Il burkini che non porteremo

2013-03-velo7Qualche anno fa mi dilettai nella lettura di Harem un libro scritto da Vittoria Alliata, principessa siciliana, che proprio per il suo lignaggio fu accettata a visitare i luoghi delle sue sodali arabe. Il libro riportava il punto di vista di donne che vivevano chiuse in un recinto per sottomesse di reddito alto e che proprio per il loro stato sociale di donne ricche, sostenevano di essere compiaciute della loro condizione che permetteva, a loro dire, un potere occulto e non manifesto anche sugli uomini che le tenevano lì. Nel libro si racconta che La donna di ogni ceto sociale, nei paesi islamici, dispone in assoluta autonomia dei propri beni patrimoniali. E, poiché anche in Arabia il denaro è potere, non è esagerato sostenere che le donne detengono di fatto il 50% del potere economico del paese. Lo esercitano direttamente, come mercantesse, speculatrici, fondiarie, finanziere, o tramite agenti che operano per conto loro sia in patria che all’estero. In considerazione di quanto letto pensai, allora, che in fondo la condizione e di queste donne non era proprio da disperate. Il tempo, le maggiori informazioni, l’avvento di un fondamentalismo che sembra dilagare come la peste bubbonica, mi induce a considerare la cosa in altro modo. Vedo spesso giovanissime che indossano il velo, fiere di manifestare l’appartenenza ad un mondo che si vuole, che vogliono, diverso dal nostro. Rifuggono dall’uniformarsi a dettami sociali e religiosi che non riconoscono, pur vivendo in luoghi dove si rispettano regole e modi che probabilmente disprezzano. Ma realmente pensano questo le giovanissime donne che vedo muoversi, vivere, ridere, con altre coetanee non velate? Certo è un sacrificio minimo(????), probabilmente, coprirsi il capo, andare in giro anche in estate con palandrane atte a coprire braccia e gambe, pur di essere coerenti con se stesse, ma si tratta di coerenza oppure di costrizioni, di dettami arcaici che trovano terreno fertile in una ideologia maschilista e guerrafondaia? Cosa pensano realmente quelle bagnanti coperte di tutto punto di quell’orrido burkini, come possono nuotare ed essere a loro agio con tanti stracci sul corpo imbevuti d’acqua? E come possono essere atlete capaci, fasciate in tutine da sport di stampo islamico? Chiesi ad una mia alunna musulmana, non velata, se fosse una loro scelta quella di portare o meno il velo. Mi rispose che era l’uomo di casa, padre e marito, a decidere delle donne in tutti gli aspetti della loro vita. Lei e sua madre e le sue sorelle erano state fortunate a non ricevere nessuna imposizione. Quante sono le donne felici di possedere un burkini e di indossarlo? Quante sono le donne di fede islamica? Quante pensano realmente che i loro compagni di vita, i loro padri siano nel giusto a mortificarle fisicamente e mentalmente? Il 50% di un potere economico costituisce una forza enorme per una rivoluzione, pensateci donne in burkini! Non permetterei mai, a nessun uomo, di sindacare sulle mie scelte e di scegliere per conto mio un modo di vita sociale e una religione. Vedere donne così mortificate mi rattrista e mi fa credere che il mondo vada sempre da una stessa parte.

Il circo a tre piste della retorica ( l’altra faccia della medaglia )

titoloL’esperienza di questo blog mi ha insegnato che nei momenti di periodica isteria collettiva, versioni moderne degli antichi pogrom, non è saggio provare a ragionare ad alta voce, perché si rischia di prendersi in faccia gli stracci che volano. Ho dunque atteso laicamente che il mondo cristiano mostrasse nei fatti la sua superiorità su quello islamico, e potesse finalmente riposarsi dopo aver compiuto la propria vendetta, liberamente ispirata al precetto evangelico del “porgere l’altra guancia”.

Delle tante retoriche che ho sentito cantare in coro in questi giorni, la più farisaica mi sembra essere quella condensata ieri sera da Lucia Annunziata nel titolo del suo ultimo post: Prendere atto della Terza Guerra Mondiale. Il fatto che “papa Bergoglio anche su questo tema sembra aver anticipato tutte le élite intellettuali” è già motivo di forte sospetto, vista la spiccata attitudine del pontefice a impersonare la parte del retore populista.

Ma la dimostrazione dell’assunto è una vera perla. Scrive infatti l’Annunziata: “Negare di essere parte di un conflitto è una ipocrisia bella e buona – dal 2001 siamo in guerra permanente. Abbiamo, come Europa, combattuto in Afghanistan, e in Iraq, in Siria, in Libano e in Africa. In questo momento l’Italia porta sulle spalle l’intervento in Libia, altra nazione che ha avuto grande parte in almeno un capitolo della Terza Guerra Mondiale, e quello in Siria. Che questi interventi militari siano stati sempre limitati o seminascosti dalla nostra classe politica non ne ha certo cambiato natura”.

Peccato che tutti quegli interventi siano stati unilaterali, da parte dell’Occidente, e costituiscano in realtà la Terza Fase del Colonialismo, dopo la conquista delle Americhe nel Cinquecento, e dell’Africa e dell’Oriente nell’Ottocento. Alla fine del Novecento, con la caduta del muro di Berlino, si era brevemente cantato il mantra della fine della storia, riponendo le speranze nel “colonialismo dal volto umano” della globalizzazione, ma evidentemente è nella natura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che gli sfruttati non accettino di buon grado di esserlo, e finiscano per odiare gli sfruttatori armati fino ai denti, a volte tirandolo loro qualche pietre, come Davide contro Golia.

Ed ecco allora la seconda retorica del terrorismo, che come tutti sanno si distingue dalla guerra per il semplice fatto che colpisce poche vittime, isolate e riconoscibili, invece che intere popolazioni, disperse e anonime. Questa volta, poi, il terrorismo ha colpito addirittura dei giornalisti, provocando una comprensibile reazione di emotività corporativa: la stessa che fa titolare i giornali a piena pagina quando muore un nostro inviato al fronte, relegando le centinaia o migliaia di morti altrui a corollari della cronaca. Come ha insegnato McLuhan, il medium è il messaggio: cioè, in questo e in troppi altri casi, il giornalista è la notizia.

E qui arriviamo alla terza retorica, quella della libertà di stampa, e nella fattispecie di satira. A leggere i giornali e a guardare i telegiornali, sembrerebbe che i paesi occidentali siano Eden in cui ciascuno può dire liberamente ciò che vuole, e contro chi vuole. Ma ci si dimentica di una lunga lista di episodi che mostrano l’esatto contrario. D’altronde, anche nell’Eden biblico la libertà non era che un simulacro, come dimostrarono gli eventi di repressione divina narrati nel Genesi.

Per fare degli esempi a caso, in Italia nel 1975 furono ritirate dalle edicole tutte le copie del numero de L’Espresso recante in copertina una donna incinta messa in croce. Nel 1976 la Corte di Cassazione ordinò il rogo di tutte le copie dell’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nel 2005 le imitazioni di Maurizio Crozza della coppia da Uccelli di rovo formata dal nuovo papa Benedetto XVI e dal suo bel segretario padre Georg furono messe a tacere. Nel 2007 il programma Decameron di Daniele Luttazzi fu cancellato, proprio alla puntata che doveva parlare della nuova enciclica del Papa.

La Francia illuminista, da questo punto di vista, sta forse meglio dell’Italia papista. Ma ha pure essa i suoi buoni cristiani fanatici e terroristi: ad esempio, quelli che nel 1988 bruciarono i cinema in cui si proiettava L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, provocando un morto e vari feriti.

Il fatto è che la libertà è dovunque a senso unico. Da noi si può, e anzi si deve, mettere alla berlina l’islam. Ma non si può, e non si deve, mettere alla berlina l’ebraismo o il cristianesimo. Entrambe le cose sono politicamente corrette, e si acclama la comicità di Charlie Hebdo, che provoca l’islam e fa incazzare i fondamentalisti, allo stesso modo e allo stesso tempo in cui si acclama la comicità embedded di Roberto Benigni, che predica i Dieci Comandamenti e riceve il plauso del Papa.

Tutto questo puzza di farisaico, appunto. Saremo veramente liberi solo quando potremo sputare equamente non solo su Maometto e il Corano, ma anche su Mosè e Gesù e sulla Bibbia. Charlie Hebdo lo faceva, almeno in parte, ma noi no. E allora finiamola di crederci diversi e superiori agli islamici, perché siamo solo l’altra faccia della loro stessa medaglia: quella del monoteismo mediorientale, che “infiniti addusse lutti” all’Europa, e altrettanti continuerà ad addurne. Fino a quando ce ne liberemo, appunto.

ps. A proposito dell’ultima frase, vedi la precisazione contenuta nel commento linkato qui.

( Piergiorgio Odifreddi – Il non senso della vita 2.0 blog )

#JesuisCharlie

jean jullien charliehebdo
Vignetta di Jean Jullien

La cosa che maggiormente colpisce quando viene attentata la libertà di ognuno di noi – libertà di scrivere, di esprimersi, di essere una persona ragionante, di essere, in breve, e di vivere credendo che vivere sia il diritto sacrosanto di ogni essere umano – quello che colpisce è la facilità con la quale qualcuno, uno, due, tre o mille, ti prende ciò a cui aspiri, ciò che reclami come un diritto, la libertà di agire, la libertà di vivere la tua vita nel bene e nel male, senza colpo ferire se non come unica colpa, l’ultima, quella di esprimere dissenso sotto forma di una storia, di un fumetto, di una frase, di una idea divergente e comunque sacrosanta. In quel momento preciso sei un essere inerme di fronte alla mostruosità di un gesto che ti accomuna a mille altre persone che ti assomigliano per lo stesso destino, essere morto ammazzato per un atto di terrorismo,  per un gesto barbaro e senza ragione. Ed è una morte accompagnata da un grido che dovrebbe richiamare alla memoria un sentimento sacro, la stessa parola che detta in quel contesto diventa una eresia, il pensiero folle, la dichiarazione di un intento distruttivo, la religione che si fa morte per strage. Pensate a quante volte in un luogo pubblico, dove mille altre persone sono entrate prima o entreranno dopo di te, siamo esposti alla follia, siamo inermi, pensateci. Pensate a quei morti a Parigi, a quei disegnatori di fumetti – che il pensiero fa quasi sorridere, se non fosse così immensamente tragico, uccidere disegnatori di fumetti, ma dai! – un giorno di inizio anno suonano alla porta del giornale e via, Georges Volinski, ottant’anni, Cabu (Jean Cabut), Tignous (Bernard Verlhac) e Stéphane Charbonnier disegnatori di figurine, pensateci. Pensate a quel poliziotto giustiziato così freddamente, mentre è già ferito a morte, finito con un colpo alla testa. Pensateci. In una cupa giornata di inizio d’anno pensieri funesti e tragici ci accompagnano e ci accomunano, io sono Charlie, noi siamo Charlie.

Raqqa viene massacrata silenziosamente

LAPIDAZIONEIl titolo, delirante e crudele, commenta il video pubblicato in queste ore sui siti web di tutto il mondo. Il filmato, girato ad Hama in Siria, mostra una donna di spalle, velata, che viene accusata di adulterio da alcuni militanti dell’Isis in compagnia di un uomo anziano sedicente padre della donna. Come è noto l’adulterio viene perseguito dai pazzi fondamentalisti islamici, applicando alla lettera la legge coranica, la Shariʿah. In pieno delirio i militanti, rivolti al padre della donna, gli dicono che questa ha peccato e che dunque deve essere punita, ma non si capisce come, si dicono disposti a perdonarla e chiedono al padre il suo giudizio a proposito. Dopo diverse sollecitazioni da parte dei barbuti il “ padre “ irremovibile decreta la morte della donna per lapidazione. Quindi lui stesso la lega e la conduce in un fosso scavato di proposito e inizia a lanciarle delle pietre seguito dagli altri. Descrivere quello che si vede fa montare una grande rabbia, guardare il video fa inorridire e rende inutile ogni possibile considerazione razionale. Che il video possa essere una “ montatura “ per mettere sull’avviso le donne sui loro doveri di donne islamiche è una possibilità che andrebbe tenuta in considerazione – altrimenti proprio non si capisce come mai i militanti, feroci in mille altre occasioni, si abbandonino ad una blanda giustizia e si disponino al perdono della donna, comunque giustiziata da un padre che figura come quello a cui preme l’onore della famiglia e tira la prima pietra. Che si vogliano dipingere meno cruenti con le loro donne, ma non troppo? Fatto sta che la regola di sangue applicata in questa situazione e in altre, a base di decapitazioni, fa di questi esseri – impossibili da definire persone – un arcaico miscuglio di estrema brutalità, di ignoranza assoluta, di barbara pazzia. Ancora una volta si mette in evidenza l’inutilità del ruolo femminile in un contesto che le vuole asservite e devote, adatte alla sola procreazione, superflue socialmente. Quale uomo ha peccato con Raqqa? Perché non viene giudicato colpevole secondo quella legge che vuole le donne adultere lapidate? Situazione estrema e terribile, ma se ci fermiamo a riflettere un momento, quante volte nel nostro comodo modo occidentale si giudica, certo in maniera più blanda e solo a parole, per fortuna, una donna “ colpevole “ di adulterio? Si è adulteri in due, fino ad essere capaci di dimostrare il contrario. E penso ancora, rabbrividendo, a quanto è stato detto non molto tempo fa sull’utilità di stabilire un dialogo con questi forsennati, poiché combattendo nei termini e con le modalità che sono sotto gli occhi del mondo intero, non fanno altro che manifestare la loro legittima protesta contro il corrotto mondo occidentale. Ma di che cosa stiamo parlando? ( cit. )