Ecatombe geometrica

parallelepipedoDopo di due settimane di concionamenti poliedrici retti, storti, single, etero accoppiati, omo accoppiati e via geometrizzando, Matematica, qualche giorno fa, ha proclamato la giornata del compito in classe, per la presente. Sicché stamattina alla prima, entra in classe metà classe. E l’altra metà? si chiede quell’anima candida di Matematica. L’altrà metà ha pensato bene di auto sospendersi per il timore di rendere disastrata la già precaria situazione nelle sue materie.  Una serie di occhi supplici mi hanno guardata come non mai. A me, che mai sono stata brava in matematica, meno che mai in geometria, la logica propria dei problemi poliedrici mi galvanizza. Ma sono dovuta arrivare a quest’età per accettare la verità del ragionamento fine a se stesso – che poi sapere quanto pesano in totale due solidi di forma oblunga, uniti per base e faccia laterale, mica ti cambia la vita, ma per niente proprio!  A cosa può servire la bizzarria di un problema di geometria, nella vita di tutti i giorni, i miei alunni devono ancora capirlo. Vai a dar loro torto! Vicino al patatoso gli reggevo il moccolo, perché lui almeno, per quello che gli competeva, sapeva e pure bene! Intanto l’altra mia vicina di banco mi ha passato il foglio delle tracce: Il quattro si fa così? Riferimento quarto parallelepipedo neanche sbilenco. E che ci vuole? Le ho suggerito la dritta. E che ci vuole?!? Mi ha detto lei. Lei è una prof. Ha aggiunto. Che logicamente è un assioma che non dovrebbe fare una virgola, sennonché mica son tutte capaci le prof del mondo, ho pensato io. Ci sono quelle che rimangono ancorate all’idea che certe cose è meglio non saperle, tanto mica ti cambiano la vita! Alla fine, come Napoleone dopo la sconfitta di Waterloo, ho raccolto i pezzi dei poliedri cascati nel frattempo dai cervellotti dei fanciulli. E pure un pettegolezzo: S. vicino costretto di M. – i due si spacciano per emo – ha riferito ad una delle due A. e a G. e qualcun altro che non sopporta più M. Troppo isterica! Il suo lapidario giudizio, ma continua a stare con lei nello stesso banco e ad uscire con lei, e tutto con lei. Un classico esempio di Sindrome di Stoccolma? Ai posteri l’arduo e geometrico ragionamento!