Acronimi immortali

La pessima abitudine ad utilizzare acronimi per dichiarare il proprio affetto è una prassi usuale e consolidata: fa specie negli adulti, ma è spesso sopportata quando si tratta di ragazzi – e poi dice che sono in aumento i casi di dislessia… questa è un’altra storia e ve la racconto in un altro momento. Allora dicevo, gli acronimi. Stamani, considerata la disponibilità di tempo, ho deciso di andare al cimitero per evitare la ressa di domattina. Fatte le soste solite, quelle che erano un’abitudine quando al cimitero ci andavo con mia madre – è un modo per sentirmi ancora con lei, per rispettare la sua idea che la portava a volerci con sé, piccoli, in quel luogo ritenuto dai più triste e pieno di melanconia: < I morti vanno rispettati, ne va coltivata la memoria > diceva. Poco prima di andar via mi sono recata nel campo, in fondo al cimitero, che un tempo era terra sconsacrata, il luogo dove venivano sepolti i bambini non battezzati. Fu posta lì la mia sorellina, nata morta, primogenita, la figlia sempre ricordata da mamma. Di lei non rimane più nulla se non il ricordo condiviso e poiché lei portava dei fiori per ricordare quell’esordio doloroso, per ricordare se stessa diciannovenne impaurita e traumatizzata da una tragedia, anch’io porto dei fiori ad una terra spoglia e all’acronimo sul muro che recita” R.C. ” . Quella è l’idea della mia inesistente sorella, la memoria scavata in quel muro di tufo da mia madre, un giorno che la scritta precedente era quasi scomparsa. Un acronimo che un adulto ha utilizzato, perché ci si possa ricordare di chi c’era; una dichiarazione d’amore che sa di immortalità.