinonimo di clandestinità). Per regolamentarlo, dobbiamo individuare un punto temporale (inesaurita questione!), condizioni entro le quali l’aborto è legalizzato, e procedure per accertare queste due cose”. È significativo che l’aborto possa essere eseguito solo in ospedale, in quello spazio pubblico in cui il controllo possa essere esercitato facilmente, in cui tutti sanno che una donna è incinta e vuole abortire. O meglio, che una donna è incinta e proseguire la gravidanza sarebbe una circostanza pericolosa.

Il quadro di riferimento è ancora quello conservatore. In questo sfondo la tradizionale proibizione assoluta (“non devi abortire”) è indebolita solo da una fragile eccezione (“puoi farlo se sei in pericolo”), che non scalfisce la condanna morale e la considerazione dell’aborto come innaturale. Il divieto assoluto ha solo mutato aspetto, si serve anche di termini e concetti tecnici e scientifici per mascherarsi meglio, come un camaleonte in agguato.

I diritti e le tecnologie vengono trasformati in strumenti oppressivi, lasciando intatta la forma liberale. “Il contesto attuale può apparire in effetti molto felice per i nuovi conservatori, perché offre loro il terreno congeniale per difendere i diritti dell’embrione-persona e per deformare (come è caratteristico di quei conservatori che utilizzano in modo strumentale il linguaggio liberale) la responsabilità individuale e sociale verso i nascituri come modi di smontare lo spazio della libertà delle donne.”

La legge 194 è una legge che nel corso degli anni è stata aggredita e corrosa soprattutto da uno dei suoi articoli, quello che prevede la possibilità per gli operatori sanitari di sollevare obiezione di coscienza ed essere così esonerati dalle procedure abortive. Non era un destino certo, come non è certo che da una pistola carica partirà un colpo mortale. E probabilmente non sarebbe stato possibile escludere la clausola di coscienza allora, cioè quando la legge è stata approvata e i ginecologi avevano scelto di fare i ginecologi in sua assenza. Tuttavia oggi le percentuali dell’obiezione di coscienza sono gli strumenti più potenti di dissuasione.

A quasi 35 anni di distanza ci sono reparti e intere città in cui non c’è nessun operatore a garanzia del servizio, nonostante la legge 194 obblighi ad assicurarlo. E sulla legge pesa una condanna morale che contribuisce a rendere questo destino immutabile.

L’interruzione di gravidanza in altri paesi, un grafico:

Italia dissociata

bipolareL’idea che cresce ogni giorno di più – e neppure confusamente – dentro di me, è quella di trovarmi al cospetto della psicotica Italia che allungata sul lettino dell’analista, mostra tutta l’evidenza del suo problema dissociativo. Da una parte un governo – tg 3 di oggi – nella figura di Fabrizio Saccomanni che inaugurando l’anno accademico della Scuola di polizia tributaria spiega ai quattro venti, la ” candida ” e assolutamente irreale idea che

” L’attività economica si sta stabilizzando e il Paese si sta avviando verso una graduale ripresa “. Fatta l’ormai nota premessa che ” è fondamentale che  permangano condizioni di stabilità politica “, per Saccomanni ” nel 2014 la dinamica del prodotto è stimata pari all’1,1%, mentre a partire dal 2015 la crescita del Pil si porterebbe sui livelli vicini al 2% “

dall’altra parte il presidente della Confcommercio Carlo Sangalli, intervenuto nel corso della Giornata di mobilitazione nazionale di Confcommercio ” Legalità, mi piace “, asserisce

 ” Le imprese del commercio, turismo, servizi sono stremate, da Nord a Sud. E purtroppo il 2014 non sarà certo l’anno della ripresa sostanziale”… “Non lo sarà anche per la legge di stabilità che se non verrà corretta, lascerà irrisolti i problemi strutturali della nostra economia “

asserzioni, quest’ultime, più corrispondenti ad una realtà che si fa sempre più amara. Il ” botta e risposta ” tra i due avviene nel giro di una mattinata, senza che i due abbiano consapevolezza di quello che l’altro ha detto. Viene da chiedersi, dunque, in che mondo vive Saccomanni e perché. Viene da chiedersi per quale strano motivo non chiede, a chi vive nel mondo reale, cosa succede davvero, perché non parla con ” la base “, perché non si fa una passeggiata (to’ ) sul corso della sua città, per verificare che quel che deliberatamente asserisce è frutto di fantasie, tra le più sfrenate.  Un mondo fatto di realtà e di un parallelismo avatar, altro che dissociati! Chissà se da qualche parte c’è un bravo psichiatra in grado di chiarire le idee alla paziente Italia.

Ho trovato molto rispondente alla mia idea di fondo, questa definizione della ” dissociazione ” presa dalla solita Wikipedia:

« accentuazione dell’insicurezza ontologica comune a tutti gli uomini, per cui anche in circostanze di vita ordinarie, un individuo può sentirsi più irreale che reale, letteralmente più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione. Può mancargli la sensazione della continuità temporale; può fargli difetto il senso della propria coerenza o coesione personale. Si può sentire come impalpabile, e incapace di ritenere genuina, buona e di valore la stoffa di cui è fatto. Può sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo. » ( R.D. Laing. L’Io diviso. Torino, Einaudi )

Le scarpette nuove

uroburoFa impressione e commuove fortemente un uomo, uno dei soccorritori che oggi hanno allineato novantaquattro esseri umani sulle banchine del porto di Lampedusa, mentre racconta la tragedia in diretta, mentre racconta delle scarpe nuove di due bimbi ritrovati anch’essi in mare, scarpe come segno di speranza, l’annuncio di una vita nuova che non sarà. Che tragedia immane, che enorme cimitero il mare che ogni giorno vediamo e che inghiotte vite che nulla hanno da perdere tra l’ipocrisia generale, tra le parole di cordoglio, falso cordoglio, tra le parole sprezzanti di bestie parlanti di quelli che dicono: Che rimangano a casa. La colpa, se muoiono, è solo di un ministro di colore poiché sono stati invitati da lei ad emigrare. E dunque è così facile trovare una spiegazione pelosa e falsa, che mette una grande distanza tra quelli che sul mare vanno per svago e gli altri che navigano su catorci per bisogno e disperazione, per sfuggire alla guerra? E tutti riempiono il proprio stomaco insensibile del pane dell’indignazione ognuno sostiene che il ” problema ” non riguarda solo l’Italia e Lampedusa e coloro che accolgono questi poveri resti di cristi in croce, come in un compianto amaro e disperato, ma bisogna coinvolgere gli altri, l’Europa, ah, l’Europa matrigna. Bisogna fermarli, prima che partano dalle loro terre, ma fermarli per andare dove? In braccio a soldati armati fino ai denti, a fondamentalisti nutriti con un odio cieco o morte e violenza sicura, in braccio a guerre fondate e sostenute dalle armi, guarda caso fatte in Europa e comunque in occidente. E’ l’uroburo che inghiotte se stesso, la guerra che si nutre dell’ipocrisia dell’occidente e dei morti in mare.

Behind you all the way

Il buon George Clooney sosterrà economicamente la campagna elettorale di Barak Obama;  sarà ospite pagato in un incontro conviviale a cui parteciperanno entrambi. Bene, potendo, pagherei molto volentieri! 😀 In Italia, però,  A B C fanno bene a drammatizzare sulla remota ipotesi di sospensione dei finanziamenti pubblici ai partiti remota sì, chè continueranno a mungerci senza vergogna! Anche loro avrebbero qualche difficoltà ad andare a cena, pagando, con Alvaro Vitali! 😀